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Cinema

(784 risultati)

Il nuovo film di Matteo Garrone / “Dogman” e la verità dell'immaginazione

La paura di essere aggrediti: la scena iniziale di Dogman ci butta subito addosso a quest’emozione estrema, grazie al primo piano sul muso di un molossoide enorme (come quelli usati dalla malavita per i combattimenti), che ci guarda minaccioso, sopra un bancone metallico, ringhiando e mostrandoci le zanne, in un locale chiuso, semibuio, illuminato da una luce artificiale, dove la belva (che è davvero spaventosa, ma è tutta bianca, emana qualcosa di magico) sarà ammansita, a poco a poco e con paziente dolcezza, da un omino dalla voce sottile, che si rivolge ai cani chiamandoli «Amoòre» strascicando la emme su una “o” aperta fino all’impossibile, in una specie di abbraccio sonoro, e arrotando la erre, come per gioco, come se parlasse a un bambino. Siamo già entrati in un mondo fuori norma, dilatato, quasi fantasmatico, e il film ci sta mostrando dove andare, inoltrandoci in un racconto in cui la rappresentazione non lavora direttamente con la violenza, che quasi sempre, nelle sue espressioni più cruente, rimane fuori campo, invisibile; ma con l’immaginazione e le emozioni della violenza.      In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia – come spiega la...

Una meritatissima Palma d'Oro / Cannes 71: "Shoplifters" di Hirokazu Kore’eda

È nota l’interpretazione che Slavoj Žižek diede di Titanic di James Cameron in The Pervert’s Guide to Ideology: quando la sera prima del naufragio Rose (Kate Winslet) dichiara finalmente il suo amore a Jack (Leonardo Di Caprio) e decide, non appena la nave attraccherà a New York, di sciogliere il suo fidanzamento con il ricco Caledon e di iniziare una vita con lui, l’iceberg arriva proprio al momento giusto. È la tragedia del Titanic che impedisce il compiersi di un naufragio ben peggiore, quella della loro vita di coppia insieme (che, dice Žižek, sarebbe finita come quella di una mediocre coppia qualsiasi). Per riuscire a preservare l’eccezionalità di una delle storie d’amore più celebrate da generazioni di innamorati c’è bisogno che la loro realtà venga soppiantata da un’immagine: per riuscire ad amarsi in forma ideale, la storia d’amore reale deve trovare un ostacolo che le impedisca di realizzarsi. Il Titanic funziona da ostacolo esterno al loro amore, proprio perché non li farà mai sapere che ogni amore deve confrontarsi con un ostacolo interno e intrinseco.       È questa la struttura di base di ogni melodramma, da Romeo e Giulietta a Breve incontro di David...

Un film di István Szabó / Sunshine: storia di una famiglia

Il cinema in casa, via Internet o Satellite, serve, eccome! Non è un cineclub, ma si trovano film non visti e da vedere, diciamo dal 2000 in poi. Com’è che si finisce col perdere un film importante? In vari modi: perché un amico, dei cui gusti cinematografici non ti fidi, te ne ha parlato… bene; perché ti è capitato di leggere una recensione malmostosa; perché il titolo tradotto in italiano è penoso; perché i film italiani sono quasi tutti dei bidoni salvo quello che dovevi vedere proprio quella sera quando avevi altro da fare e la sera dopo non c’era più… Il mix di “bello, ottimo, memorabile, da vedere, capolavoro, non c’è male” ti rimane nella testa e ti fa appuntare le orecchie perché tanto sulla TV di casa prima o poi ti arriva. Sere fa, però, mi è successo un fatto strano: vagolavo col telecomando in Sky on demand da un film all’altro, cercavo e non trovavo nulla di accettabile; mi fermai davanti a uno strano titolo: “Sunshine: storia di una famiglia”. Andai a guardare il solito riassuntino, il quale diceva pressappoco: “Storia di una famiglia ebraica in Ungheria dal XIX secolo al 1956, la rivolta di Budapest”. Rimasi colpito per il fatto assai raro ormai che fosse stato...

