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Nuto Revelli

(18 risultati)

Paesaggi fragili e passaggi epocali / Il salto dell'acciuga

Dieci anni dopo la morte dell’autore, Einaudi pubblica una nuova edizione de Il salto dell’acciuga. Un piccolo libro quello di Nico Orengo, inclassificabile di suo; non è un saggio, non un romanzo, non un diario e neppure un libro di viaggio ma un insieme di tutti questi e probabilmente non basterebbe ancora per descriverne l’essenza. Forse di quest’ultima ne estrae un aspetto importante Carlo Petrini quando nella prefazione scrive “ ...è impossibile oggi rileggendo questo libro non cogliere con malinconia i segnali di un mondo che è cambiato completamente e che non è più possibile riconoscere e ritrovare... in pochi hanno saputo raccontare questo tornante della storia con lucidità, certamente Nico è stato uno di questi insieme a Rigoni Stern, a Revelli, in un certo modo anche a Soldati e Veronelli...” Quel “tornante” è il tramonto della società contadina e il rapido imporsi del modello industriale e urbano che il boom economico avrebbe poi certificato come società dei consumi. Una fase che è stata avvertita come un cambiamento realmente epocale solo da chi non si era fatto tramortire da quel benessere nuovo ed improvviso, da chi rispetto alle sorti progressivamente felici della...

L’estate dei festival / Odori, incroci, donne al Suq di Genova

La prima cosa è il suono. Sia che si arrivi da via San Lorenzo sia che si passi dall'Acquario, il ritmico e tribale martellare degli jambè accompagna l'ingresso al Porto Antico: il passo aumenta inseguendo il battito delle mani sui tamburi, difficile rimanere indifferenti.  Poi c'è la gente. Avvicinandosi alla tensostruttura sul mare e superati i primi musicisti di strada, grandi e coloratissime donne propongono ai passanti eclettiche acconciature. La folla aumenta: qualcuno chiacchiera animatamente seduto attorno a bassi tavolini su larghi e pesanti tappeti, c'è chi mangia accampato, c'è chi sfoglia libri sotto una tenda aperta e verde; qualcun altro osserva l'anziano signore che crea al tornio meravigliose stoviglie di argilla, di quelle che si comprano nei mercati marocchini.  E il profumo travolge i sensi. Una stratificazione di aromi e odori di spezie, condimenti, fiori secchi, incensi, profumi riempie le narici: siamo entrati nel grande mondo del Suq di Genova, aperto venerdì 14 giugno e che prosegue fino al 24 (festa patronale della città) per poi andare in trasferta, come ormai da tradizione, al Museo Preistorico dei Balzi Rossi di Ventimiglia il 27 giugno....

Tra ferite senza rimedio e speranze di un’Italia migliore / L’ultimo anno di guerra di Nuto Revelli

L’8 settembre del 1943 Nuto Revelli, tenente del battaglione Tirano, si trovava in convalescenza a Cuneo, la licenza gli era stata concessa dall’Ospedale di Savigliano in conseguenza delle ferite subite in Russia e della pleurite contratta durante la ritirata. Era stato proposto per due medaglie d’argento meritate sul campo, ma si sentiva profondamente deluso ed esacerbato nell’animo. Dopo aver creduto nell’esercito e nelle ragioni del conflitto, aveva capito in Russia di essere stato trascinato insieme a migliaia di altri giovani in una assurda guerra di aggressione, voluta da uomini privi di umanità, di etica e anche di competenza. Aveva visto con i suoi occhi la ferocia degli alleati tedeschi, la corruzione e il caos nelle retrovie italiane, l’inadeguatezza di mezzi e di generali, la morte e la sofferenza di tanti commilitoni. Nei giorni successivi aveva quindi deciso di allontanarsi dalla città, organizzando il suo primo nucleo di “ribelli”. Lo chiamerà Compagnia rivendicazione caduti. Il nome deriva dal desiderio di ricordare e vendicare i tanti alpini morti inutilmente nelle immense distese gelate della Russia e degli altri luoghi dove erano stati destinati a combattere e a...

