Nella gerla della Befana: Celati & Calvino
Nella gerla della Befana quest’anno non c’era solo il solito carbone (di zucchero naturalmente) ma anche un blocco di fogli rilegati che si intitola “Alì Babà” e altri discorsi. È il volume n. 48 di “Riga” che contiene le lettere tra Italo Calvino e Gianni Celati (ma anche di Carlo Ginzburg, Guido Neri e altri ancora) per una rivista mai uscita, che è stata convenzionalmente chiamata “Alì Babà”; questo gruppo di amici la voleva realizzare tra il 1968 e il 1972 nel momento in cui sembrava andare in crisi l’intera cultura tradizionale del secondo dopoguerra, e non solo quello. Non si è fatta, tuttavia resta un meraviglioso scambio di idee e riflessioni attraverso protocolli, testi, articoli, recensioni e naturalmente lettere. Di quelle intercorse tra i due principali protagonisti (Calvino e Celati) ne restano 100, che sono uno straordinario resoconto d’una amicizia tra loro due, ma anche un laboratorio di idee, proposte e progetti che segna l’ultimo periodo dell’opera dello scrittore di Sanremo e il periodo che va invece dal debutto sino ai libri degli anni Ottanta del giovane scrittore nato a Sondrio da una famiglia ferrarese. La Befana ha infilato nel volume di 400 pagine due segnalibri per indicare le due lettere di Celati che ci suggeriva di donare ai nostri lettori in occasione della sua visita in redazione. La Befana ha ragione: sono due epistole, come si diceva un tempo, molto belle e divertenti. Ma se vorrete leggere tutto l’epistolario, non vi resta che andare in libreria o scrivere on line a Quodlibet, che ha editato il volume, e ordinarlo. Costa relativamente poco in rapporto a quello che ne potrete ricavare dalla sua lettura. Dall’assaggio proposto dalla Befana capirete al volo cosa vogliamo dire. Non lesinate i soldini, la Befana sa bene cosa fa. Lei è istruita, oltre che preveggente e spiritosa.

©Tullio Pericoli
15 ottobre 1971
Caro Italo grazie per la lettera di ammaestramenti. Sicuro, come dici, le esperienze negative sono utili come e forse più delle positive: questo fa parte d’un tuo credo stoico che va da Marcovaldo a Marco Polo. Però come contro-partita ci aggiungo che è una frase così si può dire solo se sei fuori dalla merda, almeno con la testa, come quel famoso uccellino. Se ci sei dentro fino agli occhi non ti viene neanche in mente. Comunque fa anche parte più o meno del mio credo. Venendo a Ithaca, è un posto che qualcuno direbbe "intellettualmente stimolante": nel mio dipartimento non si fa che parlare di Freud Derrida e Foucault; meditano di invitar qui Derrida per una conferenza, e Foucault a insegnare l'anno prossimo. Insomma up-to-date a lot. Qui insegna il grande condiscepolo di Wittgenstein Max Block (credo si scriva così) e poi nel mio stesso building insegnava Nabokov. Mangio tutti i giorni con un francesista che collabora a Poétique, ed è del circolo Todorov-Genette (Jeffrey Mehlman).
Insomma hai capito che roba. Tra parentesi la francomania che c'è qui è spaventosa, e io naturalmente ci faccio bella figura avendo letto molto French garbage. Nello stesso tempo hai la precisa verifica di come tutta questa cultura trapassi facilmente in atteggiamento rituale (l'apertura al "nuovo"), che tra l'altro ti aiuta da matti nel far carriera. Qui nel mio dipartimento cominciano adesso a pubblicare una roba che dovrebbe essere qualcosa come la NY Review of books (si chiama Diacritics [!]), e guardando il primo numero (con una intervista a Lévi Strauss e una a Foucault) ti accorgi di essere nella più squallida provincia dove ciò che viene dalla capitale, solo per questo è un oggetto di lusso. La cosa è strana da dire, cioè che questa è la vera provincia. Naturalmente io non mi trovo a disagio per questo, ma perché odio la capitale e gli oggetti di lusso che vengono di lì. Fuori da Ithaca non ci sono ancora andato, ma il mio primo contatto con N.Y. appena arrivato è stato d’una brutalità paralizzante. Così poi succede che a quattrocento chilometri da qui (N.Y.) o molto più vicino (Attica) la brutalità da giungla, da lager e peggio è nell'aria stessa che respiri, mentre qui c'è la pochezza squallida di un ivory tower dove le persone (sono stato a un faculty meeting) si preoccupano di come attrarre (appeal) gli studenti giving them the “new". Il contrasto tra i diecimila sorrisi e complimenti che mi ha fatto il dean oggi pomeriggio incontrandomi insieme ai newcomers, e il punto di nera insensibilità che ha la gente nei negozi o in giro, è troppo grande perché la gentilezza del dean e la brightness dei colleghi non ti dìa angoscia. Di riflesso penso a Parigi dove c'è lo stesso contrasto tra la bella gente che legge Derrida e il tipo che incontri per la strada. In tutto questo pasticcio tuttavia mi sento sempre più vicino alla sgarbatissima gente nei negozi che ai cortesissimi colleghi. La incapacità di parlarmi in un altro modo assomiglia di più alla mia incapacità di parlare a voce alta quando chiedo qualcosa. La facilità di parlare di colleghi è qualcosa che imito con un senso d'angoscia, quell'altra roba lì, la brutalità, è l'esatto risvolto della mia timidezza, è un luogo psicologico dove so che non si mente perché viene da una tremenda paura di vivere. Basta.
Gianni

