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Emanuele Trevi

(10 risultati)

Marente de Moor / Le lotte di un’anima

Un romanzo di spade sguainate, di parate e affondi, in cui oltre alle lame delle sciabole e alle sottili punte dei fioretti, affollano le battaglie interiori di una giovane donna.  È la prima opera tradotta in italiano per Castelvecchio Editore di Marente de Moor, uscita nel 2010, grazie alla quale la scrittrice olandese si aggiudica, nel 2012, l’ako literatuurprijs, uno dei più importanti premi letterari olandesi; nonché, due anni più tardi, il Premio letterario dell’Unione Europea, fra i cui vincitori italiani nel corso degli anni ricordiamo: Daniele Del Giudice con Orizzonte Mobile (2009), Emanuele Trevi con Qualcosa di scritto (2012), Lorenzo Amurri con Apnea (2015). In effetti il contesto storico del romanzo affonda direttamente nella culla dell’Europa, nei ricordi della Grande Guerra ormai conclusa, e nei primi zampettii diabolici del Terzo Reich, che si muove come un ragno, minaccioso nel romanzo. La strategia narrativa impiegata dall’autrice è quindi comune: attraverso una narrazione privata si risale a una dimensione storica. Le due poi si biforcano e si intrecciano mutualmente.   Nel 1936 il medico olandese Jacq invia sua figlia diciottenne in Germania nella...

Su Sogni e favole di Emanuele Trevi / L'uso dell'arte

Emanuele Trevi è uno scrittore vivente. L’affermazione, nella sua perentorietà, dispiacerà a Trevi, lucido indagatore del rovescio di inesistenza di tutto ciò che fa professione di esistere, della sostanziale inconsistenza di quanto ci ostiniamo a chiamare realtà. Ma è proprio per questo che Trevi è uno scrittore vivente, uno dei pochissimi: perché usa la scrittura come una pietra d’inciampo, come un anti-analgesico che costringe chi legge a fare i conti con il fatto abbastanza stupefacente di esistere, e di esistere dentro un impasto compatto di immaginazioni e filamenti organici, sublime bellezza e disperante miseria, spiritualità e biologia.  Diversamente dalla maggioranza degli scrittori e delle scrittrici, che assumono l’invenzione come un dato di fatto, le storie come qualcosa di assoluto e indiscutibile, per Trevi l’immaginario fa problema: e proprio nella misura in cui interagisce con la vita, penetra nella vita fino a costituirne l’ingrediente fondamentale e irrinunciabile. Per Trevi un libro ha senso se brucia passando di mano in mano, e l’esperienza estetica si dà soltanto come un evento che realmente trasforma l’esistenza, le imprime l’unica forma cui la vita può...

La fusione del soggetto / Il sultanato del nulla. Ontani a Bali, fuoco e fiamme

Per Goffredo Parise, che nel 1983 – in una delle mirabili scorciatoie e raccontini che l’anno dopo andranno a comporre Artisti – confessa nei suoi confronti un’attrazione venata d’invidia, quello di Luigi Ontani è il «sultanato del nulla». Sovrano indiscusso è l’artista, allora quarantenne (e ben lungi dall’essere canonizzato qual è oggi, dopo aver esposto in tutto il mondo), il cui regno è però immateriale, esercitandosi su «una forma d’arte o comunque un territorio geografico situato in una parte del mondo certamente esotica ma che nessuno ha mai visitato se non indirettamente attraverso i suoi manufatti».     Sin da allora, come si vede, l’espressione artistica di Ontani e il suo riferirsi all’altrove erano una cosa sola. Rappresenta qualcosa di perturbante, allora, il bellissimo Ontani a Bali (136 pp. a colori, € 29), che – come è ormai consuetudine nei magnifici libri di viaggio della Humboldt Books – vede incrociarsi, o riallinearsi, le parole della letteratura e le immagini della fotografia: stavolta le parole di Emanuele Trevi e le immagini della stessa Giovanna Silva, inventrice editoriale e tour manager, ma anche artista in prima persona. Il connubio era...

