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Giovanni Bellini

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Mostre / Lettera da Londra e Praga

“E oggi abbiamo uno speciale ribasso del 20% per i profumi: potrete comprare Hugo Boss, Paco Rabanne, Caroline Herrera”. “I nostri gratta e vinci sono destinati a finanziare imprese di beneficienza, prendete, uno, dieci, venti”. La tirannide low-cost trasforma ogni viaggio in una televendita che si svolge a un centimetro dal naso del viaggiatore, che ha un bel trincerarsi dietro libri, cartine, guide turistiche, giochi, playstation. Alla fine, comunque, qualcosa di quella infernale sarabanda commerciale arriva, e rimane nella mente come il ritornello più cheesy della stagione. Londra, in piena brexit, è presa d’assedio dalle forze di sicurezza, mentre si replica ogni giorno l’ispezione a qualche fatiscente casamento nelle periferie, come Hackney, a forte presenza musulmana. I musei sono blindati: ogni borsa è controllata, i bagagli sono ormai sgraditissimi: i viaggiatori si arrabattano con storages improvvisati che rapinano il malcapitato visitatore, domandando una somma di denari pari all’ingresso in una disco d’élite a Mayfair.   Passati i continui stop, la ricompensa è notevole. La Tate Britain allestisce la prima mostra completa, dopo molti anni, dedicata a Edward Burne-...

Cognati / Mantegna e Bellini a Londra

Erano cognati: nel 1453 il poco più che ventenne padovano Andrea Mantegna aveva sposato a Venezia Nicolosia Bellini, la sorella maggiore di Giovanni, figli del grande pittore Jacopo. La famiglia Bellini era la più rinomata nel mondo della pittura italiana in quel momento, per cui Mantegna col matrimonio si garantiva l’accesso alla bottega più influente e al mercato più ricco del tempo. Per qualche anno lavorano a stretto contatto, Andrea e Giovanni, ma dal 1460 le loro strade si separano: Andrea al servizio dei potenti Duchi di Mantova, i Gonzaga, Giovanni sempre a Venezia nella splendida realtà repubblicana che durava da oltre sette secoli. Le radici comuni e la divaricazione successiva sono ora esplorate da una grandiosa esposizione alla National Gallery (a cura di Caroline Campbell: Mantegna and Bellini, fino al 27 gennaio 2019; e dal 1 marzo alla Gemäldegalerie di Berlino), che li presenta come i fondatori dell’arte rinascimentale, nel transito dal tardogotico quattrocentesco alla scoperta dell’antico e del paesaggio, proseguendo una serie di abbinamenti capitali che aveva avuto la sua prova più spettacolare nella mostra su Michelangelo e Sebastiano della scorsa primavera....

Cristo al forno

È ormai un fatto che il nostro patrimonio artistico paia sempre più spesso in balia di genitori adottivi che qualunque organismo di tutela giudicherebbe inadeguati e assai pregiudizievoli per il bene del fanciullo: ora vilipeso da una trascuratezza criminale, ora viceversa trasformato in carburante per fare soldi, non importa in che modo, ma raramente tutelato e gestito a dovere, in nome della conoscenza e del bene comune. Come è stato notato, la stessa ricorrente metafora di ‘petrolio d’Italia’, sempre in bocca a chi spesso non ha la minima idea di ciò di cui sta parlando, la dice lunga: il petrolio non ha un vero valore in sé, lo si brucia per ottenerne energia.   Recentemente ho fatto ritorno a Brera dopo una pausa di qualche mese. Occasione: la piccola mostra allestita per ‘eventizzare’ il restauro (anche sui risultati del medesimo ci sarebbe da riflettere) della celeberrima e sublime Pietà di Bellini, lì conservata dai primi dell’Ottocento. Da quando, cioè, la lungimiranza di Eugenio di Beauharnais, Andrea Appiani e Giuseppe Bossi fece di quella istituzione una realtà d...

L’infelice Pinacoteca di Brera

Lo dico da fiorentino, educato agli Uffizi, e abitante da più di vent’anni sui Navigli: se fosse furba, Milano dovrebbe puntare molte delle sue carte culturali sulla Pinacoteca di Brera. Per la felicità e la crescita dei suoi cittadini, per il piacere dei visitatori e anche in vista del grande afflusso turistico sperato in occasione dell’EXPO 2015. E invece, da molti anni ormai, Brera è un museo triste e trascurato: in mezzo al guado tra gli antichi fasti e un futuro “Grande Brera”, da tempo previsto e mai realizzato, non soltanto per mancanza di mezzi economici. Una Pinacoteca tra le più ricche d’Italia che riserva al visitatore continue, tristi, sorprese: sale chiuse a rotazione “per mancanza di personale” (i custodi non ce la fanno a vivere con il loro stipendio in una città come Milano); un percorso espositivo senza alcun senso; servizi al di sotto della decenza (bookshop privo persino delle basilari cartoline e fornito quasi solo dalle pubblicazioni delle casi editrici vincitrici dell’appalto per la gestione; bar-caffetteria e servizi indegni di una grande istituzione). Ovunque un’...

Storie di immagini / Controtempi

Un uomo corre sulla terrazza dell’aeroporto di Orly; è colpito da uno sparo, si torce in uno spasmo violento, muore sotto gli occhi di un bambino. È il celebre inizio de La Jetée, il ciné-roman del 1962 di Chris Marker, composto di fotogrammi fissi su cui una voce traccia l’arco della narrazione. Ciò a cui assistiamo è un cortocircuito temporale: il bambino e l’uomo ucciso, tornato da un distante futuro per compiere il suo destino, sono lo stesso individuo. Nell’istante in cui il presente folgora l’immagine esso è già passato, è già ricordo, simultaneamente prologo ed epilogo della storia. L’uomo e il bambino sono sospesi in un paradosso tragico che stringe e proietta la sua ombra luttuosa su un’intera esistenza, futura e già trascorsa. Il passato non torna per redimere il presente, né per fornirgli un senso – sembra dire Marker – ma per obbligarlo a iniziare da capo, per impedire un’alternativa: quella immagine, quel trauma, all’infinito.   Chris Marker, La Jetée, 1962   Nella stessa modalità traumatica – l’impensabile ripetizione di un’assenza –, lo psicologo-cosmonauta Kris Kelvin reincontra in Solaris, il film del 1972 che Andrei Tarkovskij trasse dal romanzo...

In Lessinia

Conoscete i Monti Lessini? Io non li conoscevo e quando in una domenica di tardo autunno, mentre la pianura era avvolta nella nebbia, qualcuno ha proposto di raggiungerli, ero piuttosto perplesso e malfidente, pure delle rassicurazioni che ci venivano dal Rifugio Castelberto, m.1765, Alta Lessinia: “Qui splende il sole! Stiamo preparando la polenta”. Ci siamo avviati in picciol compagnia, risalendo in macchina da Grezzana (dovei si trovano gli stabilimenti di lavorazione del marmo rosso e della pietra della Lessinia, i materiali delle stupende chiese veronesi), Bosco Chiesanuova (patria di grandi sportivi e hometown di Massimo Moratti, ivi sfollato e che sembra tuttora in quella condizione), Erbezzo, per entrare poi nel Parco Regionale dei Monti Lessini, contrafforte delle Prealpi venete che si affaccia sulla “profonda e selvaggia valle dei Ronchi” (Wikipedia, 2011). Si lascia la macchina e si percorre una strada, helàs, asfaltata , in un paesaggio di prati degradanti con qualche rara malga. La giornata di sole scaccia i cattivi pensieri e ci incamminiamo di buona lena verso il rifugio. La strada è stata costruita, secondo un’amica...