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Jeremy Rifkin

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Teatri lirici / Covid. Lo spazio del melodramma

Si direbbe che solo i teatri, in Italia, abbiano preso sul serio la provocazione lanciata nel mezzo del “lockdown” da Jeremy Rifkin, il guru della “terza rivoluzione industriale”, che vaticinava “meno gente e meno ammassata” nella sale dello spettacolo dal vivo (ma anche sugli aerei e negli stadi: in questo caso profezia già fallita). In modo particolare si sono dati da fare i teatri d’opera, che assommano alle problematiche legate al pubblico e a quelle di chi sta in scena, anche le esigenze di chi deve suonare in orchestra e ha diritto come tutti alla sicurezza sanitaria. Del resto, l’opera è storicamente il tipo di spettacolo più multiforme, complesso e stratificato: inevitabile che la sua realizzazione sotto la sferza delle nuove regole sia la più complicata e quella che richiede più “creatività”.   Dalla metà di giugno, dunque, i teatri dove si fa musica hanno cominciato lentamente a rimettersi in moto. E spesso per farlo hanno seguito la strada indicata da Rifkin: una radicale riorganizzazione degli spazi interni, un rimescolamento dei luoghi tradizionalmente deputati a specifiche mansioni ma ora considerati inadatti se non off-limits. Per dire, nel giro di qualche...

Capitalismo e micro-reti / Changemakers: i pirati della modernità

Nonostante sia un libro agile e scritto per essere accessibile al famoso pubblico al di fuori dell’accademia, Changemakers (Polity Press, 2019; trad it, Luca Sossella editore) di Adam Arvidsson è un libro che condensa anni di viaggi di ricerca, interviste, osservazione partecipante da Bangkok a Hong Kong, da New Delhi a Napoli, da Parigi a Londra e Milano. È innanzitutto un libro sulla storia del capitalismo, sulle sue dimensioni attuali (sia quella americana che quella cinese), sul suo futuro e sostiene che l’attuale capitalismo digitale, figlio del capitalismo industriale, è alle corde. Ma a differenza di tanti critici superficiali del capitalismo, non ci illude né con la prospettiva di un nuovo commonalismo all’orizzonte, né ci consola dicendoci che il capitalismo finirà con una rivoluzione. Mentre tutti i critici del Capitalocene (una visione più critica dell’Antropocene, che sostiene che l’impatto negativo dell’uomo sull’ambiente è da imputarsi non tanto all’uomo in sé ma al modello produttivo capitalista) volgono lo sguardo al parallelismo tra gli anni 20 e 30 del Novecento e i giorni nostri, Arvidsson ci invita a spingere lo sguardo molto più indietro e trova che il periodo...

Due libri recenti / Proprietà e condivisione

Nel corso dei secoli, le merci hanno progressivamente arricchito la loro capacità di produrre dei significati, sviluppando le componenti comunicative e immateriali a scapito di quelle puramente materiali. Decisiva a questo proposito è stata l’introduzione nell’Ottocento del concetto di design all’interno del processo industriale. Il design, infatti, è andato sempre più a sviluppare la possibilità di abbellire le merci con decorazioni e forme spesso operanti in maniera indipendente dalla funzione svolta. Ma sono stati i progressi dell’elettronica a rendere particolarmente evidente il processo di smaterializzazione degli oggetti. Di dimensioni sempre più ridotte e realizzati con nuovi materiali leggeri, questi ultimi sono diventati dei protagonisti discreti dello spazio sociale. In essi, infatti, la componente hard si è via via ridotta e alleggerita, mentre quella relativa al software si è sviluppata, moltiplicando enormemente le funzioni disponibili.   Nel 2000 Jeremy Rifkin ha segnalato che questo processo comportava l’ingresso delle società avanzate in una nuova fase sociale: L’era dell’accesso (Mondadori). Comportava cioè il progressivo imporsi di un modello economico...

C’è Sharing e sharing

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno. Tutte queste attività vengono genericamente indicate come declinazioni di una economia emergente chiamata comunemente “Sharing Economy”, o meno comunemente, economia collaborativa, consumo collaborativo, economia della condivisione.   È vero, tutte queste attività hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia auto, la mia scrivania, la mia musica, la mia casa, la mia bici, ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili. Ciò che però è nuovo nella “sharing...

