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Giorgio Manganelli

(46 risultati)

Concupiscenza libraria / Le “manie libresche” di Manganelli

“Quale che sia l’intensità dell’orrore, esso non supera mai il divertimento, la furibonda gioia del cantastorie, la felicità del possedere tutte le parole per raccontare, incantare, affabulare”. Una definizione trascinante. Si sarebbe tentati di riferirla proprio a lui, e invece Giorgio Manganelli la regalava a Gogol’ sulle colonne dell’“Europeo” nel 1981. È una delle oltre 130 recensioni che Salvatore Silvano Nigro ha raccolto in un libro gustoso e poderoso: Concupiscenza libraria, uscito da poco per Adelphi. Se si pensa che un secondo volume è in programma per l’anno prossimo, si avrà la misura della “mania libresca” da cui Manganelli era attanagliato.   Silvano Nigro riunisce le recensioni che Manganelli non ha ripubblicato in vita, continuando così la sua fedele opera critica al servizio del suo maestro, sodale e amico, iniziata prima con le opere maggiori sia edite che inedite, poi con la parte sommersa dell’attività manganelliana (come i pareri di lettura e tutta la nube di materiali che danno forma alle Estrosità rigorose di un consulente editoriale), e ora appunto con le recensioni. E Manganelli – annota Nigro – non era un recensore, ma “uno scrittore di recensioni”....

Ermanno Cavazzoni / Il ritorno dei lunatici

Sono passati più di trent’anni dall’uscita per i tipi di Bollati Boringhieri del romanzo d’esordio di Ermanno Cavazzoni, Il poema dei lunatici, prima tappa di un percorso narrativo felice e prolifico, che dura a tutt’oggi. Il libro è stato ristampato recentemente per La Nave di Teseo, l’editore che si è occupato della diffusione delle ultime opere dello scrittore reggiano: La galassia dei dementi (2018), romanzo ‘fanta-nescientifico’, e il recentissimo Storie vere e verissime (2019), raccolta di testi ibridi, un po’ corsivi e un po’ narrazioni, che costituisce la terza puntata di un filone parallelo alla produzione di romanzi e racconti, inaugurato con Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet 2009) e proseguito con Il pensatore solitario (Guanda 2015). Periodicamente riproposto negli anni, Il poema dei lunatici torna in libreria in una ricercata corrispondenza con il centenario dalla nascita di Federico Fellini, che realizzò a partire dal romanzo quella che sarebbe stata la sua ultima pellicola, La voce della Luna (1990), con Roberto Benigni e Paolo Villaggio nei panni di Savini (Salvini nel film) e Gonnella, i personaggi principali.    Nel novembre del 1987 Cavazzoni...

Un bambino tanti bambini / Gli orecchi dei Pinocchi

In tempi duri per gli umani, piovono burattini. Roma è invasa da Pinocchi. Pinocchi rinchiusi, Pinocchi che non ascoltano e, pertanto, si moltiplicano. I Pinocchi di Jim Dine, ad esempio: 11. Il Pinocchio di Codognotto al Mused (Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università Roma Tre), a pochi passi dalla mostra dell’artista statunitense a Palazzo delle Esposizioni. In un luogo ancora troppo poco conosciuto, eppure pubblico: in entrambi i casi uno spazio museale. I Pinocchi di Jim Dine sono come incantati: non inermi, ma fissati nell’atto di dire qualcosa, di dare qualcosa. Sulle pareti dell’ala in cui sono esposti Jim Dine ha anche dipinto alcune sue poesie: scriverle a caratteri cubitali ha sempre significato per lui l’opportunità, in quanto dislessico, di superare la difficoltà di lettura e, in qualche modo, anche di creazione. In fondo a destra c’è un Pinocchio con una sega: è legato a una struttura metallica per la testa. Forse l’artista intende fermare il creato che si fa creatore? Dine ha dichiarato: «L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne e ossa è una metafora dell’arte». Accanto a un Pinocchio tanto ardito Dine dipinge questi versi:...

