festival scarabocchi 2020

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Musica

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Castellucci: Go Down, Moses

Tutto sembra iniziare là, nel deserto. Il silenzio, il vento. Il vento, il silenzio, come un frastuono dal quale emerge la voce di dio, di un unico dio, del dio unico. Tra i boschi baluginano mille dèi, i ruscelli, le cascate, le foglie, la luce che irrompe e si cela, i rumori, gli animali, gli spaventi… Ma lì, di fronte a un roveto ardente, tra roccia e sabbia, nasce il monoteismo che si proietta, con fede con dubbi con sangue, sulle nostre città di fumo, di abituali ripetizioni.   Go Down, Moses di Romeo Castellucci, in scena al teatro Argentina di Roma, è un momento di un viaggio lungo dell’artefice cesenate, iniziato alle origini della Socìetas Raffaello Sanzio con la riflessione sull’iconoclastia di Santa Sofia. Teatro Khmer (1986), proseguito con la domanda su come i classici, e in particolare la tragedia attica, si possano riverberare sui nostri giorni, proiettato verso la regia di una delle opere più lacerate del Novecento, quel Moses und Aronne che Schönberg non riuscì a finire, diviso tra l’irrappresentabilità dello spirito, di dio, della profondità delle domande...

Parole Jelinek. Lieder

Elfriede Jelinek nasce nel 1946 a Mürzzuschlag nella Stiria, ma cresce a Vienna, capitale della musica. La madre incoraggia con un certo accanimento i suoi studi musicali e a soli 13 anni Jelinek viene ammessa al Conservatorio di Vienna, dove studia organo, pianoforte e composizione, contemporaneamente dedicandosi al flauto dolce e alla viola in una scuola civica musicale. Parallelamente frequenta le scuole pubbliche e dopo la maturità studia Scienze teatrali e Storia dell’arte all’Università di Vienna, ma è costretta ad abbandonare gli studi universitari per via dei frequenti attacchi di panico (per un anno resta chiusa in casa in completo isolamento: è questa l’epoca in cui inizia a scrivere) ed è al Conservatorio che porta quindi a termine gli studi nel 1971, diplomandosi come organista sotto la guida di Leopold Marksteiner. Musicista, quindi, prima ancora che scrittrice. Non per niente la motivazione del Nobel recita “per il flusso musicale di voci e controvoci” e non per niente una grandissima parte della sua produzione è strettamente legata alla musica.   Winterreise, Erstarrung (da...

Pino Daniele: el duende

Cantautore. Sono passati più di sessant’anni dalla coniazione di questo scialbo, petulante, italianissimo mot-valise, e ancora non siamo riusciti a liberarcene. Abbiamo archiviato matusa, valletta, maggiorata, capellone, ma del termine escogitato nei primi anni ’60 negli uffici della Rca di Roma ancora oggi ci serviamo. Così, Pino Daniele, disgraziatamente mancato a soli 59 anni per un infarto il 4 gennaio 2015, passa bruscamente alla storia con questa bislacca qualifica.     È stato un cantautore, Pino Daniele? Per massmediatica comodità dobbiamo accettarlo, e raccontarcelo pubblicamente. A me, che ho attraversato gli anni in cui nel nostro Paese questo bollino assumeva un senso quasi sacrale, riesce difficile chiudere il povero, grande Pino nella gloriosa, banalissima etichetta. Se penso ai suoi esordi, lo ricordo soprattutto come un talentuosissimo chitarrista e cantante blues, segnalatosi tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ‘80, la stagione della cosiddetta “scuola napoletana”, quella di Napoli Centrale (gruppo di cui ha fatto parte), Toni Esposito, Edoardo Bennato, la Nuova...

