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Simone Weil

(28 risultati)

Diario di un'insegnante / Scuola: un aprile che sembra giugno

L’atmosfera è più o meno quella degli ultimi giorni di maggio di un anno ordinario: la luce della primavera; le finestre aperte e i rumori dall’esterno; le aule deserte a metà, o al 75%, con il loro senso di precarietà.   È difficile restare concentrati, è difficile “fare sul serio”. Per loro come per noi.  Ma che cosa è "fare sul serio"?  Insegno da più di dieci anni, dalla filosofia al sostegno, frequento gli adolescenti come psicologa nel lavoro di ascolto, e non sono mai stata così in difficoltà come in questo anno che mi sembra finito anche se finito non è.     Ada, l’ultima volta che l’ho vista, ha avuto tre attacchi di panico in una settimana. Era un mese fa. Poi la Dad. Ada non ha mancato nemmeno una lezione on line; interveniva; i miei tentativi di mostrare lo spazio di apertura – se mai ne avesse sentito il bisogno – sono stati lasciati cadere. Così, adesso che Ada e il suo corpo magrolino sono ritornati in classe, ho pensato: sarà questione di giorni? Ne avrà ancora? Ne ha avuti? Ada, come diavolo stai?  Ma la relazione tra insegnante e studente non è una relazione che passa per “Ada, come diavolo stai?”. C’è...

Forza e pietas / Eneidi

Un classico, come ebbe a dire una volta George Steiner, ci legge; si potrebbe dire che nel corso del tempo offre un'immagine di noi sempre diversa mutando se stesso. L'Eneide pare in questo senso, nel Novecento e in questi ultimi anni, particolarmente soggetta a tale regola. Nel 1930 il bimillenario della nascita di Virgilio fu preso dal fascismo per la definitiva canonizzazione del poeta: le Georgiche erano utili per l'affermazione della sua vena ruralista, Enea diveniva una volta per tutte il fondatore dell'impero romano e il protagonista della colonizzazione. Così, come scrive Luciano Canfora in Ideologie del classicismo (Einaudi 1980), si afferma “il mito di una sorta di predestinazione teleologica dell'Italia a un ruolo direttivo, imperiale”. Non a caso la grande pensatrice politica e antifascista Simone Weil, in Il libro della forza (Farina 2019) diceva l'Eneide, oltre che “guastata dal tono declamatorio”, il poema dei “Romani esentati dalla comune missione umana, in quanto nazione prescelta dal destino”.   Fino ad arrivare ad affermazioni discutibili ma certo inquietanti: “L'analogia fra il sistema hitleriano e la Roma antica è così sconcertante che si potrebbe credere...

Parlare davanti al mare / Otto marzo

Le donne dovrebbero sempre esercitarsi a parlare in riva al mare. C’è un aneddoto che a me, come credo a tanti, è rimasto impresso dal liceo. L’aneddoto riguarda Demostene, il grande oratore greco: si racconta che fosse balbuziente, e che avesse una voce non particolarmente stentorea, motivo per cui era solito declamare le sue orazioni sulla spiaggia, per esercitarsi a vincere con la voce il clamore delle onde. Ecco, le donne, per farsi sentire, dovrebbero fare come Demostene. Non perché siano balbuzienti, affatto, non lo sono mai state. Ma perché le donne, per parlare, devono sovrastare due rumori: quello dei cavalloni patriarcali, e quello della risacca del lamento. Tra i due, i primi sono i più facili da vedere, sebbene siano forse i più difficili da sovrastare. Fanno un gran rumore, specialmente quando s’infrangono, e sono tanto più potenti quanto più si originano lontano dalla costa – e questo è il nostro caso, dato che il modello di civiltà patriarcale ha origini antiche, e in virtù di queste è consolidato, tramandato, interiorizzato, istituzionalizzato. Però, la scienza ci insegna, cavalloni del genere si riconoscono perché sono sempre anticipati da un ritiro anomalo delle...

