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Musica

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L’apocalisse è quello che c’è già?

Come tutti sanno, e i commentatori hanno sempre sottolineato, anche all’interno dello speciale di doppiozero dedicato ad Apocalittici e Integrati, il libro di Eco ha “fatto epoca”. Per il titolo/slogan (come, del resto, per il primo libro, Opera aperta; ed Eco, riporta nella sua famosa e sempre ricordata prefazione, che il titolo fu, sintomaticamente, invenzione dello stesso editore, Valentino Bompiani). Slogan che è, al tempo stesso, sintesi di un vero e proprio programma di ricerca, dettando la linea per gli studi massmediologici a venire: seppure in una prospettiva del “giovedì prossimo”, vista la rapida trasformazione della materia, come metteva in guardia lo stesso Eco, e come ci ricorda Marrone.   E per aver dato la sveglia, o aver segnalato, ad una, a quanto pare, catatonica, prima che catodica, Italia degli anni ’60, in vista di eroici ed erotici risvegli. E quindi via da Claudio Villa, perlomeno verso un Bobby Solo per la prima volta in playback a San Remo; e poi vai con Modugno, e la nuova musica “leggera”, sotto l’influenza di chansonniers e di crooners, cool jazz e tempi terzinati; alla critica...

L'onta del significato

La pubblicazione presso L’orma – come numero 2 della nuova serie della collana fuoriformato (pubblicata per 31 volumi da Le Lettere, fra il 2006 e il 2012) – di Una profonda invidia per la musica. Invenzioni a due voci con Paolo Terni, di Giorgio Manganelli, rappresenta un adempimento lungamente atteso. Sin dall’inizio del progetto di fuoriformato, infatti, volevo pubblicare nella loro originale forma fonografica le bellissime conversazioni a tema musicale che Manganelli ebbe con Terni a Radio Tre Rai nel luglio del 1980, e che già erano conosciute – solo in forma trascritta, però – nel libro di Terni, Giorgio Manganelli ascoltatore maniacale, pubblicato da Sellerio nel 2001. Complesse questioni di diritti hanno reso possibile solo ora questa pubblicazione. Solo ascoltandolo materialmente (Manganelli direbbe forse “matericamente”), questo intreccio di voci, viene a giorno in effetti la qualità di «improvviso» (Improvvisi per macchina da scrivere è il titolo “musicale” scelto per il proprio libro da Manganelli più amato, forse: la raccolta dei corsivi giornalistici uscita...

H.R. Giger. In memoriam

E così è morto anche H.R. Giger. Hans Rudolf "Ruedi" Giger. In Italia non si è mai capito se andasse pronunciato “Gaigher” o “Ghiger”. Un mistero che per molti rimarrà insoluto. Giger è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la creazione del mostro di Alien. Quando Ridley Scott nel 1978 si imbatté nella sua versione del Necronomicon – una ricerca visiva ossessionata nella terra desolata tra la magia nera e i culti dei Grandi Antichi di Lovecraft – forse capì di avere per le mani lo strumento definitivo per mettere la parola fine alle utopie residue degli anni '70. Una visione scura, gelida e paranoica del surrealismo, costruita in antitesi programmatica con la psichedelia in Colorama delle copertine degli Yes e dei Pink Floyd. Non c'erano campi di fiori nelle allucinazioni di Giger, non c'era nessuna luce alla fine del tunnel. Non c'era salvezza. Giger è stato l'anima nera degli esploratori dell'immaginario, sempre un passo oltre nell'estrudere i tentacoli gelatinosi della mente e allungarli verso una melma più densa: feconda, purulenta...