Centenario / Alpinismo

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.   Nel lager di Auschwitz a Primo Levi viene marchiato sul braccio il numero 174157. Trascorrerà un anno e mezzo in quel luogo pieno di freddo, fame, dolore e umiliazioni. Il mondo degli affetti, della cultura e dei monti diviene un rifugio dell’anima: un giorno prova a tradurre in francese la Divina Commedia al suo compagno di prigionia Pikolo: “…quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto che mai veduta ne avevo alcuna” e lo coglie un forte moto di commossa nostalgia: “E le montagne, quando si vedono di lontano … le montagne … oh Pikolo, Pikolo, dì qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel buio della sera…” (da Se questo è un...

21 luglio 1919 / La guerra dei poveri di Nuto Revelli

L’agenda di Nuto Revelli ha una copertina rigida, in cartone marrone zigrinato, all’interno riporta la dicitura: Agenda per l’anno 1942, XX dell’era fascista. Le pagine sono fitte di una scrittura chiara, con poche correzioni. Ha accompagnato l’autore per tutti i mesi della guerra in Russia, registrandone con buona regolarità azioni e riflessioni. La prima data è 21 luglio 1942, il giorno della partenza per la Russia, dalla stazione di Rivoli, ore 3,05. Finita la guerra, l’agenda diviene un libro: Mai tardi. Diario di un alpino in Russia, pubblicato nel 1946, dall’editore Panfilo, pseudonimo dell’ex partigiano Arturo Felici. In copertina, un dipinto di Lalla Romano che ricalca una nota foto della ritirata.  L’editore-tipografo Felici era egli stesso un personaggio di rilievo della Resistenza, la sua tipografia tra il ’43 e il ’45 era stata un centro di reclutamento e smistamento di giovani che volevano prendere la via delle montagne, da cui il nomignolo Panfilo. Suo il noto proclama del Partito d’Azione piemontese dove si dichiarava che la lotta per “assicurare la giustizia e la libertà” non avrebbe avuto sosta, e che “per questa generazione non v’è congedo”. Finita la guerra...

Nuto Revelli e quel cavaliere di Marburg che non amava la guerra

Cent’anni fa, il 21 luglio 1919, nasceva Nuto Revelli: alpino, partigiano, scrittore di etica civile                       Il disperso di Marburg, pubblicato da Einaudi nel 1994, segue le fila di un’inchiesta condotta da Nuto Revelli nell’arco di ben otto anni e, come altri suoi libri, ha la struttura di un diario. Revelli aveva detestato per tanti anni i tedeschi, identificandoli con l’ideologia disumana che li aveva condotti in una guerra terribile. Tenente del battaglione Tirano, aveva conosciuto la durezza e la protervia dell’esercito germanico durante la ritirata di Russia, e poi durante la Resistenza, da comandante partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà. Nell’ultima parte della sua vita era venuto a sapere di un tedesco forse gentile d’animo, forse comprensivo, che amava cavalcare da solo, ucciso dai partigiani senza un serio motivo. Questa morte lo colpì; cercò di saperne di più. Nella speranza di scoprire un alter ego, un altro uomo che ha sofferto e che ha poi capito, e che non ha seminato dolore.  “Quando la fantasia mi prendeva la mano, mi immedesimavo pericolosamente in quel «disperso», e lo vedevo...

Nuto Revelli / La storia di quelle ultime lettere dall’orrore

L’ultimo fronte, pubblicato da Einaudi nel 1971, è un libro del tutto particolare, nella letteratura del nostro Novecento ma anche nella bibliografia di Nuto Revelli. In queste pagine, l’ex tenente degli alpini e comandante partigiano raccolse duecento epistolari di soldati in servizio sul fronte russo durante la seconda guerra mondiale.  Si tratta di un’opera molto importante perché fu per lui la prima occasione per accedere al mondo contadino di quei soldati, una vera e propria chiave di volta. Senza L’ultimo fronte non avrebbe poi potuto scrivere Il mondo dei vinti e L’anello forte.  Revelli ricevette dai famigliari circa seimila lettere, grazie alla fiducia che seppe conquistarsi. Aveva combattuto sul fronte russo, provato le sofferenze della ritirata nel gennaio del 1943, e poi combattuto sulle montagne con i partigiani, ma trovò porte aperte anche per il garbo, la franchezza, l’assenza di retorica che caratterizzavano il suo parlare.  Una fiducia ben riposta del resto, visto che nessuna andò perduta e tutte vennero poi restituite. A queste lettere se ne aggiunsero poi altre quattromila recuperate prima che venissero distrutte. Nella lunga introduzione alla...