David Teboul / Simone Veil, Alba a Birkenau

L’alba a Birkenau è il silenzio di una domanda mai pronunciata. A cosa si pensa quando a 17 anni ci si risveglia nel campo? Come si accoglie il mattino dopo una notte di angoscia, incubi e sogni? David Teboul non l’ha mai chiesto all’amica Simone Veil e quando se n’è reso conto era ormai troppo tardi per trovare risposta. Quella domanda ora riecheggia nel libro straordinario che il regista francese le ha dedicato con il titolo Alba a Birkenau (288 pp., Guanda).  Il volume nasce da una serie di incontri fra Veil e Teboul ma non è un saggio né una riflessione. Non ha pretese di completezza. È frammentario, incompleto e rapsodico come ogni umana conversazione – un documentario declinato in scrittura. A comporlo sono le parole, rese in prima persona, della stessa Simone Veil – il dialogo che per anni intrattiene con Teboul, gli scambi affettuosi con la sorella maggiore Denise, l’amica di Birkenau Marceline Loridan-Ivens e Pete Schaffer incontrato nel campo di Bobrek.  Pagina dopo pagina, la voce indimenticabile di una delle icone della storia d’Europa torna così a noi in un racconto che schiva la retorica, i facili sentimentalismi o le formule assolutorie – la lama di un...

Tenere aperto il mistero / Dialogo su Dio

Gabriella Caramore ha insegnato alla Sapienza di Roma, ha scritto molti libri – La fatica della luce, Pazienza e, insieme a Maurizio Ciampa, Croce e resurrezione – e ha curato e condotto per molti anni – dal 1993 al 2018 – una trasmissione di Radiotre, Uomini e profeti, trasmissione che potremmo definire profetica. L’Italia è un paese di tradizioni cattoliche, e sappiamo che “cattoliche” vuol dire molte cose differenti. Ma l’Italia è sempre stata spartita da due forme di clericalismo: i religiosi non parlavano il linguaggio dei laici e i laici non si interessavano di religione, e anzi credo anche oggi rimanga una grande ignoranza su questa realtà antropologica. Già da questo punto di vista credo che questo libro, La parola Dio (Einaudi), sia importante, perché Gabriella Caramore intreccia, con grande abilità, cose profonde a nozioni di base. Ad esempio già nelle prime pagine sottolinea come il nome Dio non si dica in un solo modo: nella Bibbia ebraica Dio si dice in molti modi, non può essere esaurito. E il Nome al di sopra di ogni nome è il nome impronunciabile che non può essere detto. Uomini e profeti quindi ha parlato di religione da parte non solo di credenti ma anche di...

María Zambrano. L’aurora, l’esilio, il parto

Sentinella all’erta! María Zambrano fu per tutta la vita una donna insonne. Ella stessa racconta, nella sua quasi-autobiografia, delle notti trascorse da sveglia, con gli occhi sbarrati, ad attendere l’aurora: «Vicino alla mia casa, a Madrid, si udivano le sentinelle chiamarsi e rispondersi: ‘Sentinella all’erta! All’erta sto! E io per questo non volevo dormire, perché volevo essere una sentinella della notte, e credo sia proprio questo, l’essere sentinella, l’origine della mia insonnia perpetua» (nella trad. it. in «Aut aut», 279, 1997, p. 125).  Filosofa dell’aurora definisce Zambrano Elena Laurenzi, curatrice di questo volume (Dell’Aurora, Bologna, Centro editoriale dehoniano; ed orig. De la aurora, Madrid 1986) risalente al 2000 e del quale la presente è un’edizione identica alla precedente e riproposta vent’anni dopo.   Le aurore insomma Zambrano le vedeva e le viveva in prima persona, intensamente. Le aurore anticipate dal canto del gallo che «irrompe e spalanca, in modo decisivo, le porte e il cammino della storia» (Dell’aurora, p. 131). Il gallo animale profetico allorché annuncia, cantando tre volte, il tradimento di Pietro; il gallo animale del sacrificio, che...

