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Letteratura

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Maelstrom / Alessandro Carrera, Lo studente di medicina

Un tema caro alla letteratura di ogni tempo è quello della scomparsa misteriosa. A un certo punto della narrazione, o anche – spesso – al suo avvio, un personaggio d’improvviso sparisce: non perché acquisti la capacità di rendersi invisibile (evento temporaneo, che di norma implica l’uso di un oggetto magico), ma perché senza preavviso d’un tratto dilegua, facendo perdere le proprie tracce. Una variante importante, che qui possiamo solo citare en passant, è quella dell’apparizione attesa che non si verifica: esempi preclari, il Godot di Samuel Beckett e i Tartari di Dino Buzzati. E lo stesso valga per i casi in cui un personaggio «scompare» nel senso che perde la vita, sì che la trama si identifica con la graduale scoperta di aspetti reconditi della sua personalità, come nella novella di Maupassant Les bijoux (1883), o nelle Fate ignoranti, il film del 2011 di Ferzan Özpetek.    Come tutti ricordano, una sparizione improvvisa è la mossa d’apertura dell’Amica geniale di Elena Ferrante (2011); ma potremmo ricordare anche un bel romanzo di Giuseppe Pontiggia, La grande sera (1989), o La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia (1975); o ancora, risalendo più indietro nel...

Lettere 1941-1956 / Beckett dalla clandestinità a Godot

È bello anche solo come oggetto da guardare, questo secondo volume di lettere di Samuel Beckett. Con quella elegante tonalità di blu indaco utilizzata nel fondo di copertina e ripresa a variazioni più chiare nel riquadro contenente la foto dell’autore, pure lui particolarmente elegante e dallo sguardo arcigno dietro gli occhialini rotondi.  Ma naturalmente è il contenuto a suscitare interesse: la corrispondenza tenuta da Beckett nel periodo più intenso e creativamente più importante della sua vita. Quello che ha inizio con la stesura di Watt, avvenuta in gran parte durante il periodo di clandestinità trascorso da Beckett, allora ricercato dalla Gestapo, a Roussillon, nella Francia non occupata, assieme alla propria compagna Suzanne Deschevaux-Dumesnil; e termina con le prime prove di Finale di partita e con un Beckett già famosissimo a livello internazionale, rappresentato in più parti del mondo ma con qualche fastidio ancora da sanare nei confronti della madre patria, l’Irlanda, dove i suoi libri continuano ad essere messi all’indice, e della città che per un irlandese è la sola a sancire effettivamente il successo, ossia Londra, dove la sua opera teatrale, Aspettando Godot...

Un nuovo volume della collana Riga / Max Ernst: collage, testi e visioni

Come allargare “la parte attiva delle capacità allucinatorie dello spirito”? Lo spiega l’artista dadaista e surrealista Max Ernst in Au-delà de la peinture, una raccolta dei suoi scritti pubblicata a Parigi nel 1937 e ora tradotta per il pubblico italiano insieme ad altri testi critici e letterari ormai introvabili (Max Ernst, Riga 42, a cura di Elio Grazioli e Andrea Zucchinali, Quodlibet, Macerata, 2021; Rigabooks). Le tecniche adottate da Ernst sono due. La prima è il frottage, un’antica tecnica grafica che l’artista riscopre e sviluppa pittoricamente con la “raschiatura di colori su un fondo precedentemente colorato e situato su una superficie inuguale” (pp. 57-58).    Max Ernst, Forest and Sun, 1931. Frottage su carta. Museum of Modern Art, New York / Max Ernst, La Forêt, 1927-28. Raschiatura di colori (grattage). Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. La seconda è il collage, che consiste nell’accostare elementi figurativi tra loro incongrui allo scopo di scatenare le facoltà visionarie. È evidente che la “successione allucinante d’immagini contradditorie” (p. 63), che contraddistingue il collage surrealista, non ha un rapporto con il papier collé...