Una storia del rumore

"Ovunque siamo, quello che ascoltiamo è soprattutto rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando ci mettiamo ad ascoltarlo, ci affascina". (John Cage, 1937)   Primi di marzo. Marrakech. Sto entrando per la prima volta in una delle piazze più grandi del mondo, Jamaa el Fna. Arrivandoci da uno degli stretti vicoli della Medina, affollati dal rumore di motorini e radioline dei negozi, vengo improvvisamente invaso da un paesaggio sonoro inedito e abbacinante, composto di zoccoli di cavalli, flauti di addomesticatori di serpenti, canti di narratori locali, urla, muezzin, venditori. Ancora oggi, a distanza di settimane, è il suono di quella piazza quello che mi rimane più in testa. Così come di Istanbul ricordo subito i canti che si innalzavano assieme dalle tante moschee della città.   Tutti noi, se ci pensate bene, conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo stati o in cui siamo cresciuti, quello che il teorico dei media Rudolf Arnheim chiamava l' “immagine acustica” di un luogo e che il musicologo canadese Raymond Murray Schafer chiama il “paesaggio sonoro”.   Siamo...

Tra Marlon Brando e Johnny Depp

Paul McCartney scende le scale con passo non del tutto certo, per andare ad accomodarsi al pianoforte. Il video è quello di Queenie Eye dal suo ultimo lavoro New. Lo studio di registrazione è quello storico, il numero due di Abbey Road. Macca non corre ormai più il rischio di citarsi addosso, anzi ha fatto dell’autocitazione una forma non banale di metafinzione creativa. Un gioco iniziato anni fa con la leggenda della sua morte che lo stesso McCartney ha brillantemente alimentato (probabilmente anche per scaramanzia) inserendo nei propri lavori divertenti indizi. E questa volta indossa almeno un paio di sandali. Primo custode di se stesso, Paul McCartney gioca brillantemente su più piani: da un lato mostra uno dei luoghi simbolo della propria mitologia, dall’altro una chioma castana improbabile per un settantenne (già cinquantenne ingrigito), allo stesso tempo ospita un gruppo di amici che casualmente stanno tutti nella stanza. Tra di loro Jeremy Irons, Meryl Streep, Gary Barlow, Tom Ford, Lily Collins e Jude Law, probabilmente quelli che ce l’hanno fatta da soli parafrasando Queenie Eye.   Farcela da soli forse...

Donne, motori e rock 'n' roll

Nel 1993 Speed Kills, una fanzine di Chicago (attiva tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, e dedicata alle vecchie auto sportive, alle corse automobilistiche e alla musica indie rock, gli interessi principali del fondatore Scott Rutherford), pubblica la serie “DC musicians with their cars” di Cynthia Connolly, una giovane fotografa di Washington, D.C. La serie di fotografie in bianco e nero (che sarà ripubblicata da numerose fanzine e riviste) ritrae musicisti e musiciste della scena punk hardcore locale accanto alle loro vetture, spesso vecchi e strambi catorci: Kathi Wilcox delle Bikini Kill con la sua Plymouth Valiant del 1965, Ian Svenonius (Nation of Ulysses, The Make-Up) con la sua Plymouth Sport Fury del 1969, Christina Billotte delle Slant 6 con la sua Datsun 210 del 1981, Ian MacKaye (Minor Threat, Fugazi ecc.) con la sua Toyota Corolla Station Wagon del 1978, Allison Wolfe delle Bratmobile con la sua Pontiac Catalina del 1979, e così via. Cynthia Connolly, pur non avendo mai suonato in una band, è considerata un pilastro della leggendaria scena punk hardcore di Washington, D.C. Ex compagna di Ian MacKaye, autrice di...

La rivoluzione del mixtape

“Una volta mi si spezzava il cuore quando venivo nel tuo negozio e mi dicevi che i miei dischi preferiti erano esauriti allora non compro più dischi nel tuo negozio ora li registro tutti (su cassetta)” (C30, C60, C90, Bow Wow Wow) Pubblicato dalla EMI nel luglio del 1980, C30, C60, C90 Go del gruppo new wave Bow Wow Wow fu il primo singolo in assoluto ad uscire su cassetta (cassette single, o anche Cassingle). Appropriatamente, l'argomento trattato nel testo della canzone era l'avvento del supporto musicale che più caratterizzò la decade delle spalline imbottite.   C30, C60, C90 Go era anche il singolo di debutto della band britannica creata da Malcolm McLaren, la quale replicò alla fine dello stesso anno con l'EP (questo SOLO su cassetta) Your Cassette Pet. Una piccola curiosità: pare che la EMI si fosse rifiutata di promuovere il singolo, perché presumibilmente incoraggiava l'home taping (ovvero la registrazione casalinga. Il lato B della cassetta, infatti, era vuoto). Le stesse etichette discografiche (major, naturalmente) all'epoca erano allarmate dalla possibilità che la musicassetta...

