Giancarlo Consonni: la saggezza del gruista

14 Febbraio 2026

È morto Giancarlo Consonni. Da un mese aveva compiuto 83 anni. Se l’è portato via un ictus cerebrale, terribile e violento. Non però così terribile e violento da abbatterlo subito: ci è voluta una settimana di angoscia. Negli ultimi barlumi di presenza a se stesso si è affidato a parole tese sull’umanissimo filo tra la vita e la morte. A chi lo incoraggiava a tener duro ha risposto: «Sperèm»; all’orecchio del figlio ha sussurrato, reciso: «No funerali».

In questi giorni di sospeso sbigottimento ho sentito il bisogno di riascoltare il suono della sua voce, e anche di tornare a vedere la sua bella faccia, quella testa piena di capelli ingrigiti da ragazzo, la luce sorniona dello sguardo, e del sorriso sotto i baffi. Allora sono andato a rivedermi un documentario che si trova su RaiPlay, dedicato alla figura di Piero Bottoni e all’invenzione del Monte Stella, la Montagnetta di Milano. La storia è di per sé una favola meravigliosa ma a incantare, insieme alle immagini – quelle di repertorio tratte in buona parte dall’Archivio Bottoni, di cui Consonni è stato direttore, e quelle messe insieme dall’elegante e intelligente regia di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti – è la parola di Giancarlo. Intendo proprio il timbro della voce che sembrava preparare il terreno alle parole, ai pensieri, alle immagini, alle idee che poi si dispiegavano proprio come su un grande tavolo da progettazione in un ordine armonico, direi quasi sinfonico, tra loro in relazione. E che in relazione mettevano mondi diversi, talvolta in apparenza non immediatamente coerenti: in questo caso l’architettura e la politica, il disegno e il sogno, l’economia e la storia, la fotografia e la poesia.

non si salva il mondo

Il nostro incontro ha una storia recente, e di certo molti meglio di me potrebbero raccontare del suo essere maestro in così diversi ambiti, e del suo squisito, seppure rigoroso, senso dell’amicizia. Ci siamo conosciuti e poi frequentati, come dire, per questioni di nebbia e per una sorta di geografica affinità elettiva, entrambi eccentrici, “ariosi” rispetto alla città che anni fa, bene o male, ci ha accolti e fatti diventare milanesi. Lui, brianzolo abduano di pianura asciutta, io bassaiolo pavese di pianura irrigua. Forse anche per una sorta di bilinguismo sentimentale che talvolta ci faceva intendere meglio facendo ricorso a parole, frasi o battute in quel dialetto di koinè lombarda che cammina (o camminava) facendosi capire tra Adda e Ticino. 

Lo scorso settembre nel suo soggiorno di casa, in via Archimede 20, tra le pareti ricoperte di libri, sopra al tavolo illuminato da una grande lampada, ci siamo ingaggiati a un gioco combinatorio: accoppiare, giudiziosamente ma anche ironicamente, ottanta fotografie in bianco e nero della Milano contemporanea del Terzo Millennio, scattate da Lorenzo De Simone, con altrettanti testi da pescare dall’immenso repertorio di poesie e canzoni che hanno tratto ispirazione dai luoghi, o anche solo dalle atmosfere, di Milano. Il gioco ci ha appassionato, divertito, a volte arrovellato quando la combinazione non veniva. Nei casi più inconciliabili, quando sembrava che fossimo costretti a rinunciare a una bella foto di Lorenzo, Giancarlo chiedeva di pensarci su, e il giorno dopo, a volte qualche ora dopo, tirava fuori dal suo banco d’artigiano, espressi, i versi giusti per quell’immagine: così la quinta notturna e illuminata delle vetrate concave della Torre Unicredit trovava corrispondenza con «A Porta Nuova la vita / sta in teche di vetro / come la bella addormentata. / Non c’è posto / per i nidi delle rondini / e anche lo sguardo non sa / dove tenere i suoi piccoli». Oppure una luna che in un’alba serena sembra appoggiarsi tra le guglie del Duomo dialoga perfettamente con «Nella città addormentata / Duomo e luna, / Candoglia e gesso, / si parlano / nel silenzio cosmico».

