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Primo Levi

(149 risultati)

Una telefonata con Primo Levi

Nel 1966 Primo Levi è ritornato sulle circostanze in cui è nato Se questo è un uomo: “Il libro tratta del campo di Auschwitz, ed è nato ad Auschwitz. [...] “speravamo non di vivere e raccontare, ma di vivere per raccontare”. Racconto orale, detto, fatto risuonare con la bocca, che Levi definiva l’“officina della parola”. Ma il racconto si cristallizza “in una forma definita, costante: per scriverlo non mancavano che la carta, la penna e il tempo”. Trova la carta, la penna e il tempo (a proposito del quale la narrazione verrà compiuta à rebours dal capitolo finale al viaggio iniziale) e così il racconto orale stava diventando racconto scritto. Ma Levi ce lo dice nel momento in cui il racconto scritto tornava a diventare orale. Stiamo infatti leggendo la Nota che Levi ha scritto per l’edizione della riduzione teatrale di Se questo è un uomo.   Nei primi anni Sessanta Levi aveva ascoltato un radiodramma che la Radio Canadese aveva prodotto da Se questo è un uomo. Non proprio a caso, trattandosi della radio di un Paese bilingue, gli autori della riduzione...

Madrid - Jorge Semprún

  Qualche giorno fa all’Istituto Francese di Madrid si è tenuta una serata dedicata alla memoria di Jorge Semprún. La sala era non molto grande, perciò parte del pubblico è rimasta fuori, mentre alcuni amici spagnoli parlavano dello scrittore. Seduti al tavolo le autorità francesi. Ricordi personali e discorsi sull’identità di questo scrittore che è stato una delle memorie di un secolo tragico, il XX: lo sguardo della memoria. “Este país no tiene solución”. Non c’è niente da fare, la Spagna non ha soluzione, aveva detto alla scrittrice Rosa Regás, l’ultima volta che si erano visti. Una frase che ha fatto ricordare ai presenti le parole pronunciate da Felipe  Gonzáles a Parigi, pochi giorni dopo la morte di Semprún, il 31 maggio di quest’anno, quando l’ex presidente e politico socialista ha messo in rilievo il modo ingiusto con cui la Spagna aveva sempre trattato lo scrittore.   Semprún aveva lasciato scritto di esser sepolto a Biriatu, un piccolo paese basco-francese, sulla riva del Bidasoa, la linea di frontiera...

Ombre ad Asiago

  Asiago – 28 settembre 2005   Penultimo giorno di riprese de “La strada di Levi” di Davide Ferrario. Incontriamo Mario Rigoni Stern, ci passiamo assieme quasi tre ore; la casa è rosa, modesta, nel punto preciso sul margine del bosco che immaginavo. I suoi vicini sono Tullio Kezich, che non c’è mai, ed Ermanno Olmi. Ci portiamo con i mezzi nei pressi di una vecchia colonia di frati, ex caserma ex prigione ex bordello (nelle intenzione repubblichine) e lì inizia il lavoro. Rigoni è meravigliosamente disponibile, disinvolto davanti ai numerosi ciak: si parla di Primo Levi, Marco Belpoliti lo intervista per La Stampa, io gli chiedo dei formaggi e lui mi spiega come giudicare il buon Asiago. Poi Davide gli fa leggere alcuni passi della lettera scritta il giorno dopo la notizia del suicidio di Primo Levi. La lettera è in Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, 2004), il titolo è “La Medusa non ci ha impietriti”. Mario Rigoni Stern cita alcuni versi di Primo Levi, la poesia è A Mario e Nuto, la trascrivo: Ho due fratelli con molta vita sulle spalle, / Nati all’ombra...

Torino / Paesi e città

  Torino è molto cambiata in questi ultimi due-tre anni. Sguardi stranieri s’incrociano di continuo, spesso ruvidamente comunicano fra loro, in tram, nei supermercati oppure a scuola nelle ore di ricevimento con i genitori. Provate a immaginare come i nipoti dei meridionali arrivati negli anni Cinquanta cercano di spiegare agli immigrati di seconda generazione il significato di una parola come “autogestione”. Il modo migliore per osservare il mutamento è quello di sempre: “l’occhio straniero”. Gli stranieri a Torino hanno sempre gli occhi di Marcovaldo: “Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città”. Gli extracomunitari, come i meridionali respinti o derisi perché si costruivano un piccolo orto nella vasca da bagno, con il loro sguardo riescono talvolta a perforare la scorza ruvida di chi è nato qui. L’occhio di questi Marcovaldi multietnici continua a essere l’occhio della nostalgia. In altre città non accade in eguale misura.   La letteratura è piena di esempi. Un milanese trapiantato per qualche anno a Torino, Francesco Cataluccio,...

Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua

Pubblichiamo qui due riflessioni di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti sugli scritti di Victor Klemperer.     “Sistemando il pacco del manoscritto, mi tormentavo ancora una volta chiedendomi se mai riuscirò a utilizzare tutto ciò che ho accumulato. Ma non posso pensare a queste cose se non voglio sprofondare nell’assoluto non essere”. È il 20 gennaio 1945 quando il filologo e francesista Victor Klemperer (1881-1960) chiude le annotazioni della giornata con queste parole. Ormai le sorti della guerra sembrano segnate, gli eserciti alleati hanno avviato l’offensiva finale e stanno per invadere la Germania. Ma quanto tempo dovrà ancora passare prima della resa? E quando nel febbraio del 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste, Victor e sua moglie Eva (lui ebreo assimilato e convertito al protestantesimo, lei ‘ariana’), si chiedono se da ultimo la macchina dello sterminio inghiottirà anche loro.   La vicenda di Klemperer, allievo di Vossler e collega di Auerbach e di Curtius, è emblematica di un’intellettualità ebraica per la quale l’...

Primo Levi, alle origini della zona grigia

Pubblichiamo un commento di Marco Belpoliti agli articoli di Sergio Luzzatto e Domenico Scarpa, apparsi il 19 giugno 2011, qui riprodotti per gentile concessione del Domenicale Sole 24ore. Il Domenicale ha un nuovo caporedattore, Armando Massarenti, e un nuovo formato – più grande – che ritorna alle sue origini, dopo l’esperimento del tabloid-rivista dell’anno trascorso, continuando così una tradizione grafica e culturale assai importante nel paesaggio giornalistico italiano.     Quando saranno raccolte e pubblicate le lettere di Primo Levi, si scoprirà che i suoi libri sono sempre accompagnati da una continua messa a fuoco di temi e problemi, approfondimenti e cambiamenti progressivi, di cui l’epistolario è senza dubbio il documento più vivo. Per quanto sia riuscito a leggere delle lettere di Levi nel corso della curatela delle sue “Opere”, uscite presso Einaudi in nuova edizione nel 1997, sovente custodite da amici e interlocutori più o meno occasionali, mi è subito parso evidente che non esiste un Levi intimo o privato, in vena di confidenze personali (ci sono anche...

Torino e i libri. Una scelta politica?

Le classifiche, come le liste, sono fatte per essere discusse, per vedere chi c’è e chi invece ne è escluso, ma soprattutto per capire quale logica presiede alla stesura dell’elenco dei salvati e dei sommersi. Mi sto riferendo alla serie di libri scelti dal Salone del Libro che si apre tra poco a Torino, libri che hanno fatto l’Italia, esposti in una mostra che dovrebbe costituire la base di un futuro Museo del Libro.   Un gruppo di studiosi e professionisti dell’editoria ha selezionato i 150 Grandi Libri e i 15 Super Libri – ovvero, i Best seller e i Mega seller per usare il linguaggio del massmarketing, oggi così consueto. Se la seconda lista, i Super Libri, include i libri che al loro apparire hanno rappresentato una svolta, un cambio di passo nella rappresentazione del nostro Paese, come è detto nella spiegazione che appare nel web, cominciare con Nievo, con le sue Confessioni, è perfetto, per quanto sia un libro postumo e la sua importanza, come capita spesso ai grandi libri, si sia imposta lentamente nel tempo, cosa che è accaduta a Primo Levi di Se questo è un uomo, uscito nel 1947 e...