La valle di Champorcher dove sognavano di tornare insieme / Primo Levi e Mario Rigoni Stern. Una lunga amicizia

Primo Levi disse che lui, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli erano come tre petali di un trifoglio perché avevano attraversato le tragedie della Seconda Guerra mondiale, sofferto il freddo e la fame, visto e superato l’orrore, e poi scritto opere contigue per senso etico e nitore di stile.  Levi fu catturato il 13 dicembre 1943 sulle montagne della Val d’Aosta mentre con altri cercava di organizzare una piccola unità partigiana di Giustizia e Libertà; fu trasferito dapprima nel campo di concentramento di Fossoli, poi alla destinazione finale di Auschwitz. Lì gli venne marchiato sul braccio il numero 174157 e lì avrebbe trascorso un anno e mezzo di durissima prigionia, in un luogo pieno solo di freddo, fame, dolore e umiliazioni. Il pensiero di un mondo scomparso dall’orizzonte, quello degli affetti, della cultura e dei monti diviene un rifugio dell’anima. Come quando prova a tradurre in francese la Divina Commedia al suo compagno di prigionia Pikolo: “…quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto che mai veduta ne avevo alcuna…”. Lo assale il rimpianto: “E le montagne, quando si vedono di lontano … le montagne … oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa,...

Il 5 febbraio 2004 ci lasciava lo scrittore cuneese / Nuto Revelli e i vinti dello sviluppo

Il 5 febbraio 2004 all’età di 85 anni ci lasciava Nuto Revelli. Ha saputo scrivere della guerra come pochi in Italia, una guerra vissuta sia da ufficiale dell’esercito che da partigiano. Ha passato il resto della vita a lavorare sulla memoria e a raccogliere le testimonianze di vita di quella che riteneva la sua gente. Questo articolo riflette su una parte della sua eredità.   Sono rimasto sull’uscio per qualche minuto. Entrando mi pareva di disturbare. Anche se in quel piccolo studio con le pareti rivestite di legno, non c’era nessuno. Non ero mai stato prima nella casa di Nuto Revelli in corso Brunet 1 a Cuneo. Oggi è la sede della fondazione che porta il suo nome. Laddove c’era la camera da letto condivisa con l’amata Anna, sono ora conservati i documenti di una vita che compongono l’archivio in fase di riordino. La stanza del figlio Marco si è invece trasformata in un ufficio. Mentre il salotto non sembra aver mutato destinazione d’uso: gli amici di un tempo lo ricordano come luogo di lunghe chiaccherate. Se una persona l’hai conosciuta esclusivamente attraverso le parole dei suoi libri, fa un certo effetto essere a un paio di metri dalla sua macchina da scrivere. Per...

Una scuola per tornare in montagna

Tra il 2009 e il 2011 si registrano circa 2000 nuovi insediati in tutto l’arco alpino italiano: lo apprendo dalle relazioni tenute al recente Convegno del Politecnico di Torino sul Ritorno in montagna organizzato da Dislivelli e dalla Società dei territorialisti. “Ancora pochi”, “già tanti”: si può commentare come si vuole il dato, sarebbe interessante averne di più attuali. Certo è che il ritorno è comunque una tendenza destinata a crescere e non solo una speranza per chi, come noi, ha dato vita all’associazione Rete del ritorno.   Nuovi insediati, secondo la dizione dei tecnici, o Ritorni ai luoghi dei margini, il Ritorno non è – meglio precisarlo – un movimento all’indietro. Presuppone, anzi, in montagna, in campagna o nelle cascine di periferia dove lo si sperimenta, nuovi saperi e insieme nuove consapevolezze di ordine culturale: un’idea diversa di cittadinanza, di politica del territorio che oltrepassi la mera soglia della polis (esportando al di fuori di sé i suoi antichi modelli), che sappia ricucire la geografia informe dell’Italia, stretta come...

