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Memoria

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Prequel e riscritture / Crudelia: cattive si diventa

Doveva accadere che perfino Crudelia, l’abominevole cattiva di La carica dei 101, venisse risucchiata in un film dedicato alla sua formazione.  Ovvero, per dirla in termini un tantino più precisi, in un prequel, la moda hollywoodiana del momento. Il successo che la pellicola sta ottenendo in tutto il mondo autorizza a provare a fare il punto sulle ragioni profonde che ispirano le grandi major cinematografiche a ritornare sui propri film (per lo più rivolti ai ragazzi, ma non solo) più amati, proponendone riprese e riscritture. Nel merito se ne sono dette di tutti i colori. C’è chi la butta sul legale. La gran parte delle pellicole in questione si ritrova, infatti, di fronte alla questione di non poco conto della scadenza dei diritti di sfruttamento commerciale; riproporne una riscrittura in questo caso garantirebbe una prolungata protezione a questi film a svariate decine di anni. Sarebbe questa, secondo alcuni, la ragione per cui classici come Dumbo, Cenerentola o Il libro della giunga sono stati trasposti in live-action, ossia con attori in carne ed ossa. C’è poi chi ne fa una questione generazionale. Riprendere questi classici sarebbe, secondo tale vulgata, un modo per...

Un libro di Stefano Chiodi / Genius loci. Anatomia di un mito italiano

Nell’ormai celebre conferenza promossa dal Nexus Institute nel 2004, incentrata sul problema dell’esistenza e persistenza di un’idea e/o identità europea, George Steiner inizia il suo discorso (poi tradotto e pubblicato in italiano nel 2006 con il titolo Una certa idea di Europa) indicando la memoria, o meglio, la sua eccedenza, come primo tratto distintivo del Vecchio Continente. Un’autorappresentazione come lieu de la mémoire in cui l’uomo «colto si trova intrappolato», schiacciato sotto il peso di un passato soffocante che funge contemporaneamente e incessantemente da memento mori. «Troppo di tutto, in questo sterminato luogo comune», scrive Luigi Ghirri in Niente di antico sotto il sole, riferendosi a quell’eccesso di memoria che satura i luoghi nostrani e ottunde lo sguardo. Da una analoga premessa prende pure avvio Genius loci. Anatomia di un mito italiano di Stefano Chiodi (recentemente pubblicato da Quodlibet), dove lo studioso analizza le vicende della spuria e plurale identità italiana che si avviluppa attorno al concetto di genius loci a partire dall’omonima mostra curata da Achille Bonito Oliva nel 1980 e al suo intrecciarsi con i temi e problemi posti dalla...

L’ultima intervista / Marshall Sahlins, perché abbiamo bisogno degli dèi

Quella che segue è probabilmente l’ultima intervista rilasciata dal grande storico e antropologo Marshall Sahlins, pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile scorso, nella sua abitazione di Chicago. Provato da una lunga vita e dall’isolamento dell’ultimo anno pandemico, Sahlins non aveva perduto il gusto della battuta e dell’ironia, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione e delle sue conferenze. Come quando, qualche mese prima, intitolava i suoi polemici post contro l’amministrazione Trump come “scritti pre-postumi”!   Sahlins ha attraversato 70 anni di storia e storia dell’antropologia. La sua formazione, con Leslie White e più tardi con Elman Service, lo ha portato a cercare di capire quale rapporto le società umane intrattengano da un lato con le tecnologie e la materialità dell’esistenza; dall’altro con l’universo simbolico e culturale che producono e che le imprigiona come delle ragnatele invisibili. La cultura, intesa in senso antropologico come una costruzione simbolico-materiale, è stata sempre al centro dei suoi interessi e delle sue accese battaglie contro i determinismi biologici, genetici, economici. E contro quel diffuso...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (12) / Paese mio che stai sulla collina