Italia spartita

Primo Levi parla di un'Italia di piccole patrie, di terre di nascita e terre di radici. In fondo l'Italia è questa: un patchwork difforme e macchiato di realtà che per millenni abbiamo chiamato comuni, e che oggi chiamiamo province. Ma cosa sta succedendo oggi a questo amalgama? Tante cose ma forse su tutte una in particolare: l'abbandono del sud. Negli ultimi dieci anni (questo nuovo millennio doppiozero), oltre trecentomila persone, ogni anno, sono emigrate dal sud al nord. Andate via. Una città grande come Bologna, o Firenze, o Torino, ogni anno lascia la terra in cui è nata. I numeri dicono che sia pari, come dato europeo, solo alla grande emigrazione del dopoguerra, dove orde di contadini lasciarono i campi per finire a Sesto San Giovanni, Mirafiori, nelle acciaierie o in semplici producibottoni brianzoli. Negli ultimi anni si è consumata nel silenzio la più grande desertificazione del sud, il più grande svuotamento delle città (più che dei paesi) mai visto in Italia. Tanto per squadernare un po’ di numeri: Il sud ha perso negli ultimi dieci anni 2 milioni di abitanti in favore del nord, di...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...

Paese

Sentire parlare Primo Levi di concetti così fortemente connotati in senso conservatore o reazionario come “patria” ci riporta alla lezione di cui è stato maestro: quella di accettare qualsiasi sfida ermeneutica posta dal mondo e di non avere nessun tabù, nessun pregiudizio, nessun pudore, nessun disgusto: il mondo è vasto e complesso e ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e la nostra buona volontà per essere decifrato. Levi individua un vuoto semantico nel vocabolario simbolico nazionale, dove termini come “patria” o “nazione” rivelano tutta la loro astrazione storica, la loro mancanza di vero spessore cognitivo, emozionale, significativo. Si sforza quindi di ricercare connotazioni che possano aderire più esattamente al concetto italiano di “patria” – cercando di sterilizzare i germi della vuota retorica nazionalista che ha piegato in senso reazionario termini emotivamente densi come “homeland” o “Heimat” –, e che siano inoltre concordi con la tradizione dell’erranza ebraica che individua in luoghi specifici, in riti, in un idioletto...

Patria è un paradosso

Si dice patria quando non è sufficiente parlare di nazione, e nemmeno di Italia. Essendo la patria la propria nazione, può sembrare, per chi vi si trova, una parola ridondante, e nel contempo indicante l'invisibile. Appare, evocata, nella distanza: spesso è più facile dire patria per un italiano che vive fuori, allungando lo sguardo a una terra lontana. Appare evocata insieme a un sentimento penetrante, come appunto la nostalgia. Oppure – si veda l'ardente frequenza con cui viene scritta dagli uomini del Risorgimento – il desiderio. La patria si coagula sul vetrino del dolore ed è per certo “sì bella e perduta”. Patrioti si dicono i partigiani che combattono per averne una diversa da quella pesantemente accampata e sfacciatamente proclamata dal fascismo. “Sanguinosamente, oscena / mia patria, procuri indizi, reperti / di archeologia criminale agli esperti / d'altri millenni […] / Che male t'abbiamo fatto, che pena / vuoi che scontiamo per appartenerti / come cellule a un cancro [...]” (Raboni) sono i primi versi novecenteschi che vengono alla mente in merito; Povera patria la...

Antica

Non è casuale se una riflessione non retorica su cosa sia ancor oggi “la patria” ci possa arrivare da un ebreo, da un ebreo italiano quale era Primo Levi. Almeno in parte ebreo per cultura, italiano per nascita da generazioni; uno di quei ragazzi e di quegli uomini – e come lui milioni di uomini – letteralmente travolti dalle conseguenze delle idee di nazione, patria, destino, razza, negli anni trenta ancora spettatori increduli di tutto ciò che sotto i loro occhi si stava adempiendo. Cosa è, sembra chiedersi Levi , che rende un luogo degno di essere vissuto fino alla fine? Cosa rende un luogo diverso da un punto su una cartina geografica, da un nome segnato da confini, semplicemente da una nazione? In un luogo ci si può vivere, lavorare, fare figli ma può essere ancora poco per riconoscerla come casa, come focolare comune di un’intera comunità, tanto meno patria… Manca una dimensione, che Levi non nomina ma che sembra aver ben guardato in quell’Europa ancora contadina, abbracciata saldamente alle tradizioni e alla terra più che ai moti vorticosi di una modernità ancora da venire....

