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Istanbul

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Oggi Orhan Pamuk all'Accademia di Brera / Il museo reale

Ho scritto un libro in cui descrivo la mia idea di collezione nel contesto contemporaneo, cioè da un lato di artisti che negli ultimi decenni hanno esposto collezioni come loro opere a tutti gli effetti e dall’altro di collezionisti che non seguono più i modelli storici e cercano altre modalità di raccolta fino a fare a loro volta della loro collezione un’opera. Ho sintetizzato tale trasformazione dicendo che la collezione è diventata una “forma”, cioè un modo di raccogliere e tenere insieme, di mettere in relazione dei “pezzi”, come vengono chiamati anche dai collezionisti, e che questa forma mi sembra corrispondere bene al ripensamento a cui siamo chiamati dopo la modernità. A differenza del museo come istituzione, che ha fini conservativi, didattici e prescrittivi, la collezione ha altre finalità e perciò modalità, non riempie caselle stabilite, istituisce altri accostamenti, non risponde a un progetto prestabilito ma lo costruisce nel suo svolgimento, creando con ogni nuovo oggetto una combinazione nuova.   Ho provato a confrontare a questa mia idea l’impresa di Pamuk. La mia impressione è che esse siano del tutto distanti tra loro, ma credo che la mia idea possa...

Pasticcerie

In un’agenda Moleskine nel cassetto della mia scrivania annoto, da anni, gli indirizzi dei luoghi in cui ho fatto colazione. È un’agenda ordinatissima divisa per nazioni, città, quartieri (nelle sezioni Parigi, Istanbul e Stoccolma c’è un’ulteriore suddivisione in isolati). Accanto a ogni indirizzo ci sono indicazioni sul genere di appartenenza (pasticceria, caffè con i tavolini all’aperto, libreria con cucina…), due righe di descrizione e la segnalazione dell’eventuale presenza di croissants al burro di particolare rilievo. Ho sempre attribuito a questa agenda un valore nevrotico, da brava settecentista non potevo che finire per elencare, catalogare, sistematizzare tutto quanto mi capita a tiro. Poi, col tempo, ho capito che di nevrotico qui in realtà c’è poco. La Moleskine “Pasticcerie e caffè” non è affatto un tributo all’ansia enciclopedica, quanto alla cura di me. Di fatto, la colazione è un momento mio estremamente intimo di raccoglimento e rinascita al mondo. All’interno di quella bolla ovattata fatta di scones con burro e marmellata a parte, non penso a nulla, non programmo nulla, esisto come semplice presenza sensoriale, pura felicità silenziosa nel qui e ora del vapore...

Rappresentare il non-rappresentabile

Mattia Cacciatori è un giovane fotoreporter che ha trascorso parte degli ultimi anni in Cisgiordania, a Ramallah, per documentare il conflitto israelo-palestinese. I suoi amici sono dunque abituati ad averlo lontano, a saperlo in giro per il mondo. L’8 luglio 2013 le prime pagine dei giornali accostarono, all’improvviso, le parole Mattia e Farnesina, io stesso mi ero quasi scordato che il mio amico fosse in Turchia per le rivolte di Gezi Park. Stavo seguendo, tra l’inerzia di Twitter, quelle giornate di Istanbul e quando la parola Mattia entrò nello schermo, in tutti gli schermi, mi trovai senza più nulla da dire e senza più nulla da pensare su quei giovani che vedevo manifestare e sulla questione turca in generale. D’un tratto l’unica immagine possibile di quella rivolta era formata da quell’insieme di parole che, lapidarie, su tutti i quotidiani italiani online e non, descrivevano l’arresto di Mattia da parte della polizia turca. Il flusso di notizie e immagini riguardanti le manifestazioni si era improvvisamente arrestato in una terza dimensione, la profondità della prossimità di Mattia alla mia...

