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Gilles Deleuze

(72 risultati)

Per una politica senza generi / Le “con-fuse”. Conversazioni tra Deleuze e Parnet

«Le domande, come qualsiasi altra cosa, si costruiscono: e se non vi lasciano costruire le vostre domande, con elementi raccolti dovunque, con pezzi presi da qualsiasi parte, se ve le “pongono”, succede che non avete gran che da raccontare. L’arte di costruire un problema, questa si è importante: un problema, la sua impostazione, lì si inventa ancor prima di trovare una soluzione. Niente di tutto questo avviene in un’intervista».    Potrei fermarmi a queste righe dell’incipit di Conversazioni – scritto nel 1977 da Gilles Deleuze e Claire Parnet, ripubblicata nel 2019 da Ombre Corte – e costruire un piccolo viaggio filosofico sulla conversazione come “tracciato di un divenire”, propedeutico al pensiero del molteplice che si oppone al binarismo. Ma Conversazioni merita di essere ulteriormente citato, perché rappresenta un esperimento unico, dove le voci di chi domanda e di chi risponde si con-fondono, dando vita a «un divenire vespa dell’orchidea e un divenire orchidea della vespa, una doppia cattura dunque, poiché ciò che ciascuno diviene cambia tanto quanto colui che diviene». Ogni capitolo apre una conversazione, mai scandita da domande, dove Deleuze e Parnet...

Pratiche teatrali per la cura della persona / Gabriele Vacis. Educare alla relazione

La scoperta dell’identità – ha scritto Édouard Glissant nel suo libro dal bel titolo Poetica della relazione – non può essere solo scoperta delle proprie radici, se si intendono le radici come uniche, come «ceppo che assume tutto su di sé e uccide quanto lo circonda» (Macerata, Quodlibet, 2007, p. 23), ma è anche scoperta della relazione. Nel mettere in discussione il luogo comune secondo il quale è l’immagine della radice a definire meglio di ogni altra il concetto di identità, Glissant vi oppone, con Deleuze e Guattari, quella del rizoma, «radice demoltiplicata che si estende in reticoli nella terra e nell’aria, senza che intervenga alcun irrimediabile ceppo predatore. […] Il pensiero rizomatico sarebbe all’origine di quella che io chiamo una poetica della relazione, secondo la quale ogni identità si estende in un rapporto con l’Altro» (p. 23). Strettamente connesso all’idea del rizoma, che non è mai esclusione ma inclusione e alleanza, è l’altro concetto portante del pensiero di Glissant, quello di «nomadismo circolare», contrapposto al «nomadismo a freccia». Se quest’ultimo è il «nomadismo invasore» di chi si sposta da un luogo a un altro per occuparlo e impossessarsene...

Arte come rinaturazione alla Galleria Nazionale di Roma / Non è la fine del mondo

«Un po’ di possibile, sennò soffoco», invocava Gilles Deleuze nell’Immagine-tempo (dieci anni prima di trarre le conseguenze, di quell’esaurimento). E se la premessa è che «abbiamo bisogno di ragioni per credere a questo mondo», uno dei pochi gesti intellettuali che nel nostro tempo provino a trovarle, queste ragioni, è Il mondoinfine: vivere tra le rovine, la mostra-concetto (come si dice concept-album) ideata da Ilaria Bussoni (e a cura sua e di Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio, fino al 23 gennaio alla Galleria Nazionale di Roma).    Chiara Bettazzi, Il mondo infine.   Bussoni è una giovane filosofa che dopo una formazione parigina ha messo al lavoro il pensiero nella forma dell’immaginazione editoriale, dando vita fra l’altro presso DeriveApprodi una collana, Habitus, che ha superato i venticinque titoli (densissimo, infatti, il catalogo-manifesto della mostra). A inaugurarla un testo imprevedibile di Gilles Clément, l’Elogio delle vagabonde: «erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo», in una rinaturazione (o rinselvatichimento) del paesaggio dopo la fine del cosmo ordinato che è stato il sogno, e l’incubo, dell’Homo sapiens...