Un piccolo paese della Calabria, San Nicola da Crissa, sulle serre vibonesi. Tra la metà degli anni cinquanta e i primi sessanta. Come tutti i paesi, San Nicola è un grembo di suoni temperati, che, da sempre, custodisce il ritmo della vita. Dal fitto abitato, non ancora del tutto eroso dall’abbandono, sale un brusio gaio, le onde sonore delle cantilene infantili.  Fra cortili e vicoli, impazza l’“ammuccia”: in Calabria si chiama così il gioco del “nascondino”. Un modo per abitare il paese, e farne cosa viva.  Un bambino, sei-sette anni, si rannicchia in un anfratto, un buon posto per nascondersi, e non è troppo lontano dalla “tana”, gli basta una piccola corsa. Spiando i passi lenti e accorti del compagno che si avvicina, il suo cuore batte colpi “di ansia e di paura”. Resisterà all’assalto dell’emozione? Ora, il suo corpo si raggomitola su se stesso, come se volesse assottigliare la sua consistenza incuneandosi tra terra e pietra. Avverte l’odore del terreno umidiccio. Gli piace.  In questa breve e ansiosa eternità, il bimbo resta in attesa del momento più propizio per balzare fuori cogliendo di sorpresa il compagno che lo sta braccando, e finalmente gridare: “...

Un libro di Giovanna Silva / Ritratto di Roma deserta

Uno degli effetti collaterali del lockdown è stata l’esasperazione del binomio spazio chiuso/aperto, il primo reso claustrofobico dalla clausura coatta dei suoi abitanti, e il secondo amplificato dalla loro conseguente assenza. Never Walked on Crowded Streets (edito da NERO Editions), ultimo lavoro di Giovanna Silva, parte come sguardo sulla città di Roma che accidentalmente si imbatte nell’evento straordinario di una pandemia. Una prima serie di immagini scattate tra gennaio e i primi di marzo 2020 è seguita – dopo la forzata interruzione del lockdown generale – da una successiva sequenza di fotografie prodotte tra giugno e ottobre dello stesso anno. L’impaginazione del libro è composta secondo una successione di dittici di luoghi e quartieri differenti uniti da una contiguità formale che può di volta in volta svilupparsi secondo le assonanze di linee o di contenuto (oggetti, colori, parole), proponendo un dialogo talmente efficace che talvolta una fotografia sembra continuare in quella della pagina accanto: in due pagine l’Ippodromo delle Capannelle e Via Appia Nuova sono così fusi tra di loro da farne un unico luogo con una sua coerenza interna.        ...

Le scuole antropologiche francese e americana / Le foreste non pensano

Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei,...

Templi, giardini, cimiteri / Tanizaki a Kyōto

Dormo, e sogno bambini nel cortile di un tempio in rovina, ricoperto di muschio, giocare a ombre e demoni. (Lafcadio Hearn)   La passeggiata lungo il canale fiancheggia le pendici dei monti orientali di Kyōto, dai quali prende il nome la storica area di Higashiyama, e conduce in prossimità di alcuni templi e santuari tra i più suggestivi dell’antica capitale dell’Impero. Inaugurata alla fine dell’Ottocento, percorsa quotidianamente nei decenni successivi dai pensatori della prestigiosa Scuola di Kyōto, è oggi nota in loro memoria come il Sentiero della Filosofia (Tetsugaku no michi) e frequentata soprattutto all’inizio di aprile, sotto l’incanto rosa dei ciliegi in fiore. Durante la mia visita i passanti si contano sulla punta delle dita, ma il silenzio dei quartieri assonnati in cui i rumori del traffico urbano si mescolano ai canti degli uccelli, in questa tarda mattina di fine dicembre, pare invitare alla scoperta di una bellezza meno appariscente, e forse impalpabile. Sceso dal tram, ho seguito per un po’ il sentiero deserto prima di addentrarmi nei vicoli che salgono verso il tempio buddhista Hōnen-in, uno dei tesori meglio conservati e nascosti della città.  ...

Una conversazione con Michele Zappella / Scuola: dislessia, autismo e bullismo

Dopo aver ascoltato Pietropolli Charmet e il suo sguardo rivolto all’adolescenza, mi è sembrata un’occasione preziosa quella di poter rivolgere le mie domande a Michele Zappella, uno dei massimi esperti e studiosi di neuropsichiatria infantile, in prima linea, negli anni Sessanta (è nato nel 1936), per l’abolizione delle classi differenziali. Ha lavorato a Londra, negli Stati Uniti e in diversi istituti psichiatrici italiani, prima di diventare primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Generale di Siena, incarico ricoperto per più di trent’anni. Continua a visitare bambini, a occuparsi di integrazione e proposte terapeutico-educative, e la sua voce sull’autismo è tra le più autorevoli del panorama contemporaneo. Tra i suoi libri vanno almeno citati: Il pesce bambino. Come la società degli adulti deve riapprendere ad ascoltare il bambino (Feltrinelli, 1977); Non vedo, non sento, non parlo. Autismo infantile: come i genitori possono guarire da soli i propri figli (Mondadori, 1984); (con Dario Ianes), Facciamo il punto su l'autismo (Erickson, 2009); (con Giuseppe De Luca), L'alba dell'integrazione scolastica (Carocci, 2013). Lo raggiungo in Skype e mi accoglie...

