raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

Gianni Celati

(83 risultati)

Perché non si racconta che a Bologna vennero intellettuali da tutta l’Europa? / L'altro 1977

Quando entro in aula, dove ho insegnato tutta la vita, e vedo i ragazzi che finalmente liberi dalla disciplina della scuola sviluppano rapidamente e con competenza una visione del futuro che abiteranno con scienza e poesia, porto con me le splendide atmosfere intellettuali della mia giovinezza. Da Gianni Celati e Umberto Eco a Giuliano Scabia o Pietro Camporesi, i nostri cattivi maestri, come si diceva allora, o almeno quelli che sono stati i miei, riempivano le aule non solo di studenti, ma di idee e discussioni. Bologna era negli anni ’70 un’università-fucina straordinaria. Giornali, seminari, collettivi, radio. Invece si riparla sempre del ’77 bolognese a partire dalla violenza. Foto di fazzoletti tirati sopra il viso, i blindati che entrano la città universitaria come a Praga nel ’68, salvo che il tono degli articoli italiani non simpatizza davvero con lo studente ucciso o con gli studenti che vennero arrestati, se mai ribadisce che erano untorelli, per usare il termine ripreso dai promessi sposi da Enrico Berlinguer in un comizio a Piazza Maggiore.   È un’epoca lontana e la memoria trasforma i fatti, per me come per altri, ma rivedere quanto facilmente si ricrea lo...

Freak Antoni intervista lo scrittore / Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979   Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie. Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger … FA: È un cantante? GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va? FA: Si conoscevano? GC: Macché, è lì il punto interessante. FA: Spiegami … GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere … FA: Il fatto del cosa? GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui …  FA: Heidegger? GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non...

Ottant'anni! Auguri Gianni Celati / Il chiodo in testa

Cara Giovannina,   si tratterebbe che una voce di notte mi ha detto di scriverti, che io non ti conosco neanche; e darti del tu. Era tanto insistente questa voce: «Ma dàlle del tu, cretino!». E voleva giustificare: «Sarà contentissima!». E poi: «Quella più gli dài del tu più gode!». Ho dovuto cedere; con tutte quelle chiacchiere e soffiate che mi ha fatto passare per la testa. E poi è una voce che sputacchia anche quando parla, questa qui; quasi preferisco quella che c’era prima che tartagliava, pr pr, sulle parole; e mai che riuscisse a fare un discorso. Qua devi sapere cara signorina Giovannina che le voci vanno e vengono da questa mia testa come se fossero a casa sua, e io non ci posso. Che è qualche maiale superiore che le manda; ho avuto il sospetto che sia quel Dio lì, invece forse no. Ma ci ha colpa lo stesso e io lo stramaledico tutte le sere, dopo le orazioni. Scusa le parole di villano, ma ripeto che quel Dio lì è un gran maleducato a mandarmi quelle voci come gli piace; e anche se non le manda, è maleducato lo stesso.   Ph Carlo Gajani.   Volevo allora scriverti, siccome poi nel sogno ho avuto questa visione d’una ragazza che saltava mostrando le mutande...

Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto, senza Calvino

Chi è Ludovico Ariosto, del cui capolavoro, l’Orlando furioso, si è celebrato quest’anno il cinquecentenario con un’incredibile serie di eventi, convegni, spettacoli e mostre? Per molti Ariosto, o ‘l’Ariosto’, come preferiscono alcuni che così ne hanno imparato il nome sui manuali di scuola, è quasi uno pseudonimo di Italo Calvino. Sì, perché Calvino è il filtro attraverso cui ancora molti, intellettuali o semplici curiosi, leggono il poema ariostesco, che Calvino raccontò a un pubblico medio-colto con una mirabile operazione letteraria ed editoriale in apertura degli anni Settanta. Prendersela con Calvino sembra che sia diventato uno sport letterario, dopo una generazione cresciuta alla sua ombra: ‘se l’ha detto Calvino’, era il mantra di professori e studenti tra gli anni Ottanta e Novanta. A chi ha avuto maestri soffocanti capita di sbarazzarsene con la stessa facilità con cui li aveva un tempo adorati.    Eppure, nel caso di Ariosto, Calvino è responsabile di una tale calvinizzazione che non si può restare indifferenti. Ariosto è per la maggior parte dei lettori, chi ne ha letto un po’ e chi ne ha letto tanto, il poeta della fantasia senza briglie, dell’inesauribile...

