Fabio Cherstich: arte al tempo dell’Aids
Ha l’apparenza di una conferenza spettacolo. Si fa e si può fare in teatri, in musei e gallerie d’arte, in biblioteche. In realtà è uno spettacolo essenziale e intensissimo, un viaggio in una grande rimozione che riguarda la vita, la non conformità, l’amore, le passioni, l’arte, la solitudine, lo stigma della malattia. E la memoria: chi la tiene viva, come un atto di indomabile affetto, come dialogo con i malati e poi con i morti per lasciare che camminino ancora, tra noi, improvvisi ed elettrici, rimbombanti come il tuono di un temporale che possiamo sentire risuonare dentro, avvolgente, lontano o vicinissimo, allarmante, fragoroso contro le nostre rimozioni.
L’immagine del tuono la prendo dalla pacata, arrabbiatissima conferenza spettacolo di Fabio Cherstich A Visual Diary. A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene (ma l’ho già detto: è molto di più di quello che immaginiamo come conferenza spettacolo, è un dolcissimo pugno che rovista il nostro posto nel mondo). Cherstich è regista, autore, scenografo, disegnatore: con Gianluigi Toccafondo ha inventato un camion per rappresentare opere liriche in giro per città e quartieri, un po’ come quello che avevano ideato Stravinskij e Ramuz per Historie du soldat. Ha firmato allestimenti visivamente abbacinanti per i teatri lirici (tra tutti cito la Turandot rappresentata a Palermo e Bologna qualche anno fa); ha collaborato con Fabio Condemi come scenografo, per esempio nel recente Casanova Memoires e realizzato molte altre opere. In A Visual Diary è davanti a un computer, su un semplice tavolo, con due schermi alle spalle. Con parole e proiezioni rievoca le storie di tre artisti statunitensi accomunati dall’essere stati omosessuali e dall’essere morti per Aids, tra il 1984 e il 1992, negli anni della “grande peste”.
Un altro elemento avvicina i tre artisti: l’essere stati grandissimi, tecnicamente perfetti, sperimentatori di mondi, bravissimi nel padroneggiare i mezzi della loro arte. E nell’essere rimasti in vita pressocché ignorati dal sistema dell’arte per la rimozione che il loro essere gay causava in un’epoca in cui la regola era l’occultamento del non omologato, la cancellazione dal registro delle presenze, la condanna, l’esclusione sociale. Un’ulteriore ragione dell’oblio sta nella malattia, avvicinata, non a caso, a quella più innominabile, la peste. Cherstich, che si dichiara delicatamente anche lui gay, fa di questa ricerca attraverso tre artisti e le loro opere uno scavo nel proprio stesso essere. Racconta di essere stato folgorato da un quadro di Patrick Angus (1953-1992), Hanky Panky (“intrallazzo amoroso, flirt” o “imbroglio, inganno, cosa poco chiara”) nel 2012 a Parigi. Lo trova una rappresentazione elegante di un cinema porno. Da allora si intestardisce a cercare notizie sull'autore, non facile da inseguire nella sua produzione. Scopre che un museo in Arkansas (Usa) possiede sei suoi lavori. Dopo uno scambio di mail con la direttrice e una ricerca di fondi per realizzare il viaggio approda a Fort Smith, in un aeroporto delle dimensioni di “un distributore di benzina”. E arriva a conoscere la custode delle memorie del figlio, Betty, ottuagenaria che, dopo la morte del marito che l’aveva costretta a rompere ogni rapporto con il ragazzo omosessuale, ne conserva i quadri del suo primo periodo in tutta la casa. Il garage ne è tappezzato e così le stanze; disegni, diari e appunti sono raccolti in contenitori a fiori sotto il letto e negli armadi.
Questa ricerca, dichiara Cherstich, è “un tributo a una generazione fantasma, una generazione di persone straordinarie, ribelli, in parte famose, in parte sconosciute”.