Anticamente moderni / Strade e palazzi di Milano e Lombardia

I resti di un’esperienza di avanguardia nell’edilizia civile milanese si trovano dietro i bidoni della spazzatura al civico 29 di corso Magenta. Lo segnala la storica dell’architettura Roberta Martinis nel saggio Anticamente moderni. Palazzi rinascimentali in Lombardia in epoca sforzesca (Quodlibet, Macerata 2021).      Martinis svolge una scrupolosa indagine sull’architettura civile lombarda degli ultimi vent’anni del Quattrocento, chiedendosi “se sia la cerchia milanese legata all’umanesimo antiquario a creare le condizioni di committenza per accogliere le sperimentazioni formali di Bramante, Battagio e De Fondulis” (p. 11), o se abbiano influito le “mentalità diffuse […] che attraversano obliquamente le aree dei linguaggi”, come sostiene Manfredo Tafuri in Ricerca del Rinascimento. Principi, città, architetti (Einaudi, Torino 1992, p. 9). Autore di sonetti ma anche attento critico e “maestro” di stile letterario, Donato Bramante studia il linguaggio architettonico come un filologo un documento letterario e un grammatico il sistema fonematico, morfologico e sintattico di una lingua? Saranno state le grammatiche e le filologie a favorire la nascita di un nuovo...

28 giugno 1914 / Miljenko Jergović, L’attentato di Sarajevo

Cesare Lombroso non lo avrebbe degnato di uno sguardo. Perché Gavrilo Princip, il ragazzo che ammazzò l’Arciduca Franz Ferdinand e sua moglie Sophie a colpi di Browning M 1910 calibro 7,65 la domenica del 28 giugno 1914 a Sarajevo, non aveva i connotati dell’“uomo delinquente” delineato dell’antropologo veronese nel 1876. Niente fronte sporgente né orecchie grandi, asimmetrie nel volto o braccia troppo lunghe. Anzi, nelle foto appare come un giovane con la barbetta da hipster ante litteram, gli occhiali da intellettuale, lo sguardo intenso. Amava scrivere poesie e nei quattro anni trascorsi nella terribile prigione di Terezin, dove morirà di tubercolosi prima del suo ventiquattresimo compleanno, confessò che a mancargli più di tutto erano i libri.      Eppure, ancora oggi, sulle spalle del ragazzo bosniaco di Obljaj pesa una colpa terribile. Quella di avere acceso la miccia dell’“inutile strage”, come Papa Benedetto XV definì la Prima guerra mondiale, che lasciò sui campi di battaglia più di 10 milioni di morti e oltre 20 milioni di feriti. L’Austria-Ungheria e gli Imperi Centrali, infatti, considerarono l’attentato di un gruppo di ragazzi affiliati alla Mlada Bosna...

Diario (10) / Dante: dal tramonto all'alba

Sono le 6.12 del mattino di sabato 26 giugno. L’attraversamento della notte di verso Paradiso è appena terminato, dopo essere iniziato ieri sera alle 20.45 nei giardini pubblici di Ravenna. Ho ancora un po’ di sangue nelle vene e di energia nel cervello. Spero di non collassare. Ma devo spedire questo ultimo diario alla redazione di doppiozero, in modo da permetterle di organizzare l’uscita del pezzo per domani. Della giornata di prova del 24 avevo già scritto ieri, diciamo che mi ero fatto avanti, così. “La “generale” è andata. Generale? Si chiama così l’ultima prova prima del debutto, ma quella di oggi è stata in realtà l’unica prova che abbiamo fatto tutti insieme. Tutti e settanta, contando solo le attrici e gli attori impegnati. Quindi una “generale” e un soldato semplice insieme, un comandante e l’esercito intero.   Che bellezza, questo avvicendarsi di volti sul palco, davanti alla facciata della Loggetta Lombardesca! Due mesi fa avevamo chiamato le attrici e gli attori di Ravenna a leggere i 33 canti del Paradiso. Alcuni, come Agata Tomšič e Maurizio Lupinelli, Elena Bucci e Ivano Marescotti, erano già impegnati, e dispiaciuti non avevano potuto dirci di sì. Ma gli...