Un approccio sistemico / Rete, vita e natura

In maniera garbata e convincente, quello che ci propongono Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi è una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere il mondo, un rovesciamento di prospettiva che coinvolge tutto e tutti e indica un’altra direzione per la cultura umana. Capra è un noto fisico e saggista, negli anni Settanta il suo Tao della fisica ha rappresentato un primo concreto tentativo di vedere connessioni fra le visioni della fisica occidentale e discipline spirituali orientali, in particolare Buddismo, Induismo e Taoismo. Pier Luigi Luisi è un chimico di fama internazionale che si occupa in particolare dell’origine della vita e dell’auto-organizzazione dei sistemi naturali e sintetici.    Il loro The systems view of life, è un testo del 2014 uscito in italiano nel 2020 per le edizioni Aboca con il titolo Vita e Natura, Una visione sistemica. È un volume ponderoso, 760 pagine in cui i due autori, con un’andatura che ricorda quella di un tranquillo maratoneta, attraversano alcuni dei più importanti paesaggi della cultura umana, dalla fisica alla biologia alle scienze sociali, guardandoli quasi con nostalgia per passare oltre, guidati da una visione che passo dopo passo,...

Un libro di Maria Pace Ottieri / Addio gloria

Gloria, vanagloria, onore, vergogna, splendore, prestigio, lode: sembra di aver come sbagliato secolo, a leggere alcune delle parole/concetti di cui si occupa Maria Pace Ottieri, intervenendo con dotta sagacia e condendo il tutto con un pizzico di gender (la gloria non ama le donne, un po’ come il jazz, mi vien da dire. Ha un debole invece, ricambiato, per gli uomini). Gloria è una parola obsoleta, «bandita dall’immiserita vita contemporanea», che trova un succedaneo, un surrogato immiserito, in concetti quali visibilità, celebrità, protagonismo e reputazione o, per dirla con linguaggio arcaico, nella vanagloria. E come non è più tempo di gloria, non è nemmeno più tempo di eroi, della gloria vessilliferi. O per meglio dire gli eroi hanno cambiato casacca e sono diventati le vittime passive.   La gloria degli eroi e la passione delle vittime   Cominciamo dunque da qui, da uno dei molteplici spunti di riflessione, tutt’altro che banali, presenti nelle pagine di Ottieri; cominciamo dallo spunto che nota che nei nostri giorni bizzarri l’attenzione, e contemporaneamente il conferimento di qualcosa di simile alla gloria, si è spostato dall’eroe attivo alla vittima passiva....

Il nuovo romanzo / Sally Rooney, Beautiful World

Sono le diciannove e zeroquattro, una giovane donna siede al tavolino di un bar, vicino alla finestra. Fuori, il sole sta tramontando sull’Atlantico. Alle diciannove e zerosei, la donna abbassa lo sguardo e si osserva le unghie. Il bar è tranquillo, ogni tanto lei lancia un’occhiata verso la porta. Alle diciannove e zerosette, entra un uomo che si guarda intorno e poi si avvicina al tavolino, e chiede alla donna se è Alice. Lui è un po’ in ritardo, ed è Felix.  Il nuovo romanzo di Sally Rooney, Beautiful World, Where Are You, che Maurizia Balmelli sta traducendo per Einaudi, presso cui uscirà all’inizio del prossimo anno, si apre come un film. La macchina da presa si muove lenta, e indugia sui dettagli e sui gesti: la camicetta bianca di lei, lui che sblocca e riblocca nervosamente il telefono, una scia di birra che scende dal bicchiere. Quando i due iniziano a parlare, muovendosi in punta di piedi sul terreno minato di quello che subito appare come un primo appuntamento, ce ne vengono descritte le reazioni – lei diventa un po’ nervosa mentre gli spiega perché si trova in quel paesino sulla costa, lui la guarda impassibile e poggia il bicchiere sul tavolo; la voce narrante...

Scarabocchi / Come è difficile disegnare un albero

Si disegna sul foglio come gli alberi spogli tracciano il cielo lanoso di alcune mattine d’inverno. Ogni volta che dalla finestra osservo le linee dei rami, quelle linee si fanno memoria. Ogni volta che lascio la penna nera scorrere sul foglio, scarabocchiando senza senso, non mi accorgo di ripetere le linee dei rami guardati da molte finestre durante la mia vita.   Nell'inverno del 1961, al MIT di Boston, Edward Lorenz, matematico e studioso di meteorologia, si accorse che una perturbazione impercettibile poteva far evolvere in modo imprevedibile un sistema complesso, creando degli effetti a catena, capaci di cambiare il sistema stesso. Non c’era sistema deterministico che potesse sfuggire a questa legge, creando un alone di indeterminatezza che rendeva ogni previsione incerta.  Quel fenomeno, che confermava la Teoria della Complessità, già ben intuita da Henrì Poincaré, fu battezzato “Butterfly Effect” (effetto farfalla), coniando una delle metafore più potenti e utilizzate degli ultimi cinquant’anni. La forma della farfalla compariva in un diagramma dello studioso statunitense, che mostrava come le traiettorie di due orbite ellittiche vicine potessero deviare a causa...

