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Sud Italia

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Infestati dal modello ideale di un sapere razionale / Ora che Dio è morto, che ne è del Mondo?

Inizio a leggere alle sette del mattino, mentre attendo, in una corsia d'ospedale, la visita medica di una persona cara. Il testo è soffocante, soprattutto se ti sei alzato alle 5 e non hai trovato neppure un caffè aperto. Immediatamente ricordo la stessa sensazione di fronte a Diario di Hiroshima, di Michihiko Hachiya, il medico che racconta lo scenario post-apocalittico della bomba atomica; forse per associazione con la squallida corsia d'ospedale.  La lettura si fa pesante, pure devo rimanere là, incollato al testo, finché la persona che ho accompagnato non esce dall'ambulatorio, ho bisogno di sentire quel senso di oppressione. Si tratta di un libro sulla fine del mondo, provo a trovare respiro nel ricordo dei miei studi giovanili.    Nel 1977 esce La fine del Mondo, libro postumo dell'antropologo italiano Ernesto De Martino. Il libro è pubblicato a sette anni dalla morte dell'autore, quando, per l'antropologo napoletano, la fine del mondo era già da tempo accaduta. Il sottotitolo di quegli appunti, che avrebbero dovuto costituire l'impalcatura di un lavoro futuro, è Contributo all'analisi delle apocalissi culturali. Un anno prima di morire De Martino aveva già...

Ho visto le menti peggiori della mia generazione

Come è noto, un sacco di gente ha abbandonato il nostro amato Sud in cerca di fortuna. Un dì potremo raccontare ai sopravvissuti che abbiamo visto le menti migliori della nostra generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi all’alba ma non (al contrario di quanto scriveva Allen Ginsberg) in cerca di una siringata di droga, quanto d’un biglietto per scappare all’estero e provare l’ebbrezza proibita di uno stipendio. Una faccenda esecrabile che ci opprime e ci strazia viepiù. Povera Italia i cui figli scappano. Peccato che nessuno abbia mai pensato che questa fuga di cervelli non consista esclusivamente in fuga delle “menti migliori”.   E no. Ci sono pure le menti peggiori. Non so se vi è mai successo, a voi compagni di Terronia e terronismi assortiti come me, di provare quel brivido lì, quello che solo l'espatriato sa assicurare ai pochi sfigati che come il sottoscritto sono rimasti a vivere in queste città popolate da mafiosi, disoccupati plurilaureati e ultrasettantenni in pensione, se si fa eccezione per i turisti in sandalo e calzetta bianca. Non lo so, insomma,...

Giorgio Boatti: la benedizione laica

“Mi siedo a un tavolino lì fuori. Un bastardino marrone con gli occhi miti, curioso di tutto e niente affatto spaurito, mi fa un giro intorno e poi si accuccia tranquillo ai piedi della sedia. Facciamo subito amicizia. Sembra un esperto nel ritagliarsi, ovunque capiti, un suo angolo nel mondo e nello starci in serena beatitudine. Contempla quello che gli sta davanti e non ha bisogno di nulla. Non chiede niente di niente (anche se, lo sento, ci divideremo la brioche che deve arrivare). Accoglie lo spettacolo della vita. Oggi è il giorno più lungo e luminoso dell’anno. Io mi fermo qui.” Queste sono le ultime dieci righe dell’ultimo libro di Giorgio Boatti, Un paese ben coltivato (Laterza). In queste righe ci sono le sue parole cruciali: amicizia, curiosità, beatitudine.   Boatti  gira l’Italia con la voglia di dire bene. I suoi libri ultimi sono un tentativo di uscire dalla fabbrica della cattiveria. Come se l’Italia fosse diventata una sola piazza piena di rancorosi, piena di gente scontenta e verbosa. Lui va a cercare un paese ben coltivato e lo trova. E lo racconta con parole semplici, senza...