Patria? Repubblica, semmai

Non credo di avere mai pronunciato la parola “Patria” se non distanziandola ironicamente e cioè utilizzandola in un senso decisamente critico e talora persino revulsivo, lo ammetto. È vero che essa compare all’inizio della Marsigliese, il solo inno nazionale che tuttora riesca a emozionarmi, ma la “Patrie” del primo verso scritto da Rouget de Lisle per l’Armata del Reno è qualcosa che non riesco ad associare al nazionalismo e cioè al sentimento di orgogliosa superiorità, di più o meno dissimulata primazia, insomma di nazione in armi che la stessa parola, se detta in italiano, evoca immediatamente. La “Patria” da noi si riferisce non a una comunità civica ma etnica e già virtualmente belligerante, essendo un termine che il militarismo della prima guerra mondiale e il fascismo hanno reso infetto, inerte, mortuario. “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria”: il Carnefice e insieme Beccamorto del suo stesso paese che la pronunciò dal balcone di Palazzo Venezia il 10 giugno del 1940 non avrebbe potuto scegliere un’altra parola,...

La patria è casa d'altri

Un quarto di secolo dopo, le riflessioni di Levi sulla parola “patria” ci appaiono lucide e precise, forse soltanto più lontane da noi. Il cielo osservato è sempre lo stesso ma gli astri sembrano più lontani. “Patria”, parola recente del nostro vocabolario, è sempre più desueta. Personalmente non credo di averla mai scritta, se non con ironia e sarcasmo quando ero più giovane. La sento usare solo in televisione e mi sembra sempre posticcia e forzata. (Non parlerò neanche dell’uso reazionario e nazionalistico di questa parola…). Più viene detta con solennità più ne percepiamo il silenzio emotivo. Sembra una parola buona soltanto per la guerra, e non soltanto nella nostra lingua. Ho una foto di mio nonno, in partenza per la prima guerra mondiale, e forse lui è l’unico della mia famiglia ad essersi battuto per la Patria (era monarchico…). Nella seconda guerra i miei zii e mio padre hanno combattuto per qualcosa di diverso: per la loro idea, di patria. Io non appartengo a una patria, neanche in formato minore manzoniano. Semplicemente perché ho cambiato troppe città e non ho mai messo radici. Ogni luogo è per me “casa d’altri”. Sin da ragazzo ho imparato che posso essere ovunque...

Frammento d'aria

L’espressione “ritornare in patria” suona agli orecchi degli italiani altisonante e forse anche sotto una veste un po’ ironica; in fondo il termine “patria” non denota niente di effettivo, rimane un termine astratto, fuori dal linguaggio comunemente parlato. Per gli italiani, ormai lo sappiamo, i padri è come se non ci fossero mai stati, sicuramente non c’erano più negli anni ottanta quando Primo Levi scriveva I sommersi e i salvati, non ci sono certo oggi nel momento in cui usare anche espressioni come “andare all’estero” risuona del tutto arcaico, fuori tempo, quasi imbarazzante per chi ha l’occasione di ascoltarlo. Negli anni trenta però era tutto diverso e a testimoniarlo sono proprio gli ebrei. Di fronte alla minaccia hitleriana la maggior parte di loro decise di rimanere tra i confini di quella parte di terra dove sentivano di essere nati, convinti che fosse la cosa più giusta da fare. Di fronte a questa constatazione non si può non rimanere ogni volta sconcertati. Non si può infatti rinunciare a chiedersi perché non abbiano assecondato il loro essere il...

In cammino

In una lunga conversazione che si può leggere in un bel libro intitolato Fare un film, Federico Fellini parla del suo rapporto con Rimini, la sua “patria”: Fellini racconta che a Rimini non tornava mai volentieri, perché quel luogo gli trasmetteva un senso di inquietudine, come se la sua città natale nascondesse da qualche parte una folla di “fantasmi già archiviati”. Quando pensa a I vitelloni, il film in cui ritornano a galla memorie della sua giovinezza, Fellini decide di girare a Ostia, perché Ostia è una Rimini che non è Rimini, una Rimini più docile e disponibile a lasciarsi inventare. Riavvicinarsi alla patria significa per lui prima di tutto allontanarsene, difendersi, lasciare che le memorie si offrano nella loro natura di falsi necessari, di spettri resi innocui dalla distanza. “Io, la mia patria, or è dove si vive”, Pascoli lo aveva già avvertito nel momento in cui si è verificato un mutamento irreversibile dell’idea di appartenenza a un luogo. Il ritorno in patria dell’esule volontario e del viaggiatore novecentesco non ha più i...

