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Primo Levi

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In cammino

In una lunga conversazione che si può leggere in un bel libro intitolato Fare un film, Federico Fellini parla del suo rapporto con Rimini, la sua “patria”: Fellini racconta che a Rimini non tornava mai volentieri, perché quel luogo gli trasmetteva un senso di inquietudine, come se la sua città natale nascondesse da qualche parte una folla di “fantasmi già archiviati”. Quando pensa a I vitelloni, il film in cui ritornano a galla memorie della sua giovinezza, Fellini decide di girare a Ostia, perché Ostia è una Rimini che non è Rimini, una Rimini più docile e disponibile a lasciarsi inventare. Riavvicinarsi alla patria significa per lui prima di tutto allontanarsene, difendersi, lasciare che le memorie si offrano nella loro natura di falsi necessari, di spettri resi innocui dalla distanza. “Io, la mia patria, or è dove si vive”, Pascoli lo aveva già avvertito nel momento in cui si è verificato un mutamento irreversibile dell’idea di appartenenza a un luogo. Il ritorno in patria dell’esule volontario e del viaggiatore novecentesco non ha più i...

E mi paes

Non ho pronuncia né dizione per la parola patria. Una parola abisso, stonata e stridente. “E mi paes”, ecco cosa dico, che allo stesso tempo indica il minuscolo villaggio dove abito e la nazione che lo contempla. “Il mio paese”, l'immagine è larga, affettiva e concreta. Con la nonna piantavamo le calle nei fossi, “quelli non sono di nessuno, dividono il nostro campo da quello del vicino”. Quei fiori bianchi li coltivavamo per bellezza, per lo stesso vento. Abitavamo in un vecchio casolare della campagna romagnola, “non chiudere la porta, la porta deve stare sempre aperta”, diceva il nonno. Non c'era cancello per delimitare l'aia e gli alberi di noce, che d'estate facevano ombra al ristoro dei braccianti che lavoravano per la nostra famiglia, non erano più nostri che loro. Provo una grande nostalgia per quegli spazi aperti e quel senso di appartenenza allargato, primitivo, psichico, ora che il vecchio casolare, come tutti gli altri casolari di quella zona, ha la porta blindata, le inferriate alle finestre, un recinto di rete metallica che delimita il perimetro del giardino. E gli alberi di noce...

Patria (Ecco: non credo)

Come molti, forse come l’italiano medio, ho sviluppato fin da piccolo una grave allergia verso la parola patria e non ho ancora trovato il modo di guarirne. Non l’ho nemmeno cercato, a esser sincero. L’allergia si estende a tutte le parole che hanno la maiuscola, o la contengono implicita. Mi irritano, sbocciano immediate eruzioni cutanee che preferirei evitare. Non le capisco, e ancora meno capisco i loro significati.   Quando mi capita di incocciare in qualcuno che le usa, non so mai di cosa stia parlando davvero. E se mi sembra di capire qualcosa, è tutta roba che non mi piace. Sento sempre puzza di bruciato. No, grazie. Con tutto che ho studiato filosofia e sono legatissimo (ma anche distantissimo) al luogo e alle persone che mi stanno attorno. (La patria potrebbe essere questo, ma non credo lo sia).   Del resto ci penso poco e non mi viene in mente nessuna ragione per farlo, se non per amicizia qui. (Anche l’amicizia potrebbe essere patria; sarebbe bello, ma ancora non credo. Ecco: non credo). Patria ha un senso, forte quanto vago, solo per gli emigranti, che però raramente usano la parola: gli emigranti esterni e...

Borgo e città

In un’epoca di non luoghi e piazze virtuali, “patria” è una parola che in Italia quasi nessuno usa. Il ventennio fascista, che ha tentato di inoculare il virus dello sciovinismo e del nazionalismo negli italiani, ci ha reso immuni dal patriottismo. Ci accontentiamo di evocare la patria in modo indiretto e obliquo, quando invochiamo il “rimpatrio” degli stranieri che approdano alle nostre coste, o quando raccomandiamo ai giovani di “espatriare” per trovare fortuna. Gli unici italiani che sembrano avere nostalgia della patria sono quelli che la patria ha costretto ad andarsene: gli emigrati. I pochi decenni in cui la parola “patria” ha avuto senso per quasi tutti gli italiani sono stati quelli del Risorgimento, quando si moriva per un’idea che si trovava nei versi di Dante e di Petrarca. Dopo l’unità d’Italia, “patria” è diventata sinonimo di terra, borgo o città. Nessuno è morto in trincea o in Africa per la “patria”. Ha ragione Primo Levi, quindi: morire in patria, nella terra che ti ha fatto nascere, è l’unico modo in cui un italiano...