I cancelli dell'acqua / Il pendolo di Zygmunt Bauman

Modernità liquida, ovvero il mondo sottosopra   La canzone di Peter Gabriel Downside Up, dell'album Ovo, costituisce, secondo me, una sintesi appropriata dell'incessante lavoro di decostruzione e ricostruzione effettuato da Bauman in tutta la sua lunga avventura intellettuale e contiene in nuce le caratteristiche salienti della modernità liquida. Gabriel esprime nel testo il senso di straniamento al cospetto di un mondo che si trasforma fino a rovesciarsi: l'edificio più alto e l'impressione che stia crollando, un equilibrio interno che si polverizza, la percezione che tutto si stia muovendo attorno, uno scenario di cose stabili e solide che si sfilacciano, si frantumano, mentre qualunque cosa su cui si poteva contare svanisce. E mentre il corpo si svuota del suo peso e viene attratto dal cielo, scivolando nell'ignoto, chi era straniero ci appare familiare, mentre quel che davamo per acquisito assume un aspetto minaccioso, e l'unica costante di cui possiamo essere certi è un'accelerazione inarrestabile del cambiamento. Vi ritrovo l'eco delle parole di Bodei nel suo saggio sul sociologo da Bauman più amato, Georg Simmel: “la meraviglia che si avverte dinanzi al realizzarsi di...

A venti anni dalla scomparsa del sociologo / Niklas Luhmann. “Solo la comunicazione può comunicare”

Il Nietzsche del XX secolo non è stato Foucault o Deleuze, ma un oscuro alto funzionario della pubblica amministrazione tedesca, approdato in pochi anni e un po’ incidentalmente, dopo un soggiorno di studi alla Harvard University, alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Bielefeld, nella Renania-Vestfalia settentrionale, nel 1966, da dove non si sarebbe mai allontanato, tranne che per una breve parentesi a Francoforte, come supplente di Adorno. Il suo nome è: Niklas Luhmann. Nacque a Lüneburg, vicino ad Amburgo, nel 1927, e scomparve il 6 novembre del 1998, nella sua casa Oerlinghausen, vicino a Bielefeld. Lo stile asettico e ridondante, nonché il lessico incline ai tecnicismi, lo hanno condannato ad avere meno popolarità di quanto meritasse, ma il suo quadro teorico è stato avvertito come imprescindibile anche da quegli avversari storici, come Jürgen Habermas, che lo hanno criticato, accettandone però il perimetro concettuale nuovo e la potenza descrittiva in esso contenuta. Se Nietzsche vedeva “cose umane, troppo umane”, cioè la vita con le sue pulsioni e i suoi bisogni, dove noi vediamo ideali, tanto da definire la religione, la morale, la metafisica (e la scienza stessa,...

Carnet geoanarchico | 6 / Com’è fatta la Liguria?

Roccatagliata Ceccardi, Sbarbaro, Montale, Calvino, Biamonti, Sanguineti, Maggiani, Conte, Magliani. E poi tutti gli altri, da Novaro a Orengo, con in testa ovviamente Caproni, che s’inventò a tavolino la “linea ligure” non tanto in cerca di una vera “ligusticità” dei suoi scrittori, ma per farsi compagnia, per mettersi in coda affettuosa in un lignaggio di parola che vorrebbe riconoscere nel paesaggio scarnificato della Liguria e nella poetica umorale dell’omissione i tratti congiuntivi di una parentela. Detto altrimenti, un carattere dei luoghi e delle persone, un’indole paesaggistica e psicologica che fa degli autori liguri una bolla letteraria a parte. Quando però si va a scavare in quei paesaggi e in quell’indole, tutto scivola via come sabbia dal pugno di ferro del pensiero categorizzante. Proprio tutto? L’antropologia e la geografia del paesaggio non sono in grado, letteratura a parte, di scovare qualcosa di meno aleatorio sulla ligusticità della Liguria? Hanno qualcosa da dire, insomma, per snidare quello che un tempo veniva chiamato il genius loci e che dovrebbe funzionare come l’Irlanda per Seamus Heaney o il Lake District per William Wordsworth?     Domande...