Ricordi d'ascolto

Chiunque non abbia problemi fisiologici ascolta. Dalla musica, live o “in conserva”, al mondo che ci circonda. Dalla mattina al tramonto e anche durante il sonno. Io ad esempio da anni ascolto dischi, come milioni di altre persone, ma non credo che il mio modo di ascoltare sia sostanzialmente diverso dal loro. Eppure non tutti ascoltiamo, amiamo, la stessa musica, così come non ascoltiamo, percepiamo, il mondo che ci circonda nello stesso modo. A cosa sono dovute queste differenze? Cosa fa sì che alcuni siano sempre alla ricerca di musiche “strane”, diverse diciamo dal “gusto comune” del loro ambiente? È solo per snobismo? Mentre altri si compiacciono nel mainstream? Solo per conformismo? In altre parole, quali possono essere i percorsi che formano il nostro personale ascolto, il nostro gusto? E infine, detto in modo più soggettivo, cosa ha fatto sì che il mio ascolto e il mio gusto siano ciò che sono? Non perché il mio percorso sia singolare o particolarmente interessante, non ho assolutamente questa pretesa, ma per cercare di capire, dispiegandolo come esempio del quale discutere, se questo...

La grammatica musicale di Peter Greenaway

Marco Robino ha creato la sonorizzazione per la mostra della “Peota reale” alla Reggia di Venaria: del compositore sono in cantiere anche suoni etruschi. Mentre continua la collaborazione cinematografica con Peter Greenaway. Con i suoi quattordici anni di attività, l’eclettismo delle competenze, le prestigiose collaborazioni internazionali, Architorti è una delle realtà più vive e interessanti della scena musicale piemontese. Nato come quintetto d’archi nel 2000, l’ensemble si è andato trasformando nel tempo in una casa aperta che ospita, a seconda delle esigenze, fino a venticinque strumentisti.   «Non è facile trovare una parola univoca per definirci – spiega Marco Robino, violoncellista, compositore e anima storica della formazione –. Siamo diventati un laboratorio permanente, un luogo dove è possibile incontrarsi, provare, comporre, registrare musica di repertorio ma anche, e soprattutto, fare ricerca e sperimentazione. Era un cambiamento necessario, richiesto dai tempi: da qualche anno la crisi globale ha cambiato il modo di proporre e di consumare musica. Per noi le cose...

Sporcare il White Album

Quando nel 1968 l’artista Richard Hamilton propose una copertina interamente bianca per il nuovo album dei Beatles, forse non aveva realizzato quello che in effetti stava facendo: stava dando a milioni di persone, di qualunque estrazione sociale e di ogni parte del mondo, una tela bianca. Quasi 50 anni dopo, un altro artista, Rutherford Chang, si è posto una domanda apparentemente semplice: cosa ne è stato di tutte quelle copertine immacolate? Cosa ne hanno fatto i loro proprietari? È nato così il progetto We Buy White Albums, dove Chang colleziona copie della prima edizione del disco, scegliendo non quelle meglio conservate ma al contrario quelle più “sporcate” dal tempo o dagli ascoltatori.     Le copie con il numero di serie che indica la prima tiratura sono circa 3 milioni: attualmente Chang ne possiede 1.034: “Ogni copia racconta una storia – ha spiegato in un’intervista a Dust & Grooves –. Ognuna è invecchiata in modo unico nel corso degli ultimi cinquant’anni. Le copertine sono state senza dubbio molto amate/abusate! Le tele bianche sono state personalizzate con...

Gli ottant’anni di Leonard Cohen

Per Popular Problems, il disco con il quale Leonard Cohen ha celebrato i suoi ottant’anni, Kitty Empire sull’“Observer” ha parlato di una voce come una metropolitana che passa a molti metri sotto il suolo. In parecchie delle nove canzoni (non più di trentasei minuti, ma ognuna da assaporare) la musica è ridotta al pulsare di una tastiera elettronica punteggiato da voci femminili che intervengono per quanto è possibile a sollevare la melodia fino alla superficie.   La produzione di Patrick Leonard, già collaboratore di Madonna e qui coautore di buona parte delle musiche, non è nemmeno minimalismo, è proprio scarnificazione. Gli elementi basilari del blues, rhythm and blues, e qualche sapore country sono tutto quello che serve perché ci si possa stagliare sopra, come un soffio di vento scuro, La Voce di Leonard Cohen. Non sbaglia una parola (e quando mai?) nemmeno nelle canzoni più umili come “Did I Ever Love You”, ma soprattutto non sbaglia un’inflessione. Il modo in cui intona “My, Oh My” nella canzone omonima riscatta integralmente la sonnolenta pigrizia del...

