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Vietnam

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Scrittura che lotta contro l’altrove anonimo / Kim Thúy, camei di vita tra il Vietnam e il Canada

Oggi è stato assegnato The New Academy Prize, riconoscimento teso a colmare il vuoto della sospesa assegnazione del Nobel per la letteratura. Erano 47 gli autori selezionati dai librai svedesi per questo premio alternativo, tra i quattro finalisti anche Kim Thúy, autrice pubblicata in Italia per i tipi di nottetempo e tradotta da Cinzia Poli.   La terza di copertina dell’ultimo libro di Kim Thúy riporta che la scrittrice è nata a Saigon nel 1968, ha abbandonato il Vietnam all’età di dieci anni con la sua famiglia e altri boat people, rifugiata politica in Canada è cresciuta a Montréal, dove ha lavorato come interprete, avvocato, ha aperto un ristorante e si è occupata di critica gastronomica. Oggi si dedica alla scrittura. Kim Thúy amalgama, nei suoi tre romanzi usciti in Italia, questa esperienza di vita con una forte inventiva letteraria fatta di parole, lingua, odori, sapori, persone: Riva, Nidi di rondine e Il mio Vietnam, sono la sua storia rifratta in altre cento, mille, migliaia di storie che sono state sradicate da una vita, la loro vita, da una tradizione, da un Paese, dagli affetti per ricominciare una nuova vita in una nuova tradizione, in un nuovo Paese, con nuovi...

Intervista a Simone Sapienza e Umberto Coa / Fotografia, documento, ambiguità

  Laura Gasparini incontra Simone Sapienza e Umberto Coa, fotografi tra i finalisti della Public call della dodicesima edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia.    Simone Sapienza   LG: Rivoluzioni, ribellioni cambiamenti, utopie. Il titolo di questa edizione di Fotografia Europea si addice molto a diversi tuoi progetti che hai realizzato in Vietnam come United States of Vietnam e Charlie surfs on Lotus Flower. Puoi raccontarci la tua declinazione?   SS: Sono molto affascinato dalle tematiche vicine al potere e a come quest'ultimo possa influenzare il corso della storia e soprattutto la percezione di essa. I due progetti sono in qualche modo complementari, anche se United States of Vietnam, in formato installazione-bandiera, è diventato sempre più bonus track dell'altro. La dinamica è stata pressoché questa: la bandiera rappresenta in maniera seriale e controllata la "libertà" in crescita del mercato; Charlie surfs on Lotus Flowers si concentra invece sulla tematica del controllo (politico) attraverso un approccio libero e slegato da ogni vincolo giornalistico. È come se tematica ed approccio fotografico si alternassero e compensassero.   LG:...

Jazzi. Secondo natura / Pietre

  Jazzi è un programma di valorizzazione del patrimonio ambientale dell'area di Licusati (Camerota) a ovest dell pendici del Monte Bulgheria nel Parco Nazionale del Cilento e dell Vallo di Diano, per abitare la relazione con la natura.    La serie dei testi Secondo Natura vuole evidenziare il medesimo ritorno alle esperienze sensoriali riferendosi a quegli elementi che incontriamo ogni giorno nel mondo intorno a noi: acqua, vento, onde, nuvole, sabbia, polvere, pietre, stelle, eccetera. Un viaggio sensibile e intellegibile che auspichiamo, sulla scorta degli antichi poeti e filosofi, sia davvero secondo natura.   A tutti è capitato di raccogliere sassi sulla spiaggia del mare o sulle sponde di un lago, nell’alveo di un torrente o lungo un cammino di montagna, e di tornare dalle vacanze portando nelle valigie, o nello zaino, diversi “oggetti” destinati a fare bella mostra di sé su un tavolo, una scrivania o un davanzale.   Perché le pietre ci attirano? Cosa vediamo in esse? Cosa ci seduce e cattura della natura minerale? Nel mondo antico esisteva un vero e proprio culto per le pietre (lìthos e lapis). I corpi solidi, fissati al suolo, sia di piccole come...

La boxe è soltanto come la boxe / I tre finali di Muhammad Ali

La boxe esiste, per me, in bianco e nero ed è un racconto al rallentatore che non si ferma mai; un replay che non riuscirà mai a riprodurre lo stesso scambio di colpi. Non guardo un incontro di boxe da molti anni, gli ultimi che ho guardato sono stati i primi match di Mike Tyson, che mi impressionava ma non mi divertiva. La boxe vera, per cui, quella a cui sono legato e che mi provoca sempre un sussulto, è quella che mi ha raccontato mio padre, quella che nel tempo ho guardato spesso in vecchi video, che ho letto sui libri, alcuni di questi davvero strepitosi. La boxe ha molto a che fare con la letteratura, è vera e propria materia narrativa, mai uguale, un romanzo che va oltre tutte le riprese, oltre tutti i suoni del gong. Un libro in costante costruzione, non c’è un finale.   Muhammad Ali, scomparso oggi, di finali ne ha scritti e vissuti almeno tre, se ci limitiamo alla vita sportiva.   Nella prima parte di una sua bellissima raccolta di saggi e articoli “Sulla boxe” (66thand2nd, 2015 – trad. di Leonardo Marcello Pignataro) Joyce Carol Oates scrive:   “Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. […]...

