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David Cronenberg

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Uno dei concorsi migliori degli ultimi anni / Le vittime di Cannes

In un saggio pubblicato un paio di anni fa, intitolato Critica della vittima, Daniele Giglioli metteva in luce come nella costellazione ideologica contemporanea l’identificazione con la vittima sia diventato uno dei principali generatori di identità. La vittima è davvero “uno degli eroi dei nostri tempi”. Avere sofferto un dolore, avere subito un torto, avere patito una qualche forma di violenza garantisce innocenza e immunizza da ogni critica. Il cinema, che è storicamente uno dei punti sensibili attraverso cui leggere le formazioni ideologiche dei propri tempi, è stato negli ultimi anni complice e artefice di questa elevazione della vittima a oggetto del desiderio del nostro immaginario. Il cinema americano in particolare – sia quello mainstream che quello indipendente –  forse influenzato da un discorso pubblico sempre più ossessionato dall’igienismo del politically correct e dalle feticizzazione delle garanzie delle minoranze, negli ultimi anni ha pescato a piene mani: ne è un esempio il pessimo film-spot per Medici Senza Frontiere di Sean Penn presentato un po’ incomprensibilmente a Cannes quasi al termine del concorso e accolto da unanimi fischi nell’imbarazzo generale...

David Cronenberg. Maps to the Stars

È curioso come quest’anno al Festival del Cinema di Cannes fossero praticamente scomparsi i film che riguardavano la paternità e la crisi del ruolo del padre, che erano stati tra i grandi temi del cinema degli ultimi anni. La nostra impressione però è che non fossero propriamente scomparsi, ma fossero semplicemente stati rovesciati. Al loro posto sono comparsi molti film che parlano di rapporti incestuosi o di rapporti di competizione narcisistica tra le generazioni: non solo Mommy di Xavier Dolan o il discusso film israeliano Loin de mon père, che mostrano esplicitamente rapporti d’amore tra madre e figlio o tra padre e figlia, ma anche Sils Maria di Olivier Assayas dove diverse generazioni non sono in una posizione di insegnamento e trasmissione verticale, ma sono in competizione e rispecchiamento orizzontale l’una nell’altra. Ma perché questi due temi sarebbero l’uno il rovescio dell’altro?   Il ruolo del Padre – se facciamo lo sforzo di disincarnarlo dalle sue manifestazioni concrete e rimaniamo alla lettera della sua formulazione teorica psicoanalitica – è infatti soprattutto quello di rendere operativa una Legge: impedire gli investimenti erotici che un bambino...

Winter Sleep, il film migliore?

E alla fine ha vinto il film più cannois di tutti, quello che si è soliti chiamare “da festival”, a indicare un’opera che compiacerà senz’altro quella nicchia di pubblico, normalmente over-60 e con un discreto capitale culturale a disposizione, che è abituata a frequentare le (sempre più scarse) sale cinematografiche d’essai. Insomma, non ci pare proprio che la giuria presieduta da Jane Campion abbia voluto sbaragliare più di tanto le carte in tavola e cambiare il mood conservatore dato alla selezione del concorso dal direttore Thierry Frémaux. Intendiamoci, Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan è un ottimo film, ma è anche uno dei film più tradizionali dal grande regista turco (il cui precedente C’era una volta in Anatolia ci pare avesse molti più elementi di interesse): costruito per la maggior parte in interni, sviluppato secondo grandi blocchi di dialoghi dove emergono le fratture emotive che caratterizzano un nucleo famigliare e le divisioni incolmabili che separano le classi sociali di un piccolo paese dell’Anatolia Centrale, Ceylan ci guida in un film che vuole...

Al mercato di Cannes

Dimentichiamoci i film in concorso, i tappeti rossi, gli attori e le attrici che guadagnano le prime pagine dei quotidiani e le anteprime dei film hollywoodiani: Cannes a vederla dalla Croisette è soprattutto un enorme ed elefantiaco mercato a cielo aperto. Con 12mila iscritti alla mostra mercato (quella dove avviene la compravendita dei film) contro agli “appena” – si fa per dire – 4mila giornalisti accreditati i numeri parlano davvero chiaro. Cannes si regge soprattutto sul fatto di essere la Wall Street del cinema europeo. In queste due settimane di festival infatti, ben oltre quello che leggeremo sui giornali o vedremo nella mostra concorso, accadrà soprattutto questo: i film e persino alcune serie televisive della prossima stagione verranno vendute da produttori e agenti, e comprate da distributori, canali televisivi e festival, nel tentativo di accaparrarsi quella che è la fetta sempre più sottile dei guadagni del mercato dell’audiovisivo, un settore dell’economia che ormai da anni presenta un inequivocabile segno meno alla fine dell’anno. Netflix e il download illegale stanno infatti rivoluzionando dalle...

La paura di Lars Von Trier e il piacere di Philip Roth

Una cosa ho sempre apprezzato dei film di Von Trier, anche quando non mi convincevano: che sono l’espressione di una paura, l’ammissione di un terrore doloroso e impotente. Verso cosa è fin superfluo dirlo: la donna, ovviamente, che per Von Trier è una creatura misteriosa, inavvicinabile e impenetrabile, e dunque da provare a penetrare in ogni modo, anche il più violento. La sua ossessione nasce dall’incapacità di capire la natura del piacere femminile e in Nynphomaniac, così intellettuale e didattico, almeno inizialmente e nelle intenzioni, è evidente come Von Trier faccia di tutto per tenersi a freno di fronte al potere dell'ignoto, senza incazzarsi o cedere all’attrazione. Von Trier è il passeggero di prima classe che resiste alla ragazzina ninfomane, che oppone argomenti razionali alla seduzione meccanica, ma che alla fine cede quasi contro voglia alla sua bocca, immobilizzato dall’assalto. L'orgasmo arriva come un'esplosione sotterranea, come lo sfogo di una sensazione di terrore, l’espressione irrazionale e vigliacca di un paura lontana e animalesca, la paura del morso....