Apocalittici e i falò

«Il più potente alleato che l’analfabetismo musicale abbia incontrato nella storia, il disco: questo frigorifero incaricato di custodire interpretazioni nate al di fuori di ogni rapporto con ascoltatori determinati, e che con incredibile faccia tosta si pretendono valide a ogni ora, in ogni luogo, per chiunque, come titoli al portatore. Forse non tutti ce ne rendemmo conto l’altra sera, uscendo dalla casa amica. […] La musica ci era riapparsa nella sua indifesa e naturale fragranza. Così diversa da quella, congelata, che i mercanti offrono su tutte le cantonate, ci rovesciano da tutti gli altoparlanti, nel tentativo di persuaderci che il privilegio della “high-fidelity” spetterebbe alle mummie».   Così Fedele D’Amico terminava la sua cronaca di una serata passata nella bella casa della scrittrice Maria Luisa Astaldi, alle soglie di Villa Borghese (Il concerto in casa, 9 dicembre 1960). Non so esattamente se Umberto Eco avrebbe fatto rientrare D’Amico nel novero degli acerrimi “moralisti culturali”. Di sicuro, nemico giurato di ogni forma d’arte e spettacolo tecnologicamente mediata...

Nanda Vigo: l'intellettuale dello spazio

Mi piace pensare a Nanda Vigo come a una sofisticata intellettuale dello spazio, un’esploratrice che conosce il linguaggio dello spazio per eludere quello delle parole, della forma e del colore e addentrarsi soltanto in esso. Classe 1936, Nanda Vigo è stata al centro della ricerca artistica degli anni ‘60 e ‘70, ma sono convinta che sia rimasta sospesa in un giudizio parziale. L’essersi collocata nel punto di intersezione tra architettura e arte non le ha permesso di essere incasellata in un profilo riconoscibile, confinandola ai margini. Né architetto. Né artista. Un autore dunque non facilmente riconducibile a una disciplina ferma: architettura, arte, design. Come è noto, ciò che si muove è difficile da fotografare e infatti ho l’impressione che Nanda Vigo sia sempre venuta un po’ mossa.   Poi c’è un fatto che mi ha sempre colpito. Negli anni in un cui ha cominciato a operare Nanda Vigo, non c’era copertura mediatica per tutto ciò che non fosse inserito nel flusso della cultura ufficiale. La comunicazione avveniva parlando con le persone, vis á vis, appendendo...

Bono Vox e la confusione tra gratis e free

La sera del 21 luglio del 2001 mi trovavo in macchina con alcuni compagni di università. L’autoradio era sintonizzata su Radio Popolare. Poi cambiai canale e intercettai un giornale radio che annunciava il successo del concerto degli U2 al Delle Alpi di Torino. Più di settantamila persone (“A Genova ce n’erano duecentocinquantamila, secondo la questura”, pensai in quel momento). A quel punto, un mio amico, Federico, che aveva un passato da adolescente mod ed era stato anche un fan degli U2, stizzito, spense la radio e mise su un cd dei Clash (eravamo dei cliché, senza saperlo).   Stavamo tornando dal G8 di Genova, mia madre sapeva che ero a casa a studiare. Una volta arrivati a casa, a mezzanotte, malconci e intossicati, vedemmo alla tv le immagini dell’irruzione della polizia alla Diaz. E cambiando canale trovai di nuovo la notizia del concerto degli U2 a Torino. Io avevo smesso di amarli da un po’, spensi la televisione e andai a letto. Non riuscii a dormire per tre giorni. Sentivo sempre gli elicotteri volare sopra la mia testa. Thursday Bloody Thursday. Passò.   Non ascoltai più gli U2. Anni...