Modigliani, uomo dell'altrove

Livorno ha ospitato la mostra “Modigliani e l'avventura di Montparnasse”, dedicata al “suo” artista più famoso. Nonostante il successo, non si è trattato però della fine di un lungo esilio (lo slogan sottinteso era quello del “ritorno del figliol prodigo”), perché certi esili non possono mai finire. Ed è bene sia così.    Un tempo, trent'anni fa, era possibile salire su un treno a Livorno (verso le sette, o le nove di sera, non ricordo bene) e si arrivava la mattina dopo alla Gare de Lyon. Oggi non si può più fare. Bisogna andare prima a Firenze, poi a Milano, e da Milano raggiungere Parigi attraversando la notte. Persino cento anni fa il collegamento tra Livorno e Parigi era più diretto, non solo in senso ferroviario. Chi conosce bene la piccola città toscana sa che un po' di Parigi aleggiava anche lì, magari cogliendo un riflesso dello stile liberty nella decorazione di un lampione, in una prospettiva di palazzi affacciati sul mare con un gesto che sa (sapeva) di belle époque.   Modigliani, ph Claudia Cei. A Livorno neppure le bombe sono riuscite a spazzare via quel gesto, a cancellarlo completamente. Chi volesse trovare ancora un'aria di Parigi può per esempio...

Quand la langue cherche son autre / Scrivere Disegnando. Incontri ravvicinati a Ginevra

È un momento topico, nella fantascienza immune da paranoie sovraniste, quello in cui alieni e umani devono trovare un linguaggio comune. Intendersi diventa una questione di vita o di morte: proprio come tra noi della stessa specie, in effetti. E spesso ci si riesce per via sinestetica. In un archetipo come Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, 1977, era grazie alla musica (le cinque note di John Williams “tradotte” in gesti delle mani secondo il metodo didattico di Zoltán Kodály) che lo scienziato Claude Lacombe (François Truffaut) riusciva a stabilire il contatto (da noi «Il Male» parodiò l’episodio con una falsa prima pagina del «Corriere della Sera» nella quale si spiegava come gli alieni comunicassero, invece, tramite odori; la beffa cominciava a puzzare come tale, però, quando si riferiva l’odore impiegato per dire che ne pensassero del governo italiano…). Più di recente, in Arrival di Denis Villeneuve, viene chiamata a far parte della squadra di primo contatto la linguista Louise Banks (Amy Adams), la quale capisce che le forme gassose spruzzate dai tentacoli degli eptapodi sbarcati nel Montana sono in realtà ideogrammi che formano frasi palindrome: in...

Collodi visto da Garrone / Pinocchio, l’Italia

“Che Paese meraviglioso era l’Italia”, suona l’attacco della recensione che Pasolini dedica a Un po’ di febbre di Sandro Penna e poi raccoglie nei suoi Scritti corsari. È l’Italia in cui “I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi”. Così appare sin dalle prime scene l’Italia nel film che Garrone ha dedicato al più famoso libro della nostra letteratura, fatta salva la Divina Commedia: Pinocchio di Carlo Collodi, di sicuro il libro più letto dai bambini sino a qualche anno fa. Un’Italia ottocentesca col suo baricentro in un piccolo paese della Toscana, un luogo e un tempo che precedono l’Italia orribilmente sporca descritta dal poeta friulano nell’ultimo decennio della sua vita e che Matteo Garrone ha ritratto successivamente in modo efficace nei propri film: Gomorra, Reality, Dogman. In questo idilliaco luogo, abitato soprattutto da uomini anziani male in arnese, con vestiti lisi e rattoppati, i capelli scompigliati e arruffati, si muove il burattino che Geppetto realizza col pezzo di legno datogli da Mastro Ciliegia.    Matteo Garrone. Un Eden composto di distese di grano...

