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Walter Benjamin

(183 risultati)

Un’esperienza dal Festival “Tuttestorie” / Il corpo libro: teatro per bambini da 0 a 18 mesi

I veri privilegiati, almeno da due anni a questa parte, sono loro: i bambini. Sono gli unici a toccare senza la paura di farlo, a respirare i luoghi senza il timore (né alcun presentimento) del contagio, a muoversi negli spazi senza anteporre la mancanza di coraggio. Nelle chiacchiere da bar qualcuno ancora si chiede come ci vedano loro, adesso che indossiamo il più delle volte una mascherina. Fuori dal teatro Massimo di Cagliari ho provato a usare la celebre tecnica del “cucù” con uno di loro, abbassando il velo azzurro davanti alla bocca e buttando fuori una linguaccia: il piccolo, di appena sedici mesi, non ha battuto ciglio. Era in attesa di vedere uno spettacolo. Un’opera teatrale che dovrei dire “per” l’infanzia e che invece mi ostinerò a definire “dall’“infanzia, secondo una mia personalissima concezione di ciò che riguarda questo territorio tanto aperto e sfrangiato: un territorio dall’infanzia prima che dell’infanzia.    Sono approdato in terra sarda il giorno dopo la chiusura del Festival “Tuttestorie”, dall’omonima libreria cagliaritana che da sedici anni organizza questa kermesse esplicitamente dedicata “ai ragazzi”. Per un’altra settimana, però, hanno...

30 ottobre 1871 – 30 ottobre 2021 / Paul Valéry, o la musica del pensiero

Centocinquanta anni dalla nascita di Paul Valéry. Walter Benjamin, negli anni parigini, immaginava di offrire al poeta, nell’occasione di un suo anniversario, un ex-libris che figurasse un compasso. Un compasso con una gamba nel fondo del mare e l’altra aperta verso l’orizzonte. Benjamin ricorreva all’iconologia, ai suoi emblemi: la scrittura di Valéry come ricerca di una verità che resta sempre nascosta e che la navigazione nei saperi può sì intravvedere ma mai disvelare, e allo stesso tempo la scrittura come sguardo rivolto verso l’orizzonte, verso il confine. Che è confine tra la terra e il cielo, tra il visibile e l’invisibile, tra il noto e l’ignoto. In effetti, quel che Valéry, nella sua poesia, nei suoi saggi e dialoghi e soprattutto nei suoi Cahiers – questo rigogliosissimo Zibaldone novecentesco – mette in scena è l’avventura di un pensiero in costante stato di interrogazione: la verità, anzi la sua assenza, è sorgente di un’immaginazione che si affida di volta in volta alla lingua della poesia, al frammento, all’aforisma, alla trattazione teorica, all’indagine psichica, all’escursione erudita sulle lingue e sulle discipline fisiche e matematiche, alla narrazione, all’...

Musei dell'Est (3) / La DDR rinata a Berlino

Berlino è la città in cui, rispetto alle due precedenti, esiste una peculiare categoria culturale di cui è necessario tener conto se si parla di vita quotidiana ai tempi del comunismo e di sua rivisitazione museale: la nostalgia, anzi, la Ostalgie. Quel fenomeno di rimpianto per l’Ost (est) che dalla cosiddetta Wende (svolta, crollo del Muro e successiva riunificazione delle Germanie) in poi ha conosciuto diverse fasi e assunto molte sfumature differenti. Una non trascurabile parte degli ex cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, a eccezione di quelli che hanno immediatamente colto l’occasione per spostarsi il più lontano possibile dai territori che ancora odoravano di socialismo, prova un sentimento di malcelato fastidio nei confronti della riunificazione.   A quell’evento guarda come a un’annessione da parte del potere forte occidentale che del paese comunista cancellato dalle carte geografiche ha voluto fare piazza pulita e che, liquidandone le pur discutibili componenti politico-ideologiche, non ha risparmiato nulla, né tradizioni culturali, né abitudini quotidiane, né specificità architettoniche. La prevaricazione occidentale, e le sue conseguenze socio-politico-...