Ha il suo trono nel cuore dei re / La follia nella gratitudine

“Se ti faccio un regalo, tu pensi: ‘Oh! che cosa vorrà in cambio?’, e dici: ‘No no no, grazie, non posso accettarlo, sei troppo gentile’ [risate], ‘Sì sì sì, ci tengo!’ Che rapporto di forze! Te lo metto in mano, te lo ficco in tasca…” ( Gilles Deleuze, Il potere, Ombre Corte, p. 47).    Gratitudine e ringraziamento   Gratitudine e ringraziamento non sono la stessa cosa. Il ringraziamento consiste in un gesto, la gratitudine è sentimento. Il gesto è qualcosa che si fa, il sentimento qualcosa che si sente. Si dice: ringrazio l’altro perché provo un sentimento di gratitudine, ma è sempre così? Oppure il ringraziamento, soprattutto di questi tempi, nasconde sentimenti di sottomissione, ben diversi dalla gratitudine?  Da piccoli abbiamo imparato le raccomandazioni che ci accompagnano durante il corso della vita: “Saluta la signora Bice!”, “Ringrazia lo zio che ti ha regalato il trenino!”, “Telefona al signor Augusto, che ti ha raccomandato per quel posto di lavoro!”, “Forse è il caso che offra una cena al professore, che mi ha aiutato per passare il concorso”, oppure “Magari gli parlo del mio concorso”, “ Non voglio disturbare”, “Permettimi di insistere”.  Non...

Il non simbolico / Una cartografia della tecno-arte

La sempre maggiore distanza tra le pratiche artistiche e le nostre vite quotidiane sembra farsi ancora più estrema nell’osservazione di alcune opere o eventi dell’arte contemporanea. La sensazione è quella di un percorso che, partito dalla necessaria conquista moderna dell’autonomia dell’arte da altri ambiti, come la morale o la religione, si è risolto oggi in una estenuata lontananza, un dissolvimento della potenza dell’arte e della sua importanza nelle nostre esistenze. Anche quando subentra un altro principio, questo pure del tutto eteronomo, ovvero quello del mercato. In ogni caso, l’esperienza artistica sembra essere divenuta oggi, per lo più, qualcosa di separato, isolato dalle dimensioni che hanno un peso forte nella nostra esistenza individuale, sociale, politica in senso ampio. Come fare a ritrovare il senso radicale di un’arte che possa invece parlarci davvero, o addirittura incidere e cambiare le nostre vite? E come fare a ritrovarlo senza cadere nel recupero di aspetti moralistici, o addirittura di propaganda?   Il libro di Vincenzo Cuomo, Una cartografia della tecno-arte, prende l’avvio dalla ipotesi generale e convincente secondo cui l’arte ha sempre a che fare...

La socialità rimane la via maestra / Vecchi cattivi

I vecchi cattivi a volte sono anche simpatici, specie quando hanno la faccia tosta di fare certe spettacolari piazzate nelle quali, esprimendo quello che tutti di solito per pudore teniamo dentro, osano affrontare impiegati e commessi maleducati o medici antipatici, e lo fanno con la totale mancanza di senso del pericolo di un bambino che si mette sulle rotaie a fermare il treno. Ce ne sono tanti e li trovi per lo più là dove si assembrano le persone, abitano nelle code in cui la gente aspetta il suo turno per un qualche motivo, insomma stanno nei contesti sociali dove possono, diciamo così, esercitare la loro “arte”. “Prova tu a vivere con un gatto impazzito nello stomaco!” mi ha detto un vecchio ancora stravolto, fresco reduce da una litigata memorabile alla coda dell’ufficio postale. Non ho mai ben capito che cosa intendesse, ma ho sempre interpretato quel suo “gatto impazzito” come la perfetta descrizione del suo stato di alterazione psicologica che, davanti alla prima anche minima difficoltà, scatena il demone della cattiveria.   “Sono vecchio, posso permettermi di dire tutto quello che voglio”, dicono, ed è anche in questo modo che possono rimanere in connessione con la...

Palazzo Reale, 4 luglio - 24 settembre 2017 / Agnetti. A Cent’anni da adesso

Vincenzo Agnetti, o di come affrontare il linguaggio con atteggiamento di sfida, a petto in fuori, armati giusto di se stessi. Si tratta di attitudine vertiginosa, che dà il capogiro come lo dà mettersi di traverso a qualunque cosa esista in quanto tale, come un dato di fatto. Missione e urgenza del grande e vero pensatore, del grande e vero artista, del pensatore evoluto, effettivo, è sfidare il già dato, e la vertigine che viene da tale sfida; quale ulteriore fardello, dovrà farlo sostenendo l’espressione di disappunto del resto del mondo all’udire una dichiarazione di intenti che suoni più o meno: «Mi propongo di mettere in discussione il linguaggio che ci è dato perché non voglio accettarlo in quanto tale, non voglio prendere nulla di ciò che è già dato».   Quello sguardo, in risposta a quella frase, accusa lei e chi la pronuncia di ingratitudine perché ciò che è già dato è qualcosa di concesso, disposto e disponibile: è più facile considerare il già dato come qualcosa di donato, quindi è molto più comodo ritenerlo giusto, in definitiva è una questione di auto-conforto. Ma il conforto di sé è ciò da cui il vero pensatore deve rifuggire, scappare terrorizzato,...