Sentire / Assolutamente musica: Murakami incontra Ozawa

Parlare di musica, lo sappiamo, è una sfida. Specie se si tratta di musica assoluta e non di opera. Ma paradossalmente questo libro, nato come una conversazione tra lo scrittore Murakami e il direttore d’orchestra Ozawa, non ci fa caso.  Il segreto sta nella naturalezza: con grande semplicità Murakami si ritrova a parlare di musica con Ozawa, all’epoca convalescente. Gli incontri, che si succedono l’un l’altro, giovano alla salute del direttore d’orchestra e rivelano allo scrittore se stesso. Murakami scrive infatti: «Nel corso dei nostri incontri ho capito di voler rendere conto di una risonanza naturale del cuore. La risonanza del cuore di Ozawa, ovviamente, che ho ascoltato con la massima attenzione. Dopotutto, io facevo le domande e lui rispondeva. Ma spesso nelle sue parole sentivo l’eco del mio cuore» (p. 11). Nella Prefazione Murakami mette le mani avanti definendosi un dilettante. Fin dalle prime pagine, però, l’oculatezza delle scelte musicali rivela un ascoltatore sopraffino, mentre Ozawa, serenamente, si lascia interrogare su temi grandi e piccoli, arcinoti o privati, interpreti poco conosciuti o di prima grandezza. Come volevasi dimostrare, nella Postfazione Ozawa...

Macchine per lo stupore / Paolo Nori, I russi sono matti

Dopo avere a lungo soggiornato nei territori della narrativa, da un po’ di tempo Paolo Nori ha preso a cimentarsi con un nuovo genere, quello che, in maniera piuttosto grossolana, si potrebbe definire manualistico. Ed essendo Nori un grande specialista di lingua e cultura russa – il suo curriculum di traduttore si è andato allungando, nel corso degli anni, e ha toccato monumenti della letteratura mondiale come Oblomov e Le anime morte –, il suo interesse non può non volgersi alla Russia e ai suoi scrittori. In pratica, Nori si è messo nei panni della guida (e non solo in senso metaforico) e ha deciso di accompagnarci nelle città e nelle grandi distese del territorio russo. Il viaggio si è avviato lo scorso anno, con La Grande Russia Portatile, un Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo (Salani), resoconto del rapporto d’amore che dai primi anni Novanta intercorre tra lo scrittore e la Russia.   Proprio a partire dalle ultime parole del sottotitolo, quel viaggio prosegue oggi sul terreno di elezione di Nori, la letteratura, con I russi sono matti, un gustoso Corso sintetico di letteratura russa. 1820-1991...

Il Re è Fuso / Velli macchiati, villi titillati. Il refuso e i suoi sensi

«[Anziché Machiavelli] La mia macchina da scrivere aveva scritto Pacchiavelli, e l'inaspettato accadimento della romanesca voce “pacchia”, così eloquente ed espressiva nel cognome del Segretario fiorentino, non me la sento di considerarlo fortuito. Il machiavellismo è la teoria del comodismo messa in buon toscano».  Fra macchia, pacchia e macchina, Alberto Savinio non solo teneva conto delle produzioni involontarie della sua dattilografia, non solo si proponeva di interessarne la psicoanalisi ma ne traeva anche alcune conseguenze logiche. Le trattava cioè come dati, premesse di ragionamento fra le altre. I loro lettori sanno che qui e là le opere di Savinio offrono sempre spunti del genere, per esempio nel saggio sulla Città del Sole di Tommaso Campanella dove l'autore menziona un «deificio» e decide che il neologismo è assai più adeguato del termine corretto che aveva in animo di scrivere (ovviamente, «edificio»). È probabile che Savinio non conoscesse la leggenda medioevale del diavolo Titivillus, altrimenti forse ne avrebbe messo il nome in congetturale relazione etimologica con quello dell'autore di Belfagor arcidiavolo: velli e villi dall'uno macchiati, dall'altro...

