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Gilles Deleuze

(81 risultati)

La Vegetazione come agente politico

Il modo in cui oggi si fa esperienza del mondo vegetale è ancora legato all’ordine di discorso che si apre con le scienze naturali. Il metodo scientifico moderno, che nelle scienze naturali ha trovato il primo campo di applicazione, è caratterizzato da una ricerca di costanti e leggi con le quali ridurre e catturare la molteplicità del reale, dal dominio del quantitativo sul qualitativo e dalla costruzione di un apparato di senso normativo e necessitante. Nate in contemporanea all’emergere del capitalismo e all’accumulazione originaria, le scienze naturali agiscono per classificazione e distinzione (seguendo le cartesiane idee chiare e distinte), sono vere e proprie scienze del dominio, precondizione per l’utilizzabilità generale del reale da parte del soggetto borghese moderno. La botanica in particolare si è rivelata un sapere importante per l’organizzazione delle piantagioni all’interno del sistema coloniale, a partire dal XVII secolo quando si ridefinirono nuovi sistemi di controllo e tecniche di sfruttamento per il monopolio delle spezie. Con l’avanzare dello sviluppo capitalistico, il metodo...

Lo spazio (s)fin(i)to

Esiste Ascoli Piceno? Ricordo di averla visitata in una esistenza che, per molti indizi, dovrei considerare precedente; quello che non ho potuto stabilire è se Ascoli Piceno esiste ora… nessun ricordo dà la certezza che qualcosa sia veramente accaduto… Giorgio Manganelli, La favola pitagorica   Una volta io stesso avevo visto un volumetto con il mio nome in cima, ma mi trovavo alla stazione, dovevo prendere un treno che scalpitava sui binari, e non ebbi il tempo di vedere di che si trattava. In realtà, so che non si tratta di un caso di omonimia – che sposterebbe il problema, ma non lo risolverebbe – ma di un caso di pseudonimia quadratica, che, come tutti sanno, consiste di usare uno pseudonimo identico al nome autentico. In questo caso, il nome resta falso e sviante, oltre che protettivo, sebbene sia autentico e inoppugnabile.   Giorgio Manganelli, La notte   Per una volta ha ragione lo strillo in controcopertina. Davvero è «il romanzo autobiografico di una generazione» – una generazione che è anche la mia – Un amore dell’altro mondo: opera terza di Tommaso Pincio...

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

Straniamento è parola filosofica. Anzi, per certi aspetti può essere considerata cifra essenziale dell'atteggiamento filosofico. Si filosofa sul serio solo se si opera un'azione straniante – rispetto al mondo, al senso comune, alla doxa, alle tradizioni, all'autorità, alle credenze. Di più: solo quando ci si torce fino al limite estremo del domandare – perché qualcosa e non il nulla? perché sono qui? chi sono? donde viene quel chi che domanda? – solo allora l'avventura filosofica assumerà un senso (drammatico) di vita vissuta.   Di questo tipo di torsioni è costellata la storia della filosofia (dalla periagoghé platonica all'epoché fenomenologica), ma soltanto di recente lo straniamento ha potuto raggiungere ulteriori livelli di consapevolezza e drammaticità. La “detective-story” filosofica che Jim Holt conduce con arguzia nella propria indagine ontologica intitolata Perché il mondo esiste? [di cui abbiamo scritto qui NdR], non sarebbe forse stata possibile senza la cosmologia novecentesca (ma anche senza le turbe...