Rovesciare lo sguardo / Decolonizzare i musei

Al nostro passaggio ci appaiono come sale polverose, anche se sono bianche e luminose o tirate a lucido quando sono più vetuste, dense di reperti antichi o più recenti, di opere note e di anonime cartografie, di vasellame, arazzi e di oggetti della quotidianità che hanno perduto il loro valore d’uso, forse banali ma anche perturbanti a guardarli bene. Talvolta ci sono reperti umani come se si trattasse di un Museo di Scienze Naturali, invece stiamo attraversando un museo dedicato ai popoli soggiogati dall’impresa colonialista. Quei reperti rispondono al nostro sguardo — l’unico atto che ci è concesso — ri-guardandoci da dietro il cristallo della teca che li protegge nel loro sonno indotto, escludendo a noi per sempre ogni conoscenza tattile, ogni ulteriore sensorialità, pure il suono e l’odore ci sono negati. Attraversiamo le sale del museo secondo percorsi prestabiliti, magari accogliendo passivamente le didascalie e le informazioni a nostra disposizione quali entità accumulabili in un archivio immaginario che raramente consulteremo di nuovo. Eppure, l’esperienza si accumula nella polvere, sui velluti scuri su cui sono adagiati i singoli pezzi, sotto dei coni di luce che ne...

Una mostra alla Fondation Henri Cartier-Bresson / Vedere Parigi con Eugène Atget

“La fantasticheria contemplativa liberamente divagante non si addice alla loro natura. Esse inquietano l’osservatore; egli sente che per accedervi deve cercare una strada particolare”: così Walter Benjamin parlava, nel 1939, in occasione della seconda stesura del suo testo più noto delle fotografie di Eugène Atget. Per l’osservatore odierno, nulla si è perso dell’aura enigmatica che le avvolge, complice anche la scenografia delle sale della Fondation Henri Cartier-Bresson che, in occasione della mostra ora in corso fino al 19 settembre “Eugène Atget, Voir Paris”, si presentano in una penombra favorevole alla conservazione delle delicate stampe d’epoca e alla contemplazione inquieta del loro mistero.   Parigi vista da Atget è uno dei due grandi protagonisti della mostra, Atget fotografo e poeta visionario della ville ne è il perfetto e necessario pendant: le fotografie esposte sono stampe originali realizzate dallo stesso fotografo tra la fine del XIX et l’inizio del XX secolo, su una sottilissima carta posta a contatto con un negativo su lastra di vetro, esposto alla luce naturale. Annotate e numerate a mano dall’autore sul retro, sono così classificate secondo i temi e...

”Autoritratto di un fotografo” / Ferdinando Scianna, uno, due e tre

La seconda immagine che si vede nel libro ritrae la strada dove è nato a Bagheria. Scattata nel 1959, quando aveva 16 anni, è stata presa quasi rasoterra e ritrae il selciato della via con le case sullo sfondo fuori fuoco. In primo piano lo scolo che raccoglie le acque piovane e le avvia verso il basso; c’è lì ancora un poco d’acqua reflua che fa luccicare il percorso del liquido all’ingiù per la pendenza. Un punto di vista inatteso, un po’ come se un attore avesse fotografato il palcoscenico dove recita, perché la via, stando anche ai ricordi di Ferdinando Scianna è il luogo dei suoi giochi, uno spazio che ritorna spesso nelle sue immagini. La prima immagine che apre questo Autoritratto di un fotografo (Contrasto, pp.205, € 22,90) raffigura infatti il fondale di quel teatro della vita: una casa con affacci e scale esterne, una donna anziana che si sporge e un bambino appena mosso in primo piano.   Scianna è un fotografo con una spiccata vocazione teatrale: è attirato dalle scene, che fotografa quasi sempre frontalmente, come se sullo sfondo ci fosse una quinta, l’elemento scenico che definisce lo spazio dove si muovono i suoi soggetti. La scena naturalmente c’è sempre, come...