Heimat

La patria di cui ci parla Primo Levi ha la coloritura della Heimat. Il luogo dove sono sepolti i propri padri, dove si è nati o cresciuti, dove si è costruita la propria vita, si è allestita la propria casa. Quel luogo è tanto più difficile da abbandonare, quanto più non si possiede altro se non tale Heimat, equivalente al significato etimologico di “terra-casa”. Spesso, per legittimare il diritto di sentirsi a casa, gli ebrei italiani (tedeschi, francesi, polacchi addirittura) avevano sposato l’altro significato della parola “patria”. Non erano sufficienti né la nascita né la cittadinanza, bisognava morire o essere disposti a morire per il Vaterland. Nella pagina di Levi, il richiamo alla Prima guerra mondiale è esplicito, la continuità del desiderio di far parte della patria che spinse tanti ebrei italiani a aderire al fascismo, forse adombrato tra le righe. Privati a tradimento del loro Vaterland, gli ebrei si aggrappano alla Heimat. Restare a casa diventa resistenza a un esproprio: nel paradosso provocatorio di Primo Levi, la forma estrema dell’essere disposti a “...

Due appunti sul Levi "patriota"

1. Nelle scuole inglesi s'insegna pochissimo di poesia, ormai. Ma un'eccezione viene fatta per la poesia della prima guerra mondiale, e soprattutto per una poesia in particolare, terrificante, del giovane Wilfred Owen, morto in guerra pochi giorni prima dell'armistizio del novembre 1918. S'intitola Dulce et decorum est: Bent double, like old beggars under sacks, Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, Till on the haunting flares we turned our backs And towards our distant rest began to trudge. Men marched asleep. Many had lost their boots But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; [...] If you could hear, at every jolt, the blood Come gargling from the froth-corrupted lungs, Obscene as cancer, bitter as the cud Of vile, incurable sores on innocent tongues, My friend, you would not tell with such high zest To children ardent for some desperate glory, The old Lie; Dulce et Decorum est Pro patria mori. Pochi mesi prima, nel 1916, a Locvizza/Lokvica sul Carso, oggi località slovena, Giuseppe Ungaretti ricorda il suo amico arabo morto a Parigi nel 1913, nella poesia In memoria: Si chiamava Moammed Sceab...

Le patrie

Discrezione e sobrietà impongono a Levi la distanza da quel termine che nessun italiano userebbe mai nei dialoghi di tutti i giorni. La parola patria è eccessiva, intrisa di retorica, e, in particolare, è approssimativa. Villaggio, focolare, terra dei padri (e qui aiuta l’etimologia), nazione: molti sono i suoi sensi possibili, probabilmente troppi per l’esattezza leviana. E poi sul concetto che sottende sembra gravare un limite invalicabile, ovvero la sua volatilità. Basta andarsene dai luoghi natii, oppure è sufficiente essere appartenenti ad un popolo come quello americano o sovietico in pendolare movimento tra città diverse, e la patria non c’è più. Svanita, dissolta impalpabilmente nelle nebbioline della malinconia, come ribadisce il “patria... è dove si vive” di Pascoli. Eppure non è tutto. Levi sa di non aver esaurito lo scavo, sa che da qualche parte quella parola porta con sé anche altro, e non è un altro da poco, perché, a ben vedere, può essere una convincente spiegazione ad uno dei dilemmi della storia contemporanea. Si tratta della...

Torino, 5 marzo, ore 17.23

La sensazione mi sorprende al semaforo di corso Novara, angolo corso Giulio Cesare. C’è qualcosa di nuovo nel paesaggio dei balconi che si affacciano dai casamenti multipiano dell’incrocio: anzi, d’antico. Ci metto un attimo, poi la sensazione si precisa: questo era un posto dove per anni hanno sventolato le bandiere arcobaleno della pace. All’inizio sgargianti nella loro fresca dichiarazione pacifista; poi sempre più stinte e opache, proprio come la coscienza dell’opinione pubblica. Adesso, invece, i terrazzi delle case popolari sono improvvisamente fioriti di tricolori. In effetti, non solo qui, ma in tutta Torino si vedono facciate imbandierate. Sono singoli appartamenti, ma anche più scenografici striscioni biancorossoverde che inglobano mezzo condominio. Il 17 marzo si avvicina. La prima cosa che mi chiedo è se il tricolore garrisce sugli stessi terrazzi dove prima sventolava la bandiera della pace. Sono incline a credere che in buona parte sia così: che quei balconi e quelle bandiere appartengano a persone che vogliono comunque esprimere un’idea, un’appartenenza. Se l’ipotesi è...

Matria

Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”. Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli contrappone appunto alle degenerazioni...