A.A.A. Avena, Adriana, Arata / Tre scenari napoletani del Novecento

Il post liberty di Adolfo Avena    C'è una villa a Napoli che non si può non ammirare. La si incontra salendo al Vomero, lungo la via Tasso, all'estremo limite di Chiaia, al numero 615 di quella magnifica strada affacciata sul golfo. La villa è talmente particolare e misteriosa da essere stata scelta come set da ben due registi: da Sergio Corbucci nel 1979 per il film poliziesco Giallo napoletano, interpretato da Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Ornella Muti, Peppino De Filippo, e Zeudi Araya; da Antonio Capuano nel 2005 per il film pluripremiato La guerra di Mario (David di Donatello, Globi d’oro, Ciak d’oro, Premio Flaiano nel 2006; 5 nomination ai Nastri d’argento nel 2007), con Valeria Golino ed altri attori. Si tratta della residenza che Adolfo Avena (1860-1937) aveva progettato nel 1922 per la famiglia Spera. Oggi meglio conosciuta come villa Giordano, Corte dei Leoni o villa Avena, è un autentico gioiello dell'architettura modernista partenopea, in cui si coniugano, armoniosamente fusi nel peculiare stile di questo geniale ma poco conosciuto architetto (napoletano, di soli tre anni più giovane del palermitano Ernesto Basile e del friulano...

Mirandola, 7/10 Giugno 2018 / Memoria Festival

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore.   In compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo, il Festival invita il suo pubblico ad arrestare il tempo frenetico dell’immediatezza, della quotidianità, per riscoprire il piacere di concentrarsi e lasciarsi coinvolgere in riflessioni, dibattiti, proiezioni, giochi e attività diverse.   Quando si parla di memoria si fa riferimento al fondamento stesso della conoscenza e dell’azione individuale e collettiva. La memoria plasma come un demiurgo il carattere degli individui e dei popoli: conservandone esperienze e informazioni, crea i presupposti essenziali di qualsiasi comportamento e progresso. La cultura del cambiamento e l’innovazione, infatti, trovano vie privilegiate e terreni fecondi solo su percorsi di crescita sviluppati nel passato e fondati, cresciuti, sulla ricchezza della memoria.

Festival del cinema di Cannes / La spada di Lazzaro

Goffredo Fofi cita spesso una risposta di Elsa Morante a Pasolini in cui si sostiene che l’Italia negli anni del dopoguerra era uscita da un Medioevo per entrare in un altro. La modernizzazione, l’industrializzazione, lo sviluppo capitalistico non avevano avuto alcun effetto emancipativo, in particolare per i contadini e le ancora ampissime zone rurali del nostro paese, ma avevano semplicemente rinnovato – dandogli una forma nuova, ben più subdola – un rapporto di subordinazione antico. L’idea dello sviluppo capitalistico come una barbarie monocolore e del processo di modernizzazione italiana come inizio di una “mutazione antropologica” che ha tolto ai subalterni anche l’ultimo residuo di sapere tradizionale e ancestrale per integrarli in modo definitivo alla società dei consumi, è una tesi ormai molto diffusa in quel vasto arcipelago di posizioni che definiscono il senso comune di sinistra in Italia.  Modernità e modernizzazione però non sono sinonimi – se il primo termine identifica solitamente l’epoca che si è aperta con la scienza galileana-newtoniana e con il soggetto cartesiano, il secondo si riferisce più chiaramente alla transizione al modo di produzione capitalistico...

