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Primo Levi

(134 risultati)

Giorgio Falco. La gemella H

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.     Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.   Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi...

Ucraina dieci anni dopo

Ricordo benissimo il momento in cui varcammo il confine tra Polonia e Ucraina. Era l’ottobre del 2004 e con Marco Belpoliti stavamo facendo il primo sopralluogo per quello che sarebbe diventato La strada di Levi. Sapevamo che quel confine – pur dopo l’esperienza forte della visita ad Auschwitz – significava il superamento di un limite. Di là ci aspettava qualcosa che non era ancora l’Oriente, ma non era più l’Occidente: una terra di mezzo. Sospesa non solo tra i punti cardinali, come avremmo scoperto, ma anche tra presente e passato.   Ricordo, per esempio, come subito il traffico si diradò e come, dopo la prima curva, ci apparve, in mezzo alla strada, una mandria di mucche.  La conduceva una contadina larga come la stessa Ucraina sulla carta geografica, la faccia gioviale e rubizza, per nulla preoccupata del fatto di bloccare il traffico. Capimmo al volo che quelli fuori posto eravamo noi: la nostra fretta, il nostro “avere una missione”, il nostro senso del tempo. Lungo il viaggio, che si snodò poi attraverso una natura maestosa e serena (quella che, secondo le sue parole, rappacificò...

L’ultimo degli ingiusti

Aspettiamo dietro la porta. Dentro una troupe televisiva sta intervistando Claude Lanzmann. Vanno per le lunghe. Comprensibile, forse, dato che non capita tutti i giorni di parlare con l’autore di Shoah, il film di oltre dieci ore in cui il regista e intellettuale francese fa parlare i sopravissuti della deportazione e dello sterminio degli ebrei europei. In questi giorni non c’è giornale, TV o radio che non l’abbia sentito, che non abbia raccolto la sua voce e le sue dichiarazioni.   Il suo nuovo film, L’ultimo degli ingiusti, è uscito a novembre in Francia e ora anche in Italia. Un film a suo modo scandaloso. A distanza di trent’anni dal suo capolavoro Lanzmann fa parlare uno dei personaggi più discussi della terribile stagione che sconvolse il Vecchio continente: Benjamin Murmelstein, il capo del Consiglio ebraico di Theresienstadt, a meno di 100 chilometri da Praga, il ghetto modello costruito dai nazisti per mostrare al mondo come venivano trattati gli ebrei deportati. Il rabbino Murmelstein è l’unico Decano dei ghetti costruiti dai nazisti a essere sopravissuto. Prima ancora era stato un personaggio...

Charlotte Delbo. Una memoria

Elisabetta Ruffini è direttore dell'Isrec di Bergamo e curatrice di un volume da poco in libreria, pubblicato da Il Filo di Arianna con il titolo Spettri, miei compagni (introduzione e nota al testo di Elisabetta Ruffini, trad. Andrea Pioselli). A lei chiedo di parlarmi di Charlotte Delbo – autrice del libro – resistente, deportata, testimone di Auschwitz, voce del Novecento. Francese di origine, ma “figlia dell'immigrazione italiana”, amica di lunga data di Henri Lefebvre e segretaria di Louis Jouvet, Delbo, quasi del tutto sconosciuta in Italia, è ancora poco nota in Francia; sebbene l'Haut Comité des commémorations nationales, d'accordo con il governo francese, l'abbia voluta nel novero delle commemorazioni nazionali previste per il 2013, in occasione del centenario della nascita.     Cogliendo l'invito di Primo Levi che, riconoscendo in lei le stesse ragioni che lo avevano spinto a scrivere, esortava a leggere Delbo, l'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Bergamo – in collaborazione con il corrispondente Centre d’Histoire de la R...

Levi, Bellow e il Re dei Giudei

Il 20 novembre 1977 il quotidiano “La Stampa” pubblica nella terza pagina dedicata alla cultura, in taglio basso, un testo di Primo Levi. S’intitola Il re dei giudei, e presenta un’illustrazione: una moneta recto e verso. È questa, in lega leggera, recante su una faccia la stella ebraica (lo “Scudo di David”), a dare il via a un racconto autobiografico. Levi ha raccolto la moneta ad Auschwitz, nel Campo grande, dopo la liberazione dal Lager di Monowitz. A partire da quel piccolo oggetto, conservato prima come portafortuna nel portamonete, poi in un cassetto, lo scrittore racconta la storia dell’uomo che l’ha fatta coniare. Chaim Rumkowski, questo il suo nome, era un industriale ebreo fallito, posto dagli occupanti tedeschi a capo del ghetto di Lodz, città polacca, nel 1940, una sorta di sovrano della popolazione ebraica del ghetto, esausta e affamata, destinata all’eliminazione, non senza però aver prima prodotto, negli impianti tessili della città, la tela necessaria all’esercito tedesco. Insieme carnefice e vittima, questo personaggio è assunto da Levi quale esempio di quella che di l...