Rinunciare a sé per sopravvivere / Fuggire da sé

Baratto è uno stimato insegnante di educazione fisica. Gioca a rugby. Nel bel mezzo di una partita si blocca a tre quarti del campo e scuote la testa, smette di giocare e si siede in panchina. Con gli occhi chiusi trattiene il fiato, resta in apnea, senza aspettare più niente e senza neppure il pensiero di essere lì. Poi se ne torna a casa guidando la sua motocicletta. Da quel momento in poi smette di parlare con tutti: moglie, vicini di casa, preside della scuola. Andrà avanti così per mesi e mesi in una sorta di congedo provvisorio da tutto e da tutti. La moglie lo lascia, la scuola lo solleva dall’incarico, gli amici non lo riconoscono più. Il personaggio della novella omonima di Gianni Celati, Baratto (Quattro novelle sulle apparenze, Quodlibet), disinveste il mondo che lo circonda, per dirla con David Le Breton, sociologo e antropologo, autore di Fuggire da sé (Raffaello Cortina Editore). Baratto non esiste né per se stesso né per gli altri; la sua è una defezione, un ritrarsi dalla responsabilità di essere se stesso, l’unica possibilità per non essere schiacciato e gravato da quel peso che sono gli impegni verso gli altri, verso la società. Ha tranciato, seppur...

Amicizia / Luigi Ghirri e Gianni Celati

Nel 1981 Luigi Ghirri telefona a Gianni Celati. Ha letto i suoi libri e vuole incontrarlo. Ha anche sentito parlare di lui da amici comuni al Dams di Bologna. Intorno al fotografo modenese si raduna da qualche tempo una generazione di fotografi interessata al nuovo paesaggio italiano. Si propone di rappresentarlo facendo a meno degli stereotipi tradizionali: l’Italia delle cartoline Alinari, quelle “unte di colombi”, come dirà Arturo Carlo Quintavalle. Sono periferie urbane, campagne, luoghi del lavoro, strade, distributori di benzina, case abbandonate, giardini. Celati è contentissimo di questo invito; si entusiasma subito. Seguono lunghe discussioni nella casa di Ghirri, che si protraggono sino a notte fonda. Una sera, poi, il fotografo telefona allo scrittore per chiedere di spiegargli un testo di Wittgenstein, autore che stanno leggendo in quel periodo. Ghirri vuole che Celati partecipi con un suo testo al lavoro fotografico in corso. Diventerà un libro e una mostra: Viaggio in Italia (1984).   Luigi Ghirri, Gianni Celati, 1984-86.   Un capitolo decisivo della storia della fotografia italiana dopo la lunghissima stagione neorealista, almeno come impresa di gruppo, e...

