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Paolo Virno

(8 risultati)

Il fantasma del comunismo

Quest’anno se ne festeggiano 100 anni, eppure non è la prima volta che viene celebrato un anniversario del cosiddetto “Ottobre” – cioè la ricorrenza che ricorda la conquista del Palazzo d’Inverno con cui i Bolscevichi presero il potere in Russia la notte tra il 7 e l’8 Novembre 1917 (il 25/26 Ottobre del calendario giuliano allora in uso) e instaurarono il primo potere comunista della storia. La prima celebrazione, e probabilmente quella che ancor’oggi si può considerare come la più famosa, avvenne già tre anni dopo, nel 1920. Lo stato sovietico volle allora celebrare in grande stile l’evento inaugurale di una nuova epoca della Storia e allestì di fronte al vero Palazzo d’Inverno uno dei più grandi happening teatrali di massa che siano mai stati fatti. 125 ballerini, 100 circensi, 1750 comparse, 260 attori secondari e 150 assistenti – oltre a tank, blindati e al celebre incrociatore Aurora – “ricrearono” a soli tre anni di distanza l’evento culmine della rivoluzione sovietica di fronte a 100mila persone in delirio. Non è difficile immaginare l’entusiasmo e la confusione che poteva creare una “rappresentazione” a cui presero parte molti dei protagonisti che nel “vero” ‘17 erano...

Vita e morte dei precari / Orgoglio precario. Stati impermanenti

Eccoci di fronte al rischio di una nuova notte nera in cui tutte le vacche sono nere: nel buio della crisi, sfumano i contorni e aumentano le complessità, mentre le speculazioni si fanno sommarie e si ingrandiscono le pretese di assoluto. Prendete il tema “precarietà”, peggio se declinato come “precarietà del lavoro cognitivo”: si noterà come oggi, di fronte a esso, tendano a prodursi strane generalizzazioni, rimozioni, riflessi del secolo scorso, giudizi schematici. Un concerto di critiche che raccoglie alleati distanti tra loro. Per chiarezza, e in premessa, aggiungo che nessuno intende negare le difficoltà oggettive che si riscontrano su questo fronte da un punto di vista dei processi di soggettivazione politica (organizzazione e rappresentanza) né da alcune nuove contraddizioni. Così, la lettura del libro Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli 2015) di Guy Standing, figura di spicco del pensiero economico eterodosso europeo, mi ha fornito l’occasione per provare a riflettere su questo rimescolamento, muovendo da alcune necessarie ricostruzioni. Fotografia di Alvin Langdon Coburn, 1910 RadiciAlla progressiva diffusione dei processi di...

Being freelance. L'infinita valutazione

La scorsa settimana Tiziano Bonini, in un bellissimo articolo su queste pagine, ha immaginato un futuro nel quale il lavoro dei freelance sarà oggetto di valutazione proprio come un titolo di stato, sottolineando che il valore dei lavori comunemente detti “creativi” oggi è dato non da ciò che il creativo produce, ma dalla reputazione attorno ad esso. Che certamente ha, almeno in parte, a che fare con ciò che si produce – ma molto di più ha a che vedere con i processi di generazione di un capitale simbolico personale, che diviene fonte di fiducia. Quando ho iniziato ad approcciarmi al lavoro freelance come oggetto diretto del mio lavoro di ricerca, con l’idea di osservare in che modo la reputazione fosse centrale nelle dinamiche di ricerca di lavoro e successo professionale tra le reti di professionisti indipendenti, il termine “rating” era di uso comune nei telegiornali. Si sentiva spesso citare, all’epoca, soggetti come Standard & Poors, oppure Fitch – chi di voi lettori avesse buona memoria ricorderà che queste agenzie operano una valutazione sui titoli di stato dei Paesi, in modo da...

Algoritmi del capitale

Sta per uscire Algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune (Ombre corte, 2014), a cura di Matteo Pasquinelli. Il libro raccoglie i contributi di Franco Berardi "Bifo", Mercedes Bunz, Nick Dyer-Witheford, Stefano Harney, Christian Marazzi, Antonio Negri, Matteo Pasquinelli, Nick Srnicek, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Alex Williams. Essendo un tema molto dibattuto e di grande valore per tutti coloro che seguono la rubrica di cheFare, abbiamo chiesto all'editore, che ringraziamo, il permesso di pubblicare un estratto dell'introduzione, a firma del curatore.       La limousine aveva il pavimento in marmo di Carrara, estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata. Guardò Chin, abbandonato sul sedile, perso in divagazioni. “Quanti anni hai?” “Ventidue. Cosa? Ventidue...” “Metti in bocca una gomma e prova a non masticarla. Per uno della tua età, con le tue doti, c’è una sola cosa al mondo degna di interesse professionale e intellettuale. “Che...

