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Pink Floyd

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Un pamphlet di Carlo Boccadoro / Analfabeti sonori

Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione in una scuola secondaria statale di primo grado: per capirci, “esame di terza media”. All’orale si presenta una delle quattro/cinque allieve più brave. L’allievo può esporre liberamente una sua “mappa concettuale”, un focus cioè che riesca nell’esposizione ad attraversare fluidamente le varie frammentate discipline che trasformano il triennio in un via-vai di prof nell’aula di fronte a venti ragazzini abbastanza sconcertati da questo assurdo puzzle di “esperti di una conoscenza” che dovrebbero allenarli collegialmente ad acquisire un paio di competenze fondamentali, ovvero imparare ad imparare anche da soli, essere autonomi e coscienti nella loro collocazione sociale. L’allieva ha scelto come tema “Il Novecento”. Io sono “coordinatore della sottocommissione”, ovvero colui che fa le veci del Presidente di tutto l’esame di istituto, il dirigente scolastico. Cerco di fare il direttore d’orchestra, di indirizzare lo sguardo e la comunicazione verbale verso il collega della disciplina di turno. Eccoci alla Musica. Qualcuno prima di lei ha tirato fuori il famigerato flauto dolce di plastica e, mentre il collega attivava una base...

1958-1982: venticinque anni di canzoni italiane / Ed ognuno ha il suo corpo

Di musica mi sono occupato ogni giorno tante ore al giorno per 30 anni: dirigevo un mensile che ha cessato le pubblicazioni quattro anni fa perché non lo comprava più abbastanza gente per pagare il mio stipendio. Da allora con la musica il mio rapporto si è fatto difficile: non ho più messo un disco di vinile sul mio giradischi, li ho regalati al mio figlio dj e compositore; non ho più messo cd nel mio lettore cd: stanno prendendo polvere; ogni tanto ascolto la radio in auto, ma sono molto esigente e spengo quasi subito. Quindi posso dire che non ho elaborato il lutto. Quando a scuola i ragazzi vogliono ascoltare musica cedo raramente, in occasioni pre-vacanziere, per curiosare cosa stanno ascoltando, reggo come loro solo tre minuti di pezzi che hanno un testo interessante, una storia che dice qualcosa ben raccontata nel videoclip. Si può dire quindi che nella mia regressione abbia setacciato l’essenza di quello che la musica mi può ancora dire: parole più che melodie, storie più che ritmi, emozioni più che canti. Quando ho letto i primi report sulla mostra NOI… non erano solo canzonette (pensata da Gianpaolo Brusini con la consulenza storica di Giovanni De Luna e quella...

A 50 anni da Je t’aime… moi non plus / Il piacere fu donna (ma il dispiacere restò degli uomini)

Diciamo la verità: da un genere musicale che ha esortato al sesso fin da quando stava in fasce ci si poteva francamente aspettare di più. L’orgasmo di Robert Plant in Whole lotta love degli Zeppelin non era male, ma la sua repentinità e la cornice esoterica dentro cui si compì poteva insinuare il sospetto che il rock fosse più incline a infliggere sevizia che non a suscitare piacere. The great gig in the sky dei Pink Floyd era l’ideale se volevi attirare l’attenzione dei vicini, ma in quell’estasi astronomica c’era già, in nuce, lo stordimento del new age e il sesso tantrico a beneficio di una civiltà orfana di liturgie (le candele, l’incenso, gli abbracci di luce). Quanto a Orgasm (a.k.a. Poem) di Prince, il primo istinto è sempre stato quello di abbassare il volume e aprire a caso una poesia di Giorgio Baffo o i sonetti lussuriosi dell’Aretino. Insomma, e per farla breve: di orge, toccatine, versetti e sospiri vari il kamasutra del rock è pieno, ma se restringiamo il campo agli amplessi veri e propri, quelli in cui ci si prende il tempo, preliminari e tutto quanto, allora la scelta è quasi obbligata.   Je t’aime… moi non plus fu pubblicata da Serge Gainsbourg cinquant’anni...

Pink Floyd / Animals 40 anni: il disagio nell'aria che tira

Trascorri il tuo tempo a pascolare innocuo Vagamente hai capito il disagio nell’aria che tira Ti consiglio di fare attenzione In giro potrebbero esserci i cani  Quando ho visitato la Giordania ho capito Che le cose non sono quello che sembrano (Pink Floyd, “Sheep”. 1977)   Il 23 gennaio 1977 i Pink Floyd licenziavano Animals, decimo album di una carriera veramente unica. Forse il mese più adatto, per un’opera musicale che apriva una stagione turbolenta, mentre l’hype del momento (il punk) avrebbe sdegnosamente considerato queste band vecchie scoregge, il nemico da sconfiggere (pensiamo che erano in giro da poco più di dieci anni...). Ricordare quell’album, spesso sottovalutato o ferocemente criticato, mi pare giusto. Animals risuona nelle epoche del verbo musicale popolare e con il senno di poi, per molti è diventato tra i preferiti della band britannica. Ma Animals può essere utile a capire lo spirito cupo dei tempi e che furono proprio i Pink Floyd con la “quartina” The Dark Side Of The Moon (1973), Wish You Were Here (1975), Animals (1977), The Wall (1979) a cogliere quel  “disagio nell’aria che tira” del secolo breve, magistralmente dipinto in meno di quattro...