Diario 11 / Assomigliare alla pietra

Mi trovo tra le montagne della Valsugana, il giorno di Ferragosto, all’ora del tramonto. C’è un gruppo di amici in un giardino, siamo seduti ad ascoltare musica. Una luce ardente si posa sui boschi circostanti, sulla parete di rocce che delimita il confine del giardino, sulla vigna del terreno adiacente, sui cani che giocano a rincorrersi nel prato. In un istante i colori del cielo mi appaiono in tutta la loro irrealtà, il cielo è effettivamente un altro luogo rispetto alla terra, un gigantesco varco su altri mondi irraggiungibili, come le fauci spalancate di un grosso cane. La padrona di casa canta con gli occhi chiusi in una sorta di beatitudine misteriosa. Distendo le gambe e stringo appena le palpebre per mettere meglio a fuoco l’istante che sto vivendo. Il tempo è rallentato, non conosco né stanchezza né tristezza, ma solo il piccolo incanto che si prova leggendo certe descrizioni maestose della natura, o contemplando un paesaggio di Constable. Ho la netta impressione che l’immagine delimiti la realtà, ma che non sia la realtà. Ciò che vedo è come quei giganteschi teli che ricoprono gli edifici storici in via di restauro sui quali è stampata una raffigurazione del palazzo, in...

Olivetti / Memoria imperfetta

La memoria imperfetta (Einaudi) è quella di Antonella Tarpino, nata e cresciuta nell’Ivrea di Adriano Olivetti, un’epoca prima mitizzata, poi dimenticata e da un decennio circa studiata e rivalutata, col traguardo di aver reso, dal 2019, la cittadina eporediense un sito UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. Definizione altisonante ma un po’ vuota perché oggi, quando si raggiunge Ivrea, si è generalmente delusi. Non esiste nemmeno un punto di accoglienza per essere indirizzati verso le famose architetture olivettiane. Tra gli autori di quelle architetture c’è stato il padre di Antonella, Emilio Aventino Tarpino, che fu un architetto al servizio della Olivetti, impegnato nella progettazione delle abitazioni per i dipendenti. Gli amici del padre sono giovani intellettuali e artisti, buffi personaggi nei ricordi di una bambina, e tutti lavorano per la Olivetti.    Questo è lo spunto iniziale di un libro che mescola indagine, riflessione e reportage in modo inconsueto e affascinante – Walter Benjamin è il santo patrono di questo genere di opere poco classificabili – e comincia evocando, in una sorta di ‘lessico famigliare’, le geometrie degli stabilimenti, le case bianche...

Per una giustizia sovrana sui sovranismi / Il futuro dell’eguaglianza

Poco più di una ventina di anni fa, il sociologo tedesco Ulrich Beck ammetteva che non c’è ancora risposta alla domanda chiave che il passaggio alla seconda modernità impone, dopo le trasformazioni repentine del “dopo 1989”: com’è possibile la giustizia sociale nell’era globale? Oppure, più concretamente: cosa significa e come determinare diritti ed eguaglianze al di là dei confini nazionali, in nome di una comune umanità, riconosciuta a livello cosmopolitico? E, ai tempi delle grandi migrazioni? Infatti, come ci ha ricordato nelle sue ultime esternazioni anche Zygmunt Bauman, la partizione umana “noi-loro” ha funzionato ancora bene nella fase della prima modernità, incardinata sul primato dello Stato-nazione, ma appare incompatibile con la prospettiva dell’era globale. Si può dire che il lungo excursus storico sull’idea di eguaglianza e sui modi in cui essa ha generato e innervato dinamiche sociali, economiche, politiche e ideologiche, dall’antica Grecia a oggi, compiuto nel suo ultimo libro da Aldo Schiavone (Eguaglianza. Una nuova visione sul filo della storia, Einaudi, Torino 2019), miri proprio a rispondere, o quantomeno ad abbozzare qualche prima risposta, a queste domande...

