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Jeff Wall

(12 risultati)

Imm'

Imm’ è una collana che intende occuparsi di cultura dell’immagine perché si basa sull’assunto di partenza che l’immagine non è solo un oggetto di studio, ma influisce sugli strumenti e i modi con cui si fa cultura. Quando Lazslo Moholy-Nagy lanciò, ormai novant’anni fa, il famoso monito secondo cui l’analfabeta di domani – per noi dunque di oggi – non sarà chi non sa leggere la scrittura ma chi non sa decifrare le immagini, profetizzava la società dell’immagine, come oggi la chiamiamo abitualmente, ma anche la necessità di un’altra “lettura”. Da qualche parte la chiamano “svolta iconica”, da altre parti “cultura visuale”, secondo approcci e intenti diversi. Per noi è un modo di guardare, di vedere e di pensare.   L’immagine è infatti un fenomeno complesso, viene trattata come un documento, come se questo fosse un fatto scontato, ma al tempo stesso l’immagine non rappresenta, non sta al posto di altro, non testimonia, ma indica, lascia intravedere, deforma, porta al limite, introduce pensiero, svela lo...

Qu’est-ce que la photographie?

“Qu’est-ce que la photographie?”: da questa domanda prende il nome la seconda mostra allestita nella nuova Galerie de Photographies del Centre Pompidou, dopo l’esposizione inaugurale dedicata all’opera di Jacques-André Boiffard.   L’interrogativo ontologico, la ricerca dell’essenza della fotografia, di ciò che è “in sé”, ha accompagnato sin dall’invenzione del medium fotografico gran parte degli sforzi finalizzati alla sua elaborazione teorica, dal rapporto con cui François Arago illustrò alla Chambre des députés la scoperta di Daguerre nel 1839 alle riflessioni di Charles Baudelaire ed Elizabeth Eastlake della seconda metà del XIX secolo, dai testi fondamentali pubblicati da László Moholy-Nagy e Walter Benjamin negli anni Venti e Trenta agli isolati contributi di André Bazin e John Szarkowski nel dopoguerra, fino al culmine raggiunto negli anni Settanta e Ottanta grazie ai lavori di Susan Sontag, Rosalind Krauss e soprattutto Roland Barthes, autore de La Chambre claire (1980). A partire dalla constatazione di un ritorno in auge...

Le Harbor Series di Gil Mares

Hull With Float, II: Un rettangolo orientato in verticale, scandito da forme geometriche bidimensionali, frontali, schiacciate. Dominano i toni caldi, ed è il colore a creare le forme, ad animarle, non a riempirle - in alto, un rosso pastoso e levigato, compatto, taglia la superficie a formare una ‘L’ capovolta. L’asta più stretta è sbiadita nella parte bassa e rivela un’anima chiara nelle abrasioni e nei graffi arabescati dal tratto incerto, spezzato, che contraddicono la regolarità della geometria generale. Sulla sinistra si inserisce, complementare, un quadrato più sfumato: bande orizzontali più o meno definite alternano toni viola, antracite e rosa, slavati a tratti in direzione verticale.   A completare la composizione, in basso interviene una striscia impressionisticamente lavorata. Una spessa linea scura, che appare tratteggiata di bianco, la separa dalla parte sovrastante. Un’altra linea scura scorre in verticale, si staglia sul rosso dello sfondo ma genera aloni caldi dove taglia i campi più chiari, e la incrocia. Sembra originare da un’apertura circolare, nera, in alto. A...

Speciale Jeff Wall | Dal latte alla fontanella romana

Uno dei primi testi di Wall era intitolato “Fotografia e intelligenza liquida”, in cui parlava della “intelligenza liquida”, fluida, senza forma, complessa, incalcolabile, esplosiva della natura in contrasto con il carattere vitreo e relativamente “secco” della fotografia, in cui l’acqua, i liquidi, giocano una parte essenziale – nel lavaggio, fissaggio e così via – ma che deve essere tenuta attentamente sotto controllo e non deve traboccare. L’acqua e i liquidi allora per Wall rappresentano la preistoria della fotografia, degli “arcaismi” che la connettono al passato, al tempo, alla memoria, attraverso i processi di produzione antichi, la parte chimica e alchemica del processo fotografico.   Jeff Wall, Milk 1984   Riferiva questo discorso a sue immagini come Milk, 1984, in cui un ragazzo schiaccia e fa esplodere il latte da un contenitore. Erano gli inizi dell’era della digitalizzazione della fotografia e Wall scriveva: “Per quanto mi riguarda, la cosa non è necessariamente né un bene né un male, ma, se avverrà, in fotografia si determiner...