Le metafisiche cannibali di Eduardo Viveiros De Castro

Eduardo Viveiros De Castro l’antropologo, in Italia, fuori dagli addetti ai lavori, è poco o per nulla conosciuto. Si tratta di uno dei pensatori più prolifici per l'antropologia, ma, come accade ad altri autori di grande rilievo, i suoi meriti vanno ben oltre gli studi antropologici. Per questa ragione mi permetto di scriverne, sperando di non urtare troppo la sensibilità disciplinare degli antropologi d'accademia.   C'è un libro mai scritto che si mostra come un'ombra attraverso le pagine della sua opera, un libro che Viveiros De Castro ci mostra come un progetto mai realizzato, l'Anti-Narciso, continuazione, riproposizione, derivazione dell'AntiEdipo, ripensamento e ripresa, in chiave antropologica, di quell'intreccio di pensiero tra psicoanalisi, filosofia e letteratura che è l'opera di Gilles Deleuze e Felix Guattari.   Brasiliano di origine, ha insegnato per anni in Europa, sopratutto a Cambridge in Inghilterra, per rientrare da alcuni anni a Rio de Janeiro, dove insegna al Museu Nacional. Scrittore prolifico, le sue opere si trovano in Portoghese, Francese, Inglese, Spagnolo e altre...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

La crisi dell'avvenire

Alla nostra epoca è riuscito l'exploit di parlare ininterrottamente della «crisi» senza riuscire in alcun modo ad affrontare i problemi alquanto reali che nutrono questa ipertrofia di discorsi di crisi. Di fronte a un'inflazione così accecante, la cosa migliore è forse di cominciare a porre alcune tesi dall'apparenza dogmatica, che avranno perlomeno il merito di fare un po' di piazza pulita (e forse di suscitare qualche discussione). Ciò che quotidianamente indendiamo e diciamo sulla «crisi» è illusorio almeno per tre ragioni:     1° I nostri discorsi attuali di crisi implicano una struttura narrativa ingannevole, per il fatto che ci incoraggiano a credere che tutto andava bene, che siamo in un brutto momento, e che andrà meglio quando ne saremo usciti. Non andrà affatto meglio se si aspetta semplicemente che passi o se si spera di poter continuare come prima: bisogna cambiare radicalmente di direzione.     2° I nostri discorsi «sulla» crisi ci impediscono di parlare di ciò che è veramente in crisi: «la» crisi di...

Teoria del drone

Ore 0:45 GMT – 5h15 in Afghanistan Il pilota: Cazzo, quello è un fucile?! L’operatore: Boh, è solo una macchia calda dove sta seduto, non posso dirlo, comunque sembra proprio un oggetto. Il pilota: Ah, speravo saltasse fuori un’arma, vabbè. Ore 1.05 L’operatore: Sto camion sarebbe un bel bersaglio. È un 4x4 Chevrolet, un Chevy Suburban. Il pilota: Sì. L’operatore: Eh, sì. Ore 1.07 Il coordinatore: Lo screener dice che c’è almeno un bambino vicino al 4x4. L’operatore: Vaffanculo… dov’è? L’operatore: Mandami una cazzo d’immagine, ma non credo che ci siano bambini a quest’ora, lo so che sono strani, ma insomma... … L’operatore: Boh, sarà un adolescente, comunque non ho visto niente di piccolo e sono tutti raggruppati là.   Questa che avete appena letto è la trascrizione di una parte della conversazione tra i membri dell’“equipaggio” che guida un drone Predator in volo sull’Afghanistan il 20 febbraio 2010. Sono tranquillamente seduti sulle loro poltrone nella base di Creech, negli Stati...

Eco e l'effetto Aleph

Perché riprendere in mano un libro scritto mezzo secolo fa su temi che cambiano continuamente e che, come riconosceva già allora il suo autore, bisognerebbe riscrivere ogni settimana (“fare una teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria di giovedì prossimo”)?   Il motivo più evidente è che la contrapposizione manichea tra apocalittici e integrati,  bersaglio polemico centrato da quel titolo diventato un'icona, non è affatto datata, perché è un idealtipo che attraversa le epoche, anzi vive proprio sulla cresta dell'onda del mutamento. E oggi che le onde sono più grandi e veloci, molta più schiuma si forma sulla loro cresta.   “Ci vorrebbe un Benjamin!”, ha commentato Umberto Eco durante la tavola rotonda organizzata a Bologna per celebrare il mezzo secolo del suo libro, dopo aver accennato all'intricatissima situazione dell'odierno mediascape dominato dal Web.   Questo riferimento al grande “cacciatore di perle” (copyright Hannah Arendt) che catturava frammenti preziosi (di passato) per farne nascere nuove forme (...