16 gennaio 1933 - 16 gennaio 2020 / Susan Sontag. La coscienza imbrigliata

5 maggio 1964: “La mano destra = la mano aggressiva, la mano che masturba. Perciò, preferire la mano sinistra!... Renderla romantica, sentimentale!”. Con questa frase si apre La coscienza imbrigliata al corpo. Diari e taccuini 1964-1980 di Susan Sontag, il secondo volume curato dal figlio David Rieff e tradotto ottimamente da Paolo Dilonardo, (Nottetempo, pp. 593), che renderà a breve in italiano le opere della autrice americana da Nottetempo. Il libro comprende gli anni centrali della sua attività di saggista e scrittrice, quelli più fervidi di idee e opere, ma anche quelli in cui si manifesta il tumore al seno. I diari sono una sorta di zibaldone, un palinsesto, un brogliaccio, in continuo bilico tra la sua vita privata e l’annotazione di pensieri, letture, film visti, incontri e frasi prese al volo, una scrittura tesa tra la riflessione di sé e gli appunti per saggi e articoli.    La mano destra è la mano sessuale, suggerisce Susan, aggressiva, mentre la sinistra è quella preferita, perché inattesa e mancina? Ma quale delle due vuole rendere romantica e sentimentale? La destra o la sinistra? L’esperienza amorosa e sentimentale occupava buona parte di Rinata (...

Claudio Morganti a Prato / Un tribunale per Woyzeck

Sostiene Nicola Chiaromonte che tra i luoghi originari del teatro c’è il tribunale. Quello che Claudio Morganti ha allestito sul palcoscenico del Fabbricone di Prato per la messa in scena de Il caso W. di Rita Frongia è un tribunale con tutti i crismi: il tavolo dell’accusa di fronte a quello della difesa, paralleli sui due lati della scena, la cattedra del giudice più arretrata, e una sedia al centro, semplice e scomoda, il seggio periglioso destinato ai testimoni e, soprattutto, all’accusato. Una scena degna di un court drama movie americano, tipo Testimone d’accusa, dove però fin dalle prime battute, le frequenti crepe della ritualità giudiziaria lasciano intravedere uno sfondo che con la solennità della giustizia ha poco o nulla a che vedere e molto, invece, con l’irresponsabile noncuranza del suo esercizio burocratico, con il giudizio in quanto potere: a ben guardarli, questi attori che appena prendono la parola rivolgendosi all’assemblea dei giurati raccolta in platea incarnano con disinvoltura la prosopopea del ruolo (e della formula di rito), sono tutt’altro che irreprensibili, a cominciare dal loro primus inter pares, il Giudice interpretato dallo stesso Morganti che...

1930 - 2019 / Michel Serres, o della gioia di pensare

“Il mare e la matematica”: mi piace pensare che le coordinate entro le quali Walter Benjamin iscriveva l’opera di Paul Valéry si adattino ancor meglio all’avventura del pensiero di  Michel Serres che ci ha da poco lasciati. Nato ad Agen nel 1930, nel Sud ovest della Francia dove le rive della Garonna annunciano le onde dell’Atlantico, Serres entra nella scuola navale, ma ben presto rinuncia alla vita militare, per non cedere, ai tempi della crisi di Suez, alla logica di morte. Dalla terra catara delle origini aveva tratto il senso acuto di una storia umana in preda alle potenze del male e la volontà ferma di costruire una filosofia che fosse anche ricerca delle vie della pace: se il vero significato di filosofia, chiedeva, fosse “sapere dell’amore” più che “amore del sapere”? Amava ripetere che il filosofo che lo aveva maggiormente ispirato era Simone Weil, da lei aveva attinto il rifiuto della forza, quell’atteggiamento di “ritegno”, quel trattenersi che anche l’uomo contemporaneo dovrebbe apprendere dal Dio di Simone, di fronte ai rischi di una tecno-scienza diventata thanatocratica, affidata alla logica delle armi. Non amava la polemica, il cui etimo risale a polemos, la...

"La mia vita non sono io" / Meditare la vita

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:   “meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).   Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare,...

Fratello e sorella / André e Simone Weil: l’arte della matematica

«Il genio era bicefalo – scrive Sylvie Weil, figlia di André e nipote di Simone, in un suo intenso libro di memorie, sospeso tra rievocazione famigliare e percorso di ricerca interiore (Chez les Weil. André et Simone, Buchet/Chastel, Paris 2009; trad. it. Casa Weil. André e Simone, Lantana, Roma 2013)  –. Mio padre aveva un doppio, un doppio femminile, un doppio fantasma. Sì, perché mia zia, oltre a essere una santa, era un doppio di mio padre, cui assomigliava come una gemella. Doppio onnipresente, come può esserlo solo un fantasma che non ha più altro da fare. Che non è più militante, non insegna più, non parte più per fare la guerra in Spagna, non ha più stupefacenti incontri con Cristo, e ciò nonostante continua, senza tregua, a fare tutto questo, ancora meglio dei vivi. Un doppio per me terrificante, perché le assomigliavo tanto. Assomigliavo al doppio di mio padre».    Una fotografia li ritrae insieme, André e Simone, nel 1922, durante le vacanze estive a Knokke-Le Zoute. Entrambi sono seduti dietro un tavolo – quasi un banco di scuola – e strizzano gli occhi, forse a causa del sole, forse perché entrambi sono fortemente miopi. André, che all’epoca ha sedici...