Loro siamo Noi / Sorrentino: "Loro 2"

Qui il commento sulla prima parte: Sorrentino: "Loro 1"   Il vuoto. Il segreto di Silvio Berlusconi non è il sesso e neppure il potere, ma il vuoto, il vuoto del sesso e del potere. Tutti ruotano intorno a Silvio nella sua corte sarda. Gli chiedono soldi, sesso, potere, ma in realtà sono affascinati dal suo vuoto. La recitazione di Toni Servillo, con la fissità del viso, il cerone, la moquette dei capelli e l’occhio semichiuso, dà consistenza fisica a quel vuoto. Dopo essere stati seduti in poltrona a seguire questo film per due ore, ci si domanda: ma come ha fatto la bolla del vuoto a salire così in alto? Come ha fatto il vuoto a dominare la nostra vita sociale e politica per oltre vent’anni? E ancora non ha finito, perché i tre ragazzi che si affacciano sul governo, o ci sono stati per qualche tempo, i tre leader di governo e d’opposizione, sono i figli di quel vuoto, ne testimoniano la natura eterna e inesauribile. Figli di Silvio e probabilmente suoi killer politici: i figli devono uccidere i padri in politica, se vogliono sopravvivere. Paolo Sorrentino ci ha regalato con la seconda parte di Loro una visione perfetta della nostra storia recente. L’ha fatto usando l’...

Un Wes Anderson politico? / “L'isola dei cani”: la profondità della superficie

«Vorrei vivere in un film di Wes Anderson/ inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks./ Vorrei l'amore dei film di Wes Anderson/ tutto tenerezza e finali agrodolci./ E i cattivi non sono cattivi davvero./ E i fratelli non sono nemici davvero».   Così cantano “I Cani” nel brano che ha come titolo proprio il nome del regista de I Tenenbaum. La band di Niccolò Contessa sottolinea a modo suo come Wes Anderson appartenga a quel ristretto novero di auteurs le cui coordinate estetiche creano un universo poetico talmente riconoscibile da diventare proverbiale: la formula “alla Wes Anderson” è infatti l’equivalente di significanti come “felliniano”, “lynchano” o “burtoniano”, che rimandano a significati afferenti a immaginari cinematografico-autoriali estremamente elaborati e codificati. Quindi, nel caso del nostro, inquadrature simmetriche, rallenty, panoramiche a schiaffo, una maniacale geometria del profilmico, elementi conditi da un’emotività ambiguamente ghiacciata fino al grado zero.   Wes Anderson insieme al “cast” del film. Anderson, come gli altri autori “nascosti” dentro gli aggettivi citati poco sopra, è costitutivamente e inguaribilmente poco interessato allo...

Festival del cinema / Il Sessantotto di Cannes

Qualche mese fa iniziò a girare voce che persino Emmanuel Macron avesse deciso di celebrare il ’68 francese all’Eliseo. Il primo Presidente nato dopo il “maggio francese” si presentava alla nazione come colui che sarebbe potuto ritornare su questa ricorrenza per la prima volta senza dogmi o pregiudizi, e “riflettere su quel momento storico per trarne insegnamenti non partigiani e per interessarsi agli impatti che il ‘68 aveva avuto sulla mentalità attuale”, come disse il suo collega Christophe Castaner, uno di quegli ex del Partito Socialista che sono spavaldamente saltati sul carro della modernizzazione neo-liberista in salsa francese di En marche!   Ma qual è il Sessantotto di cui parla Macron? Qual è il Sessantotto che oggi in Francia viene celebrato dalle più svariate istituzioni pubbliche e culturali? Siamo davvero giunti a una tale consapevolezza post-ideologica da poterci finalmente approcciare a questa ricorrenza deprivandola di ogni divisività politica, come invece storicamente è sempre avvenuto in Francia o in Italia? Questa domanda se l’è posta Alain Badiou in Ribellarsi è giusto! L’attualità del Maggio 68, un efficace piccolo pamphlet uscito settimana scorsa in...