La scala delle temperature

Pubblichiamo la prefazione dal volume di Luca Trevisani, Water Ikebana Stories About Solid & Liquid Things pubblicato da Humboldt Books     I feel emotional landscapes they puzzle me State of Emergency 
 nihil est toto, quod perstet, in orbe. cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago […]; nam quod fuit ante, relictum est, fitque, quod haut fuerat, momentaque cuncta novantur. […] Nec species sua cuique manet, rerumque novatrix ex aliis alias reparat natura figuras […] Sono parole di Ovidio, nelle Metamorfosi (XV, 177-8, 184-5, 252-3: «In tutto il mondo non c’è cosa che duri. Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde […]: quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi […]. E anche la forma non dura, a nessuna cosa, e la natura, che tutto rinnova, ricava dalle figure altre figure»). A volte viene da pensare che le forme dell’immaginario contemporaneo, in apparenza fra loro distanti e l’una all’altra irriducibili, possano invece essere ricondotte a un numero limitato di archetipi comuni: infinite varianti di ben...

Campioni # 1. Gian Maria Annovi

La Signora # 1 me la mettono in casa per forza ad aspettare che muoia una non italiana una troia io che insegnavo il latino che traducevo il greco e ora una cosa che sbatte le ciglia che appena mugugna un sacco di ossa e respiro e lenzuola […] La Scolta # 2 mattina lava Signora con carozina. lava tutta. con saponetta. con spunia. lava capelli anche. lava là in fondo che Signora non vuole e mi grida. ma io volio profuma di buono non quello suo odore di donna che more.   da Id., La scolta (Roma, nottetempo, novembre 2013, pp. 33, € 4), p. 11 e p. 13   Già col primo dei nostri «Campioni» poetici tocca contravvenire a una delle regole che ci siamo dati per questo gioco: la scelta cioè – per ciascun libro a sua volta eletto a «campione» della «vera contemporanea poesia» – di un solo componimento che appunto faccia da «campione» della sua lingua e del suo immaginario. Il fatto è che sempre più, nella poesia di Gian Maria Annovi, si assiste al significativo passaggio da un «iniziale sperimentalismo astratto», nel quale i testi figuravano «...

Sfuggire al capitalismo neo-liberale

Con una piccola esagerazione (tale solo a causa dei giganti che ci accingiamo a portare come pietre di paragone) si potrebbe sostenere che uno dei più interessanti eredi del pensiero critico francese, dopo la morte di Deleuze, Debord e Baudrillard, sia un italiano, Maurizio Lazzarato. Dopo La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013), Lazzarato continua la sua indagine sui modelli filosofici e antropologici sottesi alla nostra attuale condizione di “uomini indebitati”. Il lavoro precedente del filosofo e sociologo post-operaista da anni emigrato in Francia, era incentrato – a partire da Nietzsche e Deleuze – sulla ricostruzione di un modello antropologico che potrebbe essere definito come quello dell’ “uomo indebitato”: di quel particolare tipo di soggettività che gli apparati mediatici e di potere promulgano a viva voce quotidianamente a partire dallo scoppio della bolla economica degli immobili negli USA. Rispetto a quel testo i saggi che formano Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista /DeriveApprodi, 2013) rappresentano sicuramente un passo in avanti, per lo meno dal...