Ricordi d'ascolto

Chiunque non abbia problemi fisiologici ascolta. Dalla musica, live o “in conserva”, al mondo che ci circonda. Dalla mattina al tramonto e anche durante il sonno. Io ad esempio da anni ascolto dischi, come milioni di altre persone, ma non credo che il mio modo di ascoltare sia sostanzialmente diverso dal loro. Eppure non tutti ascoltiamo, amiamo, la stessa musica, così come non ascoltiamo, percepiamo, il mondo che ci circonda nello stesso modo. A cosa sono dovute queste differenze? Cosa fa sì che alcuni siano sempre alla ricerca di musiche “strane”, diverse diciamo dal “gusto comune” del loro ambiente? È solo per snobismo? Mentre altri si compiacciono nel mainstream? Solo per conformismo? In altre parole, quali possono essere i percorsi che formano il nostro personale ascolto, il nostro gusto? E infine, detto in modo più soggettivo, cosa ha fatto sì che il mio ascolto e il mio gusto siano ciò che sono? Non perché il mio percorso sia singolare o particolarmente interessante, non ho assolutamente questa pretesa, ma per cercare di capire, dispiegandolo come esempio del quale discutere, se questo...

Editoria: vivere di nuvole

La persistenza tenace di un’organizzazione del mercato basata sulla filiera lunga e sulle concentrazioni funzionali dei grandi gruppi, che di questa lunga filiera controllano ogni passaggio, dalla produzione alla distribuzione, rende il sistema editoriale italiano simile a una specie di goffo lucertolone giurassico votato a una rapida estinzione in un mondo dove i meteoriti fatali si chiamano immaterialità, commons, condivisione dei saperi, intelligenza collettiva, post-scarsità, accesso, disintermediazione.   Refrattario alla sperimentazione di modelli diversi, nel suo inesorabile declino questo sistema sta trascinando con sé anche molti soggetti antagonisti, piccole librerie ed editori indipendenti, ed esasperando la precarizzazione del lavoro editoriale a livelli finora mai sperimentati. Questa causa endogena dell’attuale sfacelo, il discorso ufficiale e istituzionale sulla crisi del libro tende a passarla sotto silenzio. Esplorare alternative è più che mai urgente. Il settore discografico, che negli ultimi anni ha spesso anticipato fenomeni e tendenze dell’editoria, è un buon punto di partenza.  ...

Michele Mari, l’idiosincratico

Abbiamo lasciato Michele Mari con un testo a più voci sui Pink Floyd, prima con una raccolta di poesia; ora ecco dei racconti (Fantasmagonia, Einaidi 2012) a dimostrazione di un’assoluta libertà creativa nel vasto mare della letteratura italiana dove da qualche tempo si osservano viceversa grossi banchi di scrittori in movimento. Lo spazio del visibile è stato via via occupato dallo splatter e dal noir, dalla storia nazionale romanzata e dall’autofiction; movimenti spontanei che rispondono allo spirito dei tempi o imitazione istantanea di potenti modelli da parte di epigoni, oppure ancora gonfiori dovuti ad impulsi meramente editoriali. A fronte di tali addensamenti sull’asse dei generi e della maniere, ci piace contrapporre l’idea dello scrittore idiosincratico.   Idiosincrasia significa intolleranza organica per cibi o medicinali, ed è proprio l’aspetto corporale che va sottolineato perché il più immediato, irriflesso e non costruito. Una reazione incoercibile a ciò che ci circonda, scatti eminentemente soggettivi, cosicché quanto vi è di più strutturale sembra nascere...

Testamento – devozioni X. Una conversazione fra Gian Maria Tosatti e Alessandro Facente

Testamento – devozioni X è una installazione ambientale di Gian Maria Tosatti realizzata all’interno della Torre Idrica dell’ospedale San Camillo di Roma. Una struttura architettonica imponente costruita nel 1928 e ormai abbandonata. L’opera usa lo spazio come elemento compositivo in un progetto prodotto dalla Fondazione Volume! e curato da Alessandro Facente.   Alessandro Facente: Siamo partiti da un’intervista se ricordi bene. Era il 2005 quando sedevamo nella chiesa sconsacrata dell’Angelo Mai, allora occupato, e finiamo il ciclo allo stesso modo. Tanto per scaldarci vogliamo far capire cos’è Testamento - devozioni X e perché c’è quella X finale?   Gian Maria Tosatti: Fin dall’inizio, quando ci siamo incontrati prima ancora che tu iniziassi a curare le sue ultime tappe, il ciclo di opere che ho intitolato Devozioni è stato pensato come un percorso di ricerca intorno a due questioni fondamentali, l’identità culturale dell’uomo occidentale moderno e il problema della sua doppia natura, trascendente e terrestre. Dieci installazioni ambientali per dieci...

Anteprime / "Chernobyl" di Francesco M. Cataluccio

Pubblichiamo in anteprima il primo capitolo di Chernobyl di Francesco M. Cataluccio, in uscita presso l'editore Sellerio il 7 aprile prossimo, qui commentato in esclusiva per doppiozero da Antonella Anedda, Marco Belpoliti, Davide Ferrario e Luca Scarlini.   Il primo capitolo del libro (scarica il pdf)     Commenti: Antonella Anedda La stella nera di Chernobyl comincia dal suo nome: chornyi (nero) e byllia (steli d’erba) e immediatamente si lega a un destino di amarezza. L’erba nera si riferisce all’Artemisia absinthum, ossia la componente principale dell’assenzio, mentre “amaro” viene definito da Erodoto il Nipro, cioè il Dnepr. A questo luogo che sembra predestinato al dolore Francesco Cataluccio dedica un libro rigoroso come una testimonianza ed emozionante come un film. La voce che racconta è pacata, le immagini che evoca sono veloci. Lo sfondo è vuoto, gli scenari distrutti, la voce fuori campo è sola. Cataluccio non è soltanto autore del libro intitolato Chernobyl ma attore, suo malgrado, di una vicenda che non avrebbe voluto attraversare: nell’aprile del...