I fratelli Vicenti

Sugli argini in mezzo ai campi fra Vercelli e Santhià alla fine di settembre può fare già freddo. A undici anni del freddo ti importa poco, ma che la bella stagione se ne stia andando di nuovo ti fa proprio girare le palle. E ti girano ancora di piú se sono appena le otto e un quarto e sei in coda per iscriverti a scuola. Una scuola che oltretutto non avresti scelto. Io alle medie ci sarei andato, perché studiare mi piaceva, e col liceo classico avrei almeno provato.   Anzi, l’avrei fatto e basta. All’epoca non si tentava di andare a scuola, ti ci spedivano e tu dovevi arrivare in fondo, anche a denti stretti. Lo stesso col matrimonio: ti sposavi ed era finita, se ti eri sbagliato amen. Invece ero lí, di mattina presto, per un posto all’Avviamento Professionale, che avrebbe significato venti minuti di corriera tutte le sante mattine in mezzo alla nebbia, piú altri venti al ritorno, con la fame a strizzarmi lo stomaco come uno straccio bagnato, e dopo tre anni di quelle corse su e giú mi avrebbero messo in mano un bell’attestato da elettricista.   Nessuna possibilità per legge di...

Oltre Spotify e Deezer

Non sarò certo io a lamentarmi dell’ampia offerta di musica online. Prima che tutto questo avesse inizio occorreva attendere anni anche solo per conoscere la faccia del tuo musicista preferito o per ascoltare un suo disco degli esordi.   La conoscenza della produzione musicale procedeva su binari a dir poco incerti e occasionali. I possibili collegamenti erano affar tuo e degli amici più fidati, con tanto di lacune e lentezze bibliche. Insomma, ci voleva una certa dose di iniziativa e di pazienza. Non che fosse un vero problema, perché non eravamo ancora schiavi di quell’idea totalizzante che oggi governa ogni campo, anche dove non sarebbe necessario.   Tutto o niente. Misuriamo ogni cosa con la possibilità che contenga l’intero universo o che possa fare tutto. Ma un costo di molti o pochi euro al mese (se non la gratuità del servizio) e un’offerta di venti o trenta milioni di tracce sono destinati a infrangersi contro la mancanza di quell’unico brano che avevamo deciso di ascoltare proprio oggi, in questo preciso momento mentre ne parliamo con amici al tavolo di un caffè.   Piuttosto che...

Coen brothers. A proposito di Davis

“Non si fanno soldi con questa roba” sentenzia impietoso Bud Grossman, dopo aver ascoltato la struggente ballata di Llewyn Davis. È il 1961 e solo due anni dopo sarebbe uscito The Freewheelin’ Bob Dylan, il secondo album di Bob Dylan, quello di  Blowin' in the Wind, per intenderci.         È il momento della seconda rinascita del folk, che sporcandosi con il rock e con l'electric folk, raggiunge il suo apice proprio negli anni '60, proprio in quel Greenwich Village da cui Bob Dylan s'impose come cantore del Movement, il movimento di protesta americano per la pace e per i diritti civili. Ma non basta essere un folk singer, nel Greenwich Village degli anni '60, per diventare Bob Dylan.     Cambiando l’ordine dei fattori il risultato cambia e Llewyn Davis potrebbe essere la personificazione dei tanti che non ce l'hanno fatta. Potrebbe. Perché  il film dei fratelli Coen A proposito di Davis (traduzione banalizzante di Inside Llewyn Davis) non traccia la parabola della carriera di Llewyn Davis, ma racconta una sua settimana (ci auguriamo non proprio“tipo...