Il settantasette compie quarant'anni / Una tomba per uno strano animale

Il Settantasette compie, quest'anno, quarant'anni. Scriverne non può servire a celebrare o svilire una data decisiva nella storia dell'Italia contemporanea, entrata nell'immaginario collettivo più di quanto sembri – basti pensare alla infinita e inutile letteratura scandalistica sugli anni di piombo, o anche al cinema in presa diretta di quegli anni, e quindi alla commedia di Luciano Salce Il... Belpaese, film uscito proprio nel 1977 e interpretato da Paolo Villaggio, quasi due ore di luogocomunismo sugli anni di piombo dal punto di vista della borghesia milanese, e poi anche Tutti a squola di Pingitore uscito nel 1979, protagonista Pippo Franco professore liceale alle prese con i giovani settantasettini drogati e delinquenti, deriva trash di una destra romana meno perbene ma più ridanciana – ma ancora scarsamente oggetto di indagine storica soprattutto da parte delle generazioni più giovani.   In controtendenza, in questo senso, lo studio di Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, uscito nel 2016 per Carocci, il libro di Danilo Mariscalco, Dai laboratori alle masse, dedicato al rapporto tra il '77, le arti e la comunicazione, uscito nel 2014 per ombre corte, e la più...

Alla Tate Modern fino al 10 settembre / Giacometti: all'inizio del mondo

Somiglianza e differenza: siamo più simili o più diversi rispetto agli altri esseri umani che ci circondano? L’interrogativo ha affascinato filosofi e artisti di tutte le epoche e tutte le culture, ma universalismo e unicità restano i due poli entro i quali si muovono le relazioni umane: continuità e identità ci mettono in contatto e ci distinguono. È questa, forse, la migliore linea-guida per ripensare oggi – dopo Adorno, dopo Canetti, dopo Deleuze: da dove siamo noi, suoi postumi di cinquantun’anni – all’arte di Alberto Giacometti. Il particolare distintivo era la sua ossessione, perché non poteva tollerare la riduzione dell’esperienza alla riproduzione del mondo: guardare significava per lui cogliere l’elemento irriducibile alle logiche della somiglianza formale.   Guardare era, perciò, prima di tutto un fatto materiale: significava capire come le cose sono fatte per farle parlare attraverso la materia. Gli occhi, diceva, attirano la nostra attenzione, quando guardiamo una faccia, perché sono fatti di una materia diversa dal resto della faccia. Ciò li rende speciali, che è altra parola-chiave dell’universo di Giacometti: apparentemente alla ricerca di ciò che è distintivo...

Dall’immateriale del web al materiale della carta / Almanacco doppiozero

  Da Abramović a Zargani sono sessantadue irregolari. Forse non tutti irregolari veri e propri, ma forse irregolare è anche il tentativo di mappare il mondo a partire da sguardi singolari, da un pensare, o un fare, incarnato in una figura. Ecco perché dei ritratti. Molti di questi portano in primo piano l’attenzione che abbiamo posto in questi sei anni ai personaggi della società e della cultura, italiana e internazionale, non facilmente omologabili, eccentrici. Sono artisti, filosofi, scrittori, pensatrici, cantanti, poeti, fotografe, cineasti, psichiatri, psicologi, attrici, designer, politici, e altro ancora. Sono solo una piccola parte: abbiamo dovuto escludere da questo Almanacco, il numero 1 che segue il precedente numero 0, una gran parte dei ritratti che la redazione e i collaboratori di doppiozero hanno scritto in questi anni. Solo questi sessantadue testi, composti in caratteri e corpo per un eventuale libro, ammonterebbero a oltre 500 pagine. Questo per dire del patrimonio che contiene il sito, la ricchezza di contenuti e di letture dedicate a tantissimi autori, contemporanei e non. Contemporaneo vuol dire di questo tempo: con-tempo.   Non c’è un intento...