Speciale Jeff Wall | Lightboxes

  È con Jeff Wall che si cominciò già dalla fine degli anni settanta, a parlare di light-boxes, “cassonetti retroilluminati”, e grandi formati. Allora era un rimando e insieme una competizione con la pubblicità e con il cinema, oggi diciamo anche con gli schermi di ogni genere, televisivi, di computer, ipad, telefonini e simili, tutti retroilluminati, che dominano ormai il mondo dell’immagine.   In questo modo le immagini non sono illuminate da fuori, come sono sempre state, ma la luce viene proprio da loro verso di noi. L’effetto era ed è alquanto particolare, allucinatorio, come ognuno ben sa: è come se le immagini ci si rivolgessero, vengono verso di noi, pur mantenendo una piena distanza e intoccabilità. C’è sempre nell’arte di Wall questa duplicità, che ne costituisce tutta la stranezza ed enigmaticità, il compimento dell’autonomia modernista dell’immagine e al tempo stesso la sua invasione del mondo reale. Non solo “scrittura di luce” ma anche “emanazione di luce”, e con essa di scrittura e di immagine.  ...

Speciale Jeff Wall | Band e folla

Eccola la pittura, sui corpi dei componenti della rock band che suona sul palcoscenico. I suonatori sono impegnati ed eccitati come se avessero di fronte una folla, ma in realtà la sala è vuota in maniera imbarazzante. Forse il suo fallimento è dovuto al fatto di aver preso la musica come modello, di aver preso la via dell’astrattismo e dell’abbandono della realtà.   Dall’altra parte della sala, al di là del buio vuoto centrale, c’è un’altra zona di luce. Questa è precisamente riquadrata, con luce che proviene dal suo interno, quasi fosse uno dei lightbox dello stesso Wall. La contrapposizione è netta e piena di risvolti possibili: Wall si contrappone allo “spettacolo”. Ma dunque denuncia nel progetto della pittura di seguire la musica l’intento di guadagnare la scena, di conquistare un pubblico più vasto? O è la denuncia del destino, secondo Wall, delle avanguardie di diventare inesorabilmente spettacolo?

Speciale Jeff Wall | Reportage Readymade

Photo/Pictures   E’ solo da una decina d’anni che le retrospettive sui fotografi contemporanei vengono finalmente ospitate nei musei d’arte contemporanea, accanto alle monografie sugli artisti visivi. Uno dei casi più celebri è quello del fotografo canadese Jeff Wall, esposto alla Tate Modern e al MoMA tra il 2006 e il 2007 (e oggi al PAC di Milano con una selezione circoscritta di opere).            I lettori italiani dispongono ora di un’ottima antologia degli scritti più importanti di Wall (cui avrei personalmente aggiunto “Depiction, Object, Event”, pubblicato su Afterall nel 2007), curata da Stefano Graziani (Gestus. Scritti sull’arte e la fotografia, Quodlibet). Vi si leggono alcuni tra i testi più incisivi scritti sulla fotografia contemporanea negli ultimi trent’anni, quali “Il Kammerspiel di Dan Graham” (1982) e “Segni di ‘indifferenza’: aspetti della fotografia nella (o come) arte concettuale” (1995). In quest’ultimo Wall – assieme fotografo e critico della fotografia – offre un’interpretazione...