1931-2018 / Ermanno Olmi. Un regista moderno

Dev'essere faticosa la vita del compilatore di coccodrilli degli uomini illustri. Ottomila battute da riempire in qualche modo, magari in fretta, tra un articolo e l'altro. E con largo anticipo, per giunta: così, se poi il morituro continua, a dispetto dell'età, a sfornare nuove opere, tocca pure aggiornare il pezzo.   Nel caso di Ermanno Olmi, scomparso ieri alla soglia degli 87 anni (li avrebbe compiuti a luglio), la carriera cinematografica avrebbe dovuto essere conclusa ormai da un decennio, dato che il regista aveva deciso di dire addio al cinema di finzione con Centochiodi (2007), annunciando di volersi dedicare soltanto al documentario. E invece, nonostante l'età avanzata e la malattia, di lungometraggi ne aveva realizzati altri due - non indimenticabili, per la verità: Il villaggio di cartone (2011) e Torneranno i prati (2014). Due titoli un po' senili, che guardano uno all'attualità e uno alla Storia, come spesso è accaduto nel cinema di Olmi, ma che probabilmente non aggiungono granché né alla sua poetica né alla sua carriera.   Al tempo stesso, la dicono lunga sul suo inesauribile entusiasmo e la sua insopprimibile vocazione al "fare", che l'hanno accompagnato...

Ecologia e fantascienza / Jeff Vandermeer e la misteriosa creatura di Borne

1. La fantascienza e l’ecologia sono sempre andate d’accordo. La prima si è ispirata alla seconda per immaginare scenari utopici o distopici incentrati sul rapporto tra gli uomini e il loro ambiente. Del resto, come già spiegava Lewis Mumford (nella classica Storia dell’utopia, 1922: l’edizione italiana più recente, da cui citerò un brano, è uscita per Feltrinelli nel 2017), all’origine del pensiero e della letteratura utopica c’è sempre la tensione tra un territorio reale e un territorio ideale: come dice il nome, l’utopia è prima di tutto un concetto spaziale, che si trasferisce nel ‘disegno’ di un ambiente tale da consentire, con le sue caratteristiche naturali, lo sviluppo di un sistema politico e sociale. Per Fourier, ad esempio, lo spazio dell’utopia avrebbe avuto bisogno di un territorio adattabile a funzioni diverse: «Un terreno piatto come Anversa, Lipsia o Orléans sarebbe assolutamente inadatto […] a causa delle uniformità di paesaggio. Sarebbe perciò necessario scegliere una regione variata come i dintorni di Losanna o una amena vallata provvista di un corso d’acqua e di boschi, come la valle di Bruxelles o di Halle» (Storia dell’utopia, cit., p. 86).   ...

Domani a Bergamo un convegno su Gianni Celati / «Kicked off Somewhere»: sul Lunario, l'interpolazione e il gag

Che la slapstick comedy statunitense sia stata per Gianni Celati ben più di una passione giovanile, è quasi superfluo ricordarlo. Così, quando mi è stato chiesto di pensare a qualcosa da dire in occasione dei quarant'anni della pubblicazione di Lunario del paradiso, io, che non sono un critico letterario ma uno storico del cinema, ho pensato che proprio la slapstick comedy fosse un'ottima mappa per orientarsi all'interno del romanzo.    Tuttavia, come indica il sottotitolo, il mio intervento prende le mosse da un altro testo celatiano, che non è un romanzo, ma un saggio: Su Beckett, l'interpolazione e il gag, contenuto all'interno di Finzioni Occidentali fin dalla prima edizione (1975). È uno dei testi più antichi della raccolta: in una lettera conservata nell'archivio Einaudi – non datata, ma che risale probabilmente nella primavera del 1972, quando Celati si trova negli Stati Uniti come borsista – l'autore lo definisce «una piccola storia del comico testuale», dandolo già per concluso. Lo si può leggere come palinsesto "teorico" dei romanzi che Celati ha appena pubblicato (Comiche, uscito nel 1971) e che pubblicherà di lì a poco (Le avventure di Guizzardi vedrà la...