Lo Stradone / Francesco Pecoraro, un’apocalisse lentissima

La città che costruiamo è un prodotto collettivo; la città demmerda è un’incerta, auto-celebrante, messa in figura della gente demmerda che ci abita e che la costruisce. Niente di più, ma neanche niente di meno.   Già nel 1960 Giorgio Manganelli, del Pasticciaccio di Gadda, poteva indicare la novità di scala e grana dell’osservazione, nella «visione in grande […] esercitata su oggetti fatiscenti e sfatti». Sicché non si sbaglia a pensare, forse, che natura di Roma sia stata, sempre, quella d’essere la rovina di se stessa. Anche nella sua stagione più canonica, rinascimentale e barocca, la gloria di quelle forme architettoniche luminose quanto arroganti si fondava sul magma di una classicità perenta e deprivata di senso, senza scrupoli depredata e riplasmata. Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. «Il barocco», ha scritto Ungaretti, «è qualche cosa che è saltato in aria, che s’è sbriciolato in mille briciole: è una cosa nuova, rifatta con quelle briciole, che ritrova integrità, il vero».    In questo meccanismo crudelmente vitale, però, qualcosa – forse giusto al tempo del Pasticciaccio – s’è inceppato. Da quel momento in poi, lo sfarinarsi...

Le streghe di Guadagnino / “Suspiria”: un film parallelo

In una delle pagine iniziali del suo illuminante testo su Pinocchio, Giorgio Manganelli descrive il libro come una sorta di mappa, un territorio infinito ed infinitamente estendibile. In accordo al suo progetto di lavorare sugli indizi del testo, dice poi: “ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre, innumerevoli parole”. Poco più avanti, se possibile, è ancora più esplicito: “Non possiamo supporre che un testo sia un tuorlo che può produrre innumerevoli autori, e che anzi io stesso sia uno degli innumerevoli autori del testo?”.  Questa lieve deviazione in uno spazio extra-cinematografico può forse essere impiegata produttivamente per cercare di venire a capo del groviglio di sollecitazioni a cui la visione del Suspiria di Luca Guadagnino sottopone lo spettatore. Vedere questo film come un remake dell’originale di Argento sembra essere infatti non solo sbagliato ma, soprattutto, poco utile. Conviene forse cercare di capire secondo quali traiettorie e operando quali spostamenti Guadagnino abbia operato all’interno dell’immaginario argentiano.   L’accademia di danza del film (ph. Mikael Olsson/Amazon Studios). Il primo, più esplicito perché...

Sui Manzoni di Daniela Brogi e Silvano Nigro / I Promessi Sposi: un libro parallelo

Allo scrivere Pinocchio: un libro parallelo, c’è da credere che Giorgio Manganelli fosse sollecitato dalla circostanza che quello di Collodi è, strutturalmente, un libro «uno e bino» (anche se, all’atto di concepire il commento dal quale nel 1977 scaturirà quello che sarà uno dei suoi capolavori, il Manga non poteva in effetti conoscere il saggio di Emilio Garroni che, uscito due anni prima, quella doppiezza aveva codificato una volta per tutte). A guardia del suo appartamento romano, in Via Chinotto numero Otto, mitobiografia vuole fossero, appunto, due grandi Pinocchi di legno.   Sebbene Manganelli concepisse I Promessi Sposi come opera autocentrata e autotelica, centripeta anziché centrifuga, «tolemaica» insomma (così la definisce in un “a parte” di Laboriose inezie), e dunque squisitamente antipinocchiesca, c’è da credere che avrebbe avuto ragione di ricredersi: ove avesse potuto leggere i due bellissimi saggi che – usciti in parallela simultaneità lo scorso ottobre – pongono le basi per leggere finalmente – al netto degli obblighi scolastici che da sempre, nell’imporne lo studio, ne vietano il godimento – il romanzo di Manzoni (quell’altro,...

