Categorie

Elenco articoli con tag:

Messico

(22 risultati)

Una conversazione / Santiago Sierra. Complici dello sfruttamento

Nell’agosto 2011, Santiago Sierra fa comparire un grande NO visibile/invisibile sopra la figura di Benedetto XVI, mentre il papa parla sul palco in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, a Madrid. Il grande NO viene proiettato per mezzo di una particolare tecnologia, sviluppata dall’artista tedesco Julius von Bismarck, chiamata Image Fulgurator: una normale reflex modificata proietta immagini impercettibili all’occhio umano, che sono invece captate dalle altre macchine fotografiche; un sensore luminoso sincronizza la proiezione con il flash degli altri dispositivi e permette di far apparire il NO nelle riprese e nelle fotografie delle persone presenti alla manifestazione, a loro insaputa. Attraverso questo espediente tecnologico, l’artista spagnolo attua una sottile protesta silenziosa contro colui che in quel momento rappresenta la Chiesa Cattolica, con tutte le sue proiezioni simboliche.  Tra il 2009 e il 2011, Sierra mette in azione No, global tour, per sensibilizzare la gente sfruttata a trovare la forza di dire No a tutte le cose che non funzionano su questa terra, a negare ogni affermazione proveniente dai poteri forti.  Un NO monumentale, subordinato al...

Messico / Sprofondando insieme, democraticamente

Potrei sbagliarmi, ma credo vi sia ancora speranza per la democrazia rappresentativa in Messico. O forse non dovrei sbilanciarmi tanto e più che di speranza dovrei parlare di spazio… c’è ancora spazio per una democrazia rappresentativa in Messico. Perché nonostante i seri e apparentemente insormontabili problemi che attanagliano il paese – corruzione istituzionalizzata, violenza istituzionalizzata, disuguaglianza, povertà e classismo istituzionalizzati – nonostante tutto, non sembra poi così folle ammettere come nuove, potenziali aree d’incontro si stiano formando, giorno dopo giorno, ora dopo ora, nelle strade, nelle piazze, nei cortili, persino nelle case private della capitale. E quando dico “formando”, intendo letteralmente formando. O meglio: geologicamente formando. Il fatto è che Città del Messico sta lentamente ma inesorabilmente sprofondando. Una stima annuale parla d’una media compresa tra i 5 e i 7 centimetri nel Centro Storico e di 25 centimetri in zona aeroporto. Di conseguenza, quantomeno sul piano simbolico, è indiscutibile come nuovi territori si stiano aprendo in quelle porzioni di tessuto urbano restituito al cittadino dal collassare irregolare della metropoli...

Muri / La donna che piange il Messico ferito

La vera storia della donna che piange   “Le lacrime sono l’acqua dell’anima, quell’acqua che purifica, che dà un senso alla storia vissuta”, narrava un’antica storia. Dalle storie orali nasce la storia di Chokani, la Llorona – la donna che piange. Chokani è il suo nome in náhuatl, la seconda lingua del Messico. Chokani un tempo era Nahui. Secondo una storia che si tramanda, a Xochimilco, presso Città del Messico, Nahui era una principessa, sorella di Teotécpatl, signore di Xochimilco. Quando, nel 1571, gli spagnoli devastarono Xochimilco, il capitano Jeronimo Quijano violentò Nahui, la principessa che aveva detto al fratello di accogliere gli stranieri con la consueta ospitalità xochimilca. Poi Nahui vide il massacro della sua gente da parte dei soldati spagnoli e uccise il neonato avuto da Quijano. Così recita il racconto: Forse la solitudine, l’ira o la tristezza furono i detonatori che la portarono a offrire il proprio figlio, appena nato, ai signori dell’infra-mondo, come scambio per non dimenticare, per rimanere sempre qui a prendersi cura di loro, come Chuacóatl, madre tutelare del popolo xochimilca. Nahui si gettò alle spalle la sua essenza mortale per convertirsi in...