La patria come luogo qualsiasi

Primo Levi ha bisogno di concretizzare l’idea di “patria”, di localizzarla. Lo fa partendo dall’analisi del termine, per arrivare fino quasi a cancellarne la natura retorica e deterrente. La abrade con accuratezza, passo passo, frase dopo frase. Vi passa sopra la carta ruvida della propria esperienza di “ebreo indigeno” in Italia, che è come dire “ebreo errante”, oppure “uomo senza patria”. Il risultato è qualcosa che quasi non si vede più, lisciato e levigato, chiaro, ma senza alcunché di rassicurante. “Se morrò, morrò in patria, e sarà il mio modo di morire per la patria”. Significa: morendo qui dove vivo, magari senza neanche capire bene come e perché ci sono finito, sarò un eroe che muore per la patria. Basterà che io sia qui, ossia nel luogo qualsiasi in cui mi è capitato di vivere in seguito a evenienze e contingenze, o a “difficoltà psicologiche”, perché io possa morire da eroe. Trascorrere la vita in un luogo qualsiasi, e ancora di più, morire in un luogo qualsiasi, è un’azione...

Due patrie

Una riflessione importante e sofferta quella di Primo Levi sulla patria e le sue insidie. L'Heimat, la cui memoria è diventata nel secolo breve del 900 un sinonimo di violenza e di morte, è ormai attraversata da una furia patriottica che non è né innocente da un punto di vista politico né casuale da un punto di vista storico. Nei campi di sterminio, la forza maieutica dell'Illuminismo si è scontrata con il disincanto, con i dubbi e la disperazione generati dalle sue promesse fallite. Una “nuova patria” etnica, razzista e assassina per la cui memoria si è pronti a morire e a uccidere, è all'orizzonte. Un nuovo straniero, “interno” come il suo altro storico, “l'ebreo”, affiora come un nuovo nemico ai confini della patria europea, si insinua nel “noi” sicuro e apparentemente indiviso, lo minaccia pericolosamente. In Europa, la questione del nemico da cui difendere la patria emerge così drammaticamente, un'altra volta, con una forza nuova. Contingente e simile al modo in cui guardava all'ebreo, ora guarda all'arabo. Una storia che si muove all...

Preferisco di no

Patria? “Preferisco di no”. Neppure nella versione attenuata, ragionevole e gentile di Primo Levi, che vede nel  “morire in patria” un “modo di morire per la patria”.Qui, mi pare, è il nucleo centrale del suo ragionamento. Ma attenzione: il pacato ragionare di Levi si potrebbe increspare fino a prendere una insospettata tonalità radicale. Cominciamo col dire che quotidianità e sacrificio si corrispondono: se ognuno di noi riesce a “morire in patria”, e cioè a resistere nei suoi soffocanti confini, a galleggiare quotidianamente nelle sue acque fetide, se riusciamo in questo minimo e pur difficile intento, che è comune, ordinario, e al tempo stesso eroico, cioè non scappare, allora saremo capaci di “morire per la patria”. Andiamo appena un po’ più avanti lungo la linea tracciata dalle parole di Levi. C’è un’ulteriore conseguenza che probabilmente Primo Levi non avrebbe mai tratto, ma noi, estenuati dalle reiterate esecuzioni del nostro inno nazionale, dalle mani sul cuore, persino dalle “patriottiche” apparizioni del grande Roberto...

La mia patria è la lingua

L’espressione corrente in Italia per designare la propria origine, appartenenza, identità è “il mio paese”. Provate a ripeterla in uno qualunque dei dialetti italiani: ha sempre la stessa coloritura emotiva. Suona diretta, sincera, autentica: nulla di astratto, di costruito o convenzionale. Le si addicono le intonazioni affettuose, partecipi, ora sorridenti ora commosse, ma più spesso nel senso della rassegnazione o della nostalgia che non della fierezza o della determinazione. Lo stesso non avviene con l’espressione “la mia città”, dove una sfumatura di orgoglio è più frequente: serve all’amor proprio meglio che all’intenerimento. Sarà perché provenire da una città, storicamente, è cosa diversa che provenire dal contado? Perché chi è nato in un paese è più probabile che ne parli da emigrato, anche se solo a qualche decina o centinaio di chilometri di distanza? Certo, “la mia città” ha un’implicazione più esclusiva e (paradossalmente) più campanilistica: manca della felice ambiguità di...

Italia mia

Più che commentare questa famosa pagina di Primo Levi, contenuta in uno dei capitoli finali dei Sommersi e i salvati, dal titolo Stereotipi, mi piacerebbe riuscire a riviverne lo spirito. Ecco perché ho deciso di festeggiare a modo mio il centocinquantenario dell’unità nazionale chiamando Irina e Alì, Mohamed e Hafiz, Paulo e Abdullah a recitare in pubblico alcuni celebri versi della letteratura italiana. Prima dell’anniversario ci siamo preparati perché per loro non è facile decifrare quelle parole, del resto così difficili e distanti anche per molti di noi. Eppure, mentre ascoltavo un ragazzo bengalese leggere a voce alta: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai / silenziosa luna?” o una ragazza ucraina: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo /il fior de’ tuoi gentili anni caduto…”, mi sono emozionato. Nel timbro di voce di questi adolescenti smarriti, che vivono accanto a noi, mi sembrava tornare a risplendere una luce oscurata. Absalem, fuggito dal regime dittatoriale imposto...