Oggetti d’infanzia | Il pacco dal Sud

Più che di un oggetto, si tratta di un insieme favoloso di oggetti e di un contenitore povero. La cornice è Pavia, i lunghi e nebbiosi inverni di Pavia verso la fine degli anni ’50, l’inizio dei ’60. Un paio di giorni all’anno mio padre telefonava dall’ufficio a mia madre annunciandole “è arrivato il pacco”. Non so i miei fratelli, perché i ricordi d’infanzia si conquistano in solitaria e poi diventano esclusivi, ma io entravo in agitazione da subito.   Quando mio padre tornava a casa, la sera, qualcuno doveva scendere a dargli una mano: il pacco era pesante e bisognava “maneggiarlo con cura”. Era di cartone, rinforzato sulla base da un cartone più spesso, chiuso con doppie armature di spaghi intrecciati. I nodi erano ingegnosissimi, c’era dietro tutta la sapienza delle nonne spedizioniere del nostro sud, ma questo l’avrei capito solo più tardi, parecchio più tardi. Insomma, noi stavamo attorno al tavolo della cucina, tanto piccoli da raggiungerne i bordi solo sulla punta dei piedi, mia madre prendeva le forbici e iniziava a districare le corde...

Mauro F. Minervino, Chi vive in Calabria / Chi ha scarsa memoria

La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.   Oggi vi proponiamo un testo di Mauro F. Minervino, Chi vive in Calabria / Chi ha scarsa memoria. Viaggio a Sud. Qui il link per scaricarlo.    In questa composita etnofiction, l’autore, antropologo e scrittore calabrese, accompagna il cammino del lettore attraverso la narrazione di un Sud raccontato per iperboli e paradossi, non di rado stranianti e poetici. Rinnovando e amplificando così per ognuno di noi l’interrogazione che proviene da un’Italia e da un mondo sempre più mobile e anonimo, popolato di nonluoghi, falsificato dal consumo, dalla turistizzazione, da mali sociali e da ogni genere di violenza e di abuso, che sembra avere smarrito con la memoria del passato il senso autentico dell’incontro umano, dell’abitare il mondo qui e ora. Ma dov’è più “quel luogo che viene prima di tutto e dove una casa sembra poter dare un senso, un’architettura, alla vita intera” (E. Siciliano)? Tra andate e ritorni, souvenirs e disdette, Minervino ha narrato...

Tre domande a Franco Arminio

Giunge oggi alla quarta e ultima tappa Italia piccola, il ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria Utopia di Milano in collaborazione con doppiozero.   Abbiamo voluto raccontare luoghi e situazioni degli italiani di ieri e di oggi: l’Italia minore, quella che non ha spazio sui media se non quando accadono catastrofi naturali o tragedie, e gli italiani, diventati un popolo attraverso le vicende unitarie, le migrazioni, le trasformazioni del boom.   Oggi alle 18.30 Marco Belpoliti incontra Franco Arminio, uno degli scrittori più originali della nostra letteratura, per una conversazione sullo stato del Sud, sulla paesologia, la scienza che ha inventato per conoscere la vita dei paesi, e sul suo ultimo libro, Terracarne (Mondadori).   Noi abbiamo rivolto all’autore queste tre domande.     Che cosa è la ‘paesologia’? Va ancora bene definirti paesologo o la categoria, peraltro da te inventata, ti sta stretta?   In estrema sintesi potrei dire che la paesologia è scrivere col corpo dei luoghi in cui si vive o dei luoghi che si attraversano. Una forma di...

Lega a Berlino

Anche attraverso la buona alimentazione, le buone cure, noi uomini possiamo aumentare di poco la nostra statura. Ma abbiamo inventato il prestigio. Chi sale sulle spalle di un altro impressiona. Per istinto – quello per cui l’animale china la testa di fronte al maschio alfa – rispettiamo chi è più alto. Ciò vale anche in economia: il suo primo fattore è l’inconscio collettivo, che include gli impulsi non consapevoli né razionali della società. Niente è più solido di lui: neppure un metallo. Niente vale più di lui: neppure l’oro. Per lungo tempo la valuta della economia più forte – il Re Dollaro – è rimasta seduta sull’oro. Poi, 40 anni fa, Nixon abolì la convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il dollaro sedette sulle spalle di se stesso. Conservò la sua alta statura come il Barone di Münchausen che, dice la fiaba, riusciva ad alzarsi prendendosi per i capelli e tirandosi su. Così ha agito il prestigio dell’economia americana nel suo insieme. Quando le autorità europee decisero la creazione dell...