Ready Player one / Steven Spielberg. Retro-nostalgia

Crisi economica, tensioni sociali e culturali esacerbano il presente, inducendo chi lo vive a cercare vie di fuga verso qualcosa che possa sopprimere l'angoscia, anche se solo momentaneamente.  Non si tratta di tendere verso l'infinito e oltre – troppo ottimismo nuoce – ma di cercare una realtà alternativa, un succedaneo del mondo reale dove essere finalmente liberi dalle oppressioni. In una parola: evadere. Ecco lo scopo delle narrazioni mediali, vale a dire trasportarci in un universo parallelo e finzionale, dove poter diventare qualcun altro, quell'altro che la realtà ci ha impedito di diventare. Iniziamo presto, prestissimo, a costruire il nostro mondo ideale sulla base dei film, romanzi, fumetti, videogiochi che consumiamo quotidianamente, ed è come se questi ultimi fossero il carburante dei nostri sogni, di ciò che ci fa dire «da grande voglio essere Indiana Jones». Gli universi finzionali rappresentano l’El Dorado contemporaneo perché, oltre ad essere facilmente raggiungibili, hanno un costo ridotto e zero barriere temporali, cose che ormai determina il masochistico indugiare nel binge watching delle serie televisive anche se al mattino la sveglia è all'alba....

Il disvelarsi di un mistero / Sorrentino: "Loro 1"

La prima ad apparire è una pecora. I suoi occhi semichiusi, poi aperti. La pecora avanza nel prato della villa che identifichiamo subito, grazie alla didascalia, come la magione di Berlusconi in Costa Smeralda. Sale i gradini ed entra in casa. Subito scatta l’aria condizionata. La temperatura scende a 3 gradi, poi a 2, a 1, e infine a 0. Cade tramortita a terra; nel gelo della stanza l’animale sacrificale non è sopravvissuto. Cosa rappresenta? L’innocenza perduta? Forse.   La seconda scena è ambientata in Puglia, in mezzo al mare. Seduto su un’imbarcazione Sergio Morra, interpretato da Riccardo Scamarcio, è insieme a un politico che governa gli appalti. Sul tavolino è apparecchiato il pasto, ma il politico non mangia. Discorrono della cura per l’emorroide della moglie del politico. Arriva un motoscafo e sale a bordo una ragazza in bikini. Una escort. Si capisce che Morra l’ha fatta venire per il politico, che ora si è tolto gli occhiali da sole da duro e manifesta un forte nervosismo. Morra ha chiesto al politico un aiuto per avere un appalto. Dice alla ragazza di togliersi la parte sotto del costume. Lei allarga le gambe e mostra al politico il suo sesso.   Cambio di...

Torino Lovers film festival 2018 / Percorsi dell'autoaccettazione

In occasione dell'apertura dell'edizione 2018 di Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions, che si svolgerà dal 20 al 24 aprile, abbiamo incontrato Giovanni Minerba, fondatore e presidente fin dai tempi in cui la manifestazione si chiamava “Da Sodoma a Hollywood”, e l'attuale direttrice artistica Irene Dionisio. Ci hanno segnalato alcuni film e raccontato la storia e le nuove sfide del festival.    Giovanni Minerba e Irene Dionisio Dalla prima rassegna del 1986 ad oggi, cosa è cambiato in più di trent'anni nell'avventura di fare un festival cinematografico a tematica omosessuale?   Giovanni Minerba: Ovviamente potrei dire che è cambiato molto: trentadue anni fa eravamo quasi in un’altra dimensione politica e culturale per quanto riguarda le tematiche LGBTQI. Allora eravamo Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali "Da Sodoma a Hollywood”, il “Movimento gay” in Italia era il F.U.O.R.I. Adesso abbiamo le “Unioni Civili” e il “Fuori” (la sigla diventò così) non c’è più: c’è ArcyGay, Arcilesbica, Circolo Mario Mieli e tante, troppe, altre sigle. Per fortuna a Torino esiste il Coordinamento Torino Pride. Nel 1986 non è stato semplice il rapporto con...

