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Robert Capa

(12 risultati)

Dario Mangano, Luigi Zoja / Vedere e esserci: due libri sulla fotografia

Una mano tiene fra due dita una fotografia. Si vede un albero molto grande, un prato su cui ognuno vorrebbe sdraiarsi e nuvole bianche nel cielo. La foto si sovrappone alla realtà. Il soggetto sta osservando l’immagine nel luogo dove l’ha scattata, anche se la realtà appare sfocata: le nuvole, il cielo e l’albero sono semplici macchie di colore. Sembra un paradosso. Cos’è più reale? L’immagine o il mondo in cui la stessa immagine e il soggetto sono immersi? È davvero possibile rispondere a questa domanda? Per di più questa immagine costituisce la copertina di un libro, Che cos’è la semiotica della fotografia (Carocci Editore, Bussole, 2018), di Dario Mangano. Ulteriore vertigine semantica, anche se il titolo suona rassicurante e rievoca, attraverso questa ironica provocazione, la fiducia che fin dalla sua nascita la fotografia riscuote. Cosa che le accade in quanto sarebbe depositaria di una straordinaria aderenza alla realtà e di una completezza nella resa di ogni suo dettaglio, anche se oggi il realismo ingenuo è scomparso e nessuno si sognerebbe di definire la macchina fotografica uno specchio. L’intento è chiaro, Mangano traccia una sorta di mappa concettuale, una “Bussola”,...

Tempo di libri - maestri / Henri Cartier–Bresson

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Sabato 10 marzo, alle ore 11.00, Ferdinando Scianna parlerà di Henri Cartier–Bresson.   Se penso a una definizione di Henri Cartier–Bresson, la più adatta mi sembra quella di specialista in evasioni. Non c’è prigione, fisica o intellettuale, nella quale abbiano cercato di rinchiuderlo dalla quale non sia riuscito a fuggire. Anche dal campo nazista nel quale era prigioniero evase. Lo ripresero due volte; alla terza riuscì. Un paio di settimane fa ha compiuto novant’anni. Anche questo anniversario, complicato da una celebrità che da oltre mezzo secolo lo accompagna come leggenda vivente della fotografia, lo vive come una prigione e si dibatte in cerca di vie di fuga. Che cosa diavolo significa, si chiede, un compleanno? Si muore e si rinasce ogni giorno.  ...

L’Italia di Cartier-Bresson e degli altri

Il rapporto che lega la fotografia di paesaggio e il nostro Paese penetra le proprie radici abbastanza in profondità da sollevare l’interrogativo sulla ragione di tanta confidenza, anche dando per assunte la produzione che ispirò il lavoro di Ghirri e quella che da esso continua a essere ispirata. Italia Inside Out è iniziata, nella primavera scorsa, come un’eccellente operazione che esplorava proprio quel cosmo, costellato dalle fotografie di Guido Guidi, Olivo Barbieri, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico e numerosi altri grandi italiani. Stesso teatro, Palazzo della Ragione Fotografia di Milano, e stessa curatrice, Giovanna Calvenzi, per la mostra che si colloca nel solco della precedente e lo porta oltre i confini nazionali, ma attraverso un’agile acrobazia: quello che sta oltre confine – o, per meglio dire, chi ci sta – lo supera verso l’interno.   Henri Cartier-Bresson e gli altri. I grandi fotografi e l’Italia, inaugurata lo scorso 10 novembre e aperta fino al prossimo 7 febbraio, raccoglie oltre 200 immagini e le dispone lungo un percorso che la curatrice definisce «un Grand Tour in sette tappe...

Oh Mexico

It sounds so sweet with the sun sinking low The moon's so bright like to light up the night Make everything all right (James Taylor)   Messico e nuvole, il tempo passa sull'America il vento insiste con l'armonica, che voglia di piangere ho (Enzo Jannacci)   Da qui il Messico è parte dell'America, quella latina. E non è dove si parla il latino, come incautamente dichiarava, convinto, il vice di George Bush padre, che si scusava, non ricordo in che luogo, appunto, dell'America latina, per non saper parlare il latino. Come noto ai non-repubblicani Nord-americani, in Messico si parla spagnolo o, come si scriveva un tempo, la lingua spagnuola. Insomma, il castigliano; in una variante, diversa da quella della madrepatria, dall'argentino, dal cubano, dal colombiano, dal cileno, dal portoricano, ecc.   Qui la differenza consiste nella presenza dell'azteco, con tutte quelle t e tl: Náhuatl, Toltechi, Teotihuacan. Così mi dicono i miei ospiti Ricardo Rosas e Gerardo Residenz che, peraltro, parlano anche un bellissimo italiano. Quando ti rendi conto che è la prima volta, nel Nord-America, che si pu...