21 dicembre 1934 / Conversazione con Giulia Niccolai

“Trasformare questa mia difficile vita in fiaba” è il titolo dato alla mia tesi, tratto da un passo di Esoterico biliardo in cui si chiede, a proposito delle visioni avute in meditazione: «forse il dono di leggere e trasformare questa mia difficile vita in fiaba?».  Sì, ne parlo anche in Foto & Frisbee, a p. 78, cito Kazantzakis  – il suo libro più noto è Zorba il greco – ma in El Greco e lo sguardo cretese, scrive: «Esiste qualcosa di più vero della verità? Sì, la favola; è la favola che dà un senso immortale all’effimera verità». Le trame delle favole raccontano sempre una serie di passaggi e di avvenimenti per i quali raggiungere la verità diviene una conquista. Si arriva alla verità dopo una lunga serie di vicissitudini che hanno o sembrano avere lo scopo di allontanarcene. Giorgio Celli, poeta, scrittore, entomologo dell’Università di Bologna, ha scritto: «Ogni vita nel suo inseguirsi e nel suo raggiungersi aspira al compimento di una favola». Questa dinamica ha a che fare col destino. Nel libro cinese degli esagrammi, I Ching, nel quale ogni esagramma è associato a un numero e ogni numero è associato a una situazione, consultandolo (e se ci si crede), il numero...

Scacciare i mercanti dal tempio / Appunti per il futuro prossimo del romanzo

Forse è strano cominciare un intervento a un festival dichiarando una perplessità di fondo, ma tant'è: i festival di letteratura sono cose bellissime e godono di ottima salute — eppure i lettori di romanzi diminuiscono. Ci ritroviamo qui, tutti insieme, animati da una passione che diventa sempre più inattuale. Tante le cause, educative e sociali; ma da scrittore posso occuparmi di quelle letterarie. Mi sono detto: meglio fare i conti con noi stessi. Come può il romanzo rivaleggiare all'altezza con altre forme di narrazione? C'erano anche prima, ma oggi hanno raggiunto un livello di qualità e forza di intrattenimento davvero fenomenale — videogiochi, social media, serie tv, fumetti, film, longform giornalistici, podcast, persino un evento come questo. Secondo il CEO di Netflix, Reed Hastings, il suo vero concorrente non è Amazon o YouTube o la tv: è il sonno. E lo sta sconfiggendo. Si può dire lo stesso del romanzo? Ne dubito, fuori dalla bolla in cui ci troviamo.   Diciamo pure che la grande tradizione del romanzo sembra essere in crisi, perché è in crisi il contesto culturale che l'ha prodotta e difesa. Rileggere oggi la veemente descrizione che fa Manganelli del romanzo al...

Lo smartphone a scuola

Sono un insegnante che ha iniziato a fare le prime supplenze nel 1988; in quasi trent’anni ho assistito a svariate mutazioni, tutte superficiali, nell’attività di docente, e, al contempo, ad una ferrea, adamantina, coriacea invarianza fondamentale in ciò che si chiama scuola.  Una delle guide della mia vita ha nome Giorgio Manganelli e questo grande scrittore ebbe modo di scrivere negli anni ‘80, a proposito dei cosiddetti mutamenti scolastici, le seguenti illuminanti e definitive parole: “ mi dicono che le cose sono cambiate. Sarà. Ma ci sono le classi? Le aule? Le campanelle? E allora non ci credo”. Parole sante! Le riforme della scuola non sono riforme. Sono ritocchi parziali, spesso scoordinati e raffazzonati, tendenti ad un unico fine, triplicemente modulato: tagliare, tagliare, tagliare. Ore, posti di lavoro, siano cattedre o segreterie e dirigenze.   Gli accorpamenti di istituti di cui sono stato testimone negli anni non hanno alcuno scopo se non quello appena ricordato. La didattica, la pedagogia non vi hanno alcuna parte. L’introduzione della settimana corta, cinque giorni su sette, (che è una realtà della mia scuola, sudtirolese) si spiega con la volontà di...