L'umanità del male

Le (im)possibilità della poesia dopo Auschwitz   A caldo, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Adorno stabiliva l'impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, sarebbe stato «un atto di barbarie». L'incapacità di parlare, di comprendere, finanche di testimoniare quello che è accaduto in Europa nella prima metà del Novecento è forse il segno stesso di quegli eventi e del modo in cui se n'è fatto storia e memoria. Ma paradossalmente l'arte occidentale ha cominciato a occuparsi fin da subito di quello che è accaduto, forse proprio a causa dell'impossibilità di elaborare il proprio lutto. E se all'inizio sono stati gli orrori della pittura di Bacon, la follia del Caligola di Camus, gli scomodi azzardi di Brecht e Il grande dittatore di Chaplin, il filo rosso di quella tragedia attraversa poi tutta l'arte del secolo scorso. Primo Levi, riprendendo l'idea di Adorno, preferiva piuttosto pensare che «dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz».   ph. Brunella Giolivo   Forse Levi non ha tutti i...

Partigia. L'ibrido e il grigio

Il commento lucidissimo di Marco Belpoliti uscito su doppiozero sul libro Partigia di Sergio Luzzatto e sullo strano rapporto in esso tra autobiografia, estetica del racconto e ricerca storiografica segna un momento importante nel dibattito accorato, traumatico per alcuni, esploso intorno al libro dal 16 aprile scorso in poi.     Puntando sulla presenza di Luzzatto stesso come personaggio principale del racconto, Belpoliti sposta l'attenzione dall'impossibile giallo dell'uccisione dei due giovani partigiani da parte della banda di Levi nel 1943 – lasciato irrisolto nei suoi elementi essenziali da Luzzatto, come ci spiega Belpoliti – e verso il valore attuale, di cui il libro e' un sintomo illuminante, della Resistenza, della figura di Primo Levi, e della Shoah in generale nell'Italia stravolta del nuovo millennio. Sono le confusioni del presente nei suoi rapporti col passato, a segnare l'importanza il libro, oltre all'abile operato dello storico di mestiere. Come risposta a Belpoliti e in dialogo con Partigia, riprendo qui un intervento pubblicato il 13.09.2013 su "Storicamente" [Robert S.C. Gordon, Shoah, letteratura e zona grigia in Partigia, «Storicamente», 9 (...

Sergio Luzzatto. Partigia

Oltre che un brillante e acuto storico, Sergio Luzzatto possiede anche molte qualità di un vero narratore. Tutti i suoi libri, dedicati a temi storici, a partire almeno da Il corpo del duce, evidenziano spiccate capacità affabulatorie. Per questa ragione non sorprende che Partigia, pubblicato di recente da Mondadori, oltre che un libro di storia, si faccia leggere anche come un racconto. Meglio: un romanzo a riquadri, una sorta di retablo storico-narrativo. Lo dichiara subito l’autore stesso nella prima pagina, scritta in prima persona: “Conservo un ricordo netto, preciso, di quando ero ragazzo…”.   Il libro ha dunque un personaggio, Sergio Luzzatto, di cui l’autore segue i movimenti e racconta la ricerca. Una doppia personalità: lo storico, da un lato, che è poi l’autore stesso, e un personaggio, Sergio Luzzatto, che è parte della narrazione medesima. Il pronome “io” è presente nel volume almeno una decina di volte in modo esplicito, e altrettante, se non di più, in modo implicito.   L’autore racconta la ricerca che Luzzatto compie intorno a un oscuro...