Non di queste parti / La pancia infiammata come organo politico

Per capire a pieno la situazione in cui mi trovo, a quattro anni dal mio trasferimento a Città del Messico, devo necessariamente riesumare una serie di episodi all’apparenza slegati fra loro. Vere e proprie coincidenze che, tuttavia, a un giudizio più accurato, risultano essere parte integrante di quel perverso meccanismo che ha trasformato il mio apparato digerente in un organo politico. E dico politico nel senso lato del termine. Nel senso di una “organizzazione e amministrazione delle attività di vita pubblica”… nella fattispecie la mia di vita pubblica. O nel senso di una “demarcazione della norma in relazione a un’eccezione”, con un’enfasi sull’idea di adattabilità. E poco importa se tali circostanze appaiano a volte come fili slegati e facilmente distinguibili uno dall’altro, a volte come una massa informe completamente ingarbugliata in se stessa. Poco importa perché l’obbiettivo rimane quello di dimostrare come, a suo modo, ognuno di questi eventi nasconda un indizio che tende verso lo stesso identico risultato: quel fastidioso quanto inevitabile iter che ha trasformato il mio bistrattato intestino in un simbolo di alterità. E sia ben chiaro che non sono solo in questa...

Paradisi artificiali / Peyote

Il 10 gennaio 1936 Antonin Artaud parte per il Messico. Segue le tracce di una tribù dedita all’uso e al culto del peyote. Nell’agosto dell’anno seguente esce anonimo sulle pagine della “Nouvelle Revue Française” il racconto Al paese dei Tarahumara: “Il soggiogamento fisico era sempre presente. Quel cataclisma che era il mio corpo… Dopo ventotto giorni d’attesa, non ero ancora rientrato in me; – bisognerebbe dire: uscito in me”. L’esperienza che Artaud compie non concerne il divino, bensì se stesso. Lo spiegherà nel 1945 all’amico Henri Parisot: “Significa che non è Gesù Cristo che sono andato a cercare dai Tarahumaras, ma me stesso, il signor Antonin Artaud, nato il 4 settembre 1896 a Marsiglia”. Il peyotl è un cactus, Lophophora willimasii (Lem.), che si trova nelle zone aride del Messico settentrionale. La sua comparsa ufficiale data 1888, quando Ludwig Lewin pubblica la prima relazione che lo classifica dal punto di vista botanico descrivendone le qualità allucinogene. Alla fine dell’Ottocento sono diversi gli studiosi, tra cui Havelock Ellis, ad essere attratti dalle modificazioni psicologiche che provoca nelle persone che l’ingeriscono. Un frate francescano, Bernardino de...

La tolleranza zero di Trump / Texas-Messico: l'occhio del ciclone

Vivo nell’occhio del ciclone. La tempesta dell’immigrazione soffia dietro casa, sul confine fra Texas e Messico, così violenta da togliere il fiato. Ma qui in Louisiana regna una quiete profonda. L’estate si srotola lenta e senza soprassalti, tanto rovente da svuotare le strade e ammutolire i cani. Le notizie che arrivano da laggiù sono cronache da un altro pianeta. Ogni giorno porta un’altra storia, numero, dettaglio. Il senso però non cambia. Da primavera oltre 2 mila 500 bambini, in fuga dalla violenza del Centro America, sono stati strappati alle famiglie e chiusi in centri di detenzione. Alcuni sono stati da poco riuniti ai genitori, altri aspettano. Migliaia di migranti adulti sono sottochiave. Un numero imprecisato di richiedenti asilo è stato respinto prima di poter presentare il suo caso a un giudice. È la tolleranza zero voluta dal presidente Trump, un’eclissi dei diritti che vista da qui è ancora più amara. È la storia cupa raccontata dai media, dalle associazioni, dagli immigrati. Ed è il velo che si leva sull’altra faccia dell’America. Quella che ha votato Trump e si ostina a credergli – anche se i dati dicono che non c’è un boom dell'immigrazione, che gli arrivi non...

L'artista messicana e i femminicidi / Teresa Margolles. Sobre la sangre

“Quando hanno sollevato il telo di plastica/che nascondeva/il contorno osseo della sua testa/all’obitorio/ho cercato di distogliere lo sguardo” (Juárez da I monologhi della vagina, Eve Ensler, 1998). Quello sguardo che troppo spesso le autorità distolgono e che, al contrario, Teresa Margolles tiene fermo e deciso, sempre. Per non soccombere. Per sensibilizzare. Per far conoscere. Per smuovere le coscienze assopite di politici, amministratori, funzionari, giudici, poliziotti, uomini d’affari, investitori, speculatori, in sintesi della società civile.   Teresa Margolles Sobre la sangre a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia Frazada (La Sombra), 2016 -- Posizionamento nello spazio pubblico di una coperta montata su una struttura metallica, simile a quelle utilizzate dalle bancarelle per strada. Il tessuto che proietta l’ombra, recuperato dall’obitorio di La Paz, è stato utilizzato per avvolgere il corpo di una donna assassinata. L’ombra che viene a crearsi evoca il problema della violenza di genere. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica boliviano, nel 2016, l’87% delle donne ha subito violenza. La Paz, Bolivia. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo.   Lo...