Parole già dette / Il primo giorno di scuola (nei secoli dei secoli)

C’è una commedia di Plauto che si chiama Bacchides, ossia Le due Bacchidi. Non è magari la più nota. Non è passata in proverbio come il Soldato fanfarone e non è stata imitata allo sfinimento come l’Anfitrione, che da Plauto è passato a Molière e poi a Kleist e ad altri, per finire in gloria con l’Amphitryon 38 di Giraudoux. L’intreccio di questo testo plautino meno conosciuto di altri è quello solito: un giovane squattrinato che cerca di conquistare le grazie di una meretrice, avversato dai familiari e aiutato da uno schiavo ingegnoso e fedele. Solo un po’ più complicato del solito, perché qui di giovanotti vogliosi ce ne sono due, e due sono anche le avvenenti cortigiane, le due sorelle Bacchidi per l’appunto. I nomi dei due ragazzi sono Mnesiloco e Pistoclero.   E la scuola che c’entra? si chiederà forse qualcuno. C’entra, c’entra perché si dà il caso che Pistoclero abbia un pedagogo di nome Lido. E questo pedagogo a un certo punto della commedia (a partire dai vv. 423 e ss.) si produce in una lunga tirata sulla scuola. Sulla scuola del buon tempo antico. Allora, dice Lido, dovevi presentarti in palestra prima che sorgesse il sole, se no c’era caso di beccarsi una buona...

Dentro di noi o nello spazio lassù? / Alieni

La sera del 19 settembre 1961 Betty e Barney Hill stanno procedendo sulla loro automobile in una strada del New Hampshire di ritorno dal Canada, quando sono intercettati da un oggetto volante. Barney scende dall’auto e con un binocolo vede un gruppo di piccoli umanoidi in uniforme nera che li guardano dai finestrini dell’astronave. Risale in auto, ma ben presto cade addormentato insieme alla moglie. Rientrano entrambi a casa verso le 5 e mezza del mattino. Nei giorni successivi ricostruiscono di essere stati prelevati da un’astronave e sottoposti a esami medici dagli alieni. Grazie a un trattamento ipnotico rivelano allo psichiatra che li cura di essere in contatto telepatico coi rapitori; ne tracciano anche la mappa stellare: il sistema binario di Zeta Reticuli. Da questa vicenda John G. Fuller ha tratto un libro, Prigionieri di un UFO, uno dei primi libri che ha portato all’attenzione del mondo il fenomeno dei rapimenti alieni.       Negli anni tra il 1950 e il 1960, come notò Giorgio Manganelli ci fu l’attesa dello sbarco dei marziani sul Pianeta Terra. Correvano notizie di astronavi precipitate in Messico, ma vi furono avvistamenti di oggetti luminosi anche...

Un ossimoro in Lambretta / Il Manganelli in fuga di Patrizia Carrano

Manganelli è stato uno tra i più prolifici autori di pubblicazioni postume, e non ci dovrebbero essere sorprese a tal proposito, viste le sue aderenze con le ombre e gli averni, ma certo la sua mancanza a sedici anni dalla morte si fa sentire. Dunque si accoglie subito bene il “librino leggero (centotrenta grammi appena)”, Un ossimoro in Lambretta, che Patrizia Carrano ha scritto per la nuova ItaloSvevo (numero 3) con il pudore della distanza temporale. Si tratta infatti di un racconto di chi ha frequentato assiduamente il Manga nei suoi ultimi quindici anni di vita, senza essersi fatta subito avanti come amica dell'illustre estinto, tra la folla che “sgomita in prima fila” ai funerali. Ciò è giustamente rivendicato, come la possibilità di qualche racconto “minimale, episodico, ininfluente, ma anche insospettabile e rivelatore”. Potrebbe essere quello di un Manganelli portato in Cinquecento al mare, o accompagnato al cinema a vedere certi stranianti cult adolescenziali anni Ottanta (Piramide di paura, Ritorno al futuro).   Il rapporto tra i due appare assolutamente casuale, improbabile e gratuito, ma anche di affettuoso ascolto (“lei non vuole sapere nulla che lui non voglia...