A Reggio Emilia «Dedicato a Celati» / A passeggio con Gianni

Oggi e domani a Reggio Emilia «Dedicato a Gianni Celati»: due giorni di incontri in occasione dell'uscita del Meridiano Mondadori.   Estate di venti anni fa. Aspettavo Gianni, alla stazione delle Appulo-Lucane. Nella “littorina” intravvidi una figura allampanata: era lui. Ma scese dalla parte sbagliata; gli andai incontro, incespicò in una rotaia e non ci fossi stato io sarebbe finito steso tra i binari. Sorrise di quell’aiuto provvidenziale. Quel sorriso inerme  mi riportò ai suoi racconti, perché le sue storie erano inermi. E tali sono rimaste, le sue storie, dalla prima all’ultima. Non fanno mai nulla per coinvolgerti. A casa dormì in un letto dove ci andava appena: doveva rannicchiarsi. Mi è sempre piaciuta la sua aria da padre delle stanze che abita e che si sorprende di abitare, così come si sorprende di abitare i racconti che racconta. La sua faccia da padre perennemente stordito da notti insonni e dalla meraviglia di tornare a vedere le cose del mondo. Mia moglie, il mio amore buono, gli friggeva i peperoni secchi (era maestra nel non farli bruciare). Lo chiamava Gianni Gelati. Non aveva mai letto i suoi racconti, neanche uno; ma non aveva letto mai neanche i...

Un Meridiano “parallelo” / Gianni Celati, l'outsider che diventò un classico

Nessuno sarà più incredulo di Gianni Celati nell’accogliere il corposo Meridiano che raccoglie la sua narrativa (Celati. Romanzi, cronache e racconti, Mondadori, pagg. 1854). La preziosa collana dà sistematicità a classici anche contemporanei, ma una sistematica di Celati ha l’aria di una fantasticheria editoriale. Probabilmente lo è anche stata: la responsabile dei Meridiani, Renata Colorni, ci ha pensato dopo aver assistito a un’opera teatrale celatiana di incantevole e umana ambiguità, la Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto (qui non ripresa). I curatori non potevano che essere quei due. Marco Belpoliti, critico e studioso di letteratura e da decenni seguace di Celati, gli ha dedicato corsi di laurea, convegni, studi e, nel 2008, un ricco numero della rivista-libro Riga che Belpoliti dirige assieme a Elio Grazioli, per Marcos y Marcos (più un altro numero che ricostruisce le vicende progettuali della rivista Ali Babà, che Celati aveva pensato insieme a Italo Calvino e altri alla fine degli anni 1960). Per il Meridiano Belpoliti ha scritto un saggio introduttivo di 60 pagine («La letteratura in bilico sull’abisso»), quasi un libro nel libro. Nunzia Palmieri è...

Animali letterari / I topi di Pericoli e Celati

In quei giorni avevo l’ossessione dei topi. Vedevo topi dappertutto e sognavo topi. Non topolini ma ratti e pantegane. Facevo sogni spaventosi.    Pensai di affrontare l’incubo trasformando i miei topi in disegni e poi chiuderli in un libro. Però mi serviva un testo, e io non sarei stato capace di scriverlo. Allora pensai che la cosa migliore sarebbe stata quella di rivolgersi a degli scrittori, cercando autori che avrebbero potuto essere interessati all’argomento. Tra questi avrebbe dovuto esserci Italo Calvino. Gli scrissi e mi rispose subito. Il tema gli piaceva, mi assicurò che avrebbe scritto qualcosa, ma in più aggiunse un consiglio. Mi suggerì il nome di un giovane che secondo lui sarebbe stato adatto, che aveva già scritto di topi, in una maniera singolare che a Calvino era piaciuta molto. Gianni Celati. Io non lo conoscevo, quindi comprai un paio di suoi libri usciti da poco e li lessi. Il suo modo di raccontare mi faceva venire in mente i fumetti, ma fumetti in cui i personaggi si muovevano come nei film muti, con una musichetta allegra sul fondo e le figure che agiscono con ritmo un po’ accelerato. Gli scrissi e mi rispose con la lettera qui pubblicata. Un...