Giochi / Il funambolo

Verso la fine del 1956 Jean Genet conobbe un giovane artista del circo, Abdallah Bentaga, figlio di un acrobata algerino e di una tedesca. Lo scrittore francese si legò a lui in un rapporto che lo indusse a peregrinare per l’Europa. Nel corso dei loro spostamenti Genet cercò di convincere Abdallah, che lavorava come giocoliere e acrobata al suolo, a salire sul filo da funambolo. Lo plagiò sino a indurlo a sottoporsi a un estenuante allenamento. Su un foglio di carta disegnò anche un numero segnandone i passi. Il giovane algerino cadde dal filo una prima volta nel 1959, ma vi risalì. Si unì alla compagnia del Circo Orfei per una tournée in Kuwait. Ma ricadde una seconda volta e fu la fine della sua carriera. Genet era convinto di aver realizzato con Abdallah, suo doppio narcisistico, una sorta di capolavoro che l’imperizia e la debolezza del ragazzo mandò in malora, come scrisse a un amico. Nel febbraio del 1964 Abdallah inghiottì un barbiturico e si tagliò le vene. Sette anni prima Genet aveva scritto per lui e su di lui un piccolo poema in prosa, Il funambolo (Adelphi) apparso in rivista e poi raccolto in volume. È uno dei testi più belli dello scrittore, uno dei suoi più...

L’ambiguità dell’orrore / Le strane storie di Robert Aickman

Quando vivevo in Inghilterra, una delle tappe obbligate in ogni gita era la visita alle bancarelle e alle librerie dell’usato: lungo il Tamigi, a Cambridge, in un’infinità di cittadine dell’East Anglia, ho rimpolpato i miei scaffali di quella che, dal punto di vista libresco, è la mia vera passione – gli horror. Più precisamente, in senso editoriale, amo gli horror da quattro soldi, dalle copertine chiassose e dai titoli improbabili, che finisco per comprare praticamente al metro – quelli, per capirci, immortalati in Paperbacks from Hell, il cui equivalente italiano sono i libri di Sergio Bissoli e Luigi Cozzi su I racconti di Dracula e KKK – I classici dell’orrore (quando mi sono trasferito a Toronto, invece, sono diventato cliente affezionato di una libreria dell’usato di College Street che questi romanzi li stipava direttamente su uno scaffale a forma di bara). In queste incursioni in Albione, dunque, oltre alla massa di libri più o meno sconosciuti, ho guadagnato l’immancabile James Herbert, un po’ di Clive Barker, un bel po’ del grande Ramsey Campbell, e più raramente la preda più ambita, e cioè Robert Aickman, uno degli scrittori più criptici, eleganti e sofisticati di tutta...

Scarabocchi / Bello, bello, bello mondo

1.   Io sono dei vostri, alberi. Sono dei vostri animali eleganti, sono dei vostri. Credetelo. Ci separa un niente, colore, capello,  piccolo piccolo nome: l'impianto del respiro è solo apparente diverso. Ci guarderemo fraternamente. Ci capiremo con l'albero e col seme, capiremo l'insetto e la grandine.    Essere mondo, voglio. Sentirmi a casa nel cosmo. E le maree saranno la strada del gonfio cuore. Sarà d'amore  se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d'amore. E luce voglio. Così m'impetalo, che mi spensiero, che rido mentre corro come la rondine, mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco, mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo, divento cima e svetto, mi innevo e frano.   Tutto questo io voglio, dolcemente, perché fuori dell'umano il dolore è uno sparo minimo e la più gran parte è ridere,  mi pare, e il grande canto.   Lo senti il firmamento? Come è sereno. Anche noi siamo dentro. Abbiamo polverine dentro il sangue antiche come il cielo, hanno dentro l'impronta d'un andare  semplice e grande, come le grandi sfere.  Abbiamo Vega nel sangue la stella prodigiosa, e istruzioni precise per il viaggio per l'appontaggio e coraggio...