L'altra metà del cielo / Le donne e la chiesa

Negli ultimi decenni tra le donne e la chiesa cattolica è andata crescendo un'inimicizia del tutto nuova che talvolta si esprime con toni duri, espliciti, persino esacerbati, talvolta è silenziosa, strisciante, addolorata; per lo più assume la forma di un'assoluta indifferenza. Questa è la sua faccia più radicale e ne mostra chiaramente la gravità; è come se si fosse oltrepassata una soglia da cui pare difficile tornare indietro. Si tratta di una situazione del tutto nuova. Infatti, per secoli e quasi fino all'altro ieri, per così dire, nonostante molte difficoltà e ancor più delusioni le donne hanno costituito la base più appassionata, tenace e fedele della chiesa cattolica, il suo zoccolo duro. Oggi il loro allontanamento e la loro disaffezione hanno assunto dimensioni tali da allarmare sia le gerarchie ecclesiastiche sia chi ha a cuore il futuro del cristianesimo.    La secolarizzazione crescente e l'emancipazione femminile sono tra le cause che, in varia misura, hanno portato a questa inedita situazione. Tuttavia, rispetto alle chiese sorelle del mondo della riforma, senza dubbio quella cattolica sembra avere con le donne (e anche con la società contemporanea nel suo...

Raffaello e l’alfabeto degli esseri celesti

Il San Sebastiano (1501-1502 ca.) di Raffaello, dell’Accademia Carrara di Bergamo, regge una freccia nella mano destra, simbolo del suo martirio scampato, e guarda assorto verso una vicina lontananza. Il manto rosso è bordato con caratteri di un alfabeto che non sembra appartenere alle famiglie dei linguaggi conosciuti. Nella mostra Raffaello, l’eco del mito sono presenti scritture segrete, in forma di ornamentazioni epigrafiche, anche sulle vesti delle Madonne e dei santi dipinti dai maestri guardati da Raffaello, quando era dodicenne: nella Madonna con il Bambino in trono tra i santi Giovanni evangelista e Agostino (1494) di Perugino, nella Madonna della Pace (1495 circa) di Pintoricchio.    Raffaello Sanzio, Grande Madonna Cowper (o Madonna Niccolini) 1511, dettaglio, National Gallery of Art di Washington. In numerosi casi della storia dell’arte, tra Duecento e Cinquecento, molti pittori hanno racchiuso nelle aureole dei santi, e dipanato sui manti o sui troni, caratteri di una lingua sconosciuta, una lingua dei cieli, pronunciata iconicamente per gli occhi che sanno intuire i messaggi spirituali. A volte sembrano segni di alfabeti pseudocufici o di altre culture....

I died for Beauty / La bellezza è una domanda

Quando Josif Brodskij, in occasione del conferimento del premio Nobel per la poesia e la letteratura, sostenne che uno dei principali problemi del nostro tempo è la volgarità, e che solo la bellezza avrebbe potuto salvarci, non avevamo forse compreso fino in fondo quanto fosse nel giusto. Ma si sa, è dei poeti vivere al di sopra delle proprie possibilità, come diceva sempre Luigi Pagliarani. Brodskij poi aggiunse che l’estetica è la madre dell’etica, perché la contiene, completando una diagnosi e un progetto per cambiare la nostra vita. Non l’abbiamo ascoltato. La volgarità, e non la bruttezza, si propone nel nostro tempo come il contrario della bellezza; così come l’indifferenza, e non l’odio, è il contrario dell’amore. Se il bello è passione e distacco; se è perfino un certo livello di disinteresse che separa il bello da altre forme di passione, anche il brutto è passione e richiede di essere capito e giustificato, come ha sostenuto Umberto Eco in un testo sul brutto, ora contenuto in Sulle spalle dei giganti, La nave di Teseo, Milano 2017. Ci rendiamo subito conto che siamo sulla soglia di noi stessi, al margine generativo del possibile, dove si profilano le condizioni per...