Il ritratto fotografico

Calvino e l’identità   Nel 1976 esce presso le edizioni La Nuovo Foglio un volume di ritratti fotografici di Carlo Gajani intitolato Ritratto, identità, maschera. Tra i vari personaggi presenti nel volume c’è anche Calvino. Lo scrittore ha conosciuto Gajani attraverso Gianni Celati; due volumi narrativi e sperimentali dell’autore di Comiche, Il chiodo in testa del 1974 e La bottega dei mimi del 1977, contengono fotografie di Gajani. Questi si è dedicato alla fotografia e alla pittura dopo aver esercitato la professione di medico, e prima ancora aveva studiato pianoforte al Conservatorio. L’artista bolognese è tra i primi che indaga il tema del ritratto fotografico, non solo attraverso i suoi scatti, ma interrogando, secondo lo spirito proprio dell’epoca, i suoi soggetti fotografici: propone un questionario a tutti. Dopo averli fissati in immagine li sollecita con alcune domande. Dal canto suo, in quel periodo Calvino si sta interrogando sul medesimo tema. Ne tratta in due testi, quello intitolato “Identità” (1977), che ora si legge nei Saggi dei Meridiani, e questo di risposta all’...

Luoghi comuni: Padani

“Quel pidocchio lì, che tra l'altro poi ho pensato non era neanche un pidocchio non era, che infatti mia sorella m'ha detto sarà mica una bacca che la Giovanna ha preso su in bicicletta a Cavezzo. Il fatto è che se lo sapevo che non era un pidocchio neanche stavo lì a ripensare a quel racconto russo pieno di pidocchi e pensavo magari alla Giovanna, un po' m'innamoravo anche. Perché te a volte pensi delle robe che non sono neanche quelle che dovevi pensare e perdi solo un gran tempo. Oh, non è che io c'ho un gran daffare, che intanto m'era venuta una depressione ma una depressione che non rispondevo neanche più ai miei amici giù a Novellara e stavo lì chiuso in casa a saltellare in cucina sulle piastrelle come un pidocchio.”   Un quiz per il lettore: si tratta di una facile eco prodotta dallo scrivente, o di un pezzo di Benati, di Nori, di Cornia, o ancora un patchwork montato da Cornia Nori Benati; forse addirittura viene per li rami da Cavazzoni o Celati? Certo il “gusto delle fole”, del parlare per parlare è del maestro primo, ma in fondo il gioco diventa...

Buon compleanno, Giuliano!

Oggi, 18 luglio, Giuliano Scabia compie ottant’anni. Una buona parte di questi suoi anni li ha passati a sperimentare e a immaginare con la poesia, con il teatro, con l’azione partecipata, con la narrazione, con il disegno, con la costruzione di fantastici oggetti di cartapesta, in un viaggio incantato nel mistero, giocato non a fare teatro ma a farsi teatro, ad agitare i sogni. Doppiozero dal 6 maggio ha dedicato alla sua figura di padre del Nuovo teatro, alla sua arte di incantatore e suscitatore, uno speciale che si conclude oggi con un’intervista realizzata da Marco Belpoliti quando Scabia è andato in pensione dall’insegnamento universitario a Bologna (2005) e con tre scritti inediti di Scabia: l’introduzione alla giornata di studio a cura di Silvana Tamiozzo Goldmann e Paolo Puppa Camminando per le foreste con Nane Oca  (Venezia, Ca’ Foscari, 19 maggio 2015); l’elenco completo delle opere del ciclo Teatro Vagante; una lettera in cui rivela la struttura segreta del suo Canzoniere.       Le puntate precedenti dello speciale comprendono l’intervista Alla ricerca della lingua del tempo, la...

Qui, lì, là

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto. È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una...