La Via Licia

Il testo che segue è un report di viaggio ma non è – né vuole essere – una guida alla Via Licia. L’unico testo che mi sento di consigliare è The Lycian Way scritto da Kate Clow, la persona che ha aperto la via una decina di anni fa. Io ero stato sulla Via Licia cinque anni fa e poche cose sono cambiate rispetto a quel tempo, purtroppo continua l’esodo delle persone nelle grandi città poiché nei villaggi non riescono più a sopravvivere con la terra e con la pastorizia. Kate non è diventata ricca scrivendo questo libro e la strada ha bisogno del continuo aiuto di volontari per essere segnata; le persone che abitano da queste parti integrano il loro misero salario con l’offerta di vitto e alloggio ai viandanti. Ma gli autoctoni sono tutt’altro che miseri, come vedrete bene. Buona lettura. La Via Licia è un sentiero a lunga percorrenza nel sud della Turchia. Se s’immagina la penisola anatolica come un rettangolo, bisogna prendere l’angolo in fondo a sinistra come riferimento per la partenza e un terzo del lato lungo per l’arrivo. Da Fethiye ad Antalya per la...

L'esperienza turca oltre le barricate di Gezi Park

Rivolte. Questa è stata la definizione data ai movimenti popolari che hanno agitato le piazze delle capitali. Dai tempi delle primavere arabe fino alle ultime proteste di Kiev, quello a cui abbiamo assistito è un’emersione del malcontento di massa nei confronti del potere maggioritario, il quale a seconda dei casi ne è stato travolto e ribaltato. In altri casi il potere egemonico, se sopravvissuto, ne è uscito quanto meno ridimensionato agli occhi degli elettori. In quest’ultimo caso ci troviamo ancora di fronte a una rivolta compiuta? Come potremmo definire quella esperienza se, nonostante gli scontri urbani tra civili e forze dell’ordine, gli ulteriori gravi malcontenti favoriti dalle scelte politiche del governo, la morte di civili caduti nelle piazze, e molto altro ancora, il paese si ritrova ancora a confermare deliberatamente, in sede di elezioni, quello status quo tanto combattuto a suon di slogan.   L’esperienza turca rientra in quest’ultima fluida interpretazione. La piazza si è accesa alla fine del mese di maggio dello scorso anno con l’occupazione del Parco di Gezi. Dopo il suo sgombero, a...

Il Museo dell'innocenza

“Se un uomo sognasse di trovarsi in paradiso e gli venisse dato un fiore come prova che la sua anima è stata lì, e al suo risveglio avesse quel fiore in mano cosa accadrebbe?” Forse è proprio in questa impossibile domanda, una scintilla rubata con scaltrezza al fuoco romantico di Samuel Taylor Coleridge, che Orhan Pamuk ha nascosto, mostrandolo in esergo, il senso del suo monumentale e fragile Masumiyet Müzesi, il Museo dell’innocenza.   Un romanzo sterminato, Il museo dell’innocenza (trad. it. Di Salim B. La Rosa, Einaudi), che è anche (e contemporaneamente) una vertiginosa collezione di oggetti eterocliti e confortanti, una raccolta impressionante di reliquie, trovate o inventate poco importa, allegorie, metafore profumate, scorie e mirabilia che nel corso di alcuni anni lo scrittore ha cercato e poi allestito con pazienza e dedizione in affollate teche di legno disposte sui tre piani di un vecchio palazzo di Istanbul, nel cuore di çukurcuma, un tempo quartiere popolare, rifugio per nuovi e vecchi immigrati, e da qualche anno, per forza di progressiva gentrificazione, anche di artisti ed antiquari....

Drone, l'occhio che uccide dal giardino di casa

È l’occhio del XXI secolo. Vola in alto, sopra le nostre teste. La sua visione è azimutale. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, sa capire se chi cammina su un sentiero di montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Somiglia a un uccello, possiede ali nere e dimensioni ridotte; lo mostrano così le poche immagini messe in circolazione dalla aviazione americana.   Ma non c’è solo questo veicolo militare ad alzarsi sulle nostre teste. Questa estate lo si è visto volare sopra gli incendi boschivi. Qualche mese fa ad Istanbul, a Gezi Park, nel pieno della protesta che ha fatto vacillare Erdogan, il movimento di protesta ha lanciato in aria un piccolo apparecchio di colore bianco che forniva immagini da postare su You Tube. I poliziotti l’hanno abbattuto a colpi di pistola. Il suo nome è Drone; gli deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, anche se è conosciuto con vari acronomi: RPA Remotely piloted aicraft; ROA Remotely iperated aircraft; UAV Unmanned aerial vehicle. In italiano la...

