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Donald Norman

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Il tempo delle istruzioni

I frames del Natale sono noti. Comportamenti tipici, sequele preordinate di azioni e passioni, modi di dire e di fare, personaggi stereotipati. Ci sono quelli che finalmente si possono riposare, quelli che me ne sto solo a casa e vaff, quelli che mandano lo stesso sms o la stessa cartolina via mail a tutta la rubrica sentendosi tecnologicamente avanzati, quelli che tanto io me ne parto, quelli che un regalino anche piccolo va fatto a tutti, quelli che dopo le feste mi metto a dieta…. Passato lo tsunami festivo, si torna al tran tran in una condizione psicologica di sproporzionata euforia o assoluta tristezza, si ricomincia il ritmo solito, con le sue selezioni etiche e le sue rinunce esistenziali. Antropologicamente più interessante, forse, il tempo intermedio fra le feste e la ripresa, quei giorni sonnolenti e vuoti tra Natale e Capodanno che sono feriali senza esserlo, festivi senza esserlo. Che sono, in tutti sensi, neutri. Sono giorni in cui, in primo luogo, si cambiano nei negozi del centro i regali ricevuti, come quel pigiama dal colore troppo sgargiante, quel maglione fuori misura, quel disco che abbiamo già. E poi? Che fare poi? Poi, immancabile e...

Apple

La mela iridata: era tutto già lì. Prima che il concetto di filosofia di marca diventasse centrale nel marketing, prima che l’informatica divenisse un mercato di massa, prima del mouse, delle icone e di Internet, fu la mela a segnare la differenza con ciò che c’era stato fino a quel momento: IBM. Come la punta di un iceberg lascia intuire l’enorme massa di ghiaccio che rimane sotto il pelo dell’acqua, così un logo, quando ben disegnato, dice molto di ciò che distingue un produttore dai suoi concorrenti. Al posto delle lettere che indicavano il gigante dell’informatica (1911), il piccolo Davide del 1976 presentava un’immagine, un disegno stilizzato immediatamente riconoscibile da chiunque.     Niente tratti discontinui e linee azzurre come quelle che delineano le tre lettere dell’International Business Machines, mimando la discontinuità di quei bit che sono la chiave del miracolo informatico. Al contrario, linee continue, sinuose e morbide che delimitano un campo colorato che riporta, invertendole, le tinte dell’arcobaleno. Per non dire delle storie che una mela si porta...

Salone del mobile 2016. Un'intervista ancora attuale / Intervista video a Donald Norman

Prendete uno strumento musicale: un violino, un sassofono, una chitarra. Niente di meno ergonomico: per essere usati bene costringono a esercizi fisici micidiali, sforzi inenarrabili, pazienza infinita. Oggi nessuno progetterebbe robe del genere. Eppure si tratta di oggetti di culto, quanto più raffinato abbia prodotto l’homo sapiens. Prendete la cabina di pilotaggio di un aereo: nessuno ci capisce un’acca; tuttavia, grazie all’adeguata progettazione di ogni tasto, leva, pulsante o spia, per i piloti ben addestrati è tutto chiaro. Il coltellino con cui l’argentiere spiana i propri artefatti ha l’aria banale (sembra una normale spatolina), ma provate a usarlo: senza la maestria dell’artigiano verranno fuori cose inguardabili. Insomma, la formula segreta del design è in fondo il buon senso: progettare cose è progettare persone, e viceversa. Non esistono cose semplici in sé, o tecnologie complicate di per sé. E non esistono le esigenze e le aspettative delle persone come tali. Nella storia, nella società, nella cultura ci sono solo relazioni, incontri, dialoghi, conflitti fra cose e corpi, oggetti e soggetti, tecnologie e menti. Dopo aver tanto caldeggiato la semplicità a tutti i...