E mi paes

Non ho pronuncia né dizione per la parola patria. Una parola abisso, stonata e stridente. “E mi paes”, ecco cosa dico, che allo stesso tempo indica il minuscolo villaggio dove abito e la nazione che lo contempla. “Il mio paese”, l'immagine è larga, affettiva e concreta. Con la nonna piantavamo le calle nei fossi, “quelli non sono di nessuno, dividono il nostro campo da quello del vicino”. Quei fiori bianchi li coltivavamo per bellezza, per lo stesso vento. Abitavamo in un vecchio casolare della campagna romagnola, “non chiudere la porta, la porta deve stare sempre aperta”, diceva il nonno. Non c'era cancello per delimitare l'aia e gli alberi di noce, che d'estate facevano ombra al ristoro dei braccianti che lavoravano per la nostra famiglia, non erano più nostri che loro. Provo una grande nostalgia per quegli spazi aperti e quel senso di appartenenza allargato, primitivo, psichico, ora che il vecchio casolare, come tutti gli altri casolari di quella zona, ha la porta blindata, le inferriate alle finestre, un recinto di rete metallica che delimita il perimetro del giardino. E gli alberi di noce...

Patria (Ecco: non credo)

Come molti, forse come l’italiano medio, ho sviluppato fin da piccolo una grave allergia verso la parola patria e non ho ancora trovato il modo di guarirne. Non l’ho nemmeno cercato, a esser sincero. L’allergia si estende a tutte le parole che hanno la maiuscola, o la contengono implicita. Mi irritano, sbocciano immediate eruzioni cutanee che preferirei evitare. Non le capisco, e ancora meno capisco i loro significati.   Quando mi capita di incocciare in qualcuno che le usa, non so mai di cosa stia parlando davvero. E se mi sembra di capire qualcosa, è tutta roba che non mi piace. Sento sempre puzza di bruciato. No, grazie. Con tutto che ho studiato filosofia e sono legatissimo (ma anche distantissimo) al luogo e alle persone che mi stanno attorno. (La patria potrebbe essere questo, ma non credo lo sia).   Del resto ci penso poco e non mi viene in mente nessuna ragione per farlo, se non per amicizia qui. (Anche l’amicizia potrebbe essere patria; sarebbe bello, ma ancora non credo. Ecco: non credo). Patria ha un senso, forte quanto vago, solo per gli emigranti, che però raramente usano la parola: gli emigranti esterni e...

Borgo e città

In un’epoca di non luoghi e piazze virtuali, “patria” è una parola che in Italia quasi nessuno usa. Il ventennio fascista, che ha tentato di inoculare il virus dello sciovinismo e del nazionalismo negli italiani, ci ha reso immuni dal patriottismo. Ci accontentiamo di evocare la patria in modo indiretto e obliquo, quando invochiamo il “rimpatrio” degli stranieri che approdano alle nostre coste, o quando raccomandiamo ai giovani di “espatriare” per trovare fortuna. Gli unici italiani che sembrano avere nostalgia della patria sono quelli che la patria ha costretto ad andarsene: gli emigrati. I pochi decenni in cui la parola “patria” ha avuto senso per quasi tutti gli italiani sono stati quelli del Risorgimento, quando si moriva per un’idea che si trovava nei versi di Dante e di Petrarca. Dopo l’unità d’Italia, “patria” è diventata sinonimo di terra, borgo o città. Nessuno è morto in trincea o in Africa per la “patria”. Ha ragione Primo Levi, quindi: morire in patria, nella terra che ti ha fatto nascere, è l’unico modo in cui un italiano...