Sulla nostra specie / Terrestri tra arte, musica e illusioni

Sono un terrestre che per ragioni evolutive ancora in parte non spiegate ha una distinzione: pensare il pensiero e non solo pensare; farsi domande; parlarsi; dubitare e immaginare anche quello che ancora non c’è o non ci sarà mai; dire di no; darsi persino la morte per scelta. Non so quanti degli altri terrestri facciano le stesse cose e uno dei tanti miei limiti è non poter sentire cosa significhi essere contemporaneamente uno degli altri esseri terrestri viventi, di ogni specie o misura. Anche se riesco a immaginare di esserlo e posso illudermi di diventare gli altri, non solo umani, fantasticando persino di sentirmi quasi un pulcino o un ghepardo. Mi sento vicino alla fine del mondo, di quel mondo che a lungo ho creduto essere stato fatto per me e di cui ritenevo di essere il padrone. Per questo mi sono messo a leggere – perché anche questa è una distinzione spesso ossessiva a cui mi consegno – un libro che, tra gli altri, ha un effetto: di spiazzamento.   Mi porta continuamente a guardarmi da fuori e dalla fine di un mondo, per poi ricondurmi alle mie nevrosi e alle mie effettive possibilità. Quell’effetto è forse dovuto al bricolage tra due delle esperienze più...

TOCATÌ / Cibo e gioco: dilettanti in cucina

Mai giocare col cibo, dileggiarlo, riderci su. Mangiare – e men che meno cucinare – è una faccenda tanto vitale per il corpo quanto corroborante per la mente, la cognizione, la cultura. Dunque sacra. Ingoiamo – e ancor prima prepariamo – bocconi e pietanze, calorie e manicaretti, e con essi altrettanti segni, simboli, significati: cose che, costituendoci nel fisico, e trasformandoci nello spirito, parlano di noi, ci rappresentano, ci danno una prima basilare idea di quella che è la nostra più intima autocoscienza, individuale come sociale. Nulla di più lontano, dunque, dall’attività ludica, da quel fare disinteressato che è lo spasso fine a se stesso.  Quante volte lo abbiamo sentito ripetere, silenziosamente suggerire, pensosamente declamare? Si tratta, difatti, del più trito luogo comune, e cioè dell’idea – o, meglio, dell’ideologia – per la quale tutto ciò che è legato al cibo, all’alimentazione, alla cucina e alla tavola è impegno tanto serio quanto faticoso, grave e accigliato proprio perché esito di un affaccendarsi continuo, di uno sforzo quotidiano di cui non si può, per principio fisiologico, fare a meno: cucinare serve a nutrirsi, e stop; tutto il resto è...

Scarabocchi / Kafka: una volta, sai, ero un gran disegnatore...

In una lettera a Felice del febbraio 1913 Kafka si definisce così: “gran disegnatore”, ma questo, si corregge subito, “una volta”; ora, nel momento in cui scrive, non lo è già più, il suo talento è stato irreparabilmente guastato dallo “studio convenzionale”, condotto sotto la tutela di una non meglio identificata “pittrice mediocre”. E questo suo contemporaneo attribuirsi e negarsi una qualità (nella fattispecie l'abilità nel disegno) è davvero tipico, è davvero (diciamola la parolaccia) “kafkiano”. (“Ma chi è questo Kafkian?” – ebbe a domandarsi giustamente un comico alcuni anni fa in un film di cui non ricordo più il titolo). Basterebbe rievocare celebri incipit: “Com'è cambiata la mia vita e come in fondo non è cambiata affatto” (Indagini di un cane).  Oppure il comandante che, nelle prime righe della Colonia penale, definisce “singolare” (eigentümlich) e “ben nota” (wohlbekannt) la macchina infernale cui spetta di eseguire le sentenze di morte.   Max Brod riconosceva invece al suo grande amico una notevole potenza anche come disegnatore. Nella biografia di Franz uscita nel 1937 aveva incluso alcune riproduzioni atte a evidenziare la sua originalità anche in campo...