Costruttori di cattedrali / Oltre il museo e la funzione autore

Il museo dopo il museo. Il museo è il figlio prediletto della modernità. Più esattamente di quella particolare concezione del tempo che si è andata strutturando come secolarizzazione dell’escatologia ebraico-cristiana dandosi come proiezione «futurologica» nella doppia versione progressista e rivoluzionaria. «Domani accadrà», ripete la canzone moderna, e a quel domani ci arriveremo, progressivamente appunto, poco a poco, o con un salto rivoluzionario che scardina il continuum della storia, ma comunque ci arriveremo. Nel frattempo, mentre la colonizzazione del futuro si organizza, il presente può attendere, lo si può sacrificare in virtù di un domani migliore, e il passato invece occorre conservarlo. Certo per salvarlo dalla tempesta della storia che tutto travolge e dimentica, ma conservando il passato si finisce anche per neutralizzarlo. È così che nasce il museo – da questa particolare concezione del tempo al di fuori della quale non si sarebbe dato come istituzione culturale – e con questa particolare missione sociale: conservare il passato, tesaurizzarlo, e controllarne la memoria. Farne «monumento» da ammirare e contemplare. Ed è così che il passato diventa un’ossessione...

Dal cinema alla rivoluzione digitale / È tutto uno schermo

Sono ormai diversi anni, almeno da Sullo schermo dell’estetica. La pittura, il cinema e la filosofia da fare (Mimesis, Milano, 2008), che la questione dello schermo ritorna con insistenza nella ricerca di Mauro Carbone. Nel programma del seminario da lui coordinato a Lione, dal titolo Vivre parmi les écrans, si legge: «gli schermi sono diventati i dispositivi attraverso i quali noi incontriamo il mondo. Una rivoluzione percettiva e cognitiva si sta compiendo: noi conosciamo e comunichiamo con gli altri e con l’ambiente, specialmente quello delle città, attraverso degli schermi-protesi. Gli individui e gli schermi sono divenuti gli elementi inseparabili di un unico sistema comunicativo e sociale, che pone il problema della sua comprensione e del suo governo». In effetti, che quello delle interfacce e degli schermi sia un problema dalle vaste implicazioni antropologiche e sociali (e dunque politiche) è sotto gli occhi di tutti: pensiamo al numero di ore/giorno di interconnessione web dei nostri corpi, in particolare quello degli adolescenti (gli elettori di domani); pensiamo ai big data o al profiling digitale delle nostre identità di “utenti”; pensiamo al dato statistico che...

Un’apocalisse integrata / Psicopolitica di Byung-Chul Han

«La libertà sarà stata un episodio» (p. 9). Con questa sentenza lapidaria si apre l’ultimo libro tradotto in italiano del filosofo coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han, Psicopolitica.  Il libro di Han, poco più di 100 pagine, diviso minuziosamente in 13 sottoparagrafi, si pone come una disamina del tema della psicopolitica, che ad avviso dell’autore sarebbe l’impensato delle politiche che – dall’inizio dell’età moderna, secondo il dettato di Foucault – nel mondo contemporaneo fanno dei corpi degli uomini il loro oggetto principale, e che sono state chiamate dagli interpreti “biopolitiche”. Per prima cosa Han sottolinea come, nel regime neoliberale, si sia attuato un superamento del paradigma individuato da Marx, secondo cui – riducendo – ci sarebbe una classe di sfruttatori e una di sfruttati: per Han nel neoliberismo «ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa» (p. 14): non averlo capito sarebbe il grande errore di teorici come Toni Negri, che sarebbero, secondo Han, rimasti attaccati a un paradigma descrittivo delle modalità di produzione vecchio e non più al passo coi tempi: «Le attuali forme di produzione non sono determinate dalla “...

L’immagine-movimento / Cinema 1 di Gilles Deleuze

Se si escludono una manciata di art-house theatre concentrati per lo più in pochi centri urbani, per andare al cinema negli Stati Uniti bisogna per forza di cose avventurarsi in uno dei tantissimi mall che costellano la sua rete autostradale, dove hanno sede quelle mastodontiche e spersonalizzanti multisala capaci a volte di riunire anche 20 sale cinematografiche nello stesso edificio. Dedicate unicamente alle release dei film commerciali delle grandi major, si tratta di luoghi dove il cinema è uno dei tanti servizi che viene offerto accanto alla vendita di bibite, pop-corn, cibo da fast-food, sale giochi etc.   Tuttavia complici il bassissimo costo del lavoro e la disponibilità praticamente illimitata di energia elettrica a buon mercato, a queste multisala risulta conveniente rimanere pressoché costantemente aperte. Questo vuol dire che anche nella provincia più remota d'America è possibile alle 11 di mattina di un giorno infrasettimanale andare a vedere Independence Day: Resurgence o Furious 7 senza che questo comporti il benché minimo problema.   Ma se qualcuno volesse davvero provare l’ebbrezza di tale esperienza (e a chi scrive è capitato) si troverà di fronte a una...