Il nuovo romanzo della scrittrice messicana / Guadalupe Nettel: Quando finisce l’inverno

Guadalupe Nettel è una scrittrice dell’anomalia. Se è vero, se cioè una definizione può mai riassumere un autore, lo è alla stessa maniera in cui lo è per quello che potrebbe essere considerato il suo lontano maestro, ovvero Julio Cortázar: nel mondo c’è qualcosa che non quadra, ed è proprio lì che comincia il racconto. Si potrebbe parlare di genere, e di genere fantastico, in particolare, ma sarebbe un modo per mettersi al sicuro: da un lato la realtà diurna, e dall’altra un ghigno sinistro, notturno, che mette in allarme. Basterebbe metterebbe la notte tra parentesi, per vivere bene. Ma quello che l’autore di Cronopios y Famas e di Rayuela ci ha insegnato una volta per tutte è che il ghigno non solo non si presenta dopo il tramonto, ma sta tutto il giorno dentro le cose, si annida negli oggetti, nei corpi. È l’anomalia che si presenta nella forma di una crepa. La partita, dal punto di vista della letteratura, si gioca tutta lì: ignorare la crepa, fare i conti senza l’oste, e giocarsela con il mondo statisitico, oppure tenerla dentro il racconto, lasciare che quella crepa ci guardi. Oltre quella crepa, c’è un vento inquietante che soffia: la morte. Il punto non è tanto guardare...

Peter Greenaway. Eisenstein in Messico

Ammettiamolo: di Peter Greenaway ci eravamo più o meno dimenticati tutti. Colpevolmente o meno, del suo cinema colto, antologico, baroccheggiante, logorroico, intellettuale, citazionista, ludico, erotico, sessuomane, teatrale, video-artistico, ibrido, oltre tutto e oltre tutti, oltre anche i potenziali spettatori di uno spettacolo totalmente ripiegato sulle ossessioni del suo autore, legato da feticistico amore all’arte europea del Rinascimento e convinto da par suo di operare a suon di split screen e giochini enigmistici nel bene del cinema e del suo futuro ancora di là da venire, di questo suo cinema genialmente inutile nessuno sapeva più cosa farsene.     Il motivo in fondo è semplice, perché a forza di lavorare sulla superficie delle immagini e di scavare nella storia dell’arte i film di Greenaway sono diventati di decennio in decennio e di titolo in titolo, anche grazie a una teoria dell’accumulo tanto cara al loro stesso autore, l’equivalente di un volume fotografico della Taschen: curati, artistici, tirati a lucido, e proprio per questo sviliti, buoni giusto per una libreria di remainder. Le sue...

Oh Mexico

It sounds so sweet with the sun sinking low The moon's so bright like to light up the night Make everything all right (James Taylor)   Messico e nuvole, il tempo passa sull'America il vento insiste con l'armonica, che voglia di piangere ho (Enzo Jannacci)   Da qui il Messico è parte dell'America, quella latina. E non è dove si parla il latino, come incautamente dichiarava, convinto, il vice di George Bush padre, che si scusava, non ricordo in che luogo, appunto, dell'America latina, per non saper parlare il latino. Come noto ai non-repubblicani Nord-americani, in Messico si parla spagnolo o, come si scriveva un tempo, la lingua spagnuola. Insomma, il castigliano; in una variante, diversa da quella della madrepatria, dall'argentino, dal cubano, dal colombiano, dal cileno, dal portoricano, ecc.   Qui la differenza consiste nella presenza dell'azteco, con tutte quelle t e tl: Náhuatl, Toltechi, Teotihuacan. Così mi dicono i miei ospiti Ricardo Rosas e Gerardo Residenz che, peraltro, parlano anche un bellissimo italiano. Quando ti rendi conto che è la prima volta, nel Nord-America, che si pu...