Addio Rivoluzione, è tempo di Rivolta

Rivoluzione addio? Sì, il suo posto sembra sia stato preso dalla rivolta. Da Clichy-sous-Bois, nella banlieue parigina nel 2005, ad Atene nel 2008, all’assalto degli studenti londinesi nel 2010, alla discesa in piazza a Roma del corteo degli studenti, per passare alle rivolte della Primavera araba e a quelle in Turchia e in Venezuela, la rivolta sembra aver preso il posto delle forze rivoluzionarie. La rivolta non sembra aver progetto, non si proietta nel tempo futuro. Come ha sostenuto uno dei suoi teorici, il germanista e mitologo Furio Jesi, morto trent’anni fa, in Spartakus. Simbologia della rivolta, testo apparso postumo, “prima della rivolta e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte battaglie individuali”.   Evocando Rimbaud e la Comune di Parigi, Jesi affermava: “solo nella rivolta la città è sentita come l’haut-lieu e al tempo stesso come la propria città”; nell’ora della rivolta non si è più soli, ma si è nel flusso cangiante del Noi, entità provvisoria e labile, estatica e violenta. Dopo...

Il sabotaggio dell'empatia

«Tutta una nuvola di filosofia si condensa in una gocciolina di prassi simbolica». Basterebbe questo ellittico inciso di Ludwig Wittgenstein per riassumere lo spirito dell’ultimo libro di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013, pp. 203) dedicato interamente al dispiegamento della costellazione linguistico-antropologica che si nasconde dietro alla più inappariscente e dimessa delle particelle grammaticali del nostro linguaggio: la negazione. Descrivere gli usi e le prerogative del segno ‘non’ significa qui rivelare alcuni tratti distintivi della forma di vita della nostra specie: la capacità di prendere le distanze dagli avvenimenti circostanti, dalle pulsioni psichiche o dalle prescrizioni del proprio corredo istintuale, il bisogno di riti e istituzioni o l’ambivalenza degli affetti. La comune facoltà di dire come non stanno le cose cela precise implicazioni etiche e politiche sull’indole pubblica della nostra mente e descrive la singolare discontinuità tra il fondamento biologico della socialità e i suoi sviluppi linguistici.   Sull...

Paolo Zanotti. Il testamento Disney

Che cosa ci fanno Paperoga, Paperetta, Pluto, Eta Beta e Gastone per le strade di Genova? Si avvicina il Carnevale? Si è finalmente realizzato il progetto originario di costruire sulla Riviera ligure e non a Parigi il grande centro di divertimento ormai noto come EuroDisney (un progetto, si ricorderà, naufragato per i consueti ostacoli della burocrazia italiana)? O invece ci troviamo sul set di una nuova serie televisiva per il canale satellitare della multinazionale americana?   Nulla di tutto questo. Più semplicemente siamo entrati nell’ultimo, stralunato romanzo di Paolo Zanotti. Adoperare ora parole come queste può apparire una concessione al generale cordoglio – de mortis nisi bonum –, ma Zanotti, scomparso alla fine del 2012 a quarantuno anni, è stato davvero uno dei narratori italiani della sua generazione più promettenti e più ammirati da colleghi e critici. Al momento della pubblicazione, nel 2010, il suo romanzo di esordio, Bambini bonsai, venne accolto con ampio consenso, e solo la morte improvvisa gli ha impedito di completare il nuovo libro al quale lavorava da tempo, KH, una riscrittura della...

L’ambiguità dell’impresa sociale

Crisi economica. Crisi ambientale. Crisi politica. Crisi morale. Crisi sociale. Per citare una canzone di Bugo di qualche anno fa “lo vedo nei visi, ovunque c’è crisi”. E non staremo qui a parlare delle cause, per una volta, bensì di chi propone un rimedio. A dire la verità non sono molti, purtroppo, quelli che hanno l’audacia di vantare una possibile soluzione: la classe politica pare strozzata da un meccanismo che non lascia spazio a movimento alcuno, i movimenti sociali protestano e dimostrano ma raramente riescono ad avere un impatto tangibile o a articolare plausibili paradigmi alternativi; e i singoli individui si disperano o, raramente, sognano, davanti a uno spritz. In questo clima la tonalità emotiva dominante è una specie di nostalgia del futuro che fu, amara e romantica al tempo stesso (ma più amara).   E poi ci sono i cosiddetti imprenditori o innovatori “sociali” che sempre più spesso si chiamano appunto “changemaker”. Loro dicono di avere delle idee su come cambiare la società, su come risolvere una serie di problemi ormai considerati da molti quasi...