Insegnare la letteratura / Leggere con l’orecchio

Se esiste la letteratura non possono non esistere la storia e la critica della letteratura. E dunque, chi si applica a mettere in sequenza i suoi frutti, e chi si dedica al loro giudizio. Alla loro interpretazione. Chi opera per coglierne il senso nascosto, o profondo. O per decifrare nel suo specchio le verità dell’epoca con la quale la letteratura intrattiene rapporti più o meno indiretti.  Se esiste la letteratura non può non esistere una visione, e dunque una teoria della medesima. Nel senso puro e semplice che nei suoi frutti si dà a vedere un mondo. E comunque, al di là del suo valore di intrattenimento, di divertimento – che sia in versi o in prosa, che sia un poema, un romanzo o un racconto – l’opera letteraria condensa in sé un pensiero, un’idea del mondo. Come ogni manufatto linguistico.   Esistono dunque a buon diritto il critico, lo storico, il teorico della letteratura. Ora, tali professioni, anche nel senso di fede – di fede e fiducia nella parola: che possa produrre conoscenza – si esplicano in vari modi. C’è il critico accademico, c’è il critico militante, c’è lo storico, e c’è l’interprete, e c’è il recensore di libri sui quotidiani. Chi insegna dall’...

René Girard: la voce inascoltata della realtà

Ci si può chiedere che senso abbia la discussione intellettuale di fronte all’atrocità di eventi come quelli occorsi a Parigi ieri notte. L’impotenza del pensiero di fronte all’atto conclusivo, definitivo e violento. Crediamo in realtà che l’imperativo in questi momenti drammatici sia proprio quella di capire quali siano gli strumenti per descrivere e capire la complessità delle forze in gioco. Le insidie che si nascono dietro all’angolo in un mondo che sta affrontando conflitti inediti. In questo senso, se c’è un pensatore che ci può aiutare a radiografare le metamorfosi della violenza, questo è proprio René Girard.      È sempre difficile ricostruire il profilo intellettuale di un pensatore. In modo particolare se si tratta di qualcuno che come René Girard ha seguito un percorso poco convenzionale, improntato a una libertà esistenziale e di riflessione non comuni, in bilico fra due continenti e fra diversi campi di discussione disciplinare, senza mai tentare di aderire a un profilo accademico propriamente definibile.   Nonostante i tributi...

Lottare per l'inquadratura

Gli operai non hanno mai avuto vita facile sui media moderni. Anche se si tratta di due realtà pressoché coeve. Quello che è considerato il primissimo film della storia del cinema, per esempio, è ambientato proprio in una fabbrica. Fu proiettato nel 1895, si chiama L'uscita dalle Fabbriche Lumière (La Sortie des usines) e dura poche decine di secondi: non mostra che l'apertura dei cancelli e il defluire dei lavoratori a piedi e in bici.   In quel filmato – un evento pubblicitario grazie al quale i Lumière legarono l'invenzione al loro nome e al loro marchio – si può osservare un particolare solo in apparenza marginale: la scena fu girata durante una giornata feriale, tuttavia in quell'occasione le maestranze si vestirono al loro meglio. Probabile quindi che quelle immagini documentino più l'abbigliamento nel giorno di festa che la reale tenuta quotidiana di molti di loro.   Allo stesso modo, il mondo del lavoro battezzò la cartellonistica, come dire la tv dell'epoca. È il caso del manifesto dell'Expo milanese nel 1906, che celebrò il traforo del...