Il 20 aprile 1893 nasceva il pittore catalano / Joan Miró. Stuprare la pittura

Joan Miró, Senza titolo, 1950. Inchiostro di china e gouache su carta. Direção Geral do Património Cultural, Portogallo.   “Questo lo potrebbe fare anche mio figlio” commenta una signora indicando un dipinto di Joan Miró, nel quale le membra delle figure sono assemblate tra loro senza formare un vero e proprio organismo unitario. Un signore di una certa età le lancia uno sguardo d’intesa mentre una giovane coppia sorride per l’ingenuità dell’opinione. In una tesi di dottorato presso il Laboratoire de Psychologie dell’Università di Poitiers, Corinne Girard sostiene che i bambini disegnano la figura umana per unità significative (unités signifiantes) articolate tra loro secondo regole grammaticali e poi sintattiche (citata da Ruggero Pierantoni in Verità a bassissima definizione, Torino, 1998, p.36). Le figure dipinte da Miró sembrano appartenere a una fase grammaticale nella quale le unità significative non sono state ancora legate sintatticamente tra loro.  Secondo il filologo Bruno Snell, i Greci dei primi secoli non avevano un’idea di corpo ma di membra, come si riflette nella lingua oltre che nelle arti visive: “Soltanto l’arte classica del V secolo rappresenta il...

Una donna, un uomo, Venezia / Giuseppe Berto, Anonimo veneziano

In questi anni, la casa editrice Neri Pozza è alle prese con un’operazione profondamente meritoria: restituire all’attenzione della comunità dei lettori l’opera completa di Giuseppe Berto, uno degli autori più schivi e meno amati della seconda metà del Novecento. Un autore in realtà importante, anzi a dirla sinceramente uno tra i più importanti della sua generazione, data l’originalità della sua scrittura, il vis-à-vis che essa impone con temi come la gloria, la lotta dell’uomo contro se stesso e contro l’antico terrore della fine, il male radicato nell’essere prima ancora che nel corpo.  E così, dopo Il male oscuro (2016) e il trittico Guerra in camicia nera, Oh Serafina!, La gloria (2017), ecco che quest’anno viene ridato alle stampe un piccolo gioiello dolorosissimo e lucente: Anonimo veneziano, con un’introduzione al testo di Cesare De Michelis.    Un libro, questo, che inizialmente nacque come sceneggiatura per un film che Enrico Maria Salerno voleva realizzare da regista, e che uscì nelle sale nel 1970, quattro anni dopo l’inizio della collaborazione con Berto. Un testo dunque che, un anno dopo, fu pubblicato da Rizzoli in forma di dialogo diretto. E che...

Una dichiarazione d'amore / Visages, Villages, Agnès Varda & JR

Una premessa è necessaria: adoro in modo smisurato e incondizionato Agnès Varda. Tutto quello che scriverò sarà qualcosa di molto vicino a una dichiarazione d'amore. Agnès Varda non ha bisogno di presentazioni: ha scritto, diretto e accompagnato – a partire dal 1954, con la sua prima personale nel cortile di casa – la storia dell'arte e del cinema francese d'avant-garde, della cinécriture, insieme a Chris Marker e Alain Resnais: la macchina da presa si fa strumento di scrittura e traccia una cartografia sentimentale. Sguardi che sono 'un passo a lato' dalla Nouvelle Vague di François Truffaut, Éric Rohmer e Claude Chabrol, ispirati e sostenuti da André Bazin. Tutto, con Agnès, prende una piega intima, anche e soprattutto i suoi documentari; e non sembra avere intenzione di interrompere il suo lungo racconto proprio ora: a quasi novant'anni, il suo spirito è giovane più che mai – ha il profumo intenso dei gelsomini nelle notti di maggio e una freschezza che ricorda la brezza atlantica dell'isola di Noirmoutier, dove si era trasferita con l'amore di una vita, il regista Jacques Demy, l'indimenticato regista di Les parapluies de Cherbourg (1964) e Les demoiselles de Rochefort (1967...