Pasolini secondo Trevi e Popolizio / Ragazzi di vita in scena

Il primo a prendere la parola è il narratore. Le parole sono quelle di Pasolini, ma suonano con l’epica sfasata di un western meridiano: faceva un cardo… un sole sfacciato… metteva a foco tutto... Sull’altro lato della scena si apre il set del bagno dar Ciriola. Ed è subito mutande e corpi giovani che schizzano nell’acqua.  Ma non sono passati cinque minuti dall’inizio dello spettacolo che er Riccetto, personaggio feticcio di Ragazzi di vita, intenzionato a tuffarsi nel Tevere per salvare una rondine che vi sta miseramente affogando, salta letteralmente in collo all’attore incaricato della narrazione e gli resta in braccio, piantando così nel corso del fiume e nella scrittura il perno drammaturgico dello spettacolo. Una soluzione semplice, di buona resa plastica, capace di strappare la risata al pubblico, ma anche di precisa, diremmo quasi umile efficacia. La stessa che mi è sembrata caratterizzare la trasposizione teatrale del romanzo di Pasolini sul palcoscenico del teatro Argentina di Roma a opera di Massimo Popolizio e Emanuele Trevi, entrambi al servizio di un autore che, ognuno a modo suo, conosce bene, al punto di sapere dove mettere le mani senza affondare nella...

Una raccolta di scritti sull'arte di Tommaso Pincio / Le carte del caso T.P., ovvero come si diventa se stessi

Come è ormai d’obbligo in questi casi, devo qui premettere un disclaimer: dei fatti, delle persone, dei luoghi di cui si tratta in Scrissi d’arte di Tommaso Pincio, mio peraltro coetaneo, sono stato testimone e in alcuni casi anche complice. Mai imparziale comunque. Ma se questo potrà rendere al mio punto di vista la sua implicita dose di partigianeria, resta che da questo libro riemergo con una netta sensazione di sorpresa. Ero pronto a una lettura piuttosto conciliante – un’autoantologia di scritti dispersi, dedicati a un ambito, l’arte visiva, tutto sommato tangente al dominio letterario in cui Pincio è oggi saldamente acquartierato (si veda, uscito nel 2015, il più recente suo romanzo, Panorama) – e invece eccomi a riferire di quella che Andrea Cortellessa chiama nel risvolto “un’autobiografia per interposta quadreria”, una narrazione dove l’arte degli altri, scrive Pincio, diventa un’occasione per raccontare se stessi, e, aggiungerei, un tentativo di comprendere il carattere della propria generazione e più in generale quello di una Roma (e di un’Italia) colta a un tornante decisivo della sua vicenda recente.   Alighiero Boetti, Autoritratto (1993)   Ovvero, e solo...

Il teatro può narrare il presente?

Dopo una pausa di oltre tre mesi è appena uscito l’ultimo numero dei “Quaderni del Teatro di Roma”. Si tratta di una rivista mensile che ha raccontato, per oltre tre anni, la scena teatrale romana, non solo quella più strettamente legata allo Stabile, ma anche il fermento proveniente dai tanti tessuti di cui si compone la periferia della città. Di questo ultimo numero e del futuro della rivista ne abbiamo parlato con Attilio Scarpellini, giornalista, saggista e critico, nonché direttore dei “Quaderni”.   È finalmente uscito l’ultimo numero dei “Quaderni del Teatro di Roma”. Quali contenuti avete voluto inserire nel numero che esce dopo questo silenzio? Abbiamo scelto di riaprire con uno scritto di Jacques Copeau, cioè di uno dei grandi rifondatori del teatro d’arte del Novecento, per rispondere con un anacronismo all’eccesso di attualità (che puntualmente è un difetto di attualità) che rischiava di schiacciare il dibattito sul futuro del teatro, non solo dello stabile romano che ancora oggi, mentre parliamo, non ha un direttore artistico. Per noi...