Atelier dell'Errore

Tre grandi carte installate al Buchheim Museum (Museo della Fantasia) di Bernried nei pressi di Monaco di Baviera, stese su pannelli di enormi dimensioni accolgono i visitatori della mostra. Ritraggono alcuni animali dello zoo fantastico di Giulia Zini: Orso Bruno, Golilla Madredipella, Catoblepa Occhi Luminosi, Pirottico Ferrocito, Piotruco che guarda le femmine, Piraostre Elegante, Cerva Di Santo Eustachio Gesù Infinito. Sono pastelli e disegni su carta che Giulia abbozza e campisce stando molto vicina al foglio, quasi aderente, sdraiata. Con dedizione assoluta questa ragazza di diciassette anni ha tracciato linee e segni sull’enorme spazio bianco appoggiato al pavimento dell’Atelier dell’Errore di Reggio Emilia. Con queste opere Giulia ha vinto nel 2014 il premio euward 6, art in disability, prestigioso concorso europeo di Outsider Art, organizzato dall’Augustinum Stiftung di Monaco uno dei più noti al mondo, con un catalogo dove campeggia in copertina un suo contributo. In giuria Arnulf Rainer e Roger Cardinal, due grandi esperti di questa arte.   Scoiatto Motosega, Giulia, Atelier dell'Errore   Tra qualche giorno, il...

Il poeta che diventò teatro

Continua lo speciale dedicato a Giuliano Scabia, uno dei padri fondatori del nuovo teatro italiano, maestro profondo e appartato di varie generazioni, artista sperimentatore, poeta, drammaturgo, regista, attore, costruttore di fantastici oggetti di cartapesta, pittore dal tratto leggero e sognante, narratore, pellegrino dell’immaginazione, tessitore di relazioni, incantatore. Dopo l’intervista Alla ricerca della lingua del tempo e la pubblicazione in quattro puntate del poema Albero stella di poeti rari – Quattro voli col poeta Blake (lo potete scaricare in pdf qui), in occasione dei suoi ottanta anni doppiozero approfondisce con saggi e immagini il suo instancabile camminare, ricercare.   __________________________________________________________________________     Il teatro italiano deve essere grato a Giuliano Scabia per più di un motivo. Il suo è un percorso unico ed esemplare, che ha nutrito e illumina l'evoluzione delle arti negli ultimi decenni. Il primo motivo di gratitudine: ha posto subito, alla metà degli anni Sessanta, con lucidità, il problema dell'avanguardia teatrale in Italia. Quelle di...

Leopardi e la compassione. Intervista con Antonio Prete

Ho appuntamento con Antonio Prete alle 16.30, in città studi. Mi muovo con largo anticipo, con quel misto di desiderio e ansia che mi impegna, mi distrae, mi porta sempre a nuove questioni, e so che per la quantità di dubbi che mi sono appuntata non basterebbero giorni di conversazione.   Antonio Prete ha insegnato a Parigi e a Yale, al Collège de France e ad Harvard, e ancora a Montpellier, Salamanca e soprattutto, per molti anni, a Siena. Sono innumerevoli i suoi contributi a riviste letterarie e filosofiche: «aut aut», «Il piccolo Hans», «Il semplice», «l'immaginazione»; nel 1989 ha anche fondato e diretto una bellissima rivista semestrale di letteratura e poesia, «Il gallo silvestre», durata fino al 2004.   Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi (Feltrinelli, Milano 1980) è il primo suo libro che ho incontrato, una riflessione attorno allo Zibaldone: la Natura, il desiderio, il rapporto tra filosofia e letteratura. Un libro importante, che ha cambiato il modo di leggere il poeta di Recanati, cui ha poi dedicato altri volumi, come Finitudine e Infinito. Su Leopardi (Feltrinelli, 1998), o Il deserto e il fiore. Leggendo Leopardi (Donzelli, 2004). Studioso, poi, di...

Nelle stanze dell'Ade

La recita di Claudio Morganti ed Elena Bucci   Benvenuti nell’Ade, nel mondo catacombale di un teatro che segue la regola evangelica “quando due o tre di voi si riuniranno…”, due o tre, trenta al massimo, i viaggi iniziatici sono per definizione limitati, le discese agli inferi si fanno da soli, seguendo il bagliore di una candela accesa nella notte o aspettando dietro una porta, nei sotterranei dell’Istituto Magnolfi di Prato che un qualche guardiano (questo ha la faccia conosciuta del Jakob Lenz di un anno fa) vi venga ad aprire e vi introduca nell’universo dell’attore Vecchiatto Attilio, al secolo Claudio Morganti, e di sua moglie Carlotta, la premurosa, materna, predestinata Elena Bucci.   Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto scritto nel 1995 da Gianni Celati scatta quasi senza soluzione di continuità con i frugali convenevoli dell’ospite, senza che i pellegrini, accomodati ai tavoli davanti al vino, abbiano il tempo di rendersi conto che sono già a teatro e che gli attori stanno già leggendo: comincia, piuttosto ricomincia, qualcosa che forse non è mai finito,...