Birmania. Effetto doppler

Caruso adesso è seduto di fronte a due persone che non pensa di avere mai incontrato prima. Un giardino tropicale circonda il bungalow dove stanno parlando. Palme, chicas, banani, pipal, rain trees, avvolgono uno stagno dove nuotano enormi carpe scure. Che sia fresco anche a quest’ora è dovuto a chi ha costruito questo posto vent’anni fa, dei produttori birmani di tabacco che volevano investire in qualcosa di bello e duraturo. Le stanze dell’hotel sono altri bungalow circondati da acque, un tempio accoglie chi entra nella tenuta, un tempio con un nat, uno spirito protettore, di quelli che il Buddismo birmano ha assorbito dal pantheon animista preesistente. Parlano di fronte a una birra. Caruso chiede quando sono arrivati in questo paese, com’è successo? I due archeologi, una coppia, lei sessantenne, lui più anziano di una decina d’anni, dicono che hanno cominciato a venire nel Sud-Est asiatico per scelta. Lei era stata in Pakistan, una missione difficile, inviata lì come unica donna orientalista dal grande, temibile Giuseppe Tucci. Allora l’Ismeo, l’Istituto per l’Oriente diretto da Tucci accettava...

Marc Dugain. Viale dei Giganti

“Essere, vuol dire essere incastrati.” L’esergo di Emil Cioran in apertura ci porta subito al cuore dell’ultimo romanzo di Marc Dugain. In effetti, quello che l’autore francese ha scritto, prima ancora di essere la vera storia di un serial killer raccontata con profonda intelligenza narrativa, è un libro sul rapporto di ogni essere umano con un senso di reclusione che impedisce di uscire dalla propria coazione a ripetere. La reclusione fisica, la prigione, viene dopo: una volta oltrepassata la barriera che divide il criminale dal buon cittadino, il folle dal sano. Ma prima c’è la reclusione mentale, da cui il protagonista di Viale dei Giganti (Isbn Edizioni, Traduzione di Chiara Manfrinato) sa di non potersi emancipare.   Lo scrittore è stato folgorato dalla vicenda di Ed Kemper – ancora oggi in carcere, colpevole di stupro e omicidio ai danni di giovani ragazze  –, ha ascoltato le interviste, letto i documenti, visitato i luoghi dove si sono svolti i fatti, per poi lavorare alla costruzione di un personaggio indimenticabile. Un mostro del quale, con il procedere della narrazione in prima persona,...

Viaggio iniziatico di un piccolo Buddha

 Una lunga fila di monaci avvolti in sai arancioni cammina nella foresta laotiana dandoci le spalle, soltanto uno di loro si volta e ci guarda, è un ragazzino di appena dodici anni, cerca il nostro sguardo e ci invita al viaggio.     Sono passati quasi vent'anni da quando il Laos ha aperto le frontiere al turismo, dopo avere attraversato, nell'arco di un secolo, la dominazione francese, la dichiarazione di indipendenza, il comunismo e conosciuto in epoca recente il libero mercato, che ne sta minando il terreno più di quanto non abbiano fatto le bombe americane durante la guerra del Vietnam.     Il Laos è una valle nel cuore dell'Indocina nutrita dalla grande arteria del Mekong e protetta dalla montagne e dal Buddha; al centro di questo territorio ancora intatto, Luang Prabang, la città del Buddismo Theravada, illuminata da decine di templi.        In questo tratto di terra quasi inesplorato è ambientata la storia che Laura Leonelli ha scritto e documentato in un lavoro durato cinque anni. Lem, viaggio iniziatico di un piccolo Buddha, pubblicato da Contrasto,...

Monica Haller | The Veterans Book Project

Ha detto una volta William Saroyan: “Una foto vale mille parole. Sì, ma soltanto se la si guarda e si dicono o si pensano quelle mille parole”. È proprio così: tanto più quando si ha a che fare con quella specie di iper-immagine che è la fotografia di guerra. Come hanno spiegato Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri e Georges Didi-Huberman in Immagini malgrado tutto, ancora meno delle altre l’immagine di guerra può “parlare da sé”: perché nella sua traumatica nudità questa “terapia d’urto” può “suscitare reazioni opposte” (Sontag). Viceversa necessita di un corredo di parole, una cornice argomentativa che con quell’immagine si combini in un “montaggio di intelligibilità” (Didi-Huberman). Sontag faceva l’esempio dell’anarchico Ernst Friedrich, il quale nel 1924 agli insostenibili primi piani delle gueules cassées, i reduci sfigurati della Grande Guerra, nel volume Guerra alla guerra associò didascalie come “L’eroismo è menzogna. L’orrore è realtà” (...

Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.   Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione,...

Continuità e modificazioni del raid nel novecento

Nel Novecento l’uso sistematizzato del raid in guerriglia continua, ed anzi si amplia geograficamente a livello globale, trovando pure diverse codificazioni teoriche. In Europa, come già nella Spagna antinapoleonica, le nazioni sconfitte da prima sul piano della guerra regolare adottano queste ulteriori forme di lotta quando l’occupante nazista, impegnato ormai su troppi fronti, dà iniziali segni di cedimento. Così in Italia, nei Balcani o in Francia proprio la guerra dei pochi salva l’onore di tutti o ribalta destini già scritti nel senso di definitive umiliazioni in campo aperto. Può viceversa essere una carta da giocare quando l’esito dello scontro è ancora aperto, come in Russia secondo le direttive di Stalin basate sul ripiegamento, la tenuta delle città e l’azione di partigiani infiltrati aldilà delle linee avanzanti dei tedeschi. In tutti questi casi il raider diviene, in misura anche superiore che nell’Ottocento in cui la spinta rinnovatrice del Romanticismo incontrava ancora molte riserve, figura positiva e leggendaria di liberatore, supportata a livello popolare nonché...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...