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Miguel Gomes

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Bella e perduta

C’è un luogo, un monumento storico, la Reggia di Carditello, in provincia di Caserta: bella, bellissima, maestosa, ma rovinata dal tempo, dall’usura e dal saccheggio a cui l’ha condannata l’incuria degli uomini. C’è un tempo che è maestoso pure lui e quasi immobile e impercettibile: il tempo monumentale della tradizione, del passato e dello splendore antico. E poi c’è un altro tempo ancora, materiale e inarrestabile, che è il tempo della società e della Storia, ciò che porta decadenza e rovina. Infine, c’è una strada: sterrata, di campagna, ai bordi di campi coltivati o fra alberi disposti in fila; una strada da solcare, un tragitto da compiere in un senso e poi nell’altro.     Tra questi poli, tra la bellezza imponente e immobile del monumento storico e il divenire del viaggio e dell’evoluzione, c’è in mezzo un film, Bella e perduta di Pietro Marcello, nato come “viaggio in Italia” destinato a toccare diverse tappe, poi fermatosi a raccontare l’esperienza del custode della Reggia, Tommaso “l’Angelo di Carditello...

L’assassinio di Cannes

Domenica sera, dopo l’annuncio dei premi dell’appena conclusasi 68esima edizione del Festival di Cannes, il settimanale Les Inrock faceva notare un’evidenza statistica davvero un po’ preoccupante. Dal 1966 al 2008 i film francesi vincevano la Palma d’Oro a Cannes con una cadenza di una volta ogni ventun anni: Un homme et une femme di Claude Lelouch nel 1966, Sous le soleil de Satan di Maurice Pialat nel 1987, Entre les murs di Laurent Cantet nel 2008. Poi, invece, hanno vinto quattro delle ultime sette edizioni: dopo Entre les murs c’è stato Amour di Michael Haneke nel 2012, La Vie d’Adèle di Kechiche nel 2013 e ora Dheepan di Jacques Audiard nel 2015. Nessuno mette in dubbio che l’industria del cinema francese produca ancor’oggi dei grandi film (quest’anno ce n’erano almeno due grandissimi alla Quinzaine: L’Ombre des femmes di Philippe Garrel e Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnauld Desplechin), ma certo un ritmo di questo tipo, così come un festival che decide di mettere ben cinque film francesi in concorso (di cui almeno tre unanimemente giudicati mediocri da tutta la critica presente a Cannes) comincia a destare qualche sospetto.   Nessuno vuol qui passare per ingenuo...

Cannes, l'America e noi

È l’edizione numero 68 ma non è certo tempo di rivoluzioni al Festival del Cinema di Cannes. Nonostante l’avvicendamento del presidente, che non è più il cinecritico Gilles Jacob ma l’ex businessman di Canal + Pierre Lescure, figura molto più marketing oriented, il programma non sembra averne risentito e si muove nella linea di una sempre più autocentrata e autocelebrata  conservazione cannoise. A essere onesti c’è da dire che la selezione presieduta come sempre da Thierry Fremaux quest’anno ci è sembrata essere persino un po’ meno paludata e conservativa dell’anno scorso, anche se molti dei nomi noti più audaci sono finiti fuori dalla mostra concorso, in Un Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs (tra questi Apichatpong Weerasethakul, Brillante Mendoza, Philippe Garrel e Miguel Gomes). Tra le poche novità ce n’è senz’altro qualcuna negativa, come la scelta del film d’apertura che al posto del classico blockbuster americano è ricaduta su un’opera francese di apparente taglio sociale – in realtà spiccatamente conservatrice –, La Tête haute di Emmanuelle Bercot che riesce senza alcun disagio apparente a fare un’apologia senza ombre del sistema giudiziario francese...

I film dell’anno di doppiozero

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi. Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione. Ecco i primi otto.     Holy Motors, di Leos Carax   Il film dell’anno, fosse anche per il clamore suscitato a Cannes, tra le urla al capolavoro e il fastidio per il talento esibizionista di Carax. Racconto di un giorno nella vita di un personaggio pirandelliano che è uno nessuno e centomila, Holy...

Una conversazione con Miguel Gomes

In occasione dell’omaggio che il 30° Torino Film Festival (23 novembre - 1 dicembre) dedica al regista Miguel Gomes all’interno della sezione Onde, pubblichiamo alcuni passaggi dell’intervista che Francisco Ferreira ha curato per il catalogo generale.   Ex critico cinematografico, autore di cinque cortometraggi e tre lungometraggi, Miguel Gomes è una delle figure emergenti del cinema europeo. Proprio il 2012 è stato l’anno della sua consacrazione: il suo ultimo film, Tabu, presentato all’ultimo Festival di Berlino, è da più parti considerato uno dei capolavori dell’anno; meglio di The Artist e prima di Blancanieves (altro titolo in programma al Torino Film Festival) è una geniale riflessione sulla memoria del cinema, un mélo tra il Portogallo di oggi e l’Africa coloniale girato a tratti come un film muto, senza la nostalgia dello sguardo a ritroso ma con una forza creativa sorprendente.   Di Tabu e dei precedenti lungometraggi di Miguel Gomes, A Cara que Mereces (2004) e Aquele Querido Mês de Agosto (2008), il primo una folle rivisitazione di Biancaneve e i sette nani...

Il tempo di un sentimento

Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato negli anni ’80 e ’90 dai film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.     Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e lega il cinema alla...