Teatro delle Albe: l’abisso, il paradiso

Esiste un luogo, in un punto imprecisato dentro di noi, in cui si aprono squarci profondi che conducono verso il fondo ruvido del niente e poi verso lo strapiombo che gli si scopre ancora dietro, dove si muove in trasparenza una bellezza intensa che abbaglia o acceca, disperata battaglia per la poesia, che ci immaginiamo dal nulla e che ritroviamo, ogni volta per miracolo, addensata sul fondo di certi scrittori, filosofi, pittori, come costante umana degli uomini sensibili: nelle rime dei poeti, appunto. Il Teatro delle Albe riesce, sorprendentemente, a stillare gocce di questo abisso da una ferita che apre sulla pelle delle circostanze visibili, strappando al reale il visionario, all’immagine l’immaginazione, al sintagma la terza dimensione, al politico il politttttttico. Come fanno i bambini, ma con la consapevolezza della propria collocazione nel limbo di quella irriducibile relazione tra l’esteriorità delle cose in cui si annida il senso del vivente e la gola della psiche che custodisce la variabile impazzita.   Così, nel bellissimo dittico Il giocatore / Canzone dei luoghi comuni che ha inaugurato la stagione del Teatro Lirico...

Nils Frahm. Una malinconia berlinese

Nils Frahm è uno dei compositori più interessanti della nuova scena contemporanea europea. Lavora a Berlino nel suo Durton Studio. Pianista acustico e elettronico, sarà uno degli ospiti più importanti della sezione non-classica del festival MITO, l’11 settembre al Piccolo Teatro di Milano. Abbiamo cercato di capire meglio la sua visione della musica: molti titoli di suoi pezzi parlano di pioggia, di perdite, di tristezza... e lui ama il clima freddo della sua città. Il suo segno zodiacale è Vergine. È ironico, e di poche parole. Hai 31 anni, il tuo primo album fu Wintermusik, del 2009: il tuo stile c’era già tutto. Quali sono stati i tuoi guru? Da qualche parte ho letto che il tuo maestro di pianoforte, Nahum Brodski, era stato allievo dell’ultimo allievo di Čajkovskij! «Il maestro del mio maestro di pianoforte non era l’ultimo allievo di Čajkovskij, ma uno studente della scuola di uno degli ultimi musicisti aiutati da Čajkovskij. Il mio stile viene dal mio suonare il pianoforte da 23 anni. Non so da dove venga». Il tuo gusto performativo e compositivo classico è immerso invece...

Un teatro tra le risaie

Tra le risaie intorno alla città di Yojakarta, a Java, in Indonesia. Un teatro costruito come se fosse una delle nostre arene, le sale estive di cinema all’aperto. Invece dello schermo però c’è il palcoscenico con il suo bravo sipario in rosso su cui stazionano una decina di geki in bella evidenza (anche questo accadeva nelle nostre arene). E una decina di pipistrelli svolazzano intorno alla luce che illumina il drappo rosso. Attendiamo che inizi una serata di ketoprak, un genere di teatro una volta molto popolare (a Yojakarta c’erano duecento teatri fino a dieci anni fa, questo è l’unico rimasto).   La sua caratteristica è che è un teatro d’improvvisazione ed in più gli attori non sanno prima dello spettacolo che parte interpreteranno. Siamo invitati a seguire la sessione in cui la regista, una simpatica e tracagnotta signora sulla quarantina, racconta, la storia agli attori, a gambe conserte dietro le quinte sul palcoscenico, a sipario chiuso. Sono contadini o fabbri o guidatori di risciò che due volte alla settimana diventano attori. Guardo le loro facce consumate dal sole, le mani...

