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Devi cambiare la tua vita

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“I figli impossibili della nuova era” / Peter Sloterdijk. Contro il principio genealogico

Dopo l’uscita di Devi cambiare la tua vita (in edizione tedesca nel 2009, in traduzione italiana, per i tipi Raffaello Cortina, nel 2010) Peter Sloterdijk ha pubblicato molto, ma, si potrebbe dire, scritto poco a livello strettamente “scientifico”. Tutti i libri di una certa consistenza usciti in seguito al 2010, infatti, sono raccolte di saggi d’occasione, magari integrati con qualche articolo inedito (come nel caso di Che cosa è successo nel XX secolo? edito in Italia da Bollati Boringhieri, e Dopo Dio, pubblicato in traduzione da Cortina), oppure scritti che esulano dai crismi canonici della prosa filosofico-scientifica, come il romanzo erotico Das Schelling-Projekt (2016) e il secondo volume dei suoi diari personali Neue Zeilen und Tage (2018). Fa eccezione il testo uscito nel 2014 in Germania e recentemente (2018) in traduzione italiana per Mimesis con il titolo I figli impossibili della nuova era, che si può considerare l’unico vero testo teorico sistematico composto da Sloterdijk dopo Devi cambiare la tua vita, e che ne rappresenta, in qualche maniera, il logico sviluppo.   Il testo monumentale (più di 400 pagine) che il lettore si trova ad avere tra le mani è, come...

Dimenticare McLuhan / McLuhan: nell’occhio del ciclone

È probabile che noi – convinti cultori della figura di McLuhan in quanto vero grande padre fondatore della mediologia – costretti a combattere la frigidità o più spesso ancora l’ostilità mostrata nei suoi confronti dagli studiosi di comunicazione di etichetta accademica, abbiamo abusato sin troppo dei suoi splendidi slogan. Alla fine di queste note, mi sarà difficile non ricorrere ancora a qualcuna delle sue “illuminazioni”. Ma – celebrandolo ora in un quadro talmente frequentato e esteso di occasioni pubbliche che parrebbe finalmente dimostrare un universale consenso nei suoi confronti – penso sia venuto il momento di intrattenerci con lui in modo radicalmente diverso. Controtendenza. Anzi, lo confesso, da tempo mi frulla nella testa l’idea che – a volere essere responsabili del nostro presente e quindi sentire l’urgenza di leggere i destini che si celano nei linguaggi digitali – bisognerebbe cominciare a “dimenticare McLuhan”.   Credo che sia il modo migliore per sfruttarne l’insegnamento e onorarlo. C’è una notevole differenza tra quello che si intende quando diciamo “il sapere” e quello che si intende quando diciamo “cercare di sapere”: nel primo caso prevale l’idea di...

Centre d’art contemporain di Ginevra (22 febbraio - 30 aprile) / Roberto Cuoghi, il pozzo di Babele

È un segno del destino che la parabola ricca e strana di Roberto Cuoghi inizi sotto il segno dell’equivoco. Fra il 1996 e il ’98, quando frequenta l’Accademia di Brera, Cuoghi si sottopone a una serie di prove iniziatiche alle quali resta ancor oggi legata la sua fama. Nell’arco di sette anni, a partire dal ’98, trasforma artificialmente il proprio aspetto, appesantendosi e invecchiandosi sino a far coincidere la propria immagine con quella di suo padre. L’anno prima, per undici mesi, aveva smesso di tagliarsi le unghie delle mani. Ma ogni volta che ne ha occasione Cuoghi nega a questi gesti lo statuto di “opere”: né performance né “sculture viventi”. Non si tratta (solo) di un vezzo d’artista, in fuga da un mitobiografema a rischio di stereotipo. Credo davvero non siano opere bensì, semmai, loro preliminari: esercizi spirituali che (come nella tradizione fondata da Ignazio di Loyola o in quella antica dell’esicasmo) si fondano su un allenamento del corpo, una sua predisposizione «antropotecnica» (come Peter Sloterdijk ha rideclinato, in Devi cambiare la tua vita, Cortina 2009, questa tradizione di lungo periodo).    Roberto Cuoghi al museo del Louvre.    La...