Futuro

Nel gennaio del 1982, trentun anni fa, Primo Levi fu chiamato a dire qualcosa sul futuro, dando voce allo scrittore fantascientifico – o fantabiologico, come disse Calvino – che era in lui. Lo fece su “Tuttolibri”, insieme e accanto a James G. Ballard, autore ben più apocalittico. Levi se la cavò ricalcando le previsioni fatte vent’anni prima da Arthur Clarke, vedendo cosa si era avverato e cosa invece no. Tra le varie cose accadute c’era lo sbarco sulla Luna, un anno prima della previsione; Clarke ipotizzava poi la “radio personale”, prevista per il 1980, per Levi era allora facilmente realizzabile, ma non conveniva: meglio lasciar perdere. Ora che c’è internet e i social network, qualcosa del genere è accaduto. Ma cosa ci sarà nel 2025, o nel 2050, nell’ambito delle “invenzioni” che riguardano la cultura e il sapere? Difficile dirlo, ma una cosa possiamo azzardare: saremo sempre più primitivi. Quello che i new-media e la tecnologia portatile, aperta dai personal computer e proseguita con gli smartphone, hanno mostrato nel decennio appena trascorso, è che il...

L'occhiolino di Einaudi

Il racconto storico di fatti editoriali è il luogo per eccellenza dove la cultura si salda con l’economia, dove le parole si trasformano in cifre, dove l’impresa che persegue l’utile è la stessa impresa che produce la ricerca più disinteressata di tutte. I testi che appartengono a questo genere letterario (memorie, conversazioni, epistolari, diari di lavoro firmati da grandi editori o redattori di case editrici che molto spesso furono o sono grandi scrittori) tanto più sono avvincenti quanto più sanno servire al lettore una pietanza di documenti d’archivio e quanto più sanno condirla in maniera sobria e rotonda, con un gradiente di gusto storico-estetico così bilanciato da convertirsi senza residuo in nutrimento materiale: dove, con l’ultimo aggettivo, si intende la completezza delle informazioni necessarie, la lezione morale e pratica offerta da ogni racconto di lavoro, il puro piacere del leggere che ti fa scordare la presenza di quella lezione, infine l’angostura dell’economia che ti riporta alla realtà, che ti riscuote dal mezzo sonno postprandiale proiettandoti verso la tua...

Alberto Prunetti. Amianto

Le parole di Alberto Prunetti sono pietre. Dure, grevi, precise, come il titolo del suo libro: Amianto, la biografia di un operaio: il metalmeccanico saldatore tubista Renato, padre dello scrittore.   Negli anni Sessanta del boom economico, Renato è un giovane che di giorno lavora in fabbrica e la sera fa il cameriere, si sposa, compra casa, diventa padre. E poi continua a lavorare in trasferta, senza sosta. Le ricorrenze della sua vita sono legate ai luoghi delle raffinerie e delle acciaierie più tossiche del nostro paese: Casale Monferrato, Taranto, Piombino, Busalla. Un Grand Tour alla rovescia, scandito dalle scorie dei metalli pesanti che gli entrano nel corpo: piombo, titanio, zinco,   e poi l’amianto, le cui fibre indistruttibili si depositano sui polmoni e generano un tumore che arriva al cervello.     Alberto deve ricostruire il curriculum del padre: rovista tra i suoi scatoloni, ritrova le tessere d’entrata in fabbrica e gli appunti delle assemblee sindacali. Poi comincia a scrivere; controvoglia. Eppure la trama prende corpo. Il figlio scrittore si rende conto di aver imparato dal padre come si...

Ama l’oggetto tuo come te stesso

Nel primo breve saggio che apre il volume L’altrui mestiere, intitolato La mia casa, Primo Levi racconta il suo appartamento in via Re Umberto a Torino. Da fuori a dentro. Elenca gli oggetti che vi si trovano, partendo dalla porta d’ingresso: il portaombrelli, dove il padre depositava il parapioggia o il bastone da passeggio; il ferro di cavallo trovato dallo zio Corrado; una grossa chiave appesa a un chiodo, di cui non si sa più l’origine; e via via altre cose, mobili o angoli dell’abitazione dove, salvo “involontarie interruzioni”, ha trascorso tutta la sua vita. Abitazione e abito hanno il medesimo etimo e origine, poiché la seconda pelle che possediamo è proprio il luogo in cui viviamo. Non a caso Hannah Arendt in Vita activa ha scritto che sono le cose del mondo a fungere da stabilizzatori della vita umana: “gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé, cioè la loro identità, riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo”. Detto da chi ha dovuto cambiar casa più e più volte, da Parigi a New York, per mettersi in salvo dalla bestia...