Daft Punk, un anno dopo

Le star dello spettacolo rappresentano uno degli aspetti più interessanti e più studiati nella storia e nella sociologia della cultura. Si pensi ai Beatles e alla Beatlemania, o alla figura di Madonna, e ai fenomeni sociali e culturali a questi legati. Oggi, in un mondo sempre più digitale, la dimensione della celebrità vive un nuovo cambiamento, in seguito alle dinamiche – affettive, sociali, culturali – innescate dalla diffusione dei social media.   La dimensione digitale della società contemporanea ha ridotto la distanza tra il grande pubblico e le star della musica, del cinema e dell’industria dello spettacolo, ridefinendo i confini della celebrità stessa. Su Facebook, Twitter o Instagram, i fan possono sempre più spesso interagire direttamente con i propri beniamini, e frequentemente la strategia comunicativa di un artista è esplicitamente intrecciata con questa possibilità di interazione diretta. È il caso di teen idols come Justin Bieber, One Direction o Azaelia Banks, che fondano sulla propria presenza online gran parte della loro strategia comunicativa e di marketing. Attraverso...

Mama Afrika

«Mazi, che stai cucinando?», Zenzi mi si avvicina e mi mette la mano sulla spalla. È curiosa, la mia bambina, è bella, intelligente, ha piedi lunghi e snelli, buoni per affondare nella terra e mettere radici. E ha sempre fame: è una fortuna che rimanga magra con quello che mangia: «Che cos’è, ha un buon profumo, mi fai assaggiare il sughetto con un pezzo di pane?».   «È il pojiekos. Tieni, su, assaggia. Da piccola ti piaceva molto». Glielo porgo su un pezzo di dombolo. Mentre Zenzi mastica assorta, spio dalla finestra un grigio mattino fiammingo e mi perdo negli aromi della mia terra che salgono dalla pentola.   «Anche adesso mi piace tanto, Mazi bella, posso abbracciarti?»   «Sono tutta sudata.»   «Non m’importa.» Zenzi mi stringe con le sue braccia esili e forti, mi stampa un bacione sulla guancia. Poi mi guarda pensierosa.   «Che c’è piccola? Sei triste?»   «Stavo pensando a Stokely, Mazi. Non ti sei mai pentita di averlo sposato?»   «Mai, bambina, è stato il...

L’immaginazione del possibile

Ecologia della danza   Nel secondo fine settimana santarcangiolese, le proposte più convincenti arrivano dalla danza. L’indagine coreografica ha caratterizzato questa edizione del festival in modo forte ed esplicito, fin dalla presentazione della Piattaforma della Danza Balinese: uno spazio permanente di ricerca, performance, incontro con il pubblico (ne parla su Scene Ilenia Carrone).   Mårten Spångberg, Michele Di Stefano (MK), Fabrizio Favale hanno presentato lavori di alta qualità che, pur nell’evidente diversificazione di codici e modalità, si intrecciano e si richiamano l’un l’altro. Primo e più evidente filo conduttore tra le tre creazioni – ed è anche uno dei percorsi che attraversa e innerva il festival – è l’interrogazione sul paesaggio, sullo spazio, sull’abitare. È una questione che, in tutti e tre i casi, viene impostata con chiarezza fin dal titolo: The Nature è il nome scelto per la performance dell’eccentrico coreografo svedese; Di Stefano evoca con Robinson un esotico altrove; Favale restituisce con Uccelli un perduto mondo...

Neil Young sound

L’occasione offerta lunedì 21 luglio a Barolo dal festival Collisioni è senz’altro speciale, ma in un certo senso potrebbe essere addirittura irrinunciabile. Si tratta, infatti, dell’unica tappa italiana in quella che potrebbe essere l’ultima tournée di Neil Young insieme ai Crazy Horse.   Nel marzo dello scorso anno, alla vigilia delle date in Oceania dell’Alchemy Tour, il chitarrista della formazione Frank “Poncho” Sampedro – intervistato da “Rolling Stone” – dichiarò: «L’istinto mi dice che questo è davvero l’ultimo tour: detesto dire le loro età, ma io ho sessantaquattro anni e sono il più giovane della compagnia. Adoro suonare, e insieme lo facciamo bene come sempre, eppure in qualsiasi momento a uno di noi potrebbero mancare le energie per continuare». Dunque, nel dubbio, meglio non rischiare, anche se lo stato di salute dei singoli componenti – oltre Sampedro: il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina – e del capobanda è del tutto rassicurante.   In particolare, Neil Percival Young, per l...