Il regista va a ritrovare tracce del lavoro di Angus a New York dove, andato via da Fort Smith, fece il custode al Moma: dai paesaggi agricoli, dai grattacieli che si innalzavano nella campagna e dalle pompe di benzina solitarie dei luoghi natii passa a ritrarre scene dei club gay della metropoli, in una “precoce riflessione sui queer spaces”. Cherstich andrà a ritrovare le opere di altri due artisti, Larry Stanton (1947-1984) e Darrel Ellis (1958-1992): “ho passato ore e giorni a ricostruire una stagione che – diciamolo – manca completamente dalla storia dell’arte: per pudore, per pregiudizio, per stigma, quella di cui parliamo è una generazione fantasma”. Accomunata – e qui l’asciutto sguardo del narratore si fa particolarmente acuminato – da “una solitudine condivisa”, causata dal rifiuto della società benpensante, e dalla disperazione di essere lasciati a morire con pochissime persone intorno, gli affetti più profondi.
Angus, nella fase newyorkese, dipinge il mondo gay, dando il senso di comunità ma anche di isolamento e accerchiamento: “non dipinge il sesso, anche laddove i suoi lavori mostrano il sesso. Patrick ci teneva a chiarirlo: lui dipingeva un mondo, il mondo omosessuale, o meglio, gli spazi: gli spazi dove si incontrano gli omosessuali. È questo il teatro che dipinge Angus, un luogo dove queste persone possono condividere un’appartenenza, un desiderio”. Un’esclusione, anche. Posti che “Angus scandagliava con occhio acuto e divertito, sottraendo così, grazie a una padronanza magistrale del mezzo pittorico, il mondo infero della drague newyorkese allo stigma dello squallore e della condanna sociale, per farne metafora di condizioni universali. Angus è un grande realista americano”.
Il racconto procede incalzante, a disegnare anche uno spazio di desiderio che si trasforma, specie quando arrivano la malattia e lo stigma, in una dolorosa emarginazione, che coinvolge oltre alle persone anche le opere: la loro arte non viene valorizzata in vita se non con tardive mostre, cui segue l’oblio. Una cancellazione rimossa in parte proprio dall’impegno del regista friulano, fino a un riconoscimento comunque intempestivo.
Cherstich continua la sua indagine andando a cercare tracce di Larry Stanton, ricostruite soprattutto grazie al suo pigmalione e compagno Arthur Lambert, uno dei protagonisti della vita artistica della Grande Mela, che lo introduce presso nomi come David Hockney. Larry è bellissimo: Arthur lo vede passare e abbandona un gruppo di amici, all’improvviso, per fermarlo, per parlargli, rimanendone sedotto. Larry ha vent’anni e una vera e propria ossessione per i volti dei ragazzi che incontra, che raffigura nei suoi quadri coloratissimi. Do ancora la parola al regista: “come per Angus, la vera ispirazione di Larry Stanton era la sua realtà. A lui piacevano i ragazzi. E c’erano tanti, tantissimi ragazzi da ritrarre, e i loro numeri di telefono si trovano ancora appuntati dietro i disegni di Larry. All’inizio degli anni 70, la casa di New York di Arthur e Larry, come d’estate la casa di Fire Island, diventa un luogo di riferimento nella comunità gay, anche perché erano anni in cui gli omosessuali non potevano ballare nei locali pubblici, a rischio di essere arrestati”. Comprano un juke-box e la loro abitazione diventa un punto di ritrovo per chi vuole divertirsi ma anche per quelli che, pestati durante manifestazioni contro la guerra in Vietnam, cercano un rifugio
I ritratti sono importanti quanto i dipinti – scrive in una dedica Larry – e dovrebbero avere uno spazio adeguato nei musei. Per lui sono un fermare volti ammirati, amati, studiati, un’àncora di fronte allo svanire delle persone, delle cose. Cherstich nutre la memoria: interviste video a due donne raccontano gli ultimi momenti di vita di Stanton, sul letto di ospedale, quella solitudine estrema, profonda, che faceva da specchio alla “solitudine condivisa” della condizione gay in quegli anni ottanta, ancora quella voglia elettrizzata di vivere che va a sbattere contro muri.
L’ultimo affresco è quello sulla vita di Darrel Ellis. Lui lavora, con robusta formazione accademica, sulle fotografie, e specialmente su quelle del padre fotografo, morto appena prima che lui nascesse. È un cercare di annodare fili interrotti, proiettandosi, nello stesso tempo, in avanti. Perché quelle foto lui le riproduce, le proietta su superfici ‘mosse’, su sculture di carta e oggetti, sì che le immagini vengano lievemente deformate. Anche Darrel è omosessuale e muore di Aids. E in più è afroamericano. “È un artista nero che sceglie come soggetto la propria comunità, il suo mondo, la sua famiglia”. È una ricerca sulla propria identità, la sua, come un viaggio nella memoria per comprendersi, ma è anche “distorsione e narrazione di una memoria inventata”, atto di creazione, proposizione della necessità di rinnovarsi.
