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Paolo Pellegrin

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Vedere e immaginare / Paolo Pellegrin. Gridare con gli occhi

C’è un verso di René Char in Fogli d’Ipnos che fa pensare alla fotografia contemporanea, e in particolare a quella di Paolo Pellegrin: “Solo gli occhi sono ancora capaci di gettare un grido”. Guardando le immagini che il fotografo romano ha scattato a Lesbo tra i migranti, oppure a Gaza, nei campi profughi del Medio Oriente, negli innumerevoli scenari di guerra intorno a noi, negli slums americani, si è portati a pensare che Pellegrin vuole far gridare i nostri occhi. Non lo fa mettendo in scena lo scempio dei corpi, le violenze perpetuate sulle persone in modo continuato e perverso, bensì fissando pietre, persone di schiena, visi, panni stesi, rotoli di filo spinato, muri, lamiere.  La fotografia contemporanea, in particolare quella dei fotoreporter e degli inviati di guerra, ha dovuto affrontare un problema che Susan Sontag aveva segnalato anni fa: il contenuto etico delle fotografie appare molto fragile. Forse solo mettendo in mostra i massacri, a partire dal massacro dei massacri che sono stati i Lager nazisti, ovvero esibendo l’orrore, solo così la fotografia può raggiungere e accrescere il nostro senso morale. Tuttavia Susan Sontag è stata perentoria nel suo saggio...

Al di là dell’in-quadratura

Nel 2009 con Patrizia Giordano, educatrice di Poggioreale ed esperta di biodanza, abbiamo deciso di mettere a punto un progetto per i detenuti. Abbiamo pensato a un progetto fotografico che, articolato in tre mesi di lavoro da svolgersi all’interno del penitenziario , mirasse a dare la possibilità ai partecipanti di imparare a scattare una foto e di ritrovare, con l’ausilio della danza, una maggiore padronanza del corpo in un luogo di chiusura/clausura quale è un carcere. Alla conoscenza base della tecnica fotografica si univa così il corpo nei suoi movimenti più semplici e naturali. Due discipline si fondevano in un unico linguaggio.   Durante il percorso di studio ed apprendimento della materia fotografica, particolare rilievo è stato dato a due figure: Caravaggio, fotografo ante litteram, e Paolo Pellegrin, fotografo in prima linea. Identità Sensibili, il nome del progetto, approvato e realizzato, si è concluso con una mostra del lavoro dei partecipanti intitolata Intra/Vedere, tenutasi presso la galleria fotografica Giù-box (un box auto che invece di ospitare macchine e motori è adibito a...

Magnum. La scelta della foto

Riproponiamo questo articolo in occasione della mostra Magnum Contact Sheets presso il Forte di Bard che aprirà al pubblico in anteprima mondiale a partire dal 21 giugno sino al 10 novembre 2013.     Henri Cartier-Bresson è seduto su uno sgabello vicino a un tavolo, su cui sono accumulate in modo disordinato delle cartelline. Sta osservando con la lente d’ingrandimento un rettangolo: provini fotografici. Lo fa con la posa di un collezionista; meglio: di un investigatore alla ricerca delle prove del delitto. L’immagine è stata scattata nel 1959 da un altro celebre fotografo, René Burri, negli uffici della Magnum a New York. Cartier-Bresson sta svolgendo il suo lavoro: individuare tra gli scatti quello che merita di essere stampato, e quindi riprodotto su un giornale. Il rettangolo che tiene tra le mani, tra pollice e palmo, è una stampa a grandezza naturale di spezzoni di un rullo o di una sequenza di negativi, e rappresenta secondo Kristen Lubben, curatore di Magnum. La scelta della foto (Contrasto), il primo sguardo che il fotografo getta su ciò che è riuscito a catturare con la sua macchina....

Monica Haller | The Veterans Book Project

Ha detto una volta William Saroyan: “Una foto vale mille parole. Sì, ma soltanto se la si guarda e si dicono o si pensano quelle mille parole”. È proprio così: tanto più quando si ha a che fare con quella specie di iper-immagine che è la fotografia di guerra. Come hanno spiegato Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri e Georges Didi-Huberman in Immagini malgrado tutto, ancora meno delle altre l’immagine di guerra può “parlare da sé”: perché nella sua traumatica nudità questa “terapia d’urto” può “suscitare reazioni opposte” (Sontag). Viceversa necessita di un corredo di parole, una cornice argomentativa che con quell’immagine si combini in un “montaggio di intelligibilità” (Didi-Huberman). Sontag faceva l’esempio dell’anarchico Ernst Friedrich, il quale nel 1924 agli insostenibili primi piani delle gueules cassées, i reduci sfigurati della Grande Guerra, nel volume Guerra alla guerra associò didascalie come “L’eroismo è menzogna. L’orrore è realtà” (...