Progetto Grafene

Giorni fa, una trasmissione radiofonica mi ha chiesto di commentare un’immagine inedita. La curiosa fotografia a colori rappresentava, a dire il vero in maniera un po’ kitsch, un blocco di carbone grigio-ferro posato sopra i petali rosa di ciliegio. Che cosa ci fa un blocco di carbone grigio-ferro posato sopra i petali rosa di ciliegio? mi sono domandato ingenuamente.   Ho subito pensato a un fotomontaggio, ma la didascalia, insieme a qualche nota di contorno, ha chiarito subito ogni cosa. Si trattava di un pezzo di grafene, il più leggero materiale solido esistente, appena sviluppato in un laboratorio cinese, un materiale, appunto, così lieve da poter essere posto su un fiore senza neanche incurvarlo. Una materia grezza, rugosa, nera, immobile sui petali, senza neanche piegare lo stelo.     Le spiegazioni lo definiscono come il materiale che potrebbe cambiare il nostro futuro. A riprova di ciò, e nella speranza di riposizionare il vecchio continente al vertice della ricerca e dell'industria hi-tech, la Commissione Europea ha deciso di stanziare un miliardo di euro in dieci anni per finanziare la ricerca su questo sottilissimo foglio di grafite. Un rozzo masso...

Autobiografia del dolore

Georges Perec, sdraiato sul divano dello psicoanalista Jean-Bertrand Pontalis, ritrova il suo ricordo più doloroso. Un ricordo d’infanzia, riguardante la deportazione della madre. In W ou le souvenir d’enfance, sua opera autobiografica pubblicata nel 1975, consegna il compito di dire quel dolore straziante a una casella vuota. Non un capitolo, ma un taglio tra un capitolo e l’altro: tre puntini di sospensione che interrompono una struttura che intreccia un racconto di finzione a una collezione di ricordi. La lacerazione più grande si consegna in un vuoto che toglie l’aria.Primo Levi nella prefazione di Se questo è un uomo scrive il suo passo indietro rispetto al dolore: testimoniare e cercare di comprendere per restituire «uno studio pacato dell’animo umano».Ma la poesia che precede, soglia ulteriore, ordina al lettore di considerare, meditare, ripetere.La comprensione è impossibile, e insostenibile il ricordo come esperienza individuale. Per ricordare è necessario pensare all’esperienza come zona di irrealtà.Simonetta Fiori e Massimo Recalcati sono intervenuti sulle pagine di Repubblica in questi giorni rinnovando un dibattito cui avevano preso parte l’anno scorso, sul...

Levi e la Tempesta

Nell’ultimo capitolo di Se questo è un uomo, «Storia di dieci giorni», Primo Levi racconta gli ultimi, drammatici momenti della sua reclusione nel Lager di Auschwitz-Monowitz. L’11 gennaio 1945, col tuono dei cannoni russi all’orizzonte, Primo si ammala di scarlattina e viene ricoverato nel «Ka-Be» (Krankenbau: quel luogo fra tutti paradossale che è l’infermeria del campo di sterminio). A un certo punto, a lui e agli altri, viene annunciato che l’indomani mattina dovranno lasciare il Campo: i tedeschi hanno deciso di evacuarlo, prima che la marea dell’Armata Rossa si avventi su di loro. Già da tempo i superstiti sapevano che sarebbe stato proprio quel momento a decidere della loro sorte: nelle loro condizioni, una marcia a tappe forzate nel gelo di gennaio, guardati a vista dai tedeschi in rotta, equivale a morte certa. Eppure l’istinto di lasciare quel luogo di morte è per loro irresistibile. La notte del 18 gennaio dunque, con pochissime eccezioni, i circa ventimila sopravvissuti di Auschwitz si mettono in marcia. Quasi tutti destinati a non tornare a casa. Per Primo non c’...

Contro il Giorno della Memoria?

Va dritto al centro del problema il libro di Robert S. C. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana (1944-2010) (Bollati Boringhieri, pp. 345, €27): come l’Italia ha recepito negli ultimi settant’anni l’Olocausto, ovvero lo sterminio degli ebrei? Ha occultato e misconosciuto la dimensione ebraica dello sterminio? Ne ha fatto un evento centrale della storia moderna? La narrazione dominante nel dopoguerra è stata quella della Resistenza, che ha finito per inglobare anche l’Olocausto, come mostra anche il libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, uscito nel 1947. Nonostante il suo tardivo successo, dalla fine degli anni Sessanta, Se questo è un uomo è senza dubbio il libro di un ebreo laico, ex partigiano, improntato a un umanesimo di fondo venato di antropologia.     Gordon mette bene in mostra, sin dalle prime pagine, come il mito della Resistenza abbia coinvolto organizzazioni come l’ANED, l’associazione degli ex deportati, che pure hanno avuto un ruolo centrale nella testimonianza, studio e memoria dello sterminio ebraico. Nella storia intricata del settembre 1943 si presentano insieme questioni prodotte dalle vicende accadute: caduta di...