Lo spettacolo si avvia alla fine, con un senso dolce, cullante, di sgomento e di bellezza ricercata nel dolore, ritrovata come guida per altre possibilità di vita. Il tono non è mai didattico, tedioso: abbiamo visto palpitare opere d’arte ed esistenze. Abbiamo ascoltato parole e scrutato immagini che prendono corpo dall’ombra della distanza, della dimenticanza. La narrazione attraverso questi tre artisti ha scavato sotto maschere di fantasmi per ritrovare, in modo interiore, corpi e vite pulsanti. Riprendo le ultime parole di questo ammaliante viaggio di Cherstich nella tragedia della malattia e della rimozione e nell’esaltante bellezza dello sguardo nelle profondità della realtà della vita: “È comunque strano e impressionante pensare che questi capolavori, così come quelli di Patrick Angus e Larry Stanton, siano stati dimenticati per quasi tre decenni e che siano stati salvati dall’oblio solo grazie alla volontà di pochissimi: qualche familiare, gli amici e le amiche, altri artisti devoti ma magari altrettanto sconosciuti, i fondamentali custodi come Betty, Douglas, Arthur, Allen.
Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis sono solo tre delle vite e dei talenti straordinari che potremmo raccontare, anzi che dobbiamo raccontare. Ho scelto di partire da loro perché, per vie tortuose e sorprendenti, le loro esistenze sono entrate nella mia, e li considero davvero come amici in carne ed ossa.
Ecco, il mio viaggio insieme a voi in questo visual diary finisce qui. Ma siccome sono convinto che ogni storia generi altre storie in chi parla e in chi ascolta, spero che questo sia l’inizio di un nuovo viaggio, o almeno di un modo nuovo di guardare non solo alla storia dell’arte, ma anche ai nostri affetti e alla nostra memoria. A questa danza magica e misteriosa che chiamiamo esistenza”.
Una simile e differente “danza magica e misteriosa” possiamo intraprendere andando a visitare un altro dei momenti di quella rimozione, al Museo Pecci di Prato. Fino al 10 maggio si svolgerà la mostra VIVONO. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996, a cura di Michele Bertolino. È la prima esposizione istituzionale che ricostruisce la storia dimenticata di artiste e artisti italiani colpiti dal virus dell’Hiv. Sono esposte opere d’arte, poesie, paesaggi sonori e video insieme con materiali d’archivio e memorie personali, in un percorso che dal 1982, anno del primo manifestarsi di casi di Aids conclamato nel nostro Paese, arriva al 1996, anno di inizio delle terapie antiretrovirali.
La mostra si apre con un film con testi di scrittori e poeti che hanno vissuto la malattia: Dario Bellezza, Massimiliano Chiamenti, Nino Gennaro, Ottavio Mai, La Nina, Marco Sanna e Pier Vittorio Tondelli. Espone opere, presenta materiali documentari e dedica tre sale monografiche a Nino Gennaro, Francesco Torrini e Patrizia Vicinelli. Apre una strada oltre il lutto, ponendo una serie di domande: “Come si vive l’amore e la gioia quando tutto intorno è oscurità? Che fine fanno la rabbia e la speranza quando tutto sembra perduto? Come si respira, come si agisce insieme per costruire un futuro in un tempo di minaccia diffusa e vulnerabilità condivisa? Quali alleanze nascono per ritrovare il senso di un sorriso? Quali parole e immagini scegliamo per raccontare le nostre perdite e le nostre conquiste? Come ci guardiamo negli occhi?”.
A Visual Diary. A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene, scritto, diretto e ideato da Fabio Cherstich; video originali di Francesco Sileo, drammaturgia di Anna Siccardi, produzione Emilia Romagna Teatro / Teatro nazionale, commissione di Triennale di Milano in collaborazione con Visual Aids, NYC, con un ringraziamento a La Mama Theatre, NYC.
Visto all’Arena del Sole di Bologna.
In tournée.
L’ultima immagine è di Clara Vannucci.