Un libro di David Levi Strauss / Perché crediamo alle immagini fotografiche

Poeta, saggista, critico d’arte, studioso vicino a John Berger, come quest’ultimo David Levi Strauss scrive sulla base di urgenze e interrogativi etici. Non a caso vari suoi scritti vertono sugli intrecci tra politica ed estetica, con particolare attenzione al mezzo fotografico. Nel 2007 è stato pubblicato il suo libro Politica della fotografia (Postmedia books, Milano), una raccolta di saggi sul rapporto tra fotografia e politica. Ora per Johan & Levi è uscito il suo denso saggio Perché crediamo alle immagini fotografiche (Milano, 2021, pp.88, € 10) dove, a fare da guida alla sua riflessione, si trovano critici e filosofi come Walter Benjamin, John Berger (che, per altro, aveva scritto l’introduzione al suo libro precedente), Roland Barthes e soprattutto Vilém Flusser.    Le domande di fondo, che attraversano tutto il libro, sono: «In che modo crediamo alle immagini tecniche e come sta cambiando la fede che riponiamo in loro?»; ma anche: come mai continuiamo a credere alle fotografie nonostante tutto, nonostante la loro sempre più scarsa attendibilità nel raccontarci la verità, nonostante sia sempre stato possibile manipolarle e falsificarle? Sappiamo fino a che...

Wu Ming 1 / La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni

Negli ultimi anni è emersa in modo impressionante una cultura di destra che, mescolando riferimenti ai fascismi e visioni reazionarie, razziste e sessiste della società con un accentuato complottismo, si è caratterizzata per un tratto spirituale ed esoterico con paradossali aspetti pop di massa. Tale “conspiritualità” mostra carattere mutante ed endemico nel mondo digitale, rielabora subculture new age e si manifesta con un uso ipertrofico del segreto e del simbolico fino a dare luogo a sintesi irrazionaliste di cospirazionismo paranoide che hanno matrici di lungo periodo. Wu Ming 1 nel nuovo libro La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni racconta la difficile, disturbante e contorta storia di QAnon, forse il paradigma più recente, inquietante ed estremo di questa galassia onlife. Il libro è un reportage di inchiesta frutto di un imponente lavoro di ricerca ma è anche molto di più: in continuità con lo stile dell'autore è un “oggetto narrativo non identificato” (un genere a cui l'editore Alegre ha dedicato una collana) per le diverse tipologie di scrittura che lo compongono.   Con le sue quasi seicento pagine La Q di Qomplotto compie innanzitutto un'operazione di ridefinizione...

Fotografia di architettura / Sul margine liquido della città

FD – Alle prime luci del mattino di una giornata di inizio giugno del 2020 mi trovo su una piattaforma di cemento, rialzata di un piano rispetto al sottostante livello stradale, per riuscire a dominare con lo sguardo l'accesso al gigantesco parcheggio di un centro commerciale situato sul margine orientale dell'area metropolitana di Roma. Nell'inclinazione ancora piuttosto bassa dei raggi del sole, la massa indistinta di lamiera blu scuro che ricopre l'orizzonte inizia lentamente a prendere definizione; una volta montato il mirino spot da cinque gradi sul mio esposimetro Minolta posso iniziare le misurazioni.   "Architectural photography can involve a lot of waiting; the building becomes a kind of sundial, while you wait for a shadow to crawl away from a detail you want, or for the mass and balance of the structure to reveal itself in a certain way."   In termini fotografici, il mese di giugno a Roma è sul limite delle possibilità di gestione della luce e le ore di lavoro tendono a restringersi drasticamente intorno ai due poli di alba e tramonto; questi primi scatti esplorativi, punto di partenza di un'indagine fotografica sull'espansione della città in direzione est,...