È ancora uno sballo l’Acid Test di Tom Wolfe

Un gran bagliore al centro dell’autorimessa. Tom entra e vede uno scuolabus che brilla: “arancione, verde, magenta, lavanda, blu, cloro, ogni color pastello fluorescente immaginabile in migliaia di motivi decorativi, sia grandi che piccoli, come un incrocio tra Fernand Léger e Doctyor Strange che strepitano insieme e vibrano l’uno per l’altro come se qualcuno avesse dato a Hieronymus Bosch cinquanta secchi di vernice Day-Glo e uno scuolabus International Harvest del 1939 e gli avesse detto di mettersi all’opera”. Siamo in Harriet Street a San Francisco, e mentre Tom Wolfe, reporter del “Washington Post”, poi di “Herald Tribune”, futuro scrittore di successo, inventore del “new journalism”, sente la voce di Bob Dylan strascicata e catarrosa che esce da una cassa, può finalmente scorgere il mitico “Furthur”, l’autobus con cui Ken Kesey e Neal Cassady insieme ai Pranksters, i Burloni, hanno viaggiato attraverso gli Stati Uniti per propagandare l’uso del LSD nel corso del 1966. È l’Acid Test e il “Magical Mystery Tour”. Pubblicato nel 1968, prontamente...

Madri e figli. Il cinema di Roberto Minervini

Ho incontrato Roberto Minervini a Sarajevo nell’estate del 2013, quando eravamo lì entrambi per il festival cinematografico. Ci eravamo conosciuti a Karlovy Vari e allora avevo visto due dei suoi lavori e mi erano piaciuti molto, avevo apprezzato anche la sua compagnia e la sua storia di italiano che vive in Texas. Così ho pensato di fargli un’intervista, bevendo una birra mentre aspettavamo di andare a vedere un film. L’intervista aveva come proposito quello di raccontare un giovane regista indipendente negli Stati Uniti.   Roberto, aiutami a raccontare in due parole la tua carriera di regista. Ho iniziato nove anni fa, dopo il master in media studies a New York. L’obiettivo era quello dell’insegnamento, tant’è che mi ero già iscritto a un dottorato in Storia del cinema in Spagna, quindi iniziai a lavorare per una casa di produzione di documentari, poi a fare cortometraggi e video musicali... Dopo me ne andai a insegnare cinema nelle Filippine, dove rimasi due anni. Al rientro negli Stati Uniti mi spostai nel 2007 nel Texas, a Houston, dove ho iniziato a lavorare alla serie di lungometraggi; ho appena...

L'albero sacro dei Maya

Napoli è città che ti marchia a fuoco, nelle carni e nello spirito. Può succederti, nella piazza pedonale dedicata a Dante, di essere investita da uno scooter e, a bordo del medesimo, trasportata al vicino ospedale dei Pellegrini. Ma poi, esser ripagata della disavventura da un’inattesa fioritura esotica, così spettacolare che ti par d’essere in Messico o in Argentina.       Anna Maria Ortese, una che di Napoli s’intendeva e ben conosceva le sue «infinite risorse», la «sua grazia naturale», quel suo «vivere pieno di radici», scrive: Qui, non so per quale bizzarria della natura, rovesciamento delle sue leggi, che del resto nessuno sospettava, tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, santità e dissolutezza, pietà e voluttuosa ferocia, troni e galere, mercati ed altari, patiboli e giostre, [...] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva, a tutta prima,  una...

Barcellona: Arxiu Roberto Bolaño

L’appuntamento è per le undici nell’atrio della piccola pensione a pochi metri dalla Rambla de les Flors ma, un momen…, mi sembra di ricon…, stai a vedere che è prop…: sì, è lei! Sta attraversando la strada sotto la grande lanterna tra gli unghioni del drago della Casa dels Paraigües, la Casa degli Ombrelli. Le corro incontro, con il trolley della raccolta punti DiMeglio che capotta in continuazione e la crocchia in caduta libera verso le spalle sudaticce. Paola! Paolaaa! La stringo forte, stampandole una manata di unto sulla schiena, tra le due scapole, marchio del mio affetto imperituro oltre che indizio inequivocabile di una recente sbandata. Le arepas. Cotte al momento. Vendute avvolte in sottili, inesistenti, tovaglioli di carta nei chioschetti di cibo latinoamericano dove, dalle enchiladas alle empanadas, passando per imprecisate varietà di tamales, carimañolas, bollitos e generose porzioni di banana fritta, il panamericanismo è servito con la gentilezza sbrigativa che contraddistingue i luoghi del sovraccarico turistico.   Paola. L’avevo salutata più di un anno fa...