Fotografia di architettura / Sul margine liquido della città

FD – Alle prime luci del mattino di una giornata di inizio giugno del 2020 mi trovo su una piattaforma di cemento, rialzata di un piano rispetto al sottostante livello stradale, per riuscire a dominare con lo sguardo l'accesso al gigantesco parcheggio di un centro commerciale situato sul margine orientale dell'area metropolitana di Roma. Nell'inclinazione ancora piuttosto bassa dei raggi del sole, la massa indistinta di lamiera blu scuro che ricopre l'orizzonte inizia lentamente a prendere definizione; una volta montato il mirino spot da cinque gradi sul mio esposimetro Minolta posso iniziare le misurazioni.   "Architectural photography can involve a lot of waiting; the building becomes a kind of sundial, while you wait for a shadow to crawl away from a detail you want, or for the mass and balance of the structure to reveal itself in a certain way."   In termini fotografici, il mese di giugno a Roma è sul limite delle possibilità di gestione della luce e le ore di lavoro tendono a restringersi drasticamente intorno ai due poli di alba e tramonto; questi primi scatti esplorativi, punto di partenza di un'indagine fotografica sull'espansione della città in direzione est,...

Veleni scientifici / L’affaire Spallanzani

Per tutti noi, oggi e da almeno un anno o anche più, Spallanzani è il nome di un ospedale di Roma; anzi, per essere precisi, è il nome dell'Istituto Nazionale di Malattie Infettive, assurto ai fasti della cronaca quotidiana a causa della ben nota, o tristemente nota, pandemia che tanto ci affligge. Ma chi era questo Lazzaro Spallanzani che dà il nome al nosocomio romano così spesso citato da giornali e telegiornali? Un'ottima ed esauriente riposta al quesito è fornita da un avvincente volume appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri, L'intrigo Spallanzani, di cui è autore Paolo Mazzarello, professore di Storia della Medicina all'Università di Pavia. Si tratta di un “saggio narrativo” o “romanzo con citazioni” secondo la definizione dell'autore stesso (nel Post scriptum). La narrazione, documentatissima e puntellata da un corposo apparato di note, inizia in medias res.  Spallanzani, professore di Storia Naturale dell'Università di Pavia, sta per raggiungere Costantinopoli, al seguito del bailo (ambasciatore) veneziano Zulian. È il 31 ottobre del 1785. Il professore, a differenza di certi suoi colleghi, non è un uomo sedentario, un topo di laboratorio; appena può...

Parole nel tempo / Solare!

Venne epidemicamente di moda qualche anno fa ed è rimasto oggi endemicamente corrente l’aggettivo solare, coi valori metaforici che prende quando è associato a designazioni d’esseri umani o a qualificare loro attitudini o comportamenti. Non c’era persona che non si dichiarasse “solare” quanto a indole, soprattutto se opportunamente sollecitata nei contesti pubblici. Non c’era metà d’una coppia d'innamorati che non magnificasse il carattere “solare” dell’altra e la conseguente qualità “solare” del rapporto. Oggi succede forse un po’ meno, ma l’uso si è, per così dire, stabilizzato.   Chi detta questa nota non esclude si trovino ricche ricorrenze nella narrativa di cassetta degli ultimi decenni: non ne è cultore. Di attestazioni di solare, ne ha sottomano una tratta dal pluripremiato romanzo di esordio di un ormai affermato scrittore romano, capace peraltro di mettere all’opera tutte le veneri della retorica. Potrebbe quindi trattarsi di auto-ironia stilistica: “alla vista della solare marinaretta che sbarcava saettante dal motoscafo Riva”. La citazione resta qui adespota. La paternità ne è dichiarata del resto dalla menzione di un natante di marca, che equivale, in funzione...