Scarabocchi / Tito Faraci: raccontare l’invisibile

Negli anni Novanta, Tito Faraci è stato fra quelli che più hanno contribuito a riportare in primo piano la figura dello sceneggiatore in ambito disneyano. Figura poliedrica (è anche musicista, scrittore e autore radiofonico), Faraci annovera nel proprio curriculum sceneggiature per “Diabolik” e per varie testate bonelliane, “Tex” e “Dylan Dog” su tutte. Ma i risultati più riconoscibili e duraturi – tant’è vero che hanno fatto scuola – li ha ottenuti in casa Disney, innervando l’universo di topi e paperi di uno humour demenziale e di insolite atmosfere hard boiled. Chi scrive ha potuto cogliere “in presa diretta”, a cavallo del millennio, la portata innovativa delle sue trovate sulle pagine di “Ridi Topolino”, “Pk- Paperinik New Adventures” e “Mickey Mouse Mystery Magazine” (esperimento bello e sfortunato, di cui Faraci è stato uno degli artefici insieme a Francesco Artibani). Albi che hanno costituito – accanto alla “serie bianca” di “Zio Paperone”, alle “Grandi Parodie” cartonate e ai numeri monografici dei “Maestri Disney” – una vera e propria palestra di lettura.   Il “Faraci Touch” non aveva però fatto breccia soltanto nei lettori giovani o giovanissimi. Giusto per dirne...

Un libro di Maurizio Sentieri / L’ultima transumanza

Di domani non so, non oso immaginare, oggi è un giorno che si ripete e sembra non finire. Ieri era tanto tempo fa. Ci penso senza soddisfazione, senza aspettative.    stinti e consunti i teli tessuti a telaio  dalle donne di casa d’altre età  schermano le finestre.  Filigrane di lana da greggi sempre in viaggio    memore di un vagare in giovani giornate  guardo il mondo com’è  di meraviglie, tragico e infame  belligerante, sublime  Immoto l’intorno, sommesso fragore del tempo  in generica località di montagna    eppure c’era un paese, qui, antico, costruito sulla roccia tra due fiumi, sullo scoglio dell’Archetta. Sassi, piagne e legno di castagno, cerro, faggio. Archi e volte. Funzionale ed austero in ambiente aspro. Ben difeso all’esterno e spazioso all’interno, predisposto al transito e stazionamento di animali e merci caricate a soma. Ogni casa un’aia esposta a sud, indispensabile per il lavoro e la buona compagnia. Intorno orti, coltivi terrazzati, prati pascolo, alberi da frutto e, lontani, i boschi. Una ragnatela di mulattiere selciate.  Ben abitato. Famiglie in salda rete parentale, gente rude, fiera...

Un libro di Namwali Serpell / Capelli, lacrime e zanzare

Namwali Serpell, scrittrice dello Zambia, quarant'anni, sembra riuscire dove nemmeno Philip Roth ce l'ha fatta: se siamo ancora in attesa del "grande romanzo americano", salutiamo con meravigliata sorpresa "il grande romanzo africano" che la Serpell ci consegna con Capelli, lacrime e zanzare (Fazi, 2021, traduzione di Enrica Budetta): una narrazione ampia e avvincente di gesta quotidiane e imprese eroiche, commisurate alla difficoltà del vivere nella povertà endemica di un Paese che diventa paradigma di un intero continente, attraverso la storia di tre famiglie e di cinque donne: Sibilla, Agnes, Matha, Sylvia e Naila e di almeno una trentina di altri personaggi.   Le loro vicende si intrecciano, ricongiungendosi nelle oltre ottocento pagine in nodi che si sciolgono come nella sceneggiatura di un film di Almodovar, quando si scoprono cose che i flashback avevano reso oscure, via via che il racconto procede, e la fine ricompone le tessere di un mosaico che l'autrice ha maneggiato con incredibile maestria, prima di rivelarci il disegno conclusivo. La trama parte dai primi colonizzatori, agli inizi del '900. Namwali Serpell avverte, nella prima pagina: "Questa...