Tempi di arrivi / Manganelli, un cavallo verde e una sigaretta senza filtro

“Sono da sempre persuaso che un giorno entrerà in casa mia un cavallo verde a chiedermi una sigaretta senza filtro, e sento fin d'ora il disagio che proverò dovendogli rispondere che non fumo”: come non condividere cordialmente l'attitudine di Giorgio Manganelli così deliziosamente presentata? Cinque verbi di forma finita, in equilibrata alternanza: presente, futuro, presente, futuro, presente. Alta oreficeria. Meccanica di precisione.   “Sono persuaso”: presente e stato morale permanente, vero in quanto soggettivo. Il futuro è d’altra parte un modo, più che un tempo; uno dei modi dell’irrealtà di cui l’italiano abbonda. In “entrerà” esso è però coniugato alla terza persona: la persona dell’oggettività. Di nuovo uno stato sentimentale: “sento (il disagio)”, di nuovo un presente soggettivo. Segue “proverò”, sintesi al futuro che mescola verità soggettiva e irrealtà oggettiva. Chiude “non fumo” ed è un mortaretto o, se si vuole, il contrario di un mortaretto; l’espressione più piana e quotidiana, al presente, di uno stato permanente del soggetto, visto negativamente. Quando si dice sapere scrivere. Lo si vede anche in questo minuscolo passaggio, tratto quasi a casaccio da una...

Il senso del ridicolo, 23/25 settembre 2015 / I repertori dei matti (II)

    Qui la prima parte.   Una delle cose che non volevamo fare quando abbiamo cominciato a lavorare sui Repertori dei matti delle viarie città, era un libro su dei matti scritto da dei sani.  Io, allora, alla fine del 2014, avevo appena letto dell’idea di Lacan che il matto, ormai, in occidente, non poteva più considerarsi quello che si metteva lo scolapasta in testa e credeva di essere Napoleone. Il matto, secondo Lacan, avevo appena letto, era Napoleone che credeva di essere Napoleone, e questa idea di Lacan sono stato tentato di metterla in epigrafe ai repertori dei matti delle varie città fino a che non ho letto un saggio di Manganelli dove Manganelli spiega perché ha cominciato a scrivere, e dice che ha cominciato perché non sapeva come allacciarsi le scarpe, e indica il matto come modello di quelli che, come lui, scrivono.  «Il matto – scrive Manganelli – viene prima dello scrittore, dell’astrologo, dell’alchimista; in qualche modo, è la figura archetipa, l’esempio che costoro imitano. È ovvio che non si valuta un matto: non si dice “costui è un matto ‘bravo’”, non ci sono matti migliori di altri; un matto è un capolavoro inutile, e non c’è...

Le maschere di Ungaretti / Cento anni di "Porto sepolto"

Giorgio Manganelli non amava i centenari, gli anniversari, le ricorrenze, le celebrazioni. Al posto delle commemorazioni proponeva, con polemica ironia, le “scommemorazioni”. In questo 2016, sommersi come siamo dal diluvio cerimoniale shakespeariano e cervantino, è difficile dargli torto. Eppure, facciamoci forza e facciamo un’eccezione per i cento anni del Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti. Quell’esile volumetto, uscito in appena ottanta esemplari, or è un secolo, ha cambiato, si sa, la faccia della poesia italiana.   Ci voleva un italiano nato ad Alessandria d’Egitto, in un quartiere periferico (Moarrembei), al limite del deserto, in mezzo ad arabi, greci, inglesi, altri immigrati italiani come lui; ci voleva un italiano di formazione francese (école suisse Jacot, Sorbonne, Collège de France) per farla finita con la tradizione retorica italiana, per torcere il collo alla millenaria eloquenza italica e trovare forme e accenti nuovi, davvero nuovi e non velleitariamente nuovi, come quelli dell’altro italiano d’Egitto, Marinetti. Carlo Ossola ha scritto che Il porto sepolto non è un incipit ma è “un’origine”, nel senso che tutti i temi ungarettiani sono già qui e le opere...