Sulla strada con Tom Waits

Prima di tutto, i fatti. Nessuno aveva mai scritto 450 pagine sulla vita e l'opera di Tom Waits. Lo ha fatto Barney Hoskyns, Tom Waits. Dalla parte sbagliata della strada, (Odoya), prefato con sagàcia da Riccardo Bertocelli, curato e tradotto da Massimiliano Bonato e pubblicato con bella cura editoriale a Bologna. Nessuno aveva ancora scritto così tanto perché scrivere la vita di Tom Waits è impossibile.     Bertoncelli lo spiega alla sua maniera ipercolta: “non ha rinunciato”, dice, “alla parte dell'idiot savant, adora parlare per iperboli, fare il giullare cinico sprezzante o il reietto con un buco nel cuore”. Hoskyns racconta, a riguardo, un buffo aneddoto. Rivolgendo a Waits la non formidabile domanda sull'uguaglianza fra apparenza pubblica e vita privata, si sente rispondere: “Sono Frank Sinatra o Jimi Hendrix? O sono piuttosto Jimi Sinatra? È un numero da ventriloquo, lo fanno tutti”. 
     Un dialoghetto del genere porrebbe fine a quale si voglia ambizione biografica. Hoskyns, però, “è un numero uno” (lo dice Bertoncelli, e ne è...

Mi chiami semplicemente Stockhausen

Pubblichiamo un estratto dell'introduzione di Massimo Viel a Karlheinz Stockhausen, Sulla musica, a cura di Robin Maconie, Postmedia book da pochi giorni in libreria     “Il 22 Agosto 2012, appena due mesi fa e circa quattro anni e mezzo dopo la morte del compositore, abbiamo avuto l’ultima occasione di assistere alla prima esecuzione di un lavoro di Karlheinz Stockhausen. Si tratta del MITTWOCH (Mercoledì), la terza opera, nell’ordine progettuale, delle sette che compongono il ciclo LICHT (Luce), ognuna dedicata a un giorno della settimana. A dir la verità il Mercoledì era già stato rappresentato nelle sue singole sezioni e in versione concertistica, il che nel contesto delle produzioni stockhauseniane significa essenzialmente senza scenografia o make-up particolarmente complessi, ma già con i movimenti e le posizioni sul palco dei musicisti previste dal compositore e possibilmente con costumi appropriati alla scena che viene rappresentata (quello che Stockhausen chiama versione quasi-konzertante in opposizione alla versione szenische).   Certo la complessità dell’allestimento, che prevede...

Quando Cheever conobbe Modugno

Alcuni anni fa mi capitò di ascoltare per la prima volta una famosa canzone di Domenico Modugno intitolata Mariti in città. Il brano in questione, uscito in 45 giri nel 1958 ma già in diffusione dall'anno precedente, racconta in terza persona le fantasie extraconiugali del protagonista di un topos degli anni '50, quello del marito che, accompagnati i figli e la moglie nei luoghi deputati alla villeggiatura, resta solo in città a lavorare.     Ammetto che questa canzone mi ha ossessionata per alcuni mesi e che tuttora mi pare particolarmente riuscita per via di una capacità inconsueta per l'epoca - invero comunque ben a fuoco nella discografia di Modugno - di centrare senza reticenze e retorica, una certa peculiarità dell'uomo del proprio tempo. In questo caso al centro del brano c'è una caratteristica più spiccatamente maschile: quell'autoproclamarsi ricco di belle speranze da tombeur de femmes che vengono puntualmente tradite da una clamorosa goffaggine, funesto impedimento al compimento reale dell'adulterio. A conferire al brano un'altra cospicua dose di simpatia farsesca c...

Le ceneri di Abbado

In presenza della musica, la potenza dei simboli si accresce in misura esponenziale. (Il che si deve forse allo speciale regime semiotico della musica, alla sua capacità – da sempre invidiata dalle altre arti – di trasmettere senso senza dover per forza ricorrere a significati.) E così ha avuto una clamorosa forza icastica la scelta del Teatro alla Scala, la sera del 27 gennaio, di ricordare a una settimana dalla morte colui che era stato suo Direttore musicale dal 1969 al 1986 – Claudio Abbado, scomparso a Bologna, appunto, lo scorso 20 gennaio – facendo eseguire dalla sua orchestra, diretta da Daniel Barenboim, la Marcia funebre dall’Eroica di Beethoven, nella sala vuota con le porta aperte e il pubblico fuori, nella piazza antistante il Teatro. Più di ottomila persone, dicono le cronache (saranno cifre fornite dalla Questura o dagli organizzatori?). Per fortuna la RAI ha dato una diretta dell’esecuzione, che si può vedere su You Tube. Ignoravo che si trattasse di una precisa tradizione scaligera: nel ’57 l’Eroica venne suonata per Toscanini diretta da De Sabata, nel ’96 da Muti per Gianandrea...