Speciale Jeff Wall | Mimica

La sospensione dei gesti invece che rivelare spontaneità, istantaneità, li dilata irrealisticamente e li carica di significato come accade solo nella finzione. Isolati, come ingranditi, diventano stranianti, un dettaglio incongruo che attira l’attenzione e su cui si concentra il senso dell’insieme. La fotografia non rappresenta la realtà, la “mima”.   Scrive Wall che “le piccole azioni contratte, i movimenti del corpo involontariamente espressivi, che si prestano così bene alla fotografia”, sono ciò che rimane di gesti antichi che oggi hanno smarrito il loro significato, ma la loro messa in evidenza forse può diventare rivelatore, “può sollevare un po’ il velo sulla oggettiva miseria della società e sulle catastrofiche conseguenze della sua legge del valore”.   Il gesto di Mimic, tutti i commentatori l’hanno sottolineato, ha un sapore razzista: gli occhi a mandorla non sono bene accetti qui. Ma al tempo stesso dice anche: fai attenzione, guarda e pensa, indica l’occhio a cui si rivolge Wall, “che si sforzi per – e desideri di...

Speciale Jeff Wall | Davanti al nightclub

Baudelaire l’ha ingiunto con autorità: basta dipingere scene del passato, uomini in toga; si dipinga la “vita moderna”, scene contemporanee in abiti d’oggi. Manet ne ha dato la versione più innovativa: non solo realismo ma anche intelligenza interpretativa. Intanto era arrivata e si era diffusa la fotografia.   Édouard Manet, Ballo in maschera all’opera, 1873.   Scrive il critico Thierry de Duve che “è come se Wall fosse tornato indietro al bivio della storia”, al momento in cui con Manet la pittura registrava lo shock della modernità e della fotografia; come se avesse seguito la strada che non è stata presa dalla pittura e l’avesse ripresa in fotografia. Non in senso conservatore e in nome della continuità, bensì con la consapevolezza di ciò che è accaduto nel frattempo, le avanguardie e i loro rovesciamenti, e della nuova posizione da cui si riprende.   Oggi infatti, con lo stereotiparsi e svuotarsi dei gesti e dei linguaggi, dice Wall, questo è cambiato, che ci si sente un po’ come se fossimo fuori dalla realtà,...

Found photos in Detroit

Daniele De Luigi: Found photos in Detroit è un libro che lascia attoniti. Scabro e crudo, fin dal titolo è volutamente laconico e didascalico: pagina dopo pagina non vi si trova altro da quanto dichiarato nelle quattro righe introduttive, un catalogo di vecchie fotografie buttate via, poi ritrovate, raccolte, selezionate e fedelmente riprodotte. Detroit era cresciuta elegante e raffinata a partire dalla fine dell’Ottocento, poi divenuta capitale mondiale dell’industria automobilistica con Henry Ford e focolaio delle battaglie per la democrazia e l’uguaglianza nel Dopoguerra. Dagli anni Sessanta ha vissuto un declino inesorabile e drammatico: la popolazione, che dopo la Guerra contava quasi due milioni di abitanti, era scesa alla fine del decennio scorso a settecentomila, con tassi record di povertà, disoccupazione e criminalità. Gran parte delle case e dei palazzi oggi giacciono disabitati e fatiscenti, conferendo ad ampie aree della città un fascino lugubre e inquietante. Le fotografie, precisate, le avete raccolte per strada e cerco di immaginare questa desolazione. Se Detroit rappresenta il paradigma della fine di una...

Atlanti e fantasmi. Georges Didi-Huberman curator

L’interesse per il pensiero di Georges Didi-Huberman – lo storico dell’arte francese più influente degli ultimi trent’anni – è senza tregua nel nostro paese. Lo dimostrano le raffiche di traduzioni e i primi tentativi d’interpretazione, come la monografia di Daniela Barcella (Sintomi, strappi, anacronismi. Il potere delle immagini secondo Georges Didi-Huberman, Milano 2012), uno strumento utile per orientarsi. Curioso, per inciso, che Massimo Recalcati vi sia citato 34 volte (mi limito alle note), secondo solo a Didi-Huberman; comprensibile, pertanto, quando si apprende che l’autrice è un’allieva di Recalcati e che la collana nel quale appare il libro è diretta da Recalcati stesso.   Didi-Huberman è un autore prismatico quanto prolifico. Il suo ultimo libro rischia sempre di diventare, proprio mentre lo si tiene tra le mani per leggerlo, il penultimo. Un aspetto ancora poco conosciuto della sua attività è quello di curatore di mostre, da L’Empreinte, ospitata al Pompidou nel 1997 pochi mesi dopo L’Informe, in cui Rosalind Krauss e Yve-Alain Bois polemizzano con...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...