Gadda-Parise: «Se mi vede Cecchi sono fritto»

In prima approssimazione, questo libro si presenta come un esile carteggio fra Gadda e Parise, 15 lettere del primo e 3 del secondo, comprese fra l’ottobre 1962 e l’agosto 1963, seguito da quattro interventi di Parise su Gadda, sparsi fra il 1963 e il 1973, e da un breve dialogo giornalistico del 1967. Nella sostanza, si potrebbe però sostenere che si tratta di una vera e propria monografia di colui che figura come semplice curatore, Domenico Scarpa, corredata da testi rari e da alcuni inediti. Mi spiego. Il volume non ha introduzione; all’apertura, in medias res, il lettore trova la prima lettera di Gadda, datata «Roma, 29 ottobre 1962./ 19, via Blumenstihl», e lunga poco più di una pagina. Il commento, in corpo ridotto, ne comprende quasi 13, più 4 di note (essenzialmente, rinvii bibliografici). Il divario non è sempre così forte; ma, nell’insieme – e al netto della differenza di dimensione dei caratteri – il rapporto fra testo e commento è circa di uno a sette.   Da questi numeri si potrebbe evincere l’idea che stiamo parlando di un’opera insopportabilmente pedante:...

Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri

Nevica quando vado a trovare Umberto Eco nella sua casa milanese. Siamo a febbraio e Numero zero suo ultimo romanzo edito da Bompiani è uscito da qualche tempo. Subito è salito ai primi posti delle classifiche di vendita. Sono state pubblicate varie recensioni e Eco ha rilasciato molte interviste, più del solito, da quello che ricordo. E allora cosa ho ancora da chiedergli? Ho letto il libro prima dell’uscita, in bozze. Non siamo riusciti ad accordarci per vederci prima e parlarne. Perciò lo faccio ora. Ho molte curiosità al riguardo: un autore notissimo non solo in Italia, ma nel mondo, forse lo scrittore italiano vivente più famoso, su cui sono stati scritti saggi, articoli, libri. Eppure ci sono molte cose che di lui sfuggono, a partire dalla sua doppia natura di saggista e narratore, ma anche riguardo il modo in cui lavora. Poi un romanzo scritto a ottantadue anni. Beh, un bel traguardo, non c’è che dire. Insomma parto da qui. Seduti nel suo salotto comincio a fargli domande su Numero zero.     Come ti è venuto in mente di scrivere questo nuovo romanzo?   Dagli anni Sessanta ho scritto...

La logica dell'autoinganno

L'insetto stecco (nome scientifico Phasmatodea, ordine dei fasmidi) esiste da almeno 50 milioni di anni. Questa particolare forma di vita ha dedicato migliaia di millenni a uno scopo: mentire. Fingersi altro da ciò che è. Nel corso del tempo ha sviluppato sembianze simili a quelle di 3000 specie di steli e fuscelli e di 30 varietà di foglie. La somiglianza con i modelli imitati è impressionante. Appaiono come bastoncini o foglie, sono insetti. La forma attuale è il risultato di una forte pressione evolutiva a favore di un corpo lungo e a sottile. Per far stare gli organi interni in uno spazio sempre più piccolo, spesso un elemento di una coppia di organi è stato sacrificato, lasciando un solo rene, un solo ovaio, un solo testicolo. Chi glielo ha fatto fare? La potenza dell'inganno. Una forza in grado di modificare le apparenze esterne di un organismo. A costo di rimodellare anche ciò che si trova all'interno.   (Chi volesse cercare conferme più vicine a noi sulla persistenza dell'inganno, ha a disposizione l'ultimo Almanacco Guanda, intitolato appunto La bugia. Non si parla di artropodi ma...