Matematica mon amour

Soffriamo ancora dell’antico male di una marginalità delle scienze nel panorama complessivo della nostra cultura; eredità, certo, del classicismo umanistico su cui si sono innestati prima il neoidealismo, liberale e fascista, poi lo storicismo, ma vi sono anche responsabilità degli scienziati, spesso gelosi custodi dei propri saperi, protetti nella clausura sacerdotale di linguaggi specialistici. Uno dei primi meriti degli scritti che Claudio Bartocci ha raccolto in Dimostrare l’impossibile (Cortina 2014) è il richiamo al dovere etico di rendersi comprensibili a tutti: condizione per lo sviluppo del sapere (e della civiltà) è “fare uso pubblico della propria ragione” (Kant), senza soggiacere a coercizioni esterne. Del resto, proprio le innovazioni delle tecnologie informatiche affidano il futuro dei saperi alla condivisione. Il matematico inglese Tim Gowers decise nel 2009 di proporre in rete un difficile problema di combinatoria e furono le risposte dei lettori a condurre alla soluzione; esperimento di intelligenza collettiva, rilevante soprattutto nella prospettiva dell’etica della ricerca scientifica. La...

Sull'arte di abitare il tempo della crisi

Come per ogni altro prodotto linguistico, anche agli slogan, si sa, è concessa vita breve. Destinati a scomparire tra le pieghe dei discorsi che la società spettacolare incessantemente produce, il carico di speranza o d'inquietudine che essi disseminano per la strada si trova presto costretto a privilegiare altre formule per poter persistere. E tuttavia, benché cancellati, contraffatti o semplicemente abbandonati, gli slogan riescono ancora a riservare sorprese a chiunque voglia ripercorrerne variazioni e metamorfosi, accorgendosi in tal modo che la maniera in cui essi si oppongono e si fronteggiano nulla ha da spartire con un avvicendarsi pacifico e cronologicamente scandito.     Basterebbe, ad esempio, accostare il motto riportato dalla copertina di un celebre singolo dei The Clash, "The future is unwritten", alla firma "Start from zero" con cui l'omonimo collettivo di Hong Kong segna i muri della propria città, per accorgersi di come sia pressoché impossibile quantificare in anni, persino in decenni, la distanza che li separa. È come se una frattura incolmabile si fosse insinuata tra queste due...

Sudafrica: minatori di pil

Il 18 giugno scorso, è finito lo sciopero minerario più lungo della storia del Sudafrica. Con fatica i primi tre produttori mondiali di platino: Anglo-American Corporation (AAC: il cui brand diamantifero è De Beers, ma quello del platino è Amplats, che da solo vale il 38% del platino mondiale), Impala Platinum (brand: Implats) e Lonmin (partecipata del colosso svizzero Xstrata) hanno raggiunto un accordo con il sindacato egemone del settore, cioè l’AMCU (Association of Mineworkers and Construction Union). Fondato nel 1998 da una scissione del NUM (National Union of Mineworkers), branca della potente centrale sindacale COSATU (cioè le Trade Unions sudafricane, con circa due milioni d’iscritti). Anche se giovane, l’AMCU è rapidamente diventato il sindacato egemone tra i minatori del settore estrattivo, con una partecipazione di oltre il 70% dei lavoratori della Lonmin e maggioritario (oltre il 50%) anche nelle altre due società.   La decisione di approvare l’accordo, è stata espressa dalla maggioranza dei 70.000 minatori africani (in Germania li chiamerebbero gastarbeiter, nel senso che...

L’irriconoscibile in Antonella Anedda

Lo sfaldamento dei corpi e dei nomi. L’assottigliamento del sé che impallidisce, sino a divenire quasi spettrale. La scomposizione di un’immagine, il ritaglio dei dettagli. Dove si incontrano questi due movimenti: il vento gelato del tempo cui siamo in balia, che disperde le identità materiali e simboliche, e la furia analitica dello guardo che fissa i particolari, li isola dal tutto.   Sfaldamento e scomposizione: all’incrocio di queste due correnti ascensionali stanno i due ultimi libri di Antonella Anedda: i saggi, dedicati alla storia dell’arte e al suo incontro ecfrastico con la poesia, di La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi e quindi la raccolta poetica Salva con nome (rispettivamente del 2009 e 2012, da cui provengono tutte le citazioni non altrimenti segnalate).   “Perdere? è una porta sul vuoto”, scriveva Anedda nell’ultimo testo de la Vita dei dettagli. È in quella porta che s‘inoltra ora Salva con nome. L’estinzione e la perdita: qui sembrano incontrarsi le correnti gelide dello sfaldamento e della scomposizione. Collezionare perdite, l’ultima...