Perché abolire le humanities? / Università: affamare la bestia

Sulla libertà accademica ha tenuto recentemente un magnifico discorso il presidente della Repubblica Irlandese, il poeta Michael Dennis Higgins.. Per capire i termini della questione a cui si rivolge è utile vedere un documentario Starving the beast   La posta in gioco è importante ed è destinata a diventare sempre più centrale, e non solo al sistema accademico: le università selezionano le classi dirigenti, ed è quindi quasi tautologico che il mondo anglosassone guidi le trasformazioni dei sistemi universitari che si fanno, come gli spostamenti di popolazioni, le comunicazioni, i commerci, i flussi di capitali e la stessa natura dei sistemi politici, progressivamente globali. Sarebbe piuttosto strano se le grandi potenze mercantili e militari del mondo selezionassero la loro classe dirigente, e sempre più quella mondiale, attraverso l’Italia. Per dare un’idea di cosa si tratta basta qualche cifra: dalla Cina partono 1.000.000 di studenti ogni anno, dall’India 330.000 mila, in Europa solo la Germania spedisce all’estero oltre 140.000 studenti in altri paesi. La fuga dei cervelli, come si dice spesso in Italia in modo piuttosto allarmistico, è la parte che giochiamo anche noi...

Frédéric Pajak / Sotto il cielo di Parigi con Nadja, Breton, Benjamin

Il Manifesto incerto di Pajak, recente vincitore del premio di saggistica Città delle Rose, sono due volumi di luce, storia, poesia, disegni e biografie. Le sue pagine di bella carta accolgono una straordinaria sequenza di sguardi su Parigi e sul mondo, accostando con potenza le voci e i punti di vista dei grandi personaggi che l’hanno abitata – con particolare indugio su Walter Benjamin e André Breton – e di altri uomini qualunque, compreso l’autore, che si affaccia alla sua stessa storia con fare dimesso e visionario.   Un brevissimo racconto della genesi del libro arriva in testa al secondo tomo: Pajak dice che il suo lavoro è durato una vita, è iniziato quando era soltanto un ragazzo, a meno di sedici anni di età, ma allora c’era un problema. «Il libro muore ogni giorno», dice Frédéric. Devono passare mesi e mesi perché, come un fiume carsico, il pensiero del Manifesto riemerga, si dipani, riesca a prendersi uno spazio visibile e placido sulla superficie del foglio. È questo genere di incertezza, quella del fiume carsico, che il libro di schizzi e parole esprime così solennemente. E, dopo tanto scavo, dopo tanta rincorsa nelle tenebre, il libro fiume riaffiora dopo che...

Duecento anni / Baudelaire, l’infinito nelle strade

Duecento anni fa, il 9 aprile, nasceva Baudelaire. Duecento anni: un tempo in cui la presenza del poeta è via via diventata più intima a quelle che oggi chiamiamo ragioni della modernità, ma anche più intima alla nostra lettura del mondo, dei suoi enigmi, delle sue ferite. La poesia di Baudelaire è il pentagramma su cui molta poesia venuta dopo di lui ha scritto la propria musica: dopo Baudelaire è un’espressione che può comprendere Rimbaud e Valéry, Trakl e Eliot, Whitman e Pasternak e moltissimi poeti.  Per questo riaprire I Fiori del male è ritornare a un principio in cui temi e figure, accenti e registri di tutta la poesia che diciamo moderna sono come raccolti, o annunciati.    I Fiori del male sono un libro poetico che si può collocare nel cuore della nostra epoca. Come per la Commedia di Dante, quella poesia non ha mai cessato di interpretare un tempo successivo a quello in cui il suo autore è vissuto. Anche Baudelaire ha compiuto una peregrinazione, ma nell’inferno della metropoli, che è ancora la nostra metropoli. Lungo questa peregrinazione, l’invisibile si è mostrato nelle vesti del visibile. L’estremo nel ritmo del quotidiano, l’infinito nelle...