Un romanzo giapponese / Kawamura Genki, Non dimenticare i fiori

In Se i gatti scomparissero dal mondo (Einaudi 2019, l’originale è del 2012), con un disincanto surreale che talvolta caratterizza la letteratura giapponese, dove si dà per scontato che i gatti parlino o che i sogni interferiscano con la realtà, Kawamura Genki ci sottopone una situazione drammatica che non possiamo che immaginare: come ci comporteremmo se, sapendo di dover morire a giorni, ci venisse proposto di decidere a cosa può rinunciare il mondo in cambio, ogni volta, di un giorno in più da vivere? Un gioco al massacro o una ricerca dell’essenzialità? A proporlo al protagonista del romanzo è nientemeno che il diavolo, peraltro presentandosi in abiti volutamente ridicoli – per un diavolo, si intende –, camicie hawaiane, bermuda, occhiali da sole, per questo soprannominato Aloha. Al gioco del diavolo è naturalmente sotteso, dichiarato anzi in apertura: come cambierebbe il mondo se io scomparissi? Domanda cruciale, che ognuno si è posto e si pone. Forse, sottinteso, ragione per cui si fanno cose come scrivere, dipingere, comporre. Sembra dunque un gioco, non c’è traccia di tragicità, anzi all’inizio il protagonista sembra del tutto sciocco e superficiale. Ci si aspetterebbe ben...

Fanny & Alexander a Ravenna Festival / Mario Draghi nel regno delle fate

Siete pronti a entrare tra gli incantesimi? Un suono molto basso, un pizzicato, un accordo, un violino, poi un flauto sottile. Sospensione. Tre attori e due attrici prendono possesso con larghi gesti, misteriosi, di uno spazio bianco, lungo e stretto, circondato da oggetti che sembrano strani leggii. Questi si illuminano di cangianti luci nette, blu, verdi, gialle, rosse, come occhi quadrati. Gesti ieratici, sospesi; sospensione della gestualità quotidiana. Gli attori si schierano di fronte al pubblico. Si rimpallano le “regole per riuscire a vedere una fata”: “deve essere un pomeriggio caldissimo… troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa… devi avere un po’ di sonno, ma non tanto da non riuscire a tenere gli occhi aperti… e ti devi sentire, come dire?... incantato… eerie dicono gli inglesi… ma soprattutto, l’ultima regola è: i grilli non devono cantare… (Si sente il suono di bosco. Uccellini, ruscelli, fronde… Ci sono anche dei grilli) Niente grilli, ho detto!” (Cessano i grilli.) Benvenuti nel mondo di Sylvie & Bruno, l’ultimo romanzo del reverendo Lewis Caroll, libro vertiginoso pubblicato nel 1889, diversi anni dopo Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo...

L’ultimo libro del filosofo coreano / Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti

Viviamo immersi nei riti, nelle cerimonie, nelle celebrazioni d’ogni tipo, laiche o religiose che siano. Non solo i grandi riti, istituzionalmente dati e riconosciuti, come matrimoni, cambi della guardia, partite di calcio, concerti rock o funerali di stato. Ma soprattutto i piccoli rituali della vita quotidiana: immergere il biscotto nel primo caffè della giornata, farsi la barba, ascoltare “Il ruggito del coniglio” nella via per l’ufficio, sfogliare il giornale del mattino, accompagnare i figli a scuola, andare al supermercato ogni sabato pomeriggio, prepararsi un drink prima di cena… Fino alle mille ossessioni personali, di cui non mette conto – sperabilmente – discettare. Il rito ci dà sicurezza, ci culla nella bambagia dell’abitudine, ci evita figuracce, ci illude d’abitare, se non nel migliore, in un decente mondo possibile. I bambini non possono farne a meno. Gli anziani ancora di più. Gli adolescenti, rifiutandoli in blocco, sguazzano insipienti nel rito del non-rito. Come quando, nel 68 o giù di lì, erano tutti a contestarli in nome della spontaneità, della naturalezza e dell’informalità, se ne sono prodotti a decine, dal farsi allungare i capelli al passarsi la canna (...