Giulio Questi. Il ritorno della letteratura partigiana

Giulio Questi ha avuto una vita lunga, piena di reincarnazioni, sprofondamenti ed emersioni. Prima tutta la Resistenza, dal primo all’ultimo giorno, nelle valli bergamasche in almeno un paio di bande piuttosto discusse; poi, a seguito della “smobilitazione morale” del Paese (per dirla con Nuto Revelli), l’avventura nella Roma del cinema. Nel frattempo aveva animato, con altri giovanissimi antifascisti, nei tempi ancora ricchi di fermenti del 1946-48, per cinquantatré numeri una rivista quindicinale di politica e cultura – «La Cittadella» – assai innovativa nel panorama provinciale dell’epoca. Tanto da aver avuto nove sedi esterne con responsabili quali Tullio Kezich a Trieste, Romolo Valli a Reggio Emilia, collaboratori come Bo, Cecchi, Contini, Malraux, René Clair magari solo per un articolo e, più diffusamente tra gli altri, Anceschi o Capitini, mentre Questi era il referente per la letteratura con recensioni (ad esempio sull’Antologia di Spoon River), riflessioni militanti e racconti quali La cassa. Quest’ultimo attirò l’attenzione di Vittorini, che gli mise a disposizione...

Antologia del grigio

La mia storia è piena di buchi come un romanzo, ma in un comune romanzo è il romanziere a decidere come distribuire i buchi, un diritto che a me è negato perché sono schiavo dei miei scrupoli.   Laurent Binet, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, 2010     Quando ci chiediamo cosa, quanto e come leggono di Resistenza “i giovani” – gli studenti –  troviamo sul campo due rischi: uno di merito e uno di metodo. E sono convinto che sia necessario provare a individuare alcuni antidoti per entrambi. La “vulgata” revisionista ha seminato molto negli ultimi anni, mettendo in crisi la complessità e le varie stratificazioni della vicenda resistenziale e delle sue narrazioni. Come si può cercare di ridare tridimensionalità agli eventi e ai processi storici che in questi giorni sono al centro del dibattito pubblico, partendo dal fatto che non solo la narrativa, ma la narrativa resistenziale tout court ha perso sicuramente gran parte del suo fascino? Utilizzando gli stessi espedienti narrativi di questa vulgata, credo.   Il presunto multitasking e l'attenzione...

Lo spirito di Paraloup

Nel luglio del 2011 qualche centinaia di persone risaliva il sentiero verso Paraloup, nelle Alpi di Cuneo, per assistere a una tre giorni che aveva per tema il "ritorno ai luoghi abbandonati". Il posto era quanto mai pertinente: lì Nuto Revelli raggiunse un gruppo di compagni che avevano costituito la prima banda di partigiani nell’inverno 1943-44. Per onorare la memoria di Nuto, che ha raccontato in opere ormai classiche un trapasso di civiltà e la fine di un mondo, gli eredi decisero di destinare le migliori energie della costituenda Fondazione per far rivivere Paraloup, oggi un progetto pilota che ha recuperato le antiche baite, offre un servizio di pernottamento e di ristoro e ha avviato attività economiche che consentano di dare una prospettiva di lungo periodo al progetto.   Paraloup   In quei giorni dell'estate del 2011, salirono in montagna persone diversissime come il regista Franco Piavoli, Vito Teti, massimo studioso di questi temi, il 'paesologo' Franco Arminio, il cantastorie di Matera Roberto Linzalone, insieme ad agronomi dell'Università di Torino, gruppi di aquilani che combattevano contro la...

Roberto Cerati: un venditore di libri in maglietta nera

Oggi è un giorno triste, oltre che per gli amici di Roberto Cerati, per tutti coloro che amano i libri. Forse si chiude un’epoca: la sua casa editrice Einaudi ha appena compiuto (il 15 novembre) ottant’anni e lui, il suo Presidente, se n’è andato, avendo compiuto, da poco, i novanta.   La vita di Roberto Cerati è stata tutta legata all’Einaudi, in un rapporto di profonda affinità e fedeltà con il suo fondatore. Il primo incontro con Giulio Einaudi, nel 1945, avvenne quasi per caso: “Accompagnavo Ajmone che doveva mostrare a Einaudi dei lavori di incisione per Lavorare stanca di Pavese. In corridoio Giulio mi disse "Lei che fa?" "Niente". "Allora venga qui".’’   Cerati fece da prima lo strillone del Politecnico di Elio Vittorini (“Lo vendevo in Galleria gridando più forte degli altri venditori di quotidiani”); poi l’instancabile e appassionato venditore di libri a giro per l’Italia; infine, il Direttore commerciale, sempre al fianco del principe Giulio, da cui nel 1999 (dopo la sua morte) raccolse il testimone, diventando il...