Paolo Cognetti. Sofia si veste sempre di nero

Sofia Muratori ama farsi il bagno. Sofia è piena di piercing, mangia poco, non saluta né quando arriva né quando si congeda. Sofia vuole fare l’attrice ma non sa piangere a comando. L’immagine della protagonista del romanzo di Paolo Cognetti Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax, 203 pp., 14€) si compone piano piano, capitolo dopo capitolo, ma in fondo non si delinea mai definitivamente; seppur di lei si ottengano numerose informazioni, la luce non si posa mai direttamente sul suo volto. La narrazione è strutturata appositamente per evitare l’incontro; ogni capitolo è narrato da una prospettiva che non coincide mai con quella di Sofia, ma con lo sguardo di uomini e donne che hanno avuto a che fare con lei: l’infermiera che assiste alla sua nascita, la ragazza conosciuta in ospedale quando, quindicenne, tenta il suicidio, i genitori, gli amici di Brooklyn.   L’unico momento in cui quasi è possibile sfiorarla, è nel capitolo “Quando l’anarchia verrà” in cui l’autore parla di Sofia come se parlasse a un tu: “prendi la metropolitana alle dieci,...

Rabbia!

“Lo so: perché in me è oramai chiuso il demone/ della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco/ sentimento che m’intossica:/ esaurimento, dicono, febbrile impazienza”. Così scrive Pier Paolo Pasolini in una poesia compresa nelle Poesie incivili, appendice al volume La religione del mio tempo. Lo scrittore aveva in mente di pubblicare un libro di racconti con il medesimo titolo; non ne fece invece nulla, e la parola “rabbia” finì in cima a un documentario del 1963. Secondo Emanuele Trevi – ne ha scritto in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie) – la grande prerogativa di Pasolini è proprio la rabbia, ed è questa reazione emotiva, stato di violenta agitazione, che differenzia l’artista, lo scrittore e il poeta da tutti gli altri. Non dunque un difetto, ma proprio un’indispensabile prerogativa.   In un piccolo libro, un pamphlet, Dio è violent (Nottetempo), una filosofa, Luisa Muraro, affronta l’argomento, e fa un elogio della rabbia e della violenza in una società, la nostra, in cui, com’è scritto nella quarta di copertina, “è venuta meno...

Andrea Cortellessa. Narratori degli Anni Zero

A dispetto di ciò che si potrebbe pensare di un’antologia, il poderoso volume Narratori degli Anni Zero (numero triplo della rivista L’illuminista, Ponte Sisto, pp. 704, € 30), curato da Andrea Cortellessa, non è solo una fotografia dello stato attuale del genere romanzo in Italia. È qualcosa di diverso: un flusso ininterrotto di testi e riflessioni critiche, dalla cui prossimità scaturisce l’impressione di un moto perpetuo.   Il saggio introduttivo è il vero motore dell’antologia. I modelli da cui Andrea Cortellessa trae ispirazione e da “mis-interpretare”, come direbbe Harold Bloom, sono due: il volume curato da Angelo Guglielmi nel 1981 dal titolo programmatico: Il piacere della letteratura. Prosa italiana dagli anni 70 a oggi e quello posteriore di Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli del 1991, Antologia dei nuovi narratori.   I “narratori degli anni zero” (Pincio, Nori, Cornia, Pascale, Permunian, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, Pugno, Arminio, Morelli, Trevi, Falco, Samonà, Baroncelli, Vorpsi, Ricci, Rastello, Saviano, Jones, Bajani, Pecoraro, Vasta, Pedull...

Emanuele Trevi. Qualcosa di scritto

Qualcosa di scritto è il titolo dell’Appunto 37 di quello stranissimo prodotto letterario che è Petrolio di Pier Paolo Pasolini, che insieme al film Salò e le 120 giornate di Sodoma costituisce l’ultima traccia tangibile dell’esistenza dello scrittore, una sorta di “indizio” che sembra offrirsi ai lettori come la pronunciazione sibillina di un oracolo.   Qualcosa di scritto è anche il titolo del romanzo di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, pp. 224, 16,80 €), un testo singolare nel quale l’autore, sullo sfondo di una vicenda autobiografica tenta, proprio come un aruspice, di interpretare Petrolio come se si trovasse di fronte al cadavere di PPP, come se dall’analisi delle mutazioni del corpo dello scrittore, di cui l’opera è una sorta di resoconto trasposto, potesse tracciare la storia di un’iniziazione alla morte, e quindi alla vita.   La metafora dell’aruspicina non è azzardata: lo scritto di Trevi infatti sembra ruotare attorno a un’idea semplice e forte secondo la quale l’opera, se veramente punta a essere strumento di conoscenza profonda...