L’enigma del merito

8 Gennaio 2026

“Esiste merito senza successo, ma non esiste successo senza qualche merito”. Ne era convinto La Rochefoucauld, disincantato esegeta dei vizi dell’uomo (che conosceva del resto l’amaro sapore dell’insuccesso, nella sua strenua ma infruttuosa lotta contro il potere di Richelieu). All’incirca negli stessi anni, anche Hobbes ragionava sui meccanismi che governano meriti e successi, spingendosi tuttavia più in là: per lui, si merita ciò che si ottiene, non si ottiene ciò che si merita. A poco a poco quest’osservazione avrebbe acquisito valenza di assunto per l’homo economicus, fattosi oggi molto sensibile al peso (gravoso) che l’emancipazione porta con sé quando si muta in imperativo di individualizzazione (si veda U. Beck, La società del rischio, Carocci, 1986; Z. Bauman, La società individualizzata, il Mulino 2002; ma anche A. Honneth, Capitalismo e riconoscimento, Firenze University Press, 2009).

Una componente fondamentale di questo insieme di problemi, un ingrediente primario della miscela, è il concetto di “merito”. Ad esso è dedicato I capaci e i meritevoli. Storia filosofica del merito di Pasquale Terracciano (Marsilio, 2025). Si tratta di un saggio che disseziona con gli strumenti della storia delle idee e dell’analisi filosofica un concetto al contempo centrale e dolente per le nostre democrazie. La prima parte si presenta come un puntuale e rigoroso studio storico-filosofico; la seconda parte apre una discussione sulle piste filosofico-politiche che restano aperte, in un esercizio di filosofia attiva, in presa sui problemi politici e sociali del presente.

Il libro di Terracciano interviene a fare il punto su un dibattito di lungo corso e che negli ultimi settant’anni non ha mancato di accendere la discussione democratica americana ed europea, passata dall’entusiasmo per l’eccellenza e la meritocrazia di J. Gardner e D. Bell, alle sostanziose critiche di J. Rawls prima e di M. Sandel poi, e alle successive e più circostanziate difese del merito. Il dibattito dei nostri giorni, riprendendo talora confusamente le numerose argomentazioni sedimentate nel tempo, ha anche trovato ricadute direttamente politiche (ultima, la scelta del governo italiano di rinominare il Ministero dell’Istruzione come “Ministero dell’Istruzione e del Merito”, preceduta da proposte analoghe anche di area progressista). Quanto mai prezioso è dunque il percorso che Terracciano traccia attraverso la storia dell’idea filosofica e politica del merito, interrogandosi sulle faglie filosofiche del dibattito e suggerendo alcune domande politicamente aperte.

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L’analisi prende le mosse da un’opportuna attenzione alla lingua e alle parole: non solo alla loro storia (e alla variazione storica dei loro significati) ma anche agli usi assiologici che dei termini sono fatti all’interno di quello che i linguisti definirebbero il “discorso sociale” delle varie epoche. “Merito” appartiene infatti a una classe di parole vuote, ovvero da semantizzare di volta in volta, in funzione dei criteri scelti per valutare il merito. A differenza di “meritocrazia” (un sistema che alloca le ricompense in funzione del merito), “merito” è concetto molto più opaco, giacché non univocamente riconducibile a contenuti stabili. Spesso invocato come principio di giustizia (ancorché intrattenga un legame piuttosto labile e problematico con l’idea di giusto, come vedremo tra un istante), può anche farsi veicolo ideologico (così è accaduto ad esempio in Europa negli anni 1990 col laburismo di Blair), e ricevere nuovi e persino opposti significati nel discorso pubblico (l’ideologia MAGA, contrapponendo “merit, excellence and intelligence” a “diversity, equity, inclusion”, ha fatto del merito il contrario dell’equità, a dispetto della lunga storia filosofica che correla questi due concetti).

Il problema del merito è che quasi ogni argomentazione, a suo favore oppure no, ammette una contro-argomentazione di pari efficacia, come ben mostra l’analisi di Terracciano. Prendiamo il rapporto, cruciale, tra merito e giustizia, che solo a prima vista vanno a braccetto. Rawls ha convincentemente dimostrato come sia da escludere che il merito possa essere fondamento della giustizia: la giustizia secondo il merito può essere equa ma non egualitaria, rischia di istituzionalizzare la diseguaglianza naturale, accrescendo in ultima analisi le ingiustizie. Eppure, non ha torto nemmeno chi controbatte che sarebbe sbagliato trascurare del tutto il legame che pur sussiste tra merito e giustizia, poiché, sebbene non tutte le società meritocratiche siano giuste, tutte le società giuste sono almeno in parte meritocratiche (questa la tesi recentemente difesa ad esempio da M. Santambrogio). Non solo. Alcuni sono sensibili al legame tra virtù individuale e merito comunitario – lo furono in primis gli umanisti rinascimentali, per i quali l’eccellenza era virtuosa solo se al servizio della comunità. Altri negano invece che il merito possa coincidere con la virtù, e che esso possa ambire a costituire un fondamento morale primario della società: il merito ha infatti bisogno di qualcosa di esterno e di precedentemente stabilito che lo fondi. E nondimeno, il merito resta comunque, se non il criterio, uno dei criteri raccomandabili per non incorrere in forme distruttive di scontento sociale.