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Non so se è un bene che i brani migliori di High Hopes, il più recente album di Bruce Springsteen, siano i già conosciuti “American Skin (41 Shots)” e “The Ghost of Tom Joad”. Non so nemmeno se sia un male. Entrambe le canzoni sono splendidamente trasformate da un vigoroso arrangiamento, da Tom Morello e dalla sua chitarra hendrixiana. Non sono la “versione definitiva”, che a una canzone è meglio non chiedere mai, ma fanno l’effetto di un pugile che grazie al sorso di un intruglio davvero potente si solleva dal tappeto e sferra un pugno che decide l’incontro. Ma è un intruglio che rimane strettamente “legale”. Niente steroidi in Bruce, è tutta energia biologica. E anche questo può essere un bene, oppure no.     Da molto tempo Springsteen non passa mai la soglia oltre la quale sta il “chi mi ama mi segua” – la soglia che marca la differenza tra l’arte “umana, troppo umana” – o semplicemente umanitaria – e l’arte che si proietta oltre l’umano conosciuto, verso l’umano ancora sconosciuto. Il rock...

Nirvana. Punk to the People

Si uccise a 27 anni, il ragazzo dai lunghi capelli biondi e dagli occhi azzurri, spesso con la barba non fatta, con larghe camicie a scacchi, anfibi e jeans rattoppati. All’età in cui sono morti molti altri divi maledetti del rock. Kurt Cobain è stato uno degli ultimi miti della musica del Novecento, tormentato fin dall’infanzia, sconvolto, esacerbato, stremato dall’improvviso successo. A lui – che scriveva nei primi versi del pezzo che lo avrebbe lanciato nell’olimpo pop: “è divertente perdere e fingere” (Smells Like Teen Spirit) – e ai suoi Nirvana – il tentativo, destinato all’insuccesso, di costruire un’isola di (ironico?) appagamento in un mondo infelice – è dedicata l’ultima mostra della galleria ONO Arte Contemporanea di Bologna (via Santa Margherita 10, fino al 31 gennaio).   Ph. Charles Peterson   Segue a ruota un’esposizione sui Sex Pistols e su quell’officina di arti e marketing che fu il negozio Sex di Malcom McLaren e Vivienne Westwood nella Londra smarrita, ingrigita, senza domani degli anni settanta. E qui si indaga un’altra crisi...

Lindo Ferretti e Davide Dall'Osso

Una mostra in un piccolo paese dell'alto Appennino Tosco Emiliano può essere un'anomalia ma anche un evento culturale e un'occasione di intrattenimento: tutto questo e molto altro dentro la breve estate della montagna. Una stagione questa, oggi consumata tra fiere e sagre per villeggianti e (pochi) residenti, fino a ieri teatro di un pullulare di vita, da maggio fino a settembre, prima di un'altra esistenza verso i pascoli della Toscana e della Pianura Padana. Una mostra peraltro limitata, ma non occasionale e perfettamente coerente con i luoghi, e con l'originalità della collocazione. Certamente originale solo se si pensa in termini "urbani", solo se si considera una mostra come esposizione di oggetti o elementi artistici, rappresentazione di concetti o idee che possono essere razionali o irrazionali, astratti o concreti ma sempre dentro una cornice e un contenitore "ordinato", luogo dove la rappresentazione, la mostra, l'evento culturale deve avere sede e palcoscenico. Eppure due stalle lontane solo poche passi e un'aia di pietra sono state durante tre settimane il teatro raccolto per le sculture equestri di...