Walter Nardon. Sibber

Walter Nardon lo conosco abbastanza bene. Una decina d’anni fa abbiamo fondato, assieme a Massimo Rizzante, il Seminario Internazionale sul Romanzo all’Università di Trento. Ho curato con lui alcuni di libri di taglio più o meno accademico prima di prendere le distanze da un mondo universitario che si ostinava a non darmi da vivere.   Ho letto vari suoi lavori critici, dai saggi contenuti in quei volumi alla sua tesi di dottorato, dedicata alle poetiche di Gianni Celati e Milan Kundera. Ho presente anche il suo primo libro di racconti, Il ritardo, la sua lingua sorvegliata, l’incedere esatto. Sono stato più volte a casa sua, in un paesino a 666 metri di altitudine tutt’altro che diabolici, in una ubertosa valle del Trentino in cui si producono ottimi vini bianchi. Fui persino ospite al suo matrimonio e potrei dirvi quale genere di film predilige sua moglie.   Per tutte queste ragioni dovrei forse astenermi dal riflettere in pubblico sul suo ultimo libro, che è anche il suo primo romanzo. Se contravvengo a questa etichetta, è perché mi sembra l’unico modo per completarne la lettura e, al tempo...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

Ugo Mulas. Circus Calder

C'è una mostra in corso, a Merano, nell'edificio Cassa di Risparmio di Merano Arte, organizzata da Valerio Dehò in collaborazione con l'Archivio Mulas di Milano, e parecchi mezzi d'informazione ne hanno dato notizia con un certo risalto.   Si tratta di trentasei fotografie di Ugo Mulas, scattate tra 1963 e 1964, che hanno per oggetto il famoso Circus Calder.   Il Circus Calder o Cirque Calder è un insieme di piccole sculture fatte col fil di ferro, spago, gomma, stracci e altri materiali poveri o poverissimi, che rappresentano uomini e animali, del circo appunto. Alexander Calder nel 1925 lavorava per la "National Police Gazette" e aveva avuto l'incarico di ritrarre scene circensi.     L'anno dopo, forte di quell'esperienza, a Parigi, creò il suo circo personale, con gli oggettini di cui sopra, tanto piccoli da stare in una valigia ed essere poi tirati fuori al momento giusto per improvvisare spettacoli di cui egli, Calder, era regista assoluto, facendo muovere a piacimento i suoi trapezisti, i suoi pagliacci, i suoi domatori e animali feroci in miniatura.   Si tratta quindi di un...

Gianni Celati. Selve d'amore

È uscito di recente da Quodlibet un libro da non perdere, Selve d’amore di Gianni Celati, una raccolta formata da quattro racconti che proseguono la serie fortunata dei Costumi degli italiani, inaugurata dallo stesso editore nel 2008. Nei nuovi racconti ritroviamo sullo sfondo alcuni personaggi indimenticabili che abbiamo imparato a conoscere nei primi due volumi, ma l’onore del primo piano spetta ora alle figure femminili, alle madri dei liceali incontrati nella classe scolastica di Pucci, prese anche loro, come i figli adolescenti, nelle selve della passione amorosa, che le porta a misurarsi con vicende molto difficili da sbrogliare, mettendole di fronte a scelte cruciali.     Così accade in Matrimonio Bellavista alla signora Marcocesa, che deve rinunciare a una vita felice con l’uomo che ama per non compromettere i piani matrimoniali del figlio maggiore, deciso a imparentarsi con un industriale dei budini sensibile alle questioni di moralità. In una situazione ancora più difficile si trova la madre di Pucci nell'ultimo racconto, La notte, una storia delicata e struggente, condotta fra veglia e sonno, fatta...