Non si può dunque né fare senza il merito, né affidargli un ruolo di primo piano. La sua assenza, così come la sua esclusiva presenza, sono nocive per la società. A chi ne critica l’efficienza, può essere obiettato in nome della giustizia; a chi lo critica sul piano della giustizia, può essere obiettato in nome dell’efficienza. L’impasse risulta tanto più problematica in contesto democratico: come evidenzia Terracciano, la nostra attuale idea di merito (di ascendenza illuministica più che aristotelica, perché centrata sull’idea della “carriera aperta ai talenti” e sbilanciata verso la logica di mercato) implica “competizione, concorrenza, gerarchia, autolegittimazione del vincitore”, mentre la democrazia liberale si fond(erebbe) su “eguaglianza, solidarietà, rispetto della volontà della maggioranza e tutela delle minoranze”. Fu Rousseau per primo a denunciare l’ingiustizia prodotta dalle gerarchie che, ancorché stabilite in base al talento, si facciano granitiche.

Perché allora vale la pena ragionare, ancora e comunque, su un concetto così paradossale e sfuggente? Soprattutto, in virtù delle due domande, ineludibili, enucleate nelle conclusioni del libro. La prima è: “Che ne è degli altri?”. Discutere di merito significa entrare nell’incendio sociopolitico che investe le democrazie liberali, e considerare il problema della dignità di tutti coloro che non possono rivendicare meriti particolari. La seconda domanda, “Se non il merito cosa?”, pone il problema di come assolvere al bisogno di legare strutturalmente riconoscimento dello sforzo individuale e utilità/bene comune. L’idea avanzata di una “responsabilità sociale del merito”, una nozione “tutta ancora da costruire”, rappresenta una preziosa suggestione in vista di un nuovo vocabolario democratico.

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A queste due domande potrebbe esserne affiancata una terza. Lungo tutto il volume, la storicizzazione fornisce una prospettiva fondamentale per uscire dalle varie difficoltà cui si cantona la riflessione teorica sul merito. Il merito si matura infatti solo in seno alla società e ai valori che essa riconosce: esso cambia dunque, sia nella sua essenza sia nelle modalità di valutazione, incessantemente e assieme alla società stessa. Aristotele e gli umanisti ad esempio misuravano la virtù, mentre le società aristocratico-monarchiche il coraggio: Terracciano osserva giustamente che molte di queste definizioni contenutistiche di merito non sarebbero accettabili per noi oggi. La seconda parte del volume analizza così, a fondo, il “lungo novecento” dominato dal merito inteso come talento intellettuale, e misurato a suon di diplomi accademici e test d’intelligenza; il focus sull’istruzione comprende anche un’interessante disamina dei dibattiti aperti in Italia in seno alla Costituente, su come contemperare gli obiettivi dell’eguaglianza di opportunità e della selezione volta al bene collettivo. Ci si può tuttavia chiedere se e in che misura questa concezione di merito non risulti a sua volta superata. Tra i meriti in grado oggi di assicurare mobilità sociali anche portentose, molti hanno assai poco a che vedere con il lavoro intellettuale, il quale risulta anzi più che marginalizzato. Dove valorizzato, lo è spesso programmaticamente fuori dall’apparato accademico – pare che PayPal evitasse accuratamente di assumere i diplomati della Ivy League. L’istruzione è infine una delle numerose angolazioni possibili da cui considerare il dibattito sulla meritocrazia: la pubblica amministrazione (per la selezione dei funzionari) e l’accesso alle carriere professionali restituiscono sguardi forse diversi.

Oltre a prendere in considerazione i contraccolpi suscitati dalla concezione di merito come talento intellettuale, ci si può in altri termini chiedere, sempre ragionando in termini storicistici, a cosa le attuali società attribuiscono valore, e secondo quali dinamiche. È accettabile che a determinarlo siano, di fatto, le tecnologie di cui ci avvaliamo? La politica e la filosofia (e con esse l’istruzione) hanno o possono avere un qualche ruolo in tutto ciò, e quale?

Resta che il ragionamento sul merito occupa un posto di pieno rilievo all’interno di due importanti filoni di lavoro, entrambi interessati ai fili che legano le comunità: quello che si interroga sul rapporto tra successo individuale e bene comune (si veda in proposito il volume di G. Alfano, Come dei tra gli uomini. Una storia dei ricchi in Occidente (Laterza 2024), e quello che riapre la riflessione sui criteri condivisi per una società giusta (da segnalare in questo senso M. Ferraris, Comunismo digitale (Einaudi 2025, dove si suggerisce di ripartire dai bisogni, che a differenza di molti meriti valorizzati nelle nostre società, restano non automatizzabili, anzi proprio in conseguenza della rivoluzione digitale paiono suscettibili di una nuova ed equa capitalizzazione).

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