Web apocalittici e Social integrati

La marcia trionfale di Internet dagli anni 90 fino ai giorni nostri ha ripopolato il mondo di apocalittici e integrati distogliendoli dall’intorpidimento dovuto all’overload televisivo. Anche se le pagine web assomigliavano a disordinati lenzuoloni, la rete era avanti. Nelle chat, nei forum e nei newsgroup la discussione divampava, coinvolgendo i soggetti più disparati. Loschi figuri, casalinghe annoiate, venditori di fumo proliferavano unitamente ai soliti appassionati di cinema, letteratura, computer o giardinaggio alla ricerca delle affinità elettive.   Di fronte a uno scenario di questo genere, il mondo si divideva, costringendo, come si diceva, gli intellettuali ad alzarsi dal divano minimalista in cui erano sprofondati. Tutto avveniva secondo il copione scritto nel 1964. Apocalittici profeti di sventura annunciano la fine del mondo, preconizzano terrorismo e pornografia, avvertono sui rischi di perdita del senso del tempo e dello spazio, ammoniscono sui pericoli di straniamento e promiscuità sessuale, proprio mentre i loro colleghi integrati si consumano in apologie della liberazione dell’uomo-massa, pontificando sull’imminente democratizzazione del mondo, su nuovi...

Biennale: screen test

Palazzo degli schermi   Con il finissage alle porte, ne approfitto per sottoporre la 55a biennale di Venezia a uno screen test, alla ricerca ovvero dei modi in cui lo schermo è utilizzato nelle opere esposte. Considero lo schermo nel campo allargato di quelle pratiche artistiche che sfuggono alle storie cloisonné della pittura, del cinema, del video, dell’arte digitale. Tra le tante figure schermiche presenti, mi soffermerò solo su tre: il Movie Drome di Stan VanDerBeek, con una breve digressione sullo zero di Stefanos Tsivopoulos; l’interfaccia di Camille Henrot; l’“effetto Potëmkin” o il fare schermo di Jesper Just. Ognuna di queste traduce visualmente, a suo modo, un aspetto del palazzo enciclopedico. Un’operazione riuscita quando – che sia o meno questione di schermi – resta viva un’indecisione, una tensione tra due polarità difficilmente conciliabili quali l’impulso enciclopedico e l’impulso entropico.     Un paio di omissioni mi stanno a cuore, a partire dai film in 16mm di João Maria Gusmão e Pedro Paiva, esposti a poca distanza...

Beni relazionali

“Il peut y avoir de la honte à être heureux tout seul” scrive il Premio Nobel francese Albert Camus nel romanzo La Peste. C’è vergogna nell’essere felici da soli, dice Rambert, individualista e forestiero, mentre rinuncia a scappare dalla città infestata dalla peste. Come se la felicità (intesa più prosaicamente in questo contesto come la soddisfazione di un bisogno) fosse essa stessa il fine della condivisione. Come se la condivisione, del tangibile e dell’intangibile, fosse la via d’uscita dalla peste. O, fuor di metafora, dalla crisi. L’equilibrio tra istituzioni, imprese e società nel suo complesso è messo regolarmente alla prova dagli eccessi del capitalismo, nel suo eterno ciclo di produzione e consumo. Oggi si stanno raffrontando, e in certi casi scontrando, diverse visioni nel modo di concepire quale debba essere il rapporto tra la sfera economica e la sfera del sociale (inclusa in essa la “cultura del lavoro”).   L’impresa non è più un semplice attore economico che si adatta allo scenario competitivo, ma si configura sempre pi...

Empatia

Nel 2006, parlando agli studenti della Northwestern University a Chicago, Barack Obama stigmatizza l’esistenza di un “empathy deficit”. Il riferimento all’empatia come fatto positivo è assai frequente nei discorsi del presidente americano, mentre sembra quasi assente nel frasario del suo predecessore, George W. Bush. Tre anni dopo il primatologo Frans de Waal pubblica un libro L’età dell’empatia, e nel medesimo anno esce il libro dell’economista e futurologo Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. Da quel momento in poi il tema si diffonde a macchia d’olio e diventa sempre più consueto parlare della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino al punto di coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Ma cosa significa esattamente “empatia”? Perché e come è possibile “mettersi nei panni degli altri”?   Uno studioso di estetica, Andrea Pinotti, spiega in un ampio studio apparso da poco (Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza), che il termine viene dal greco empatheia, composto da en, in, e pathos, affetto;...

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