Istanbul: Taksim problem

Drink e tank, lacrimogeni e doner kebap, limonate e idranti, spari e fuochi d'artificio, mezzi corazzati e muezzin. A essere fatuo, a Istanbul, non è solo il turismo di sarcastico tempismo che vi ci può far capitare proprio nel weekend degli scontri fra polizia e manifestanti. Né il tassista agitato e cretino che vi parla in turco stretto, di comprensibile strilla solo: «Taksim, problem!» e, adocchiati passeggeri a destinazione «no problem» sul bordo della strada, infrange la più elementare deontologia per scaricarvi laddove, previa scarpinata in salita per viali spettrali, non potrete che passare dalla piazza-problem, alle 22.30 di sabato 15 giugno, la notte più calda degli scontri.     La città stessa, megalopoli onnicomprensiva, dà l'esempio per prima. Questi figuri in moderato assetto antisommossa hanno appena (e momentaneamente) finito di innaffiare i cittadini manifestanti con acqua e liquido urticante, ma sono gentilissimi e appena sardonici nel sorrisetto con cui mostrano la strada. Andate, andate. Impensabile passare da Istiklal Caddesi, il viale pedonale ora occupato per...

Istanbul, che aria tira

A undici giorni dall'occupazione del Gezi Park, a Istanbul si respira un clima d'instabilità palpabile, quasi più violento dei tear gas che hanno pervaso per più di 40 ore non stop una vasta area intorno a Piazza Taksim.     Ma non c'è solo tensione. Stasera l'euforia è alle stelle. E' incredibile quello che sta succedendo in questi ultimi minuti: tifosi delle tre principali squadre di calcio locali, Fenerbace, Galatasaray e Besiktas, si stanno riversando in Taksim. Ultras che fino a tre settimane fa si guardavano in cagnesco, per usare un eufemismo, sono ora riunite nel luogo simbolo della protesta, cantando a squarciagola gli inni da stadio, riadattati per l'occasione, sotto gigantesche bandiere della Turchia.     L'Ataturk Kultural Merkezi, dalla cui cima i giornalisti hanno scattato alcune immagini ormai diventate simbolo della protesta, è gremito di gente che si arrampica sulle scale pericolanti in preda a un sentimento di riappropriazione degli spazi.   Abito a Istanbul da sei mesi, non abbastanza per capire in fondo tutte le sfaccettature socio-politiche di...

#OccupyGezi. Revolution will be tweeted

"Se lo Scià finirà per cadere ciò sarà in gran parte dovuto alle cassette".   Questa frase l'ha scritta Michel Foucault da inviato per il Corriere della Sera in Iran, nel 1978, riferendosi alla rapida circolazione dei discorsi di Khomeini sotto forma di audiocassette facilmente duplicabili e trasportabili.   Chissà cosa avrebbe detto Foucault del ruolo che i social media stanno giocando nelle proteste di piazza che dal 2011 nascono e si riproducono continuamente dall'Egitto alla Spagna, dagli Stati Uniti alle periferie di Londra, dalla Tunisia alle 67 città turche che nell'ultimo weekend di maggio hanno visto le loro strade invase da migliaia di persone?   Primo movimento: ci vuole una prospettiva storica   In realtà questa storia delle “rivoluzioni di Facebook” è stata finora molto banalizzata, discussa, sottostimata o sovrastimata, ma mai analizzata a fondo, se non in contesti accademici. Non credo esistano rivoluzioni di Facebook ma “rivoluzioni” che, come dei software, girano su hardware (tecnologie di comunicazione) differenti. E,...

Il semaforo

  Il ritorno in città è sempre un po’ triste. Lasciati alle spalle i luoghi di vacanza, si torna a immergersi nella adusata quotidianità. Ma prima ancora di giungere a destinazione, da qualunque parte si arrivi e con qualunque mezzo ci si muova, capita di riaccostarsi ai luoghi noti, di ripercorrere strade familiari e di riattraversare piazze e incroci ben conosciuti. Lo si fa spesso con un misto di curiosità e di fastidio: in parte con un senso di rimpianto per la condizione “festiva” che ci si è ormai lasciati alle spalle, e in parte con un senso di riscoperta di ciò che ci è noto, che in una certa misura ci “appartiene”, ripassato però attraverso quello sguardo “nuovo” che la conoscenza di luoghi a noi in precedenza sconosciuti porta immancabilmente con sé.   Quest’estate sono stato a Istanbul. Una città straordinaria, dove colpevolmente non ero mai stato prima d’ora. Ma non è di questo che intendo parlare. A Istanbul – una città che si potrebbe (erroneamente) ritenere meno “moderna” ed “evoluta...