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

Giochi / "Falli di gioco" e "fallacci"

"Bisogna saper perdere"   "Competition is competition": la maliziosa tautologia raggiunse il microfono teso da un telecronista dopo essere passata dalla fenditura del largo sorriso di Romano Prodi. L'occasione era elettorale: una lista prodiana avrebbe fatto concorrenza a certi suoi tradizionali alleati e con quella dichiarazione Prodi ricordava che nella circostanza della gara non si conoscono fratelli e sorelle, le amicizie si sospendono, l'unica deroga è ammessa per chi affronta qualcuno che è tanto debole nel gioco e fragile nell'equilibrio psicologico da rendere opportuno favorirlo surrettiziamente. Ma si sta parlando di bambini piccoli.  Sono stato bambino ma non ho mai potuto sospettare che in quegli stessi anni in cui io lo ero nuove tendenze pedagogiche (rimaste poi minoritarie) deprecassero i giochi agonistici con passione degna di miglior causa. L'agonismo si sospettava fosse ciò che accelerava la trasformazione dei bambini – specie se maschi – in carogne ("carognitt de l'oratori", carognette oratoriali, come Umberto Bossi disse memorabilmente di Pier Ferdinando Casini). Già allora si riteneva che i bambini fossero "di default" innocenti, anche se non quanto...

Un libro per tutti e per nessuno / La relatività generale secondo Carlo Rovelli

Come ogni necrologio anzitempo, la notizia sulla morte della relatività generale è ampiamente sovradimensionata. Non che manchino indizi sul suo stato di declino avanzato, se è vero che la comunità dei fisici oggi la considera una teoria incompleta, o quantomeno da ricalibrare perché possa integrarsi con la meccanica quantistica, l’altra grande teoria fisica che descrive il comportamento della materia. Ma c’è persino chi ne celebra le esequie. Lee Smolin, ad esempio, invita a liquidare la teoria della relatività, assieme alla meccanica quantistica, quale frutto di approssimazioni troppo miopi, incapaci di rendere pienamente conto della struttura più intima dell’universo. Altri invece, come Sean Carroll, la ricollocano nell’alveo della meccanica quantistica e ne offrono quindi una descrizione molto diversa dalla sua formulazione tradizionale. E c’è chi invece, al netto della sua incompletezza, tenta di preservarne autonomia e principi di fondo, per inserirla in quadri concettuali che aspirano a integrare le due teorie senza stravolgerne lo statuto concettuale. È il caso, illustre, di Carlo Rovelli, che con Relatività generale (Adelphi 2021), libro agile-ma-non-troppo, discute le...

Viaggio in due scene d’estate / Tenebre luminose. Il Lemming e le Albe

Tradurre la luce in musica sembra essere l’ardua sinestesia che accomuna due lavori teatrali molto differenti che hanno calcato le scene d’estate. Il primo è Ante lucem del Teatro del Lemming, ispirato all’opera da camera Sette romanze su poesie di Aleksandr Blok di Dmitrij Šostakovič, replicato alla 17esima edizione del festival Opera Prima di Rovigo (5-6 settembre). Il secondo lavoro è Siamo tutti cannibali di Roberto Magnani, una riscrittura del romanzo Moby Dick di Melville. Prodotto da Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, lo spettacolo ha debuttato al festival Crisalide di Forlì (26 agosto) e replicato a Operaestate di Bassano del Grappa (28 agosto), i quali hanno anche collaborato alla genesi dello spettacolo. Per una felice coincidenza, la musica è protagonista incontrastata di entrambi i lavori per due ragioni. La prima è la più concreta. Sia Ante lucem che Siamo tutti cannibali prevedono un dialogo serrato tra artisti e musicisti. L’andamento procede, dunque, per rifrazioni reciproche tra testo e melodia, senso e suggestione fonica. In Ante lucem, il dialogo avviene tra un gruppo di attori, che recitano le poesie di Blok o con le parole o con azioni fisiche, e un ensemble di...

Ritorno a Mango Street / I messicano-americani di Sandra Cisneros

Nepantla è la parola azteca che indica la dimensione dell’in-between. Il territorio nel mezzo, dove i confini si rimescolano e il nuovo prende forma. È la chiave che schiude le porte della cultura chicana, luogo per eccellenza fluido di lingue e tradizioni, a partire dall’opera di Sandra Cisneros di cui La Nuova Frontiera rimanda in libreria La casa di Mango Street (traduzione Riccardo Duranti, 128 pp.). Ormai un classico contemporaneo, è il libro che ha traghettato nell’immaginario collettivo la realtà dei messicano-americani nella voce incantevole della sua protagonista – Esperanza Cordero, la bambina che vorrebbe chiamarsi Hope perché in inglese il suo nome suona “come se le sillabe fossero di latta e facessero male quando sbattono sul palato”.    Tra fiction e memoir, Mango Street la coglie nell’attimo di sospensione tra infanzia e adolescenza – nel turbamento di un tempo che tramonta e la fantasia che si affaccia al futuro. A rendere unico l’arco del suo crescere, la complessità dello spazio fisico e mentale in cui si dipana. Quello di Esperanza è un microcosmo che trabocca di personaggi, affetti, vita. La sorellina Nenny compagna di avventura, la madre amatissima....