Intervista a Marcello Maloberti / Le parole come incontro di boxe

Da qualche tempo penso alla latenza delle immagini. Subito dopo aver sostato nel senso latente di una figurazione vista direttamente con gli occhi provo anche il processo inverso, ovvero cerco di immaginare qualcosa che è detto o evocato da una parola o da una frase. Per esempio, mi sovviene il titolo di un’opera di Marcello Maloberti: “Le formiche fanno fatica sulla neve”. Cosa sta tra l’immaginare ciò che viene nominato e vedere direttamente le formiche che si muovono sulla superficie di un luogo innevato? Come indaghiamo il senso latente di un’immagine nominata, ciò che agisce accanto o dentro la correlazione tra significante e significato? Da qualche anno Maloberti scrive – a pennarello nero su fogli bianchi A4 – frasi sotto forma di slogan, frammenti impulsivi, aforismi umorali, con vari registri, visioni, parole/immagini dirette, frontali, sfacciate, intese come un sipario che si apre. Queste frasi tridimensionali scritte a voce sono “martellate”, ovvero qualcosa che ha il fine di permanere nella testa e di martellare ulteriori immagini, idee, dubbi, spostamenti. Una raccolta dei pensieri scritti come l'urgenza di un titolo è stata pubblicata in un libro...

Sviste e lapsus / Walter Benjamin e l'arte dell'errore fotografico

Ancora oggi, nonostante Photoshop, è largamente diffusa la convinzione che la fotografia costituisca un documento fedele e oggettivo di certificazione dell’effettiva esistenza della realtà che riproduce, convalidato dall’assunto che l’immagine fotografica sia un calco ottico fedele della visibilità del mondo fisico. La nostra identità viene provata tutt’oggi mediante la riproduzione fotografica del nostro volto.  È, nondimeno, incontestabile il fatto che l’invenzione della macchina fotografica, oltre ad avere sollevato molte questioni di natura estetica relative all’artisticità delle fotografie, abbia fornito un notevole contributo alla conoscenza visiva di molti fenomeni naturali, rimasti fino al suo avvento invisibili all’occhio nudo. Tuttavia questi risultati non autorizzano gli eccessi di semplificazione riportati da alcuni manuali, con i quali assimilano il procedimento ottico-fisiologico innervato nell’anatomia dell’occhio umano al meccanismo ottico della macchina fotografica, in quanto inducono ad avvalorare un’insensata equivalenza tra l’immagine fotografica e l’immagine visiva. Per quanto superfluo precisiamo che sussiste un gap insormontabile tra il processo visivo...

Modi del sentire / Solitudine

Il 9 febbraio 1821 Leopardi nel suo Zibaldone di pensieri annota: “L’anima, i desideri, i pensieri, i trattenimenti dell’uomo felice, sono tutti al di fuori, e la solitudine non è fatta per lui: dico la solitudine o fisica, o morale e del pensiero. Vale a dire che se anche egli si compiace della solitudine, questo piacere, e i suoi pensieri e trattenimenti in quello stato, sono tutti in relazione con le cose esteriori, e dipendenti dagli altri, non mai con quelle riposte in lui solo”. Quando inizio a scrivere questo pezzo sono le dieci di domenica 24 gennaio 2021 e mi trovo in una quasi perfetta congiuntura temporale: tra pochi giorni infatti saranno passati duecento anni da quando Giacomo Leopardi ha formulato e messo per iscritto il suo pensiero sulla solitudine umana. Nel mio giardino la pioggia batte incessante. Le foglie sulle sommità degli alberi risplendono quasi bianche, il cielo è crestato di una specie di spuma marina. L’aria, che di solito a quest’ora è pervasa da uno scintillio fresco e sottile, sembra sbiadire in un albore plumbeo. Osservo i laurocerasi che si drizzano sulla ringhiera di confine, le loro ombre si distendono, lo spazio che occupano si dissolve come in...