Il lungo viaggio di Primo Levi

Anticipiamo due brani dall'ultimo libro di Frediano Sessi che ricostruisce le settimane che videro Primo Levi passare dalla scelta antifascista alla lotta partigiana.   Primo brano dal capitolo 4. I ribelli di Brusson-Arcesaz pp. 48-50 «Eravamo in dodici [sappiamo che il numero degli uomini in banda non è così certo], Guido sarebbe diventato il nostro capo banda perché era più anziano di noi e aveva un po’ più di esperienza e una coscienza antifascista. Ci davamo d’attorno viaggiando tra la Val d’Aosta e Torino a prendere contatti, soldi armi, non siamo riusciti ad avere quasi niente, soltanto un po’ di soldi. Gli antifascisti di valle ci davano qualcosa per comprare da mangiare, un paio di scarpe. Eravamo degli sprovveduti, io ho sparato un solo colpo di rivoltella, perché Aldo che aveva sei proiettili ha detto: sprechiamone uno». Qui ritorna il giudizio pesantemente negativo di Levi sulle settimane in banda. Ma ancora una volta manca una spiegazione credibile, una ragione per togliere valore morale e politico alla scelta di combattere insieme ad alcuni altri contro fascisti e tedeschi...

Cattivi silenzi

Mi ha molto colpito una (cattiva) abitudine che ormai è diventata pratica corrente nel mondo di oggi. Primo Levi raccontava che nel Lager, tra le miriade di umiliazioni subite, una delle più offensive era la mancanza di risposta da parte dei nazisti e di tutto il personale di Auschwitz che alle domande dei prigionieri non rispondevano mai, nemmeno con uno sguardo. Era appunto in quel “voltarsi dall’altra parte” che Levi si sentiva umiliato e offeso, perché vedeva in quel banale gesto di scarto, un modo ancora più subdolo e sottile per cancellare l’umanità e la dignità dell’altro.   Nella nostra infelice e malata epoca contemporanea, sembra diventata ormai una pratica diffusa quella di scansare le risposte, di eludere le domande. Il silenzio, da sempre visto come segno di saggezza e riflessione, è ormai diventato un segno di falsa educazione. “Non ti rispondo per non offenderti”, sembrano dire quei visi duri, quegli sguardi fissi nel vuoto. Servizio Pubblico di Santoro ci rende spesso partecipi di queste modalità assurde, fastidiose, da parte di quei tecnici che dall’...

La Mummia

“Il ritorno della mummia”, così titolava giorni fa la prima pagina del quotidiano francese Libération che mostrava una foto di Silvio Berlusconi in un’espressione particolarmente corrucciata. Parlare di “mummia” riguardo all’ex Presidente del Consiglio italiano non è solo una boutade, ma coglie qualcosa di profondamente vero. Anni fa circolava la voce che una linea elettrica di grandi dimensioni fosse installata nella Villa di Arcore per alimentare il mausoleo che il tycoon televisivo ha fatto erigere con il contributo dello scultore Pietro Cascella, luogo postmortem ricco di simboli massonici. Secondo questa leggenda metropolitana si tratterebbe dell’energia necessaria per far funzionare una macchina atta a ibernare il corpo del leader politico, e quello dei suoi cari, in attesa di nuove terapie per prolungare ad libitum la vita. Una strumentazione simile a quella che compare in un racconto Primo Levi, La bella addormentata nel frigo, dove viene conservato nei secoli, in stato di morte apparente, il corpo di una bella fanciulla, risvegliata a intervalli di decenni dai proprietari della casa in cui riposa....

Polaroid

Come funziona la nostra memoria? A scatti, a intermittenze, lasciando buchi, zone d’ombra. Oppure, al contrario, luminose visioni, accensioni improvvise. Funziona a colori o in bianco e nero? Per la mia generazione, nata negli anni Cinquanta, il bianco e nero s’impone, soprattutto per quanto riguarda il passato, gli avvenimenti storici. Sono così le foto della Seconda guerra mondiale, del periodo postbellico, e anche quelle dei leader e degli avvenimenti sociali e politici, almeno sino al 1969, e pure qualche anno dopo. Questo perché la memoria si forma, e riforma, al contatto con le immagini pubblicate sui giornali e sui rotocalchi, o viste in televisione, che sono in prevalenza in bianco e nero, anche quando nell’album di famiglia le immagini private erano già a colori.   Ricordo lo choc che ebbi quando vidi, non molti anni fa, le foto a colori di Hitler ed Eva Braun, colori pastello; tutto il periodo del nazismo era per me solo in bianco e nero. Mi sono venute in mente queste considerazioni quando qualche giorno fa quando ho letto il bel pezzo (“Due scatti nella storia”) che Michele Smargiassi ha scritto sul...