Settecento contemporaneo / Europa e globalizzazione: cosa ci mostra Brexit?

I paragoni tra le epoche storiche sono occasionali: quando studiamo un’epoca lo facciamo perché siamo attratti da un’inconsapevole rispecchiamento in essa e conseguentemente la rileggiamo attraverso quello che vorremmo capire di quello che siamo. In questo modo il passato ci aiuta a orientarci e per questa ragione non si finisce mai di studiarlo, perché nella misura in cui si sposta il nostro punto di vista mentre viviamo, anche il passato rivela aspetti che prima non ci erano visibili.   La crisi dei sistemi di governo, ieri di ducati come Parma e Piacenza, Guastalla, Toscana, le vecchie repubbliche di Genova e Venezia prima dell’arrivo di Napoleone, oggi l’inadeguatezza degli stati nazione alle domande della contemporaneità, che in gran parte li esauterano. Le nostalgie della destra, dalla Francia all’Ungheria ma che oggi nella Brexit trovano la più seria delle realizzazioni, lo rendono estremamente evidente. Fuori dall’Europa esiste solo un’involuzione economica, sociale, culturale che non può che avere nostalgia di vecchi passaporti e di retoriche evocazioni della seconda guerra mondiale, dalla Darkest hour di Winston Churchill del film di Joe Wright all’evacuazione di...

Imprenditori gig / Giovani, mettete su una start up!

Ha riscosso successo il film Il vegetale di Gennaro Nunziante, una sorta di parabola rivolta ai giovani. Il film racconta le traversie di un giovane milanese che fa di tutto per farsi assumere da qualche grande azienda, ma che di fatto viene menato come un can per l’aia: stage che sono di fatto lavoro sottopagato, promesse mai mantenute, cavilli burocratici ed evasivi (delle tasse). Alla fine però il giovane mette su un’azienda che produce cibo biologico, e questo – si tratta di una favola edificante – senza ricorrere a lavoro nero, a braccianti sottopagati, ma tutto onestamente rendicontato. Messaggio lampante: giovani, smettetela di puntare al miraggio del posto fisso da dipendente in una Corporation, inventatevi voi un mestiere, mettete su una start up!   Il film illustra in modo gnomico il cambiamento di paradigma nel lavoro in corso nelle nostre società industriali avanzate. Un cambiamento di paradigma che mette in crisi quella che oggi si chiama – non più teoria ma – narrazione di sinistra, marxista o liberal che sia. Una messa in crisi che spiega il declino anche elettorale delle sinistre occidentali. In sintesi: andiamo verso un’organizzazione del lavoro in cui...

Dal cinema all'arte / Harun Farocki. Pensare con gli occhi

Harun Farocki è un artista poco conosciuto in Italia, a parte l’omaggio dedicatogli un anno dopo la morte dalla Biennale di Venezia del 2015, intitolato Atlante di Harun Farocki, con rimando al grande tema dell’atlante, da Aby Warburg a Gerhard Richter e oltre, e poco dopo il seminario internazionale a lui dedicato allo Iuav. Figura singolare e al tempo stesso paradigmatica di un modo di fare cinema che è approdato nelle gallerie e nei musei d’arte, meritava uno sforzo ulteriore come quello che ha visto il convegno dedicatogli a Torino nel novembre del 2016 e ora il volume che ne riprende il titolo e lo amplia per ricchezza di materiali e di interventi, curato da Luisella Farinotti, Barbara Grespi e Federica Villa per i tipi di Mimesis: Harun Farocki. Pensare con gli occhi.   Nato nel 1944 in una cittadina allora tedesca oggi ceca, debutta nel cinema a metà degli anni ’60 con film di impostazione situazionista, di critica politica e della cultura: “cinema come forza antagonista e militante, strumento di lotta e di controinformazione, antidoto critico alla sua stessa fascinazione”, scrive Farinotti. Insegna, scrive, milita. Negli anni ’80 mette a punto il suo modo personale:...