Nella colonia penale

La voce che si sente, immersi nel buio della sala, è suadente come se l’aspetta chi lo conosce, Ermanno Cavazzoni («la fata coi baffi», l’ha ribattezzato una volta Silvia Ballestra). Eppure stavolta c’è una punta di asciuttezza in più: un tono insieme di compatimento sottile e neutralità, come dire, nosografica: «L’umanità ha incominciato a andare al mare  verso la metà del Novecento. Fino ad allora a nessuno era venuto in mente di andarci. All’inizio sembrava una moda passeggera… per convalescenti…».     La quiete di Vacanze al mare, con questo titolo anodino da cinepanettone di seconda scelta e il suo tono pacato e sorvegliato, in realtà ci si rivolge come si insegna a fare ai matti. Ci asseconda. Illustrando un nostro comportamento che pare, alla voce fuori campo, fra i segni più inequivocabili dell’universale follia dell’homo sapiens. O homo litoralis – come viene ribattezzata quella sottospecie che ogni anno «dopo il solstizio d’estate […] migra in massa sui litorali marini, per un impulso...

Speciale Gianni Celati | Camminare con Celati

Per parlare di Gianni Celati devo cominciare dal camminare. Dentro e fuori le storie, storie che camminano. E camminare e raccontare. Insomma cominciare prima e un po’ lontani dalla scrittura, in una visione del mondo in movimento che precede, per chi guarda il mondo muovendosi, qualunque storia. Ci vediamo adesso forse una volta l’anno qui in Inghilterra, e neppure tutti gli anni. Ci mettiamo a camminare lungo il Regent’s Canal, verso est, dove Londra diventa un immenso svincolo stradale tra capannoni industriali, chiuse dismesse, vegetazioni acquatiche, e parliamo di tutto, a ruota libera.     Io so bene quali sono le mie difficoltà con Gianni: vorrei riassumere la mia vita, i miei progressi ma anche  ammettere che non c’è mai nessun progresso, che sono lo stesso di quando ero un suo studente. Questa è una traccia del periodo in cui Gianni era il mio professore, ma sarebbe forse più giusto dire maestro.   All’idea di scrivere e fare della letteratura un mestiere sono arrivato al Dams attraverso Gianni e, come chiunque di fronte a un mondo sconosciuto, ho cercato di capire attraverso lui...

Parole frontali e senza trucco

Lo ammetto e me ne scuso: ho conosciuto Celati da poco. Avevo letto qualche frammento, non ricordo dove. Il giorno dopo, sono andata in libreria e ho comprato tutto quello che ho trovato: “Verso la foce”, “Passar la vita a Diol Kadd” e “Cinema all’aperto”. Quando sono arrivati i libri e i dvd sono andata a casa, ho spento le luci per incontrare un uomo di cui, se fossi nata prima, mi sarei innamorata: un viso da esploratore nordico, una scompostezza stranamente aggraziata in certe pose, una voce che mi ha fatto pensare a qualcosa di morbido e buono che rotola lungo un pendio d’erba.   Di Celati ho amato subito la scrittura pacata e precisa, il suo raccontare usando le parole come passi lenti lungo una via; un andare a suole basse, in accordo con quello che c’è e con i fatti che non accadono. Lezione maestra in cui lo scrittore si svuota di ogni bordo e appartenenza, in uno smembramento leggero in cui si compara ad ogni cosa.     Quando ero piccola, mia madre voleva che io leggessi soprattutto romanzi. Ma a me i romanzi non piacevano, e non mi piacciono nemmeno oggi. Dei racconti non mi sono mai fidata: troppa presunzione, troppa fatica nel costruire personaggi e...