Telefono senza fili / Roland Stragliati, avventuroso traduttore di Primo Levi

Anche in Francia – come nel mondo anglosassone – le fortune di Primo Levi sono state relativamente tardive, e prevalentemente postume. È cosa nota: fuori d'Italia, fu soltanto nella Germania del 1961 che Levi venne riconosciuto per tempo, grazie alla traduzione di Se questo è un uomo ad opera di Heinz Riedt, come una voce importante di testimonianza, se non già di letteratura. In Francia, un riconoscimento pieno non sarebbe intervenuto che un quarto di secolo più tardi. Cioè all'indomani della morte di Levi, nel 1987. E Levi stesso, da vivo, non potè mai togliersi dalla testa che le sfortune francesi derivassero dal rovinoso suo esordio con un editore d'oltralpe: ancora nel 1961, quando Se questo è un uomo era uscito a Parigi, per i tipi di Buchet/Chastel, nella traduzione di Michèle Causse. Caso eminente di traduzione come tradimento. Fin dal titolo del libro, imperdonabilmente menzognero: J'étais un homme.   Nel 1980 – all'uscita in francese di La chiave a stella – Levi poté sentirsi nuovamente tradito. E tradito, per la seconda volta, fin dal titolo della versione transalpina: sia pure a un livello meno profondo e decisivo rispetto al tema dei gradi di umanità o disumanità...

Verso Paradiso / Dante: poesia come "gloria della lingua"

“Non intendono gli uomini questo Discorso (logos) che è sempre né prima di udirlo né quando una volta lo hanno udito, e per quanto le cose si producano tutte seguendo questo Discorso (logos), è come se non ne avessero alcuna esperienza, essi che di parole e di opere fanno pure esperienza, identiche a quelle che io espongo distinguendo secondo la sua natura ogni cosa e mostrando come è: ma agli uomini sfugge quello che fanno da svegli, e di quanto fanno dormendo non hanno il ricordo.” Eraclito   Supino sul letto, intorno alle cinque del mattino, cercavo di riaddormentarmi. Attribuivo l'insonnia ai tanti pensieri di quel periodo particolarmente duro per me, perciò mi sforzavo di non pensare a nulla. Ma dopo innumerevoli tentativi mi accorsi di non riuscirci. Con stupore, e con un certo spavento, mi rendevo conto che è impossibile non pensare, e che l'attività del pensiero, e con quella l'attività del linguaggio, sono incessanti, e che io ero una specie di reattore nucleare, la mia mente non poteva essere spenta. A corrente alternata viaggia, al contrario, la coscienza, compresa la coscienza di stare pensando. Sottili lame di sonno penetrano nella mia veglia, l'incoscienza è uno...

Ritorna il classico di Carla Forti / L’eccidio Pardo Roques

È il primo agosto quando un gruppo di soldati tedeschi fa irruzione nella bella casa di Giuseppe Pardo Roques. A 68 anni è uno degli uomini più in vista di Pisa. Presidente della comunità ebraica locale, è un erudito, un benefattore. In città si favoleggia della sua ricchezza e della sua patologica fobia per i cani e i gatti. È il 1944 e quello che segue è uno degli eccidi più spietati di cui si serbi memoria. I militari arrivano alle dieci del mattino e se ne vanno ubriachi nel primo pomeriggio. Si lasciano dietro i corpi straziati di dodici morti – cinque cristiani e sette ebrei, fra cui Pardo. La dimora, nel quartiere popolare di Sant’Andrea, è saccheggiata. Un furgone torna più volte a fare il carico di dipinti, oggetti preziosi, mobili di pregio. Un mese più tardi Pisa è liberata. Un mese appena e quelle vite potevano fare il loro corso.  In questa tragedia ci sono domande che pesano come macigni. Perché la rete di complicità che così a lungo ha protetto Pardo d’improvviso cede? Chi ha messo i militari sulle sue tracce? È stata davvero, come si dice, la vendetta di un vicino? E per quale ragione dopo la guerra tanti preferiscono dimenticare?  Quel groviglio di...

Scarabocchi 2021 / Disegni dall’inconscio profondo

Cosa si disegna quando si disegna?  Me lo chiedo da sempre. È difficile credere che si disegni soltanto ciò che si vede, cedendo all’idea di un dominio della vista, dato che è difficile stabilire cosa è che effettivamente ed esattamente vediamo. E tantomeno affermare che il disegno sia uno strumento adatto per rappresentare della realtà, dato che, nella pratica, potrebbe esserlo con impresa sovrumana, soltanto tracciando un oceano di linee e punti, addossando faticosamente migliaia di segni. Possiamo forse pensare al disegno come ad uno strumento di ricerca dell’ossatura della realtà, che agisce per riduzione, per confine, per simbolo, quindi per sostituzione. Credo che chiunque disegni a memoria, ovvero senza voler rappresentare ciò che osserva in quel preciso momento davanti a sé, bensì quello che vede dentro di sé, si ponga il problema di quale materia mentale stia trasformando in disegno. È visione o immagine, memoria o immaginazione, sogno o realtà?    John Berger, in uno dei suoi libri più fortunati, interrogandosi sul perché si disegna, diceva che “l’apparizione della figura conta molto più dell’atto di disegnare. È lei che insiste, non il disegnatore,...