Partigia. L'ibrido e il grigio

Il commento lucidissimo di Marco Belpoliti uscito su doppiozero sul libro Partigia di Sergio Luzzatto e sullo strano rapporto in esso tra autobiografia, estetica del racconto e ricerca storiografica segna un momento importante nel dibattito accorato, traumatico per alcuni, esploso intorno al libro dal 16 aprile scorso in poi.     Puntando sulla presenza di Luzzatto stesso come personaggio principale del racconto, Belpoliti sposta l'attenzione dall'impossibile giallo dell'uccisione dei due giovani partigiani da parte della banda di Levi nel 1943 – lasciato irrisolto nei suoi elementi essenziali da Luzzatto, come ci spiega Belpoliti – e verso il valore attuale, di cui il libro e' un sintomo illuminante, della Resistenza, della figura di Primo Levi, e della Shoah in generale nell'Italia stravolta del nuovo millennio. Sono le confusioni del presente nei suoi rapporti col passato, a segnare l'importanza il libro, oltre all'abile operato dello storico di mestiere. Come risposta a Belpoliti e in dialogo con Partigia, riprendo qui un intervento pubblicato il 13.09.2013 su "Storicamente" [Robert S.C. Gordon, Shoah, letteratura e zona grigia in Partigia, «Storicamente», 9 (...

Spaesati traghettatori tra rovine e futuro

Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un Paese come l’Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro (pp. 250, € 18), che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c’è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo etc etc…”?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.   Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l’autrice: poiché “la maceria… è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più”, mentre la rovina è il suo contrario: “irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto… incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente “in rovina”) essa dà tuttavia ancora segni di vita”....

Ombre ad Asiago

  Asiago – 28 settembre 2005   Penultimo giorno di riprese de “La strada di Levi” di Davide Ferrario. Incontriamo Mario Rigoni Stern, ci passiamo assieme quasi tre ore; la casa è rosa, modesta, nel punto preciso sul margine del bosco che immaginavo. I suoi vicini sono Tullio Kezich, che non c’è mai, ed Ermanno Olmi. Ci portiamo con i mezzi nei pressi di una vecchia colonia di frati, ex caserma ex prigione ex bordello (nelle intenzione repubblichine) e lì inizia il lavoro. Rigoni è meravigliosamente disponibile, disinvolto davanti ai numerosi ciak: si parla di Primo Levi, Marco Belpoliti lo intervista per La Stampa, io gli chiedo dei formaggi e lui mi spiega come giudicare il buon Asiago. Poi Davide gli fa leggere alcuni passi della lettera scritta il giorno dopo la notizia del suicidio di Primo Levi. La lettera è in Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, 2004), il titolo è “La Medusa non ci ha impietriti”. Mario Rigoni Stern cita alcuni versi di Primo Levi, la poesia è A Mario e Nuto, la trascrivo: Ho due fratelli con molta vita sulle spalle, / Nati all’ombra...

Paraloup

  Paraloup è un borgo di poche case in pietra in valle Stura. Qui il giorno di San Giovanni (24 giugno) salivano dalla pianura i pastori alla ricerca di buoni pascoli, vivendo in povere case di pietra fino a che le prime nevi (siamo a 1.400 metri) consigliavano di scendere verso valle. Nel tardo autunno del 1943 salirono a Paraloup Dante Livio Bianco, Umberto Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca: il confine francese era vicino, ma soprattutto si dominava la valle con un panorama ancora oggi incontaminato. Fu un inverno durissimo ed esaltante come raccontano le pagine di alcuni di loro.   Un luogo simbolo che la Fondazione Nuto Revelli ha scelto come centro della prima edizione del Ritorno ai luoghi abbandonati. Anche perché le case sono state restaurate, alcune iniziative sono partite già dalla scorsa estate. Ma che cosa è il Ritorno ai luoghi abbandonati? Non abbiamo voluto chiamarlo festival, perché non intendiamo la cultura come occasione di consumo, ma vorremmo che fosse una festa che coinvolga la “provincia granda” di Cuneo e chi avrà voglia di venire da più lontano. Un luogo dunque dove...