Ghost out of the machine

Viviamo in una macchina, e l’interno è divenuto uguale all’esterno […] Ora tutto porta scritto un prezzo, tutto ciò che è isolato nel chiarore del padiglione, ciascuno rinchiuso nella sua perduta anima. Rilke   L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi. Derrida, Spettri di Marx     Alla giovane e ricchissima moglie, che diletta la propria noia scrivendo pessime poesie, il ventottenne investitore globale Eric Packer – protagonista di Cosmopolis di Don DeLillo (2003) e David Cronenberg (2012) – spiega che se può passare tutte le sue giornate chiuso nella propria automobile è solo perché s’è curato di farla insonorizzare. Nel ristrutturare la sua limousine, trasformandola in ufficio semovente pesantemente blindato, tutto foderato di schermi cablati ai mercati (il che “formava una videoscultura, bella ed eterea”)[i] e col pavimento in marmo di Carrara (“estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata”)[ii], l’ha anche rivestita di sughero...

Cannes 65 – Al festival in Limousine

“Dove vanno a dormire le Limousine?” Si chiede Eric Packer, il giovane protagonista di Cosmopolis di David Cronenberg. La riposta gliela dà, in qualche modo, Leos Carax mostrando nel suo Holy Motors un nutrito gruppo di Limo che si prepara a “coricarsi” in un’autorimessa della periferia parigina, discutendo (letteralmente!) sulla natura e sul carattere dei propri conducenti. Questo di Cannes – sessantacinquesima edizione – è stato, per certi versi, un festival in Limousine. E non soltanto perché le lussuose autovetture sono protagoniste nei due film sopraccitati – tra i più controversi del Concorso – e nemmeno perché il celebre Boulevard de la Croisette ne è percorso in lungo e in largo e in continuazione, ma anche perché la Limousine, emblema del lusso, dell’eccentricità e dell’esibizione di più pacchiana natura, è sembrata assumere, nell’ambito festivaliero, i contorni di una metafora (anche cinematografica) molto ben adattabile ai nostri tempi. Divenendo, da un lato, il simulacro magniloquente, superfluo e ingombrante di un mondo...

#140cine: da venerdì 25 maggio al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 25 maggio (e anche un po’ prima) in sala: Cosmopolis di David Cronenberg (id., Canada-Francia 2012) #140cine Cronenberg che fa De Lillo! Una cosa così ovvia e naturale che ci si chiede perché arrivi solo ora. La fuga di Martha di Sean Durkin (Martha Marcy May Marlene, Usa 2011) #140cine Tre nomi, una donna, una setta, la controcultura, Manson nella memoria e la New Hollywood negli occhi. Silent Souls di Aleksei Fedorchenko (Ovsyanki, Russia 2010) #140cine Un road movie con cadavere. Ma è russo, non è Little Miss Sunshine, e gioca su tempi e silenzi infiniti. Killer Joe di William Friedkin (id., Usa 2011) #140cine Friedkin is back, ma pure black: il suo è un noir fuori di testa che sa tanto di serissimo cazzeggio. Un été brûlant di Philip Garrel (id., Francia-Italia-Svizzera 2011) #140cine C’era una volta Garrel, forse il più grande della sua...

Martin Scorsese. Hugo Cabret

Finalmente Martin Scorsese, pur senza ritornare quello che era e che non sarà più, ha girato un film alla sua maniera, ritmato e cadenzato come un unico respiro, narrato senza seguire il filo di un racconto tradizionale (forse bruciato dagli sbandamenti impazziti di Shutter Island), ma facendosi guidare da un’emozione più forte di qualsiasi genere: l’emozione del cinema. Meglio ancora, l’emozione del miracolo che il cinema, mezzo meccanico e tecnologico, realizza quando parla all’anima di uno spettatore.   Non solo Hugo Cabret è il suo miglior film dai tempi di Al di là della vita, nonostante l’inattesa formula da blockbuster e la leggerezza del racconto natalizio; soprattutto, è ciò che Scorsese cerca di fare da Gangs of New York in poi, il film popolare del cinefilo che parla non con l’erudizione dell’intellettuale, ma con il cuore dell’appassionato, dello spettatore ancora stupito. Nella sua dimensione sognante e didattica, il film realizza l’incontro tra le due anime del regista, emerse dalla metà degli anni ’90 dopo lo straordinario documentario...

David Cronenberg. A Dangerous Method

Come il romanzo di John Kerr dal quale è tratto, A Dangerous Method, focalizza la propria attenzione sul complesso rapporto che Carl Gustav Jung intrattenne a partire dal 1904 con la propria paziente prima, e amante poi, nonché futura psichiatra, Sabina Spielrein e contemporaneamente col proprio mentore e padre putativo, Sigmund Freud. Questo curioso triangolo è divenuto, in tempi recenti, non soltanto oggetto di studi e ricerche biografiche, ma anche spunto per numerose opere artistiche fra le quali vale la pena ricordare oltre al già citato lavoro di Kerr, la pièce teatrale di Christopher Hampton, sceneggiatore del film di Cronenberg, “The Talking Cure” del 2002 e senz’altro, sempre del 2002, la pellicola Prendimi l’anima di Roberto Faenza, inedito ritratto della Spielrein che ha suscitato non poche polemiche. Temi noti quindi. Indagini per nulla nuove che Cronenberg affronta con evidente interesse e fascinazione soprattutto per i risvolti più morbosi della dottrina freudiana. E se, come già in Spider (2002), egli sembra abbandonare il consueto immaginario demistificante e perverso legato...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...