La Reginetta di bellezza

Pan-American Highway è un viaggio lungo la spina dorsale delle Americhe in cui letteratura e creative nonfiction s’intrecciano per seguire i passi di autori d’oltreoceano noti e meno noti ai lettori italiani, avventurarsi nelle loro poetiche e, nel contempo, descrivere luoghi e raccontare persone conosciute lungo il tragitto.     Era il 30 gennaio del 1959, l’anno della morte di Ritchie Valens e Buddy Holly nel noto incidente aereo che avrebbe dato una virata decisa alla storia del rock and roll. Con una cerimonia carica di retorica ispano-equatoriale, Marvel Moreno veniva incoronata Reginetta del Carnevale di Barranquilla allo stadio Romelio Martínez. Già da un mese, quasi, contemporaneamente allo storico ingresso di Fidel Castro a L’Avana, l’augusto deretano di Fulgencio Batista era spiaggiato sulla sabbia morbida di Boca Chica, Repubblica Dominicana, prima di trovare rifugio definitivo sulle coste della Spagna franchista.   La bella adolescente, che dopo qualche anno diventerà una delle voci più brillanti della narrativa colombiana della seconda metà del Novecento, saluta mentre...

Creative Commons in musica

Creative Commons e la volontà dell’autore   “L'idea di base di Creative Commons è che la regola automatica che governa il diritto d'autore, "all rights reserved" (tutti i diritti riservati) automaticamente e fino a 70 anni dopo la morte dell'autore, non sia sempre e comunque quello che l'autore stesso vuole. Non tutti gli autori, dunque, sono sempre interessati a vietare a chiunque, salvo il loro editore, di fare alcunché con le loro opere. Al contrario, molti - soprattutto tra i creativi che utilizzano la Rete come mezzo per trovare ispirazione e collaboratori, confrontarsi con gli altri e diffondere i loro lavori - preferiscono un approccio più flessibile, in cui solo alcuni diritti sono riservati. Non a caso, si parla spesso di licenze "some rights reserved", con alcuni diritti concessi automaticamente al resto del mondo, fintanto che le condizioni della licenza sono rispettate. Dunque, da un lato Creative Commons è una generalizzazione a qualsiasi opera creativa degli strumenti legali (licenze) nate per favorire la collaborazione tra i creatori di software libero, dall'altro...

Cisco: una famiglia operaissima

Stefano Bellotti, in arte Cisco, è del 1968. È nato e cresciuto a Carpi. A ventiquattro anni incontra i Modena City Ramblers e diventa uno dei due cantanti del gruppo. I MCR riescono a fare convivere nei loro dischi la passione musicale per l’Irlanda e per il suo folk insieme a testi di lettura e critica della realtà del proprio tempo. Attraverso alcune canzoni come ‘Bella ciao’ o ‘Al Dievel’, Cisco e i MCR attuano un particolare recupero della memoria della guerra e della Liberazione che riesce a coinvolgere anche i più giovani tra il loro pubblico raccontandogli storie lontane nel tempo. Dal 2005 Cisco ha intrapreso una carriera da solista.   Il testo che segue descrive qualche aspetto della vita di Cisco: l’infanzia a Carpi, gli anni Settanta e i suoi ricordi, l’immaginario in cui è cresciuto. Un’Emilia molto di sinistra, in balia di forti cambiamenti come l’abbandono delle campagne e la crescita del lavoro industriale, ma ancora fortemente ancorata alla memoria della Resistenza, ritenuta una esperienza che fonda il nuovo vivere nel dopoguerra.     Enrico...

Animali da palcoscenico

Se abitate con un gatto, vi sarà capitato a volte di lasciargli la radio accesa “per tenergli compagnia” mentre era a casa da solo. Magari qualcuno di voi riterrà di conoscere addirittura i gusti musicali del suo micio: “è un appassionato di indietronica”, oppure “preferisce il punk-rock dei Ramones”. “Si rilassa con i notturni di Chopin”, e sicuramente “gradisce la discografia completa di Cat Power”.     Mi spiace disilludervi, ma alcuni scienziati (tra cui Charles Snowdon, un psicologo per animali dell'Università di Wisconsin-Madison) hanno scoperto che gran parte della musica “umana” (dalla classica al metal) suona sgradevole alle orecchie feline (ma anche degli altri animali). Infatti, essendo la loro estensione vocale e il loro battito cardiaco molto diversi dai nostri, semplicemente non sono “programmati” per apprezzare le nostre canzoni. Ma, se generalmente gli animali rispondono alla musica umana con totale disinteresse o perfino fastidio, sono comunque in grado di apprezzare una musica diversa, creata su misura per loro. Come quella che...