Una storia ancora da raccontare / Le donne delle avanguardie

C’è una rinnovata attenzione per le storie delle donne, evidente nel numero crescente di pubblicazioni che ruotano attorno a figure femminili più o meno note. Grazie all’apporto fondamentale del femminismo e ai women's studies, che negli anni hanno posto al centro del discorso l’autonarrazione delle donne, oggi sono visibili i frutti di un lavoro tenace e continuativo che ha riportato nella storia ufficiale vicende ingiustamente trascurate, restituendoci la ricchezza del lavoro di scienziate, pensatrici, politiche e artiste. Le ricerche della studiosa e collezionista Claudia Salaris si collocano in questo percorso: da tempo impegnata in una paziente opera di recupero delle vicende delle artiste coinvolte nelle sperimentazioni del futurismo, torna con un volume intitolato Donne d’avanguardia, edito da Il Mulino, nel quale traccia i ritratti di circa trenta figure che hanno animato i decenni corsari dell’avanguardia, attraverso documenti e testimonianze, spesso di prima mano.    Le donne evocate da Salaris (per lo più italiane ma non solo) hanno dei tratti comuni, pur nella loro specificità: anticonformismo, indipendenza, dedizione totale al progetto artistico,...

Esercizi di sguardo sul paesaggio / Il cannocchiale del tenente Dumont

Non so di quale pasta siano fatti i liguri, ma quando penso al paesaggio della Liguria, alla sua verticalità quasi metafisica, unita all’orizzontalità del mare, come la vedeva Calvino in La strada di San Giovanni, dove le salite e le discese, insieme ai terrazzamenti e allo sguardo individuano le autentiche dimensioni del paesaggio, mi viene subito in mente Marino Magliani, che è nato a Dolcedo, un paesino della Val Prino, in provincia d’Imperia. Marino Magliani è un autore che ha girovagato in lungo e in largo per il mondo, prima di cominciare a pubblicare. A un certo punto, in uno dei suoi viaggi in Sudamerica, si è fermato a Lincoln, un paese che si trova in mezzo alla pampa argentina (nella pampa, comunque, tutto si trova in mezzo, anche i posti di confine).   Di questa esperienza a Lincoln ne ha parlato in un romanzo del 2011 dal titolo La spiaggia dei cani romantici, per poi tornarci sette anni dopo con Prima che te lo dicano altri (finalista dell’edizione 2019 del Premio Bancarella). Dopo il suo ritorno dal Sudamerica e dopo aver girovagato ancora un po’ per il mondo, facendo i mestieri più svariati, il destino lo ha portato a fermarsi in una cittadina costiera dell’...

Un libro di Michel Poivert / Che cosa è la fotografia contemporanea?

Il libro di Michel Poivert, La fotografia contemporanea, si potrebbe definire in continua crescita grazie anche alla dinamicità della fotografia stessa, che ha, per così dire, obbligato lo studioso ad ampliare e modificare negli anni questo testo per stare al passo con le molteplici evoluzioni del mondo fotografico. La prima edizione, per i tipi di Flammarion, risale al 2002 e si basava su soli quattro capitoli: Etica del moderno, Crisi degli utilizzi, Autorità della fotografia, Utopia documentaria. Nel 2010 l’autore aggiunge altri due capitoli: uno dedicato alla fotografia sperimentale (che indaga le ambiguità della ricezione visiva e mette in scena l’esperienza stessa del vedere fotografico) e il secondo alla staged photography, o “immagine-performance” come lui la definisce, ovvero una fotografia teatralizzata, ambiguamente sospesa tra reale e immaginario (una fotografia a cui è stata dedicata la recentissima mostra True Fictions. Fotografia visionaria dagli anni Settanta a oggi, a cura di Walter Guadagnini, Palazzo Magnani, Reggio Emilia, 2021, catalogo Silvana Editoriale). Il libro così ampliato viene ripubblicato da Flammarion e con tempismo apprezzabile tradotto e proposto...