Wall Street e Silicon Valley / Noi credevamo. I due capitalismi

Nello Barile  in un recente intervento su Doppiozero mette a confronto i due capitalismi, quello della speculazione finanziaria di Wall Street e quello della controcultura digitale californiana, mostrando bene il dilemma della fase attuale.  Questo nostro tempo rende estremi i fenomeni che hanno accompagnato nell’ultimo secolo (1921-2021) il capitalismo e le sue interpretazioni. Nel 1921, in un famoso enigmatico frammento, Walter Benjamin sostenne che il capitalismo è una nuova religione, i cui sacerdoti sono Nietzsche e Freud: la nuova religione dell’individuo, cui siamo indotti a credere attraverso il debito-colpa, il meccanismo indebitante illimitato e senza remissione che ci accompagna fino allo stato di disperazione del mondo. In ideale risposta, scriveva John M. Keynes nel 1925: “noi credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di mantenere i livelli di vita attuali, ma di portarci là dove saremmo stati liberi da preoccupazioni economiche. Oggi noi dubitiamo che l’imprenditore ci porti in una terra migliore di quella in cui siamo”. Quattro anni dopo esplodeva la grande crisi del 1929. Poi la ricetta keynesiana dello Stato interventista ha salvato il...

Una antologia Stile moderno / Georg Simmel e l'estetica sociale

Se, come affermava Goethe, non bisogna cercare nulla dietro i fenomeni poiché sono essi stessi la dottrina, sono gli oggetti stessi a guidare il sapere e a dettarne la forma, proprio gli aspetti materiali della cultura costituiscono per Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo tedesco, occasione di pensiero. “L’ansa del vaso diventa uno dei problemi estetici più degni di meditazione” scriverà Simmel nel 1905 nel suo saggio “di estetica” dedicato a questo elemento liminale, cerniera tra l’oggetto e la mano che ne fa uso, “inglobato nel tessuto di gesti finalizzati di cui è fatta la vita”, poiché è nell’ansa che “il vaso si affaccia in forme visibili e manifeste nel mondo della realtà […]” (p. 307). Il singolare approccio di Simmel traspare già da queste brevi citazioni: l’attenzione alla materialità della cultura non si dissocia mai dall’esigenza di cogliere e descrivere “la vita dello spirito”.   Il volume Stile moderno. Saggi di estetica sociale (Einaudi, 2020), che raccoglie saggi già noti come testi inediti, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, ci propone di tornare a Simmel assumendo l’esigenza di riscoprire il suo pensiero, di coglierlo nella sua...

Affreschi / Cappella Sistina: racconto pittorico

Monumento della genialità dell’arte rinascimentale, la Cappella Sistina è un racconto pittorico delle varie tappe della storia dell’Umanità in prospettiva cristiana. Un progetto che prende slancio dall’atto della Creazione, attraversa narrazioni e passioni delle Storie di Mosè e di Cristo, e giunge fino all’anticipazione del Giudizio Universale. Sia per la meraviglia che si prova nel fare i primi concitati passi tra stuoli di turisti, sia per quel senso di straniante familiarità generato dagli innumerevoli riadattamenti contemporanei dei suoi capolavori, la Cappella Sistina non smette di stupire.    Dall’arte contemporanea alle immagini sul web, i capolavori di Michelangelo Buonarroti in essa contenuti sono un propulsore sia per nuove produzioni artistiche che per l’elaborazione del quotidiano. Pensiamo, per limitarci a qualche esempio, al Cristo del Giudizio Universale “tatuato” da Fabio Viale sul corpo marmoreo del torso Gaddi, o al murale dedicato a Maradona e Messi di Santiago Barbeito, ma anche a tutti i meme che popolano internet e i social network come quello della Creazione di Adamo con l’amuchina in tempi di Covid. La loro attualità è evidente. Iscritti nella...