Mario Desiati. Ternitti

La narrativa italiana conosce un momento particolare. Sarà per via dell’aumento vertiginoso delle pubblicazioni – romanzi e racconti –, sarà forse per l’arrivo di una nuova generazione di scrittori, nata a metà degli anni Settanta, e anche dopo, ma non passa settimana che non escano libri nuovi, e anche interessanti. Non tutti ovviamente, anche perché l’attuale ritmo editoriale, imposto dalle leggi del marketing, sollecita anche gli scrittori già affermati – quelli della generazione degli anni Sessanta – a pubblicare un libro ogni anno, o quasi, non sempre con risultati soddisfacenti. In questa massa di opere come orientarsi? Quali libri leggere? Quali no? Chi consiglia a chi? Tutti interrogativi cui vale la pena di rispondere. Come? Provando ad affidare il compito di leggere e recensire i libri ad una nuova generazioni di lettori, e soprattutto di lettrici – sono le donne a leggere più libri di narrativa, o più libri in generale, rispetto agli uomini. Ecco allora che inizia con questo primo articolo una “rubrica” di recensioni scritte da persone che debuttano in quest...

Appunti sull’umanizzazione della monnezza futura

È sabato 25 giugno e stiamo scendendo verso piazza Carlo III. Sono le nove di mattina, e io e Francesco ci aspettiamo di vedere il disastro ecologico annunciato da tutti i media con le stesse parole e le stesse immagini fino a stamattina: una città sepolta nei rifiuti. Tutta questa zona, dalla Doganella in giù e fin dentro la città vecchia, è sempre quella più colpita dalla spazzatura, forse perché i politici sanno bene che qui non siamo a Mergellina, dove le troupe televisive sostano a prendere l’aperitivo al Gambrinus e vanno a mangiare i vermicelli a vongole nei ristoranti del Borgo Marinaro: e quindi è l’ultima parte di città che i politici decidono di far ripulire e, in realtà, pulita non lo è mai del tutto.   Guardiamo, giriamo, percorriamo corso Garibaldi, svoltiamo per porta Capuana, saliamo per Vico lungo a Carbonara, nel cuore del cuore della città plebea, ma invano. Il disastro che siamo venuti a vedere e a interpretare non c’è. A quel che sembra, e secondo il responso dei nostri occhi, la raccolta straordinaria ventiquattr’ore su ventiquattro...

Paola / Paesi e città

C’è sempre un luogo, un nome, che conta più di tutto. Paola è un luogo con un nome di donna. È il mio paese. Quel nome per me è come il mare che ha davanti, il mare occidentale che mi ha visto nascere. Cerco sempre il mare, anche quando non ce n’è. Forse perché sono nato in questo posto di mare, e ho sempre vissuto col mare davanti. Il mare sempre. Il mare di Paola. Mi confondo col mare. Il mare grande di Paola spalancato sotto lo specchio delle montagne. Ovunque vada, più che estraneo dopo un poco mi sento naufrago. Ho quel mare dentro.È come una calamita silente che mi risucchia a sé da qualsiasi punto, che contrae il tempo e lo spazio in una cosa sola, e mi richiama a sé da ogni luogo, anche il più remoto. Una cosa è certa: Paola è un magnete, un basamento geomantico, terra e acqua a cui resto attratto. Il mio punto archimedico. L’unico, oramai. Paola è sempre lì, per me, sposa e sponda.   Sillabare a memoria in luoghi distratti e nel silenzio di certi pensieri sviati il nome di Paola mi retrocede sempre, mi riporta a destino, come un...

I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare. C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.   Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di...

I carpentieri del nulla

Ogni volta che chiedo a qualcuno cosa c’è in questo paese mi rispondono sempre che non c’è niente e che non succede niente. C’è una sorta di nichilismo paesano a cui è difficile opporsi. Sono anni che aspetto di vivere in un tempo di fervore e invece metto i bottoni ai vestiti dei morti. Me lo diceva ieri sera al telefono il celebre latinista Antonio La Penna, mi parlava della vecchia melma secolare di un popolo servile. Parlava del sud, parlava di paesi, ma pensava all’Italia intera. Stranamente a conversazione finita un poco mi sono sentito in pace, mi sono messo con la testa in sciopero a consumare le ultime ore del giorno senza aspettare più niente. La notte però ha consumato la felice rassegnazione e stamattina sono di nuovo qui che aspetto un brivido, un palpito da questa vecchia Italia grigia e rotta. E invece non succede niente pure stamattina. Devo imparare ad amputare l’impazienza. L’orma della viltà è ben chiara in questa società di fango. I morti di giorno stanno sparsi poi si radunano nel grande cimitero della televisione. Siamo tutti in esilio, tutti perduti e...