“She was totally America” / “Tonya”: una passione violenta

La prima volta che il “Triple Axel”, un triplo salto del pattinaggio, è stato eseguito in una competizione americana, risale al 1991, quando una donna di ventun anni, nata a Portland, si è esibita ai Campionati nazionali statunitensi di pattinaggio sul ghiaccio, a Minneapolis. Tonya Harding ha conquistato il podio, sorridendo in un costume verde acqua fluorescente, con applicazioni di paillettes. Nelle immagini originali dell’evento, quel body somiglia a un abito cucito in casa (secondo un sistema di esperienze per cui l’abito fatto a mano non è espressione di haute couture, ma di  povertà di mezzi); sa di sintetico: nel colore, nel tessuto, nella confezione. Eppure comunica anche, e in un certo senso commuovendoci, una tensione sforzata per un effetto massimo di apparenza telegenica. Quel costume, infatti, ci restituisce la tinta di un’epoca in cui si era ormai diffusa, arrivando dall’estetica televisiva anni Ottanta, la moda di usare la parola “look” per definire il progetto di espressione appariscente del sé legato al modo in cui si indossava, si truccava, insomma si rendeva più vistoso possibile il corpo.    Tonya, in quegli scatti del suo successo, mostra un...

Il Sessantotto di chi non c'era / Ho incrociato il 1968 nel 1998

La prima volta che incrociai il 1968 fu nel 1998.  Avevo ventun’anni ed ero uno studente di Scienze della Comunicazione a Siena. Per un corso di multimedia qualcuno di noi insieme al suo professore progettò un CD-ROM interattivo, ormai consegnato all’archeologia dei dead media, che raccontava la cronologia del 68. Per il corso di Storia Contemporanea del professor Labanca, ognuno di noi doveva scrivere una tesina, un saggio di 3.000 parole, su un evento del novecento. Avevo una camicia a quadri da boscaiolo umbro e i miei gruppi preferiti erano i Nirvana e gli Smashing Pumpkins. Scelsi di fare ricerca su Pasolini, il 68, Valle Giulia. La tesina iniziava con le parole di PPP: “Smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere. Un borghese redento dovrebbe rinunciare a tutti i suoi diritti, e bandire dalla sua anima, una volta per sempre, l’idea del potere. Tutto ciò è liberalismo: lasciatelo a Bob Kennedy.” PPP era affascinante perché rappresentava una modello di intellettuale duro e puro, critico anche coi giovani sessantottini.  Nel 1998 a Siena, tra noi studenti fuori sede si finì per discutere molto del 68, nell’unico bar “alternativo” della...

Letto in un'altra lingua / La morte non è un’opzione

Tra Francia e Stati Uniti – lo sappiamo tutti – non corre buon sangue. “La Francia non può essere Francia senza grandeur”, diceva De Gaulle, ed è chiaro che l’universalismo americano è sempre stato scomodo ai francesi, percepito più come una minaccia al suo famoso narcisismo, che come un alleato o un modello a cui allinearsi. Ovviamente, l’antipatia è corrisposta: gli americani considerano i francesi “effemminati e pelandroni, corrotti e sprovvisti di idealismo, troppo teorici, elitisti e collettivisti”, scrive il giornalista Brian Palmer, e il cosiddetto “french bashing” dei giornali anglosassoni nei confronti delle 35 ore lavorative o le feroci critiche allo “Stato assistenziale” francese sono storia recente; ulteriori e costanti motivi di contrasto tra due visioni del mondo che – al netto di eventuali e reciproci complessi di inferiorità – pretendono di essere diverse l’una dall’altra.   Non sorprende, quindi, che la mitica Silicon Valley, con le sue aziende multimiliardarie e i suoi visionari geni del web, siano, molto più che in Italia, sotto la lente di ingrandimento dei politici e degli intellettuali d’oltralpe. Simbolo della potenza americana e, nello stesso tempo,...