©Tullio Pericoli
14 ottobre 74
Caro Italo
non so come vada lì da te, qui da noi è più che altro questione dell'aria che tira, che dappertutto vengono ventate che sembrano quelle della dissoluzione universale: c'è anche il fatto che non c'eravamo più abituati, le banche senza soldi, la gente licenziata, tutti che si chiedono cosa succederà, tanta gente che conoscevo che è morta proprio in questi ultimi tempi, come se andasse anche quello nel conto: ti viene proprio da sentirti per quello che sei e che una volta insegnavano alla gente come prima cosa, carne cruda che dura poco. E noi che stavamo a ponzare sulle diverse linee culturali italiana e francese, e poi quella americana, e poi l'avanguardia e il resto: mi sembra quasi di rievocare un'infanzia, quando non ti viene in mente che sei qua come una caccola sperduta in un punto qualsiasi dell'immenso universo, e perciò hai quella voglia lì di andare a vedere il mondo e far confronti. È una roba che si sente alla sera quando ci si addormenta: mi ricordo le prime notti sotto le armi la gente che piangeva nelle brande, un piccolo calabrese Lopetuso, per esempio: lui doveva sentirsi proprio così, buttato in un punto qualunque dell'immenso universo. La voglia che viene è di allungare la mano e sentire la pelle di quell'altro nel cubicolo accanto, sentire che è come te anche lui, lì al buio. A me in questo periodo mi si rafforzano tutti gli affetti, e credo sia per quello, l'affetto per mia madre per Anita, per quelli che sento meno spavaldi. Mi crollano tutte le difese critiche, il ricorso ai massimi sistemi, li vedo tutti me compreso così transeunti. Bisognerebbe fare una morfologia dei momenti di crisi della società, visti dal lato delle sensazioni dell'uomo empirico, mica dal lato dell'io trascendentale. Io così qua scrivo perplesso e un po' stupito sempre che mi resta questa voglia, e ci tiro dentro per finire questa Infanzia di Zane, che per le prime cinquanta pagine mi sembra vada e adesso però ho tanto da dire ancora; ho anche trovato la foto da mettere in copertina, che non è poco. Almeno scrivere questo mi aiuta un po' perché devo venir giù dal pero dei massimi sistemi; questo credo sia la virtù d’un artigianato (e mai dell'industria), che mentre lavori devi sempre saggiare e risaggiare tutti i tuoi codici, i tuoi criteri di valore consci e inconsci, devi rendere espliciti quelli impliciti e farci i conti, prenderli da qualche lato, trovare il modo di parlarne di trattarli, come scolpire la gamba d'un tavolo, o fare un merletto, qual è il criterio di valore, la decorazione o la nudità? Ecco cosa. I buoni artigiani non sono tanto dei geni scatenati e irresponsabili, ma dei pazienti, che stanno lì a chiedersi ogni volta se va meglio la foglia d’ acanto o quella di fico; gli scatenati sono dei falsi scatenati, degli impazienti senza la virtù del tener duro. A loro gli viene di buttar giù tutto, splasch, qua, ecco la penso così. Ma che penso e penso? Come ti permetti? Vale per Volponi e la Morante. Mi rimetto assieme, come dicono gli americani, scrivendo questo libro sul mio caro Zane che ha sempre voglia di scappare di casa e di vedere il mondo, e che ci arriverà, ma non in questo libro, e neanche nel secondo della serie che sarà Zane soldato, e solo nel terzo, che sarà Zane in America, e poi chissà come conclude nell'ultimo che sarà Zane all'inferno: un viaggio dantesco al rovescio, come lo penso, se non crepo prima. Ma un po' lo penso così a lungo termine come pazienza di arrivarci, intanto che passano gli anni. In fondo riesco a vedere che sono ormai un sopravvissuto, i nuovi arrivati non credono alle virtù romanzesche come ci credo io: far politica assieme ai nuovi arrivati è difficile, per quanto ci provi, perché mi sembra sempre d’essere un muratore che non si è ancora adeguato ad usare le intravature di cemento armato, e vuol metterci delle travi tutte scolpite. Roba da matti. Così caro Italo ho slungato la mano verso di te, dal mio cubicolo quaggiù, mica per dirti niente, ma per slungare la mano: progetti di lavori ne ho tanti, ma se si potesse parlare d'altro è meglio. Salutami forte Chichita e la mia Giovannina, e il Marcelo se lo vedi. Abbiti cura dei tuoi dolori, ciao
Gianni

Il disegno di copertina è di Giuliano Della Casa