Perchè crediamo a Primo Levi?

C’è un aspetto dell’opera leviana che credo sia difficile sopravvalutare: il divario quantitativo tra Se questo è un uomo e (per usare l’espressione di Marco Belpoliti) il “macrotesto del Lager”. Se questo è un uomo, così come si presenta oggi, è il risultato di una composizione insieme rapida e graduale. Rapida perché il libro è stato steso nell’arco di pochi mesi, fra il 1946 e il 1947; graduale perché la prima redazione è stata rivista e integrata per l’edizione 1958, oltre che definitivamente corredata dall’Appendice, nel 1976. Levi non era quindi alieno dall’apportare varianti. Ma su Auschwitz ha scritto molto altro: e molto ha continuato a narrare circa la propria diretta esperienza. I primi capitoli della Tregua, la sezione iniziale di Lilìt, svariati passaggi dei Sommersi e i salvati, articoli e racconti sparsi, disseminati in varie sedi. Decine e decine di testi, senza contare le poesie, senza contare il lungo saggio Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di Monowitz, così ricco di particolari: una mole imponente di...

Primo Levi. La condizione dello scrittore

Perché crediamo a Primo Levi? È il titolo della quarta “Lezione Primo Levi”, l’appuntamento annuale organizzato dal Centro Studi Primo Levi di Torino, che si terrà oggi giovedì 8 novembre 2012 alle 17.30 presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino (Corso Massimo d’Azeglio 48): una delle aule frequentate da Levi studente di chimica e ricordate nella sua opera. Relatore il professor Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Milano Bicocca. L’appuntamento si inserisce all’interno del programma di iniziative promosse per i venticinque anni della scomparsa dello scrittore dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi: l’associazione costituita nell’aprile del 2008 di cui sono soci fondatori la Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e la famiglia di Primo Levi – con l’obiettivo di custodire e mettere a...

#Twitteratura?

Giorgio Gaber direbbe “Quando è moda è moda”: oggi tutti parlano di Twitter e Twitter sembra diventato qualsiasi cosa, tanto che forse prima di parlarne sarebbe meglio cominciare ad usarlo per comprenderne i limiti.   No, la twitteratura non esiste. Però ha senso chiedersi quali spazi letterari siano possibili al di sotto della misura minima esercitata da Felix Fénéon ai primi del Novecento, con i suoi Romanzi in tre righe. E, al tempo stesso, ha senso chiedersi quali elementi di sperimentazione, rottura e continuità esistano nell’ambito di un possibile uso letterario di Twitter.   Un primo metro di giudizio è rappresentato dalle Lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Possiamo chiederci se i cinque principi individuati da Calvino per la scrittura del terzo millennio trovino espressione su Twitter, ovvero in un contesto che si avvicina più allo scritto-parlato che alla comunicazione scritta in senso stretto.     Elementi che depongono a favore di un uso letterario di Twitter   - ...

Sandro Bonvissuto. Dentro

Sono tre racconti a comporre Dentro, l’esordio narrativo di Sandro Bonvissuto, tre racconti legati dalla comune identità del protagonista; o così almeno si è portati a pensare, dal momento che quelli descritti sono episodi di vita narrati in prima persona che sembrano scandire le tappe di un romanzo di formazione, montato però a ritroso. Adulto in carcere, adolescente sui banchi del liceo, e infine bambino, tra mura domestiche e strade di terra battuta che conducono altrove. L’unità tuttavia non è data dalla continuità della trama, né da un’eziologia al contrario, ma dalla peculiarità di un linguaggio icastico che veicola, nei racconti, un’identità di sguardo.   Il primo momento, il carcere, è una lenta catabasi: dall’espropriazione delle impronte digitali – su un pezzo di carta, irreversibilmente visibili per tutti e come tali perdute – al tragitto in macchina, ai corridoi sempre più disadorni, fino alla desolazione della stanza buia e all’insopportabile odore del cesso in questa. E progressivamente poliziotti sempre più...