Flâneur / Gian Piero Piretto, Vagabondare a Berlino

Paul Valery disse un giorno che la sintassi è una facoltà dell’anima. Ma l’anima non ama soltanto costruire razionalmente in vista di un risultato, ama anche l’opposto, l’andare senza meta lasciandosi guidare da una miriade di sensazioni, di visioni, odori, rumori, da un pulviscolo di pulsioni conoscitive che spingono ad esplorare il dettaglio, l’apparenza minima, l’inosservato. La persona che incarna questo desiderio di dissipazione della razionalità strumentale, del faccio questa cosa per ottenere questo risultato, è il flâneur. Una figura che nasce laddove la letteratura incontra la metropoli dando voce anzitutto allo stupore per quel mondo frenetico e artificiale: masse di uomini e di donne in movimento, corse di treni sotterranei e di superfice, esibizioni ipertrofiche di merci nelle vetrine, nei passages, nei grandi mercati, tipi sociali i più variegati che convivono nello stesso spazio urbano, talvolta a pochi metri l’uno dall’altro. A questo mondo promiscuo in cui la marginalità incrocia di continuo il centro ha dato voce Baudelaire in Les fleurs du mal dando inizio a una nuova stagione della scrittura letteraria.   È lui che ha messo in scena per la prima volta il...

Cultura visuale di Michele Cometa / Leggere le immagini

Mi ha colpito un’osservazione di Bredekamp, non ci avevo mai pensato: parlando della bandiera americana posta sul volto della statua abbattuta di Saddam Hussein, a un certo punto, scrive: «Celare il volto della statua equivaleva a metterle la fascia usata durante le esecuzioni capitali per coprire gli occhi del condannato: non per risparmiare a lui la vista, bensì per risparmiare ai tiratori la vista del suo sguardo. I soldati agirono secondo questo modello autoprotettivo» (Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano. Teoria dell’atto iconico, trad. it. di Simone Buttazzi, Raffaello Cortina, Milano 2015). Pensavo che la fascia sugli occhi del condannato fosse appunto un gesto, per così dire, umanitario; si tratta invece di evitare lo sguardo dell’uomo che uccidi. Mi sembra questa una delle caratteristiche fondamentali della svolta iconica che caratterizza la nuova cultura visuale: si tratta di spostare il punto di vista, di vedere le cose con uno sguardo più acuto e penetrante, di accorgersi che il soggetto che guarda è, nello stesso tempo, guardato, dall’altro uomo, ma anche dalle cose, in particolare da quelle cose che chiamiamo immagini. Così ci guardano gli occhi, fissi e...

Scuola / Un vecchio prof. disilluso

Ho letto il bell'articolo di Enrico Manera. Concordo pressoché su tutto. Potrei sottoscriverlo. Queste che aggiungo sono solo considerazioni personali che ne prendono in qualche modo spunto. Vorrei partire in particolare da quel passo dove Manera dice di noi insegnanti che siamo una “classe amareggiata, macerata a lungo nella disillusione, in cui ci sono soluzioni biografiche, anche eccellenti, mentre dal punto di vista generale e politico il senso di sconfitta è schiacciante e pesante”. Perfetto. È proprio così.  E questi sono i pensieri attuali di un vecchio professore, amareggiato e disilluso (e anche un po' depresso).   Innanzitutto l'emergenza. Ha cambiato qualcosa l'emergenza, nella scuola? No. Ha solo messo in evidenza ciò che già c'era, ed era anche ben percepito (da chi nella scuola lavora), ma platealmente ignorato da quelli che Manera chiama i “decisori” (non so se con ironia; forse sì, visto che i decisori decidono ben poco, mi pare). Non serve citare gli immancabili Carl Schmitt o Walter Benjamin per capire il valore delle emergenze, dei casi estremi. Essi sono rivelatori. Ma ciò è chiaro anche al buon senso: quando si giudica della verità di un'amicizia?...