Roma senza Papa

Chiunque lo abbia visto ha pensato al film di Moretti Habemus Papam. Nella pellicola il Papa non entra nel Sacro per tornare al teatro. Michel Piccoli mette in scena un Karol Wojtyła che si ferma prima. Giovanni Paolo II ha compiuto, durante l'arco della sua vita, la strada, lunga e faticosa, che lo portò da giovane attore a Papa. Melville (Michel Piccoli) questa strada la interrompe sul nascere. Tuttavia se l'attore, come ha scritto il giovane Wojtyła, è portatore di problemi, e non interprete, ciò accade perché la vita e la sua rappresentazione scenica, il reale e il simbolico, rimangono separati da una barriera invalicabile. Il paradosso di Melville consiste nel mancato passaggio dal sublime al Reale, dall'arte al Sacro. Melville fu anche lui giovane attore, come Wojtyła, ma questo è il passaggio che non viene compiuto: da attore a Papa. Con Ratzinger il passaggio che si compie è davvero l'inverso. L'opposto di una normale investitura. Il Papa si porta fuori dal Sacro per rientrare nella vita quotidiana. Si tratta di un passaggio che segna la fine di un'irreversibilità.  Al di l...

Yo Soy 132 e il futuro della democrazia messicana

Antonio Attolini, studente universitario di 22 anni, è uno dei leader giovanissimi del movimento Yo Soy 132, movimento sociale messicano scaturito prima e dopo le elezioni presidenziali del luglio 2012. Il loro percorso si sta strutturando a partire da una richiesta di base (la democratizzazione dei media), una fitta rete di relazioni con altri movimenti e intellettuali, manifestazioni pubbliche, oltre a concretissime proposte di legge per il miglioramento della democrazia messicana. Una democrazia corrosa dal narcotraffico e dalla corruzione, con alcune evidenti consonanze con la storia italiana... Queste sono le domande che in un piovoso pomeriggio di luglio ho proposto a Antonio, per offrire maggior luce sul movimento Yo Soy 132.       ALESSANDRO RAVEGGI – Le prime domande che ti faccio sono alcune domande basilari sul movimento Yo Soy 132: come è nato? Come si è formato e quando, il famoso hashtag di Twitter #YoSoy132?   ANTONIO ATTOLINI – Il movimento Yoy Soy 132 è nato una settimana dopo la visita di Enrique Peña Nieto alla Universidad Iberoamericana a Città del Messico, una universit...

Primavera messicana | Matrioske, piramidi e parabole post-elettorali

Il nostro reportage dedicato alla Primavera messicana, curato da Alessandro Raveggi, arriva oggi alla sua terza puntata. Le precedenti le trovate qui.     Lo sport nazionale del dibattito politico messicano è un infaticabile gioco delle matrioske: scovare chi si cela dietro quel funzionario o candidato, chi lo paga, chi lo comanda, e così via. Tessere reti, strattonare fili rossi incessantemente, dubitare di tutto, far tremar ogni affermazione, destituire e svitare il guscio della matrioska. La tendenza generalizzata al complotto, peraltro il più delle volte giustificata, la rende però una grammatica che si sciupa proprio per diffusione di bocca in bocca, impedendo spesso un vero smascheramento. Parlare quindi di politica messicana esprimendo giudizi di valore risulterà oltremodo azzardato per uno straniero, come applicare le categorie della politica europea totalmente fallace. Il sospetto, lo stare allerta, il dimostrarsi schivi e laconici fanno parte a ben vedere della stessa indole del messicano, tanto quanto l’apertura, lo strappo ciarliero, l’incuranza e l’allegria. Basta che ti rechi a fare delle...