Per una filosofia e una politica oltre l’individuo / Non si dà vita vera se non nella falsa

Fin dal sottotitolo La vita comune. Per una filosofia e una politica oltre l’individuo (DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 106) di Paolo Godani si presenta come un pamphlet propositivo di un intreccio indissolubile tra pensiero filosofico e azione politica e, come ogni pamphlet, parte da una presa di posizione radicale e traccia le linee introduttive di una teoria e una pratica da fare. Il riferimento più costante del testo, quello da cui prende le mosse e con cui non si abbandonerà mai il confronto, è senza dubbio il frammento di Walter Benjamin che prende il nome di Capitalismo come religione.   In esso Godani trova gli strumenti d’analisi per rendere conto della situazione esistenziale contemporanea segnata da un’atomizzazione atta a formare degli individui in solitudine e del tutto incapaci di una vera comunicazione, anche se occupati tutti nelle stesse attività, da un lato; e dall’altro la totalizzazione di un senso della vita individuale che trova in un compimento destinale e teleologico la propria conclusione. Entrambi questi aspetti, che sono strettamente legati, presentano un correlato al contempo genealogico ed esistenziale rispettivamente in ciò che Benjamin chiama «le...

Abbiamo soltanto la vita / Quando ho visto Nel corso del tempo

    Ricordo solo vagamente dove ho visto per la prima volta Nel corso del tempo. Ma ricordo bene che ero andato al cinema con una donna separata dal marito proprio in quei giorni, molto nervosa, che trovava tutto insopportabile. Ho capito subito che non era il film  per lei. Infatti quando siamo arrivati alla scena dove Rüdiger Vogler va sulla sponda d’un fiume a defecare all’aperto, e si vede la merda uscire dal suo culo, lei si è alzata dicendo: “Io ne ho già abbastanza della vita", poi ha infilato la porta e ho dovuto inseguirla. Voleva dire, credo, che ne aveva abbastanza della vita nei suoi aspetti meno edificanti, come quelli che stava affrontando col marito. La sua frase mi è rimasta in mente perché nel film di Wenders trova una risposta, quasi come una morale: “Abbiamo soltanto la vita”.   La seconda volta che ho visto Nel corso del tempo ero da solo, e il film mi ha assorbito in una lunga rimuginazione. Mi ero fissato sulla scena con Rüdiger Vogler e Lisa Kreuzer nel cinema di provincia, a tarda notte. Lei racconta che in quel cinema un uomo e una donna facendo l’amore erano rimasti incastrati: la donna aveva avuto uno spasmo vaginale e avevano dovuto...

Il soggetto perduto del desiderio / Il Lacan di Recalcati

Nel secondo volume della sua grande monografia (Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto), Massimo Recalcati descrive prevalentemente le forme che la malattia psichica può assumere. Sin dalle prime righe, egli sottolinea l’essenzialità della clinica nella ricerca di un autore che, a partire dal 1966, l’anno di pubblicazione degli Scritti, ha fatto irruzione anche sulla scena filosofica ed è diventato un riferimento tra i più fecondi – anche per chi lo ha rifiutato – nella filosofia contemporanea. Le mie riflessioni ovviamente non contrastano con quanto afferma Recalcati, e cioè che la teoria del soggetto, del desiderio e del godimento, del significante e dell’oggetto piccolo (a) derivano da una creatività teoretica che s’intreccia continuamente e in misura fondamentale con la pratica clinica. Vorrei piuttosto sottolineare l’interesse e gli stimoli che questo secondo volume può suscitare nel lettore che non dispone di una formazione clinica: dalle forme patologiche affiorano le figure del desiderio, e le domande sull’esistenza in quanto elaborate da quel soggetto plastico che noi siamo. Mi sembra perciò legittimo indicare alcune questioni filosofiche che...

