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Goya

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Una visione di Zurbaran

    ...e naturalmente c'erano queste nobildonne, o badesse o religiose generiche, ritratte come sante (o viceversa), che porgevano con suprema grazia il simbolo del martirio, e addirittura lo eclissavano, o lo sublimavano, a ornamento, in quei loro abiti preziosi anche quando all'apparenza semplici, e nella postura elegantissima più degli abiti stessi, con quello sguardo dolce, ma come sospeso, arrestato un attimo prima dell'ammiccamento, e quindi quasi freddo, o tiepido, e appunto per ciò massimamente sensuale... e quelle madonne tredicenni a volte tristissime, o di poco più vecchie quando fuggono verso l'Egitto con quei san Giuseppe men che trentenni dal baffetto appena disegnato sopra il labbro, il capello nerissimo con basette a punta, con tratti gitani, affilati, come ballerini di flamenco... o quei monaci e santi dagli abiti semplicissimi ma nondimeno sfarzosi nel loro colore uniforme, a volte di un bianco così puro, come mai si può vedere in altre pitture, così candido, sfavillante, come un concentrato di luminosità, la somma di tutte le luci, da cui sbucano teste incappucciate o piegate di lato...

Camille Paglia: imparare a guardare

“George Grosz rifiutava con fermezza l’astrazione. ‘La grande arte deve essere comprensibile da chiunque’, diceva”.     Può non essere il libro di una storica dell’arte, ma è certamente un libro sulla storia dell’arte. Provvisto di una filosofia dell’arte, un’istanza patriottica e una teoria critica saldamente radicata in una prospettiva democratica.   In Seducenti immagini Camille Paglia si pone un problema educativo. Ciò che conta, afferma, è “imparare di nuovo a guardare”. La sua preoccupazione si volge soprattutto ai piccoli e agli adolescenti. Come potranno sopravvivere al caos visivo? E interessarsi al mondo là fuori, “con i suoi doveri e i suoi dilemmi morali”? Legioni di immagini sollecitano quotidianamente la nostra attenzione ammiccando dagli schermi di cellulari e monitor, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari. Può sorprendere che una agit-prop si distolga dalla militanza di gender per interessarsi a problemi pedagogici o storiografici. Ma è così: dall’intero libro traspare un allarme. “La cultura...

L’immaginazione selvaggia: Pablo Picasso

Luglio 1967. Il fotografo Gjon Mili visita Pablo Picasso nella sua mas, un’antica fattoria trasformata in residenza a Notre-Dame-de-Vie nei pressi di Mougins, in Provenza, e lo ritrae nello studio al piano terra. Le sue fotografie, oggi visibili su Google Images, ci mostrano un Picasso ottantacinquenne dai gesti sempre vivaci, che siede, gesticola, ride, del tutto a suo agio in camicia (con firma “Picasso” ricamata), calzoncini ed espadrillas, lanciando verso l’obiettivo la sua l’inconfondibile, anche se a tratti appena velata, mirada fuerte – lo sguardo profondo e penetrante che è uno dei tratti più caratteristici della sua fisionomia e un ingrediente primario del suo mito.     Nelle istantanee a colori e in bianconero, di accento molto diretto, quasi colloquiale, assai lontane dalle più note arditezze sperimentali del fotografo americano, il vecchio artista si muove in uno spazio disordinato, una via di mezzo tra un classico atelier e un ambiente quotidiano, ingombro di piccoli mobili, tavolini, poltrone, libri, vasi, soprammobili, piccoli trofei, fotografie, souvenir, tra cui spicca, unica concessione al gusto del tempo, il bianco dell’iconica sedia Tulip di Eero...