L'esordio in prosa / Massimo Gezzi, Le stelle vicine

Accade sempre qualcosa di indefinibile quando un poeta decide di scrivere in prosa. Al di là delle differenze ovvie di genere e di stile, dei condizionamenti della forma e del metro, nonché della diversa tenuta sintattica e contenutistica che un discorso in prosa prevede, in certi casi il trapasso da un codice a un altro sembra verificarsi a un livello più profondo, dai contorni più incerti e quasi pulviscolari. E del resto già Ponge, Tarkos, Prosa in prosa e tutto ciò che ne è conseguito hanno reso evidente la resistenza che alcuni oggetti letterari manifestano nei confronti di una categorizzazione fondata su criteri esclusivamente formali.   Le stelle vicine (Bollati Boringhieri, 2021), la raccolta di racconti che costituisce l’esordio in prosa di Massimo Gezzi, tuttavia, non ha nulla a che fare con il panorama delle scritture di ricerca, com’è evidente considerando le differenze di area, formazione, stile e interessi tra l’autore e i poeti dell’antologia del 2009. Sulla distinzione di genere è peraltro inutile soffermarsi: va da sé che le istantanee fotografate da Gezzi sono racconti dall’impianto assai tradizionale, vicini a certo realismo americano praticato da Raymond...

Sociologia della catastrofe / Mottarone: il perché di un disastro

La tragedia della funivia del Mottarone ci ha scossi profondamente. Ci ha lasciati quasi increduli. È possibile che persone “normali” abbiano messo a rischio la vita di altre persone con tanta pertinacia, con tanto apparente disprezzo? Altre tragedie, vicine e lontane, hanno innescato studi approfonditi sui meccanismi che stanno alla base di eventi così sconcertanti.   Diane Vaughan insegna sociologia alla Columbia University di New York. Nel campo, alquanto specialistico, della sociologia dei disastri, si è fatta un nome grazie all’analisi, acuta e documentata, su come andarono le cose alla NASA negli anni precedenti il disastro del Challenger. I lettori meno giovani ricorderanno che nel gennaio del 1986 la navetta Challenger, lanciata da Cape Kennedy con sette astronauti a bordo (fra i quali Christa McAuliffe, un’insegnante di scienze che avrebbe dovuto tenere una lezione dallo spazio), si disintegrò in volo un minuto dopo il lancio, uccidendo tutti i membri dell’equipaggio. Ne seguì un’inchiesta, condotta dalla Commissione Rogers, alla quale partecipò anche il premio Nobel per la fisica Richard Feynman.    Vaughan non faceva parte di quella commissione, ma il suo...

Un libro di Gustavo Zagrebelsky / La giustizia come professione

Non vi è giorno in cui le cronache e le riflessioni non si occupino della Giustizia, tra processi, malfunzionamenti, aspirazioni, critiche. E questo avviene comprensibilmente in quanto, oltre ad essere formalmente un potere dello Stato, è una macchina onnivora che colpisce con lo strumento dei processi, demolisce le traiettorie di cittadini, compensa le vittime, mostra le devianze, ne ipotizza il superamento. È una macchina che ha i caratteri dell’azienda in quanto gestisce uomini, siano essi magistrati o personale di supporto, spende denari, richiede spazi, fornisce servizi pubblici, con l’anomalia curiosa e poco trattata di non rendere conto a nessuno del proprio operato salvo in termini statistici e dei propri investimenti finanziari nei processi. Colpire la criminalità non ha prezzo, si osserva, e quindi diventa urticante e indisponente cercare di sapere ‘quanto costa’ la giustizia e quale sia la sua economia. Soprattutto quella penale tra intercettazioni telefoniche e perizie spesso naufragate. Del resto quella giustizia è gestita da professionisti, siano essi dipendenti come magistrati o assistenti vari, siano essi indipendenti come avvocati che svolgono una professione per...