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Robert Louis Stevenson

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Mary Shelley e le sue creature / E la vita non separi più ciò che la morte può unire

Cosa preferisci essere? Una grande poeta o un uomo buono? Una sola vita a disposizione non basta ad essere entrambi. Guardandosi alle spalle, in una prospettiva storica, c’è un punto di non ritorno, in cui occorre gettare nel fuoco ciò che resta. Grandi poeti sono morti giovani, e non hanno probabilmente avuto momenti di riflessione che permettessero loro di scegliere: Byron, Shelley, Rimbaud. Altri costruirono le loro carriere letterarie con lunga maestria, trasformando in materiale di scrittura ciò che resisteva dal dilemma: Petrarca, ad esempio, che costruì la sua celebrità europea sino all’alloro in Campidoglio, nel Secretum in un dialogo immaginario con Agostino, scavò impietosamente la sua accidia, peccato capitale che insieme all’arte di amare lo tenne sempre lontano dalla beatitudine cristiana.   Per lui, nel Trecento, essere un uomo buono sarebbe stato lasciare l’ossessiva riscrittura del Canzoniere per dedicarsi alla preghiera, ma scelse la nevrosi del suo amore sublimato per Laura e un vocabolario limitato di soli 3.000 lemmi per scolpire infinitamente la sua miniatura di marmo perfetto, di alloro, oro, aura. Che uomo fu, Francesco Petrarca nella sua intimità...

A letto!

Esiste qualcosa di più natalizio di una notte stellata osservata dai vetri di una stanza? Il blu della volta celeste fuori, il giallo aranciato della luce, dentro. Un bambino in attesa. Poi il buio, e l'invincibile soffio del sonno, del sogno. Se quella di Natale è la notte magica per eccellenza, i bambini non hanno bisogno di aspettare il 24 dicembre per godere delle deliziose e contraddittorie emozioni che accompagnano il momento in cui, indossato il pigiama, spenta la lucina, chiusi gli occhi, si avviano lungo il corso inesplorato della notte. E anche se, nel corso dell'anno, la mattina non ci sono regali ad attendere, la notte rimane la parte più seducente della giornata, la vera magia.     Viaggio avventuroso, ma anche angoscioso, quello del sonno, traversata di immensi spazi interiori, in cui il letto diventa mezzo di trasporto elettivo, come attesta una lunga e gloriosa tradizione di libri per bambini o abitati da bambini. Letti volanti, viaggianti, fluttuanti. Letti mobili, irrequieti quanto i loro piccoli proprietari che sull'orlo della notte si affacciano, decisi a indagarne i misteri. Quei misteri che devono...

Una voce, nella notte | 1

"Librandosi a mezz'aria il Babau entra nei sogni dei bambini" (Dino Buzzati)   Babau, ispirata alle storie dipinte di Dino Buzzati, racconta di leggende e fiabe, di filastrocche e illustrazioni: gli albi illustrati e le loro storie, gli editori, gli autori e gli illustratori.  A cura di Giovanna Zoboli, Babau prenderà forma mese dopo mese su doppiozero.     A cosa serve una ninna nanna? La prima risposta è, ovviamente, ad addormentare i bambini che non hanno sonno. Leggendo il testo della conferenza tenuta Federico Garcia Lorca, Las nanas infantiles, tenuta probabilmente fra il 1927 e il 1933 (che a tutt'oggi, benché non si tratti di uno studio ma di una riflessione poetica, rimane sul tema un riferimento imprescindibile), si intuisce quanto, sotto il pragmatismo di tale risposta, si annidino altri effetti, solo apparentemente secondari o collaterali.     A cominciare dall'iniziazione del neonato alla parola sotto forma, nientemeno, che di musica e poesia, passando attraverso l'assorbimento spontaneo di una vena potente e popolare della sua cultura di origine, e finendo con lo...

Il pirata romantico

  La risemantizzazione romantica raggiunge pure il pirata secondo le linee tracciate nel capitolo precedente. Un alone funereo e fatale avvolge il reietto dei mari, sia il Clement Cleveland di Walter Scott (1822), i Kernok e Szaffi di Eugene Sue (1830 e 1832 in Salamandre), fino al fratello di Euphrasia nell’omonimo racconto di Mary Shelley del 1839 e alle estreme propaggini salgariane (Il corsaro nero 1899, Le tigri di Mompracen 1911). Prototipo infinitamente imitato ci pare però il Conrad della novella in versi Il corsaro di Byron (1814) che si apre con una specie di coro dei pirati che riflettono sulla loro condizione. In prima battuta viene messo in evidenza il mutevole errare dell’avventura (“Qui è l’irrequieta nostra vita, che divisa è sempre / fra gli affanni e l’ozio, sempre gioiosa al mutar/ della sorte”), collegato al vitalistico ballo negli spazi infinitamente aperti e spaesanti dei mari: “Oh, chi può dir, se non colui che ha sperimentato nel / suo cuore, / in trionfo danzando sull’oceano vasto, / il senso pieno della vita, il folle battere del polso, / il fremito che coglie chi solca...