Campioni. Giustificazione non petita

Accusatio manifesta. Facile, facilissimo il ruolo dell’accusatore: di fronte a una nuova rubrica di poesia in Rete. Col fiorire della bloggherìa indiscriminata, da un decennio a questa parte, per non parlare dell’universale “statistica” (da status) più di recente incoraggiata e prescritta dai social network (nei romanzi distopici del Novecento ci si ingegnava a fanta-tecnologicamente immaginare con quali modalità le Società di Controllo del futuro sarebbero riuscite a Sorvegliare e Punire i loro sudditi: ora che il paradiso collettivista lo abbiamo finalmente conseguito, sappiamo che l’uovo di Colombo consisteva nel fare in modo che i sudditi stessi, compiaciuti, si esibissero da sé allo sguardo del Panottico), il Narciso di massa ha realizzato, alla lettera più avvilente, un altro pronostico che pareva allora paradossale e, a posteriori, s’è rivelato semplicemente profetico: quello di un’antologia di ormai quasi quarant’anni fa, Il pubblico della poesia, che con sarcasmo registrava come il pubblico dei poeti tendesse ormai a coincidere con lo stuolo dei poeti medesimi (o aspiranti...

Prodigiosi deliri

Non è una réclame. Si tratta di una meravigliosa pièce teatrale diretta da Lorenzo Loris, con Mario Sala e Patrizia Zappa Mulas (fino al 22 dicembre al Teatro Out-Off), ispirata a due casi clinici rispettivamente studiati da Sigmund Freud e Ludwig Binswanger: il Presidente della Corte d'Appello di Dresda Daniel Schreber (caso di dementia paranoides) e la giovane donna ebrea (caso di protoanoressia) Ellen West. Del Presidente Schreber abbiamo uno strabiliante romanzo: Memorie di un malato di nervi, edito in italiano da Adelphi, con un’ispirata post-fazione di Roberto Calasso. L'Opera di Schreber, per essere pubblicata, richiese  una battaglia giuridica per riavere lo stato di cittadinanza. Alla diagnosi di malattia mentale seguiva - e in alcuni oscuri luoghi continua a seguire - la perdita dell'habeas corpus. Il caso, che aveva colpito Carl Gustav Jung per primo, ebbe una sua trattazione psicoanalitica in Freud. Mario Sala è magistrale, la sua conoscenza di Schreber è intima, è il Presidente così come s’immagina leggendo le pagine del suo romanzo. Oggi sarebbe diagnosticato nei termini di...

Basso ostinato

Pubblichiamo in occasione dell'inaugurazione della retrospettiva Sguardo terrestre di Marina Ballo Charmet al MACRO di Roma, il saggio di Stefano Chiodi contenuto nel catalogo edito da Quodlibet.     Uscire   Anzitutto cosa. Not much. Sì, bordi ruvidi di cemento, il prisma di un marciapiede spaccato, un prato su cui camminano figure lontane, le sporgenze nerastre di palazzi senza nome. Cemento, granito, asfalto, intonaco, ferro, polvere, sabbia, legno, erbacce, detriti, segni labili, ottusi, uno sporco tenace, ecco la strana tavola periodica di queste fotografie piene di accidenti insignificanti, di cose lasciate nella luce livida di una catastrofe incombente. Sono tutte lì, fuori. Uscire, nel lavoro di Marina Ballo Charmet, è un gesto primario: all’aperto per scavalcare, infiltrarsi, rischiare. Un gesto non innocente, e non innocuo. Una durata. Si pensa al fotografo come al testimone privilegiato, al flâneur dotato di un infallibile dispositivo di registrazione, al rabdomante dell’attimo decisivo. Ma ciò che sta fuori, la città contemporanea, è una fabbrica di nulla, un deposito di relitti...