Robert Capa in Italia

A fine settembre, un pomeriggio, entro a Palazzo Braschi con un amico per vedere la mostra di Robert Capa organizzata dal museo romano per celebrare i settant'anni dello sbarco in Italia degli Alleati. Ogni mostra è, ovvio, una partita a ping pong fra le rappresentazioni esposte e il cervello dello spettatore; ma in questo caso particolarmente peculiare, dopo un primo giro, è la sensazione personale di considerare le immagini delle macerie, dei popolani siciliani e napoletani, dei soldati americani in azione, non come produzioni dirette dell'obiettivo del fotografo, quanto echi visivi di un immaginario presente nella mia mente già prima di entrare nella sala, e da queste figure solamente confermato. In altri termini, il reportage fotografico di Capa si è talmente cristallizzato in icona da produrne il paradosso di un'idea così radicata nella coscienza collettiva che ha trasformato le immagini che la rappresentavano in semplici subordinate interscambiabili.   La distanza temporale fra quello che le fotografie di guerra di Robert Capa rappresentavano – o volevano rappresentare – al momento in cui furono scattate e...

Robert Capa e il miliziano

Mario Dondero Lo scatto alla cieca di Capa   Come si sia svolta e che cosa abbia significato la guerra di Spagna, conclusasi nel modo più tragico per l’intervento decisivo dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani, è relativamente poco conosciuto in Italia e del tutto ignorato nei programmi scolastici: come accade, del resto, per qualcosa che avvenne e ci riguarda ancor più da vicino, e cioè la Resistenza italiana durante la Seconda guerra mondiale.   Rievocata generalmente a livello di curiosità, specialmente negli ambienti che si interessano alla fotografia, è la questione, diventata un’annosa querelle, sulla foto di Robert Capa del Miliziano che muore. Muore o non muore? È caduto veramente, perdendo la vita in quel combattimento, o è stato il fotografo a fargli recitare, talento insuperabile, una finta morte? Eppure, ormai da molti anni, tutta la vicenda è stata chiarita. Richard Whelan l’ha raccontata nella sua attendibile biografia di Capa, con tanto di nome e cognome del soldato caduto, Federico Borrell Garcia, detto Taino, di 24 anni, della columna anarquica di Alcoy (...

Parigi: la Valise Mexicaine e Manifesto

Quando Lucio Fontana squarciò il teatro della tela aprì nuove dimensioni. Dentro a quei tagli c’erano cose nuove, come delle intimità ancora inedite che potevano finalmente sprigionarsi, uscire alla luce. Ma anche il fuori poteva entrare da quei nuovi pertugi a esplorare qualcosa di sconosciuto. Viene effettivamente da collegare l’operazione di Fontana all’extime lacaniano, quel luogo dove interno ed esterno si rimandano l’un l’altro.     Camminando per Parigi pochi giorni fa, ho avuto la precisa sensazione di stare ficcando la testa dentro a uno di quei tagli, il fuori entrava in un dentro che poi sarebbe uscito con me. Davanti al Musée d’art et d’histoire du Judaisme c’era la locandina, ben visibile ma per nulla altisonante, della mostra ospitata al suo interno La Valise Mexicaine - Les négatifs retrouvés de la guerre civile espagnole, organizzata dall’International Center of Photography di New York, fino al 30 giugno.       4500 foto mai viste sulla guerra civile spagnola, materiali inediti a lungo celati in una valigia e rinvenuti in...

Marker / Mémoire

Questa è la storia di un uomo segnato da un’immagine d’infanzia.” L’immagine, attorno a cui gira e si avvolge La Jetée (1962) di Chris Marker, è il volto di una donna sul molo d’imbarco («jetée») dell’aeroporto di Orly: un uomo corre tra la folla verso di lei, ma è colpito da una pallottola, arrestato in una posa eterna, un’icona istantanea che ricorda molto lo foto emblema della guerra civile spagnola scattata da Robert Capa. Un bambino assiste alla scena, che è dunque scena primaria, “immagine d’infanzia”, prologo ed epilogo di una stessa storia: perché l’uomo e il bambino sono la stessa persona. Altro particolare, essenziale: questa immagine, come ogni immagine nel film, è, effettivamente, una fotografia fissa, come se questo istante fatale avesse congelato anche tutti gli altri.     La Jetée è la storia di un uomo che attraversa il tempo, un visionario, ossessionato da un ricordo e che grazie alla potenza di questo ricordo varca la soglia che separa un cupo mondo sotterraneo, in cui è relegato con gli...