Primavera messicana | Secondo i piani

Transitare sotto il mastodontico Segundo Piso, il secondo piano della circonvallazione (Periferico) della città, è come attraversare lo scheletro di un dinosauro esploso. Piloni grigi e sgorati di centinaia di tonnellate di cemento spinti sull’asfalto del piano di sotto da milioni di auto, giorno e notte. Un’autostrada che sovrasta e non più circonda una città che l’ha superata, di soppiatto, da anni. Se si è sopra le sue ossature, si è salvi. La selva cittadina di luci, di notte, si scuote agli occhi come una pelle anfibia in bagliori sublimi. Al tramonto, apprezzi non solo i complessi montagnosi aranciati che circondano il Distrito Federal, dalla postura americana, ampia e non aspra, ma anche la metropoli verdissima, benché squarciata da cavee misere e rugginose, ricche di saponi giallastri e tendoni rosso mamey da mercatino.   In questi tempi elettorali, dai palazzoni che spuntano ai lati di questo preistorico e distopico Secondo Piano, spiccano, oltre alle pubblicità di bibite e assicurazioni pensionistiche, i cartelloni di candidati elettorali, locali e nazionali. Nel novero: la giovane...

Primavera messicana | La verità del cactus

La prima, più segreta, verità del cactus non è quella della sua resistenza all’aridità: è la sua fioritura, che a volte sarà splendida e smagliante, altre una corona regale al di sopra di affilate spine. Come la primavera, in Messico, questa non avrà mai sosta: attraverserà le stagioni e gli altipiani, si disferà al caldo tiepido invernale del Distrito Federal, scuoterà i propri colori nelle tormente estive in Chiapas, creperà la terra riarsa nel Nord della frontiera. E siamo proprio al Nord, nell’impressionante romanzo Porque parece mentira la verdad nunca se sabe di Daniel Sada. Dove due figli, Salomón e Papías, sputano in faccia al padre Trinidad, meschino commerciante di provincia, ribellandosi. L’oltraggio ha luogo nel paesino immaginario di Remadrin, nel quale, a seguito di una smascherata frode elettorale, cadono uno dopo l’altro cadaveri senza nome da un misterioso camion, in processione. Saranno i manifestanti uccisi in una rappresaglia governativa? E, tra quelli, ci saranno i figli di Trinidad? Quale sia la verità che sibila nei tourbillon di parole...

Carlos Fuentes, pensatore del boom latinoamericano

Il Messico è stato a lungo e per molti di noi la terra dei sogni della prima infanzia. Fino a mezzo secolo fa, era famoso non tanto per i suoi poeti quanto per la sua cinematografia e la sua musica. Chi, da ragazzino, non si vedeva attraversare deserti e praterie a fianco di Pedro Infante, diventare uno dei giustizieri impersonati da Jorge Negrete o essere fortunato con le ragazze come Miguel Aceves Mejía? Chi non desiderava svegliarsi tra le braccia sensuali della stupenda María Félix o ascoltare solo per sé le parole sussurrate da Agustín Lara o Toña la Negra quando interpretavano Solamente una vez, Vereda tropical e i migliori boleros della storia?   Fortunatamente per la mia generazione il cinema e la musica messicani si trascinarono appresso bravi scrittori. E tra questi uno giovane e assai dotato che sembrava uscito dalla macchina dei sogni. Di primo acchito la sua immagine non corrispondeva a quella di un poeta. Assomigliava più agli eroi dei nostri nonni, anche se presto avrebbe fatto parlare e discutere di sé e della sua opera in aule e salotti, bar e bettole frequentate da persone di ogni et...

Il potere del noir

Le belve, il nuovo libro di Don Winslow che arriva oggi in Italia, è un film imperdibile. E il fatto che Oliver Stone ne stia girando l’adattamento cinematografico è un dettaglio quasi secondario. L’ultima fatica di quello che James Ellroy definisce (con generosità, ma senza esagerare) un “maestro”, viaggia sul filo dell’immaginario da grande schermo sin dalle prime pagine e arriva in fondo mantenendo le promesse. C’è la California del surf, delle belle donne, della dolce vita e dei soldi facili e c’è il Messico crudele dei narcotrafficanti. Lungo il confine di queste due fragili faglie si muovono personaggi così veri, così reali che non puoi evitare di vederli vivere (e spesso morire) accanto a te mentre leggi. Ed è una fatica quasi fisica abbandonare il libro, come appunto nessuno si sogna di uscire da un cinema a proiezione in corso. La sala resta buia per tutta la lettura, che corre veloce, quasi banale. Uno stile che sembra facile, ma che è figlio di tanta fatica e ancora più lavoro, come spiega lo scrittore americano. Alcuni critici parlano di Le belve citando...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...