Biennale Danza: la città risvegliata

Occupano lo spazio con levità nella grande sala delle colonne di Ca’ Giustinian. Sulle note del Bolero di Ravel si slanciano a due a due, a tre, soli a scoprire lo spazio, a giravoltare, a creare immagini con leggerezza e farle svanire, proiettati e risucchiati dalla forza magnetica di una porta. Sei bambine e un bambino. Compunti, qualcuno con un indecifrabile sorriso (compiacimento? scherzo? gioco? impegno?).   Cristina Rizzo, Bolero. Photo Akiko Myiakepg   Bolerò di Cristina Rizzo è la prima istantanea che cogliamo dalla Biennale Danza di Venezia diretta da Virgilio Sieni, un vero festival quest’anno, dopo l’esperienza principalmente laboratoriale del College nel giugno 2013. Poi incontriamo in Campo Sant’Angelo un incantato angolo definito Boschetto: due Cappuccetti rosso (Ramona Cuia e Sara Sguotti) si celano tra erba e cespugli di una scenografica macchia tra le pietre. Si imitano, si invidiano, si inseguono, si specchiano l’una nell’altra, con movimenti lenti. Guardano stupite il pubblico.   Fanno guardare il loro smarrimento in quel surrogato di bosco urbano, tradotto in pose intrecciate, in...

I bikini che uccidono

Lo scorso 12 aprile ha compiuto 20 anni Live Through This delle Hole. L'album uscì appena pochi giorni dopo la scomparsa di Kurt Cobain, giusto per inquadrare il momento storico. Non mi sembra siano in corso grandi festeggiamenti per questa ricorrenza nel music system, soprattutto da parte di molta critica maschile ferocemente, quasi istericamente detrattrice della band. Non fa una piega, non stiamo parlando di mostri sacri della storia del rock, ma una lancia a favore della questione vorrei spezzarla.   Le Hole sono state un fenomeno in quanto interpreti del loro tempo. Quando sono spuntate fuori nel 1989 la scena internazionale dei gruppi femminili “alternativi” era dominata dal ciclone riot gggrls capitanato dalle Babes in Toyland: urlatrici professioniste, queste tre ragazze di Minneapolis erano un'associazione a delinquere per il bene comune. Sono state delle capostipiti e sapevano fare il loro mestiere. Courtney Love veniva da lì, dato che inizialmente e brevemente era stata bassista proprio delle Babes. A quel punto, cosa poteva fare una figliola come Courtney, giovane, corredata di avvenenza fisica, una certa fascinazione per...

Sònar Festival

Si è conclusa sabato scorso la ventunesima edizione del Sònar, festival di musica elettronica e arte multimedia nato e cresciuto a Barcellona, con la direzione di Ricard Robles, Sergi Caballero ed Enric Palau che lo hanno fondato nel 1994.   L’evento è da sempre strutturato in due parti, una diurna più dedicata all’ascolto e una notturna danzereccia. Il Sònar de dia dall’anno scorso ha cambiato location. Ha perso uno spazio emblematico e affascinante come il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, che fin dall’inizio lo ha ospitato contribuendo a formarne il carattere. La tendenza a percepire la musica come medium tra gli altri, legato a linguaggio video, interazione e tecnologia, emergeva in modo naturale, differenziando il Sònar da qualsiasi altro festival di musica elettronica. Ora il day si tiene al polo fieristico alle spalle di Plaça de Espanya, ai piedi del Montjuic (Fira Barcelona Montjuïc). Bisogna dire però che lo spostamento ha centrato diversi obbiettivi. Ha permesso di superare l’effetto ressa che si creava spesso nei locali del CCCB al Raval. Non solo ha...