Speciale ’77. Anatomia di un istante

Sono trascorsi trentacinque anni dall’esplosione del movimento del Settantasette. Nel febbraio di quell’anno appare un moto di protesta dal profilo e dai comportamenti inediti: fa il suo debutto con le occupazione delle Università e ha il suo baricentro a Roma e Bologna, ma si estende in tutta Italia. Sarà una breve, ma intensa stagione, poi arriva il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, il terrorismo impazza. La repressione è dura e il movimento implode lasciando tuttavia una forte memoria di sé come abbiamo visto nel mese scorso attraverso la raccolta delle foto di quella stagione a Bologna per opera di Scuro. Vogliamo ripercorrere quel periodo ripensando a temi e questioni differenti, dalla politica all’arte e alla letteratura. Per chi c’era e soprattutto per chi non c’era e poco sa. Di questo passato prossimo della nostra storia. Abbiamo iniziato con le riflessioni di Gianfranco Marrone e Umberto Eco ed i contributi di Giorgio Boatti e Giovanni De Luna sulla celebre foto dell’autonomo che spara; continuiamo oggi con un testo di Raffaella Perna.     L’immagine fotografica tra...

Magnum. La scelta della foto

Riproponiamo questo articolo in occasione della mostra Magnum Contact Sheets presso il Forte di Bard che aprirà al pubblico in anteprima mondiale a partire dal 21 giugno sino al 10 novembre 2013.     Henri Cartier-Bresson è seduto su uno sgabello vicino a un tavolo, su cui sono accumulate in modo disordinato delle cartelline. Sta osservando con la lente d’ingrandimento un rettangolo: provini fotografici. Lo fa con la posa di un collezionista; meglio: di un investigatore alla ricerca delle prove del delitto. L’immagine è stata scattata nel 1959 da un altro celebre fotografo, René Burri, negli uffici della Magnum a New York. Cartier-Bresson sta svolgendo il suo lavoro: individuare tra gli scatti quello che merita di essere stampato, e quindi riprodotto su un giornale. Il rettangolo che tiene tra le mani, tra pollice e palmo, è una stampa a grandezza naturale di spezzoni di un rullo o di una sequenza di negativi, e rappresenta secondo Kristen Lubben, curatore di Magnum. La scelta della foto (Contrasto), il primo sguardo che il fotografo getta su ciò che è riuscito a catturare con la sua macchina....

Sulla didattica della fotografia

È molto interessante osservare la geografia delle idee fotografiche che si dispiegano in un dato periodo storico. È un esercizio rispetto al quale il mio impegno didattico ha assunto nel tempo un ruolo piuttosto rilevante. Sia che io mi rivolga a studenti universitari che a fotografi o aspiranti tali, spesso mi guida la premessa che ogni fotografia, nel momento in cui elabora un qualche genere di “verità” o di “finzione”, produce al contempo anche un sapere invisibile: non detto,intravisto, uno scarto indietro o in avanti (un “anacronismo”), un rapporto con altre immagini che l’hanno preceduta, con altri punti di vista, altre conoscenze e altri linguaggi.   Originariamente, nella storia del medium, questo dialogo inizia con la pittura e con l’ambito delle credenze e dei saperi scientifici formatisi in seno alla cultura positivista; poi si sposta verso la letteratura, la politica, la filosofia, il cinema e le arti performative, la grafica e il design, l’architettura e l’urbanistica, la moda, per confluire oggi in quel sistema strutturalmente interconnesso e dialogante (ma anche fortemente...

Monica Haller | The Veterans Book Project

Ha detto una volta William Saroyan: “Una foto vale mille parole. Sì, ma soltanto se la si guarda e si dicono o si pensano quelle mille parole”. È proprio così: tanto più quando si ha a che fare con quella specie di iper-immagine che è la fotografia di guerra. Come hanno spiegato Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri e Georges Didi-Huberman in Immagini malgrado tutto, ancora meno delle altre l’immagine di guerra può “parlare da sé”: perché nella sua traumatica nudità questa “terapia d’urto” può “suscitare reazioni opposte” (Sontag). Viceversa necessita di un corredo di parole, una cornice argomentativa che con quell’immagine si combini in un “montaggio di intelligibilità” (Didi-Huberman). Sontag faceva l’esempio dell’anarchico Ernst Friedrich, il quale nel 1924 agli insostenibili primi piani delle gueules cassées, i reduci sfigurati della Grande Guerra, nel volume Guerra alla guerra associò didascalie come “L’eroismo è menzogna. L’orrore è realtà” (...