il verso di Milano

Con Il verso di Milano – dove il “verso” nel titolo, significato prosodico a parte, a Giancarlo piaceva che alludesse al rovescio codicologico, o tipografico, della pagina-città, come pure a “un moto a luogo” in senso storico: dove va questa Milano? – ci siamo regalati l’occasione di acclimatare un’amicizia e, col pretesto della poesia e della fotografia, di attraversare la città nel tempo e nello spazio. E quale migliore guida poteva accompagnarmi in questa avventura editoriale? Consonni mi ha portato per mano a conoscere Francesco Pecorari, l’architetto trecentesco della Ciribiciaccola e del campanile di San Gottardo in Corte, e Carlo Cattaneo, che leggeva Milano e il suo paesaggi al centro di un “grande edificio idraulico” ormai da anni rimosso, ma ancora silente e a volte dispettoso sotto i nostri piedi; la singolare storia del Coperto dei Figini, navata della basilica maior di Santa Tecla sopravvissuta alla demolizione e nella seconda metà del Quattrocento rigenerata da Guiniforte Solari in un “centro commerciale”,  e quella del modello 1500 dell’ATM, o “tram tipo 1928”, lodato da Carlo Emilio Gadda per l’inarrivabile felicità meccanico-ingegneristica. 

Vus

 

Lo sguardo di Consonni non si dimenticava, e non lo ha fatto neppure in questa nostra divertita flânerie, di posarsi a puntare il dito «sui nuovi, e spesso discutibili, modelli di (dis)urbanità che da alcuni decenni a questa parte hanno segnato una chiara rottura rispetto al tradizionale modello milanese di consorzio civile» di lontana e illustre ispirazione “carlocattaneana”. Pur tenendo alta la guardia del rigore etico e politico, preferiva però riferirsi tenacemente, quasi facendoli manifesti politici da cui ripartire, alla Milano affabile amata da Stendhal («Quando sono con i milanesi, e parlo milanese, dimentico che gli uomini sono malvagi, e tutta la parte malvagia del mio animo subito si assopisce», in Roma, Napoli, Firenze, 1817) o a quella che «impartisce lezioni di cose» come scrive Alberto Savinio in Ascolto il tuo cuore, città (1944): «Città aggiornata, Milano è un’immensa scuola ove tutto, strade, vetrine, cassette per i rifiuti, impartisce lezioni di cose».

Il conforto

E in effetti quanta affabilità e quante «lezioni di cose» ci lascia da oggi in eredità Giancarlo Consonni, un uomo grande che sapeva misurare il mondo in visioni prospettiche dello spazio e nel tempo ma anche interpretarne le forme minime e infra-ordinarie: il guscio di una lumaca, i tralci di una zucca, le gemme che si gonfiano sui rami, una piccola matita finita sulla battigia, il breve volo del saltamartino, una pozzanghera sul marciapiede? E che conosceva, avendola forse assunta come propria, la saggezza del gruista. Se alziamo la testa, magari adesso lo potremmo vedere lassù, rondine o codirosso.

Grüista

Se me piâs
De fà ’l grüista?

Rinassèssi üsel
vöj turnà chí.
Chi umítt là in bass
Ch’în trepilènt
e mi che ustíi
visín a Diu.

[Se mi piace / fare il gruista? // Rinascessi uccello / voglio tornare qui. / Quegli omíni là in basso / scalpitanti / e io che bestemmio / vicino a Dio]    

 

Le prime due poesie citate sono tratte da Il verso di Milano. Un ritratto della città in 80 immagini, poesie e canzoni (About Cities, 2025); la terza da Vûs (Einaudi, 1997). Il documentario a cui si fa riferimento è Una giornata nell’Archivio Piero Bottoni, di Massimo D’Anolfi e Martina Parente: https://www.raiplay.it/video/2024/06/Una-giornata-nell-Archivio-Piero-Bottoni-5c054cc1-7103-45b6-9013-18c5257f6c56.html

 

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