Saga. Il canto dei canti

Memoria è cattedra dei morti di macerie fa testo polvere sull’estetica rovine a puntellare l’etica   memoria è cattedra dei morti galleggia sullo spazio dell’oblio là dove i morti seppelliscono i morti   un cavaliere muove nella storia lento traversa geografia macerie polvere rovine i secoli dei secoli a fargli compagnia.   In casa: sasso e legno, focolare in viaggio: ferro e cuoio, fuochi di bivacco.   Eco di calpestii, frammenti di clamore incupa, s’abbuia tramonto di un giorno, tramonto di un’Era.   S’alza sommesso il canto sinuoso come spire d’incenso sontuoso come sole calante. Non vorrei essere che qui in questa incerta ora.     Per un teatro barbarico di uomini cavalli e montagne   Nell’Urbe caput mundi i cittadini romani vestono toga e tunica, calzano sandali. Braghe e stivali adornano corpi barbari. All’inizio bar-bar è il farfugliare di un linguaggio che nomina le cose ma non le ha ancora ordinate in sistema di relazioni, in metodo di conoscenza e trasmissione. Incapace di dar forma al mondo può solo subirlo...

Cinquant'anni di Bella ciao

Come uno di quei nodi della storia culturale in cui le energie – politiche, intellettuali, artistiche – di numerosi attori sembrano raccogliersi e improvvisamente deflagrare, Bella ciao a Spoleto cambiò il corso della canzone italiana. A testimonianza – parziale – di una spinta politica in avanti che non ha ancora esaurito la sua inerzia, basterebbe ricordare le polemiche che accompagnano ogni esecuzione pubblica della canzone che a quello spettacolo di Nuovo Canzoniere Italiano diede il titolo.    All’inizio degli anni Sessanta, alcuni intellettuali di sinistra cominciano a dedicarsi alla raccolta di canti popolari italiani, anche ispirati dalle esperienze di Alan Lomax e da quelle di Cantacronache a Torino. I nomi che gravitano e graviteranno attorno a quel gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (che nasce come rivista e “canzoniere d’uso” nel gennaio del 1963) sono molti, fra polemici abbandoni e dibattito costante: Gianni Bosio e Roberto Leydi, prima di tutto; poi i torinesi Michele Straniero e Fausto Amodei; e poi, prima o dopo, Filippo Crivelli, Cesare Bermani, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno...

Bono Vox, nel nome del potere

Credo veramente che quando si scriveranno i libri di storia, la nostra epoca verrà ricordata per tre cose: la guerra al terrorismo, la rivoluzione digitale e quello che abbiamo fatto […] per spegnere l'incendio in Africa. La storia, come Dio, sta guardando quello che facciamo. Bono, 2006   Fidatevi del capitalismo: noi troveremo una via d'uscita. Bono, 2010   Paul Hewson, più noto come Bono Vox, o semplicemente Bono, è un'icona indiscussa dei nostri tempi. Cantante carismatico degli U2, un gruppo irlandese che non ha bisogno di presentazioni, è una rockstar di fama mondiale, un uomo ricchissimo e una figura mitologica dell'immaginario pop contemporaneo.     Posto che la sua è una delle più belle voci maschili del pop, si può discutere sulle fasi alterne di una produzione creativa e di una discografia che data dal 1980 arriva fino a oggi (in attesa di un imminente nuovo lavoro del gruppo), ma la critica musicale è abbastanza concorde nel ritenere che almeno fino ai primi anni Novanta gli U2 abbiamo scritto, con figure di primo piano alla produzione artistica come Brian Eno, Flood o Daniel Lanois, pagine molto importanti della musica pop. In ogni caso, questo...

Storie d’amore alla francese

Dobbiamo ammirare chi ha il coraggio di scrivere una guida: mettere in ordine un genere, un tema, scegliere i nomi degni di un abc è una fatica immane. Così Gianluca Grossi, che ha scritto una Guida alla musica francese dal dopoguerra a oggi (Odoya, 2014) merita rispetto. Non ha avuto alcuna indulgenza per i suoi gusti: ha messo in fila alfabetica