Il mondo dell'infanzia / A scuola da Walter Benjamin

È nota la sensibilità di Benjamin per il mondo dell’infanzia e per la Kinderliteratur, aspetti ai quali peraltro non sempre si è dedicata opportuna attenzione. In un momento come l’attuale, sotto l’impatto delle restrizioni imposte dal coronavirus, è parsa venir meno per i bambini e i ragazzi post lockdown la gioia di divertirsi con mezzi di fortuna, in un giardino, in un cortile, su un marciapiede, in un’aula scolastica, e il gusto di stare insieme. Essi sono stati costretti a limitare a ritmi e abitudini quotidiane (o addirittura a rinunciarvi) e a veder modificati i rapporti scolastici che ne scandivano l’esistenza e che erano parte essenziale della loro identità. Perché non chiedersi allora se Benjamin non abbia ‘qualcosa da dire’ anche sul piano formativo e pedagogico, offrendo preziose indicazioni persino a qualche incuriosito maestro di scuola?  Theodor Adorno ha osservato nel suo Profilo di Walter Benjamin (1972): «Ciò che Benjamin diceva e scriveva sembrava far sue le promesse dei libri di favole per l’infanzia, anziché respingerle con la maturità ignominiosa dell’adulto. (…) Chi entrava in consonanza con lui si sentiva come un bambino che scorgesse attraverso le...

Viaggiare / Roberto Arlt, Acqueforti spagnole

Da sempre, l’uomo per ogni motivo si muove e si sposta, e ne scrive per renderne conto. Esce dalla propria situazione abituale e si amplia con il confronto col diverso. In questo presente confuso in cui l’isolamento e l’immobilità sembrano le uniche precauzioni più efficienti a prevenire il contagio, sarebbe stato bello avere ancora con noi Michel Butor per domandargli come riuscire a non smettere almeno di scrivere, costretti come siamo a stare fermi il più possibile. Nel saggio Le voyage e l’écriture (in «Romantisme», 4, 1972), Butor sosteneva di “viaggiare di meno per viaggiare”, e che “viaggiare è scrivere”, sottolineando sostanzialmente due coincidenze: del viaggio con la lettura, e della scrittura col viaggio. Arriva ad affermare la sua personale impossibilità sia di scrivere che di leggere stando fermo. I suoi luoghi privilegiati sono gli aerei e le metropolitane: gli stessi veicoli che performando il viaggio su scala globale ne hanno tuttavia avvilito, come sappiamo, la natura di incontro. La dimensione, un attimo prima della pandemia, dei viaggi di gruppo e di lavoro, d’altronde, già individuava la saturazione che portava Marc Augé, in Disneyland e altri nonluoghi, a...

Quando Benjamin pianse d'amore / Walter Benjamin e Asja Lacis

«Se lei m’avesse sfiorato con la miccia del suo sguardo, io sarei volato in aria come un deposito di munizioni» (W. Benjamin, Strada a senso unico – «Armi e munizioni»).   Il 5 maggio del 1924, nell’incanto primaverile dell’isola di Capri in cui, seguendo i consigli degli amici Erich Gutkind e Florens Christian Rang ha deciso di trovare ‘rifugio’ per sfuggire a depressione psichica e a preoccupazioni economiche e dedicarsi alla stesura del suo lavoro sull’Origine del dramma barocco tedesco, il trentunenne Walter Benjamin conosce Asja Lacis (nota anche come Anna Lazis). È una giovane rivoluzionaria russa allora trentaduenne, una lettone di Riga che si occupa di regia teatrale e che è un’importante pioniera del teatro sovietico per l’infanzia. Resta come folgorato da quella giovane militante comunista dai tratti esotizzanti che lui osserva da diverse settimane dal suo tavolo al Caffé «Zum Kater Hiddigeigei», gestito da una coppia tedesca. Per chiarire il proprio stato d'animo, riferendo del «miracolo» di quella nuova relazione all'amico Gershom Scholem, Benjamin si slancia in seguito, il 16 settembre, in impegnative metafore dal sapore biblico:   «Ci sono poi le vigne, che...