Tempo, spazio e immortalità in Gino De Dominicis / Contro l'ideologia del progresso

È la mattina dell'8 giugno 1972 quando, in occasione dell'inaugurazione della 36° Biennale di Venezia, un istante di eternità e immortalità irrompe nel tempo e nello spazio della laguna. In una delle sale veneziane Paolo Rosa, un giovane affetto da sindrome di down, è seduto su una sedia, davanti a lui ci sono il perimetro di un quadrato bianco disegnato per terra, una palla di gomma e una pietra. Si tratta della Seconda soluzione di immortalità (l'Universo è immobile), l'opera che Gino De Dominicis ha preparato per l'occasione, composta appunto da Paolo Rosa e altre tre opere: Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969), opere già esposte in precedenza in occasione della sua prima personale a L'Attico di Fabio Sargentini nel 1969. Pochi giorni dopo la sala verrà chiusa e l'artista e il suo assistente Simone Carella saranno denunciati alla Procura della Repubblica per sottrazione d'incapace, e poi assolti nell'aprile del 1973 perché «il fatto non sussiste». L'opera dello...

La grande straniera. A proposito di letteratura / Scrivere per divenire-folli

Quando scrivo è come se non mi appartenessi mai, come se mi perdessi in quella terra di niente e di nessuno, in quel suolo letterario in cui la vita si precipita da sé. E se mi capita la bizzarra esperienza di rileggermi, raramente mi commuovo. E se pure mi commuovo è perché non mi appartengo, non mi appartengo più, perché non mi sono mai appartenuto. Perché la parola scritta disconosce la mia paternità ricacciandomi in quel puro candore dell’innocenza da cui ho cominciato a scrivere il mio deplorevole senso di colpa. Parola straniera, parola di una lingua distante, a cui tornare per ricominciare ad appartenersi, ma solo nell’abbandono del proprio, per risalire alla fonte di quel linguaggio originario che fa la sua comparsa nella soglia tra la notte trascorsa e il giorno a venire. E allora si tratterà di un linguaggio letterario in senso stretto. Un linguaggio che richiamerà in sé le competenze aleatorie della letteratura, della filosofia e della critica, come in un continuum che donerà loro l’identità della differenza che le connota. Sarà un linguaggio aurorale, che nascerà dal futuro di un’alba che attendiamo e si realizzerà in un presente che non ci è dato vivere....

Posture

Negli ultimi anni della guerra, mentre era internato in un campo di prigionia, Emmanuel Lévinas comincia a scrivere quello che diverrà il suo primo libro, Dall’esistenza all’esistente, pubblicato nel 1947. Non è facile misurare la novità e il singolare, quasi feroce svolgimento che qui riceve l’ontologia del suo maestro di Friburgo, Martin Heidegger. L’essere non è più un concetto, è un’esperienza sordida e crepuscolare, che si coglie tra il sonno e la veglia, negli stati di fatica e di insonnia, nel bisogno e nella nausea – e, innanzitutto, nelle posture e nelle imposture del corpo. Nella stanchezza, in cui la coscienza sembra allentare la presa e quasi disdire il suo abbonamento all’esistenza, è in realtà ancora l’essere che appare, in un evasivo ritardo rispetto a se stesso e come in un’intima lussazione. Si è dinoccolato e spostato e quindi mi sfugge e non riesco a afferrarlo: ma “c’è”. Per questo la fatica cerca riposo nel sonno senza trovarlo e scivola così suo malgrado nell’insonnia, quando si veglia senza che vi...

Un filosofo classico. Gilles Deleuze a vent'anni dalla morte

ll 4 novembre 1995 moriva a Parigi il filosofo francese Gilles Deleuze. Doppiozero lo ricorda, a vent'anni dalla morte, con una serie di scritti suoi e su di lui.     È possibile “situare” con precisione la posizione di Gilles Deleuze nella storia della filosofia. Non aggiungo l'aggettivo “moderna” o “contemporanea” perché la storia della filosofia è una sola dal momento che a definirla non è la successione dei sistemi di pensiero ma la riproposizione costante e monotona di una sola questione, quella che concerne la possibilità per la filosofia di cominciare. Può darsi, cioè, un pensiero puro, un pensiero senza immagine, un pensiero che sia libero dalle presupposizioni della doxa, dalle equivoche “evidenze” del senso comune come dalle direttive morali di un malinteso buon senso? Oppure la filosofia è l'impossibile, è il sogno cattivo di una umanità tracotante che s'illude di potersi spogliare della sua finitezza, della sua mancanza e addirittura del suo limite strutturale, la morte, per coincidere in un punto – la filosofia,...