Sotterranei di velluto. Per Lou Reed

Con la celebre banana di Andy Warhol in copertina, vera icona dell’arte del consumo e del consumo come arte (niente dura così poco sugli scaffali come le banane), nel 1995 uscì Peel Slowly and See, “Pela piano e guarda”, il cofanetto “definitivo” dei Velvet Underground. Oltre ai quattro album in studio conteneva numerosi demo, outtakes e registrazioni dal vivo. E quando si ascolta la prima versione di Venus in Furs, cantata dal solo John Cale con accompagnamento di chitarra, si rimane sbalorditi.     Possibile che quella gentilissima ballata inglese—dalle parole un po’ singolari, sì, e dove un certo Severin non vede l’ora di sottomettersi alla sua spietata dominatrix come nel romanzo di Sacher-Masoch, ma che suona pur sempre come una canzone “folk”— sia la stessa che ascoltiamo in The Velvet Underground & Nico? La versione definitiva è forse la song più “viziosa” mai concepita, ancora più di Vicious che Reed avrebbe scritto pochi anni dopo (“Sei vizioso, mi colpisci con un fiore, lo fai a tutte l’ore”; l’idea,...

Kaki King. Glow

A raccontare la sua storia sembra di parlare di una qualunque ragazza americana con il pallino per la musica. Sembra di tracciare le linee di un personaggio di uno dei più classici film sul sogno americano, ma non quello di una volta, quello di oggi, quello che sopravvive anche alla crisi perché in America si può.   Katherine Elizabeth King, in arte Kaki King, comincia a prendere lezioni di chitarra a 4 anni, passa alla batteria per poi tornare alla chitarra. Studia a New York e per mantenersi inizia a suonare in strada e nelle metropolitane, naturalmente lavora come cameriera in un pub, o meglio, lavora in uno dei locali dove si esibiscono molti artisti interessanti e proprio qui riesce ad attirare l’attenzione di una casa discografica, la Knitting Factory, e da lì il gioco è fatto: 10 anni fa pubblicava il suo primo album Everybody Loves You.     Raccontata così però manca un pezzo, manca la parte fondamentale: manca la magia che Kaki King riesce a creare quando suona una delle sue chitarre. Compositrice, chitarrista, ogni tanto cantante, ma soprattutto artista visionaria. Ecco chi è...

Non sentirsi in colpa con Spotify

Questo articolo nasce da una domanda personale. Era appena uscito il disco di un musicista che amo, Bill Callahan. Dieci anni fa sarei andato in un negozio di musica e avrei comprato il cd. Cinque anni fa lo avrei acquistato su iTunes. Quella sera invece lo stavo ascoltando su Spotify, con grande godimento e soddisfazione, perché invece di spendere 10 euro per gli mp3 del suo nuovo disco, con la stessa cifra ogni mese su Spotify ascoltavo molti più dischi. Faccio evidentemente parte di quella generazione di ascoltatori cresciuti più col digitale che con il vinile (a parte il meraviglioso regno di mezzo delle audiocassette C-90). È colpa nostra, dicono, se dal 1999 (anno di fondazione di Napster) al 2012 l'industria musicale mondiale ha perso continuamente soldi (da 25 miliardi di entrate nel 2000 a 16,2 nel 2011, secondo Wikipedia).   Eppure, per me che sono un maniaco della musica ma non un feticista del supporto, la vita da ascoltatore ossessivo non è mai stata più bella, ricca e interessante di adesso, nel pieno dell'era dello streaming. Ma la domanda che mi feci quella sera è questa: per un musicista oggi la...