Heimat

La patria di cui ci parla Primo Levi ha la coloritura della Heimat. Il luogo dove sono sepolti i propri padri, dove si è nati o cresciuti, dove si è costruita la propria vita, si è allestita la propria casa. Quel luogo è tanto più difficile da abbandonare, quanto più non si possiede altro se non tale Heimat, equivalente al significato etimologico di “terra-casa”. Spesso, per legittimare il diritto di sentirsi a casa, gli ebrei italiani (tedeschi, francesi, polacchi addirittura) avevano sposato l’altro significato della parola “patria”. Non erano sufficienti né la nascita né la cittadinanza, bisognava morire o essere disposti a morire per il Vaterland. Nella pagina di Levi, il richiamo alla Prima guerra mondiale è esplicito, la continuità del desiderio di far parte della patria che spinse tanti ebrei italiani a aderire al fascismo, forse adombrato tra le righe. Privati a tradimento del loro Vaterland, gli ebrei si aggrappano alla Heimat. Restare a casa diventa resistenza a un esproprio: nel paradosso provocatorio di Primo Levi, la forma estrema dell’essere disposti a “...

Due appunti sul Levi "patriota"

1. Nelle scuole inglesi s'insegna pochissimo di poesia, ormai. Ma un'eccezione viene fatta per la poesia della prima guerra mondiale, e soprattutto per una poesia in particolare, terrificante, del giovane Wilfred Owen, morto in guerra pochi giorni prima dell'armistizio del novembre 1918. S'intitola Dulce et decorum est: Bent double, like old beggars under sacks, Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, Till on the haunting flares we turned our backs And towards our distant rest began to trudge. Men marched asleep. Many had lost their boots But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; [...] If you could hear, at every jolt, the blood Come gargling from the froth-corrupted lungs, Obscene as cancer, bitter as the cud Of vile, incurable sores on innocent tongues, My friend, you would not tell with such high zest To children ardent for some desperate glory, The old Lie; Dulce et Decorum est Pro patria mori. Pochi mesi prima, nel 1916, a Locvizza/Lokvica sul Carso, oggi località slovena, Giuseppe Ungaretti ricorda il suo amico arabo morto a Parigi nel 1913, nella poesia In memoria: Si chiamava Moammed Sceab...

Le patrie

Discrezione e sobrietà impongono a Levi la distanza da quel termine che nessun italiano userebbe mai nei dialoghi di tutti i giorni. La parola patria è eccessiva, intrisa di retorica, e, in particolare, è approssimativa. Villaggio, focolare, terra dei padri (e qui aiuta l’etimologia), nazione: molti sono i suoi sensi possibili, probabilmente troppi per l’esattezza leviana. E poi sul concetto che sottende sembra gravare un limite invalicabile, ovvero la sua volatilità. Basta andarsene dai luoghi natii, oppure è sufficiente essere appartenenti ad un popolo come quello americano o sovietico in pendolare movimento tra città diverse, e la patria non c’è più. Svanita, dissolta impalpabilmente nelle nebbioline della malinconia, come ribadisce il “patria... è dove si vive” di Pascoli. Eppure non è tutto. Levi sa di non aver esaurito lo scavo, sa che da qualche parte quella parola porta con sé anche altro, e non è un altro da poco, perché, a ben vedere, può essere una convincente spiegazione ad uno dei dilemmi della storia contemporanea. Si tratta della...

Torino, 5 marzo, ore 17.23

La sensazione mi sorprende al semaforo di corso Novara, angolo corso Giulio Cesare. C’è qualcosa di nuovo nel paesaggio dei balconi che si affacciano dai casamenti multipiano dell’incrocio: anzi, d’antico. Ci metto un attimo, poi la sensazione si precisa: questo era un posto dove per anni hanno sventolato le bandiere arcobaleno della pace. All’inizio sgargianti nella loro fresca dichiarazione pacifista; poi sempre più stinte e opache, proprio come la coscienza dell’opinione pubblica. Adesso, invece, i terrazzi delle case popolari sono improvvisamente fioriti di tricolori. In effetti, non solo qui, ma in tutta Torino si vedono facciate imbandierate. Sono singoli appartamenti, ma anche più scenografici striscioni biancorossoverde che inglobano mezzo condominio. Il 17 marzo si avvicina. La prima cosa che mi chiedo è se il tricolore garrisce sugli stessi terrazzi dove prima sventolava la bandiera della pace. Sono incline a credere che in buona parte sia così: che quei balconi e quelle bandiere appartengano a persone che vogliono comunque esprimere un’idea, un’appartenenza. Se l’ipotesi è...

Matria

Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”. Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli contrappone appunto alle degenerazioni...