Post-anarchismo

Che tempi sono questi? Sono i tempi delle proteste in Turchia, in Bulgaria e in Brasile, i tempi di Anonymous, del movimento No Tav e dalle lotte in difesa dei beni comuni. Forse gli anarchici non sono più meno dell'uno per cento, come cantava Léo Ferré, ma certamente coloro che si interrogano criticamente sui presupposti teorici e sui fondamenti delle pratiche anarchiche non sono molto numerosi. Stranamente, verrebbe da dire, perché questa modalità di mettersi in discussione fu inaugurata da un gigante dell'anarchismo classico, Errico Malatesta (e da Camillo Berneri subito dopo) che già nel 1920, sulle pagine di Umanità Nova scriveva «L'anarchia non si fa per forza: volerlo, sarebbe la più balorda delle contraddizioni». E un paio di anni dopo «L'anarchia è l'ideale che potrebbe anche non realizzarsi mai, come non si raggiunge mai la linea dell'orizzonte […], l'anarchismo è metodo di vita e di lotta e deve essere, dagli anarchici, praticato oggi e sempre, nei limiti delle possibilità variabili secondo i tempi e le circostanze». C'è da...

Lo sforzo di Resistere

Mai titolo fu più azzeccato: Rezistance, ovvero Resistenza. Così Ali Kazma ha intitolato l'installazione video al Padiglione Turco che è stato invitato a rappresentare quest'anno alla Biennale di Venezia. A un giorno dall'inaugurazione ufficiale, il 31 maggio scorso, a Istanbul scatta la rivolta o, meglio, la resistenza, perchè di questo si tratta, non di un attacco, ma di una difesa, di un atto di resistenza, appunto, alla violazione di diritti umani, diritti d'espressione, libertà di parola, democrazia.     Anche se oggi questi termini risuonano come lettere vuote e sarebbe necessario rivederne il significato nell'ambito di una trasformazione non solo geo-politica ma soprattutto socio-culturale in atto (...e non solo in Turchia), gli oltre due milioni e mezzo di persone che sono scese in piazza Taksim come ad Ankara, e in altre città turche, si battono per questo: per far fronte a scelte cui non partecipano ma che li riguardano, per resistere all'abuso di potere, per resistere alla messa in disparte, all'esclusione, per resistere all'arroganza e all'ignoranza di capi di governo,...

Un orgasmo doveroso

Recentemente su Liberation è apparso un dibattito intitolato Abbasso l'orgasmo. Che succede, ci si domanda: Parigi, la patria indiscussa del libertinismo? Invero gli autori di Abbasso l'orgasmo sostengono che la liberazione sessuale oggi altro non sia  che una variante del sistema capitalistico che vende protuberanze, dildi, vibratori, oggetti in puro lattice, orgasmi telefonici, viagra e cialis  presso pornoshop, farmacie, chirurgie estetiche, linee telefoniche e siti internet. Un sistema di doveri e raccomandazioni che sessuologi televisivi, giornali porno, trasmissioni hard e semi-hard impongono al vasto pubblico. Dai tempi della disputa tra Agostino e Giuliano - vescovo pelagiano, di Eclano - la civiltà cristiana occidentale è ossessionata dall'orgasmo. Agostino lo descrive in questo modo: Questa concupiscenza si appropria non solo del corpo tutto intero né solo esternamente, ma anche internamente agita tutto intero l’uomo associando e fondendo la passione dell’animo con la voglia del corpo; ne consegue quel piacere che supera tutti gli altri piaceri materiali, tanto che nell’attimo stesso in cui si...

Speciale Gianni Celati | Dormire con Celati

È molto vera una cosa ripetuta dalle persone che stanno raccontando il loro rapporto con Gianni Celati, e cioè che – rispetto ad altri autori magari più amati, o a torto o a ragione considerati più “importanti” – la sua scrittura fa appello a qualcosa di profondo e intimo, o magari nient’affatto profondo e forse neppure così intimo, ma che sentiamo ci riguarda a un livello molto personale. Qualcosa nella sua scrittura, ribadisco; anche se questo qualcosa di personale si precisa solo una volta che di Gianni si sia fatta la conoscenza di persona.   La prima volta che l’ho visto avevo letto, credo, solo Verso la foce. Eravamo alla fine degli anni Novanta, anzi era il ’98, il centenario di Leopardi. Quel libro, Verso la foce, mi aveva lasciato alquanto incerto. Proveniva da quella che mi appariva, ancorché così recente, un’altra epoca – anni che mi facevano antipatia. Ma già non mi sfuggiva il suo fascino. Sia come sia, Gianni venne alla «Sapienza» a parlare appunto di Leopardi. Ricordo che alla pomposa Aula Uno di Lettere lo presentò un vecchio...

Post Grillo

All’inizio (ma l’inizio sta al centro, diceva Kafka) sembrava tutto chiaro: la distinzione fra forze politiche ricalcava la spartizione mediatica. Da una parte la vecchia politica, destra e sinistra insieme, che ha usato i mezzi di comunicazione tradizionali come la stampa e la televisione, col rinforzo delle affissioni pubblicitarie su strada e dell’uso invasivo della posta. Mai come in quest’ultima campagna elettorale leader e leaderini hanno gremito gli studi televisivi di qualsiasi trasmissione di qualsiasi canale di qualsiasi network, trasversalmente dai programmi delle sei del mattino a quelli della buona notte. Dall’altra la nuova politica (o l’antipolitica, come viene chiamata dalla prima), che usa con grande maestria gli strumenti presunti diretti, e sedicenti opposti, consigliati dai guru più svegli della comunicazione: la piazza e la rete. Il Movimento Cinque Stelle ha dovuto parte del suo trasbordante successo proprio a questa sua maniacale attenzione verso quale fosse lo strumento comunicativo più utile ed efficace per veicolare il proprio credo politico; e soprattutto quale non fosse: da qui l’espulsione degli...

Cani in politica

All’improvviso, li abbiamo visti con i cani, preferibilmente cuccioli. Ci sono tutti (o quasi), Berlusconi e Monti, Bersani e Grillo. Chi sul web, chi in tv, chi in foto studiate, chi in immagini apparentemente casuali. Come i potenti d’America, Obama che ricorda il suo Bo nel discorso d’insediamento, George Bush che fa il necrologio di Barney, lo scottish terrier morto dopo otto anni di convivenza. Ma se un animale domestico alla Casa Bianca è ormai da tempo quasi obbligatorio, in Italia, invece, esibire il cane non ha precedenti (lo spiega bene Carola Vai in un curioso libro davvero anticipatorio, In politica se vuoi un amico comprati un cane, uscito nel 2011). E inoltre tutto è accaduto repentinamente, nel volgere di appena due mesi. Ha iniziato Berlusconi prima con Puggy, il carlino di Michela Biancofiore, poi con la meticcia dono di Vittoria Brambilla, quindi è arrivato Monti, con il suo Empy. Mero calcolo elettorale? Certamente è così, perché chiamare sulla scena il cane è operazione ricca di sensi, capace di evocare emozioni e di stabilire sintonie irriflesse, subliminali. Una specie di scorciatoia...

Vancouver, provincia di Londra, Svizzera

Girando per le strade di Vancouver in compagnia di Umberta Telfener – gli unici due italiani laggiù in questa stagione – abbiamo apprezzato la posizione paesaggistica. Dopo un po’ ci è venuta in mente la Svizzera. Se la Svizzera fosse un canottino gonfiabile, ci s’immagini di gonfiarlo e gonfiarlo, fino a farlo diventare enorme. Hai fatto il Canadà. Dove, a differenza di quanto si canta, di case ce n’è ma sono enormi e non c’è proprio niente di piccolino.   Escursione il giorno prima del congresso. Si perde un po’ di tempo e si prende un ferry che porta dall’altra parte – in Canadà c’è sempre un’altra parte ancor più bella – una delle insenature. Arriviamo a Gibson, come la chitarra elettrica di Neil Young.     Centoventi abitanti? Duecento? Una locanda, come quelle dei film dei fratelli Cohen. Ti aspetti che da un momento all’altro entri il cattivone con la monetina. Un birra e due polpettine di granchio (piccoline!) 20 dollari. Poi si torna, ma Umberta è inguaribilmente curiosa. Essendo che è romana (...

Maurizio Lazzarato. La fabbrica dell’uomo indebitato

In questo periodo in cui la crisi economica è al centro delle speculazioni della più vasta gamma possibile di teorici ed “esperti” (economisti, politologi, giornalisti, economisti, talvolta, persino, filosofi) il libro di Maurizio Lazzarato (“La fabbrica dell’uomo indebitato”, Deriveapprodi, 2012, pp.180, € 12,00) sembra essere lo strumento giusto al momento giusto. Malgrado esso sfrutti l’attualità del tema del debito, il libro del ricercatore italiano emigrato da molti anni in Francia non è (o meglio, non è solo) un libro che sfrutta l’onda lunga dell’interesse creato dalla bruciante situazione economico-sociale presente.   Lazzarato infatti riesce ad unire due approcci (apparentemente) distanti come quello filosofico e quello socio-economico a una vis da polemista che rende il libro non solo uno strumento descrittivo, ma anche un’opera dall’evidente carattere “prescrittivo”.   Lazzarato si prodiga, fin dalle prime pagine, nella demitizzazione del “virtuoso” modello sociale tedesco, mostrando come in Germania lo stato sociale sia...

Viaggio in Italia

Per oltre cent’anni l’immagine dell’Italia è stata quella fissata dalle fotografie dei Fratelli Alinari: monumenti, piazze, strade, palazzi, case, fotografati in modo frontale, con qualche rara persona nel rettangolo in bianco e nero, o virato in seppia. Un’Italia oleografica, prigioniera del suo nobile passato. Mai che vi figurasse uno stabilimento industriale, le torri di un petrolchimico, i distributori di benzina, le costruzioni moderniste. Questa immagine è continuata intatta durante il Fascismo, e oltre. Era “Venezia unta di piccioni”, come ha scritto una volta Carlo Arturo Quintavalle, insomma il nostro amato Bel Paese. A interrompere per un momento questa oleografia c’era stato il neorealismo, ma nel profondo l’idea visiva che gli italiani avevano del propria terra restava la medesima. Poi all’improvviso è successo qualcosa, uno di quei miracoli la cui potenza si percepisce solo a distanza di decenni. Nel 1984, nel mese di gennaio, appare un sottile volume che accompagna una mostra di ben trecento immagini presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. L’editore è Il Quadrante di...

Speciale ’77. Una conversazione con Gabriele Guercio

Stefano Chiodi: Ha ancora oggi senso interrogarsi sul ’77?   Gabriele Guercio: Tutte le datazioni, soprattutto a distanza di tempo, si intrecciano con altri momenti. In qualche maniera, il ’77, o gli anni settanta in genere, per me sono diventati importanti solo a fine anni novanta. All’epoca riflettevo su sei date: 1914, l’inizio del dada; 1957, il manifesto dei situazionisti; il 1968; il 1977; l’89, con la caduta del muro di Berlino. E a queste aggiungerei oggi il 2001, con l’attacco alle due torri. Questa sequenza è importante perché riporta la centralità di alcuni temi o problematiche che il ’77 ha sicuramente simbolizzato, ma che ricorrono e che ci hanno interrogato nel corso di un secolo. Quali? Secondo me hanno molto a che fare con il trinomio arte, politica, vita, e anche con una forma di rifiuto del lavoro e di critica della rappresentazione. Perché così come negli anni settanta in Italia si comincia a parlare a livello diffuso di doppia società, già la avanguardie (ma soprattutto penso al dada) non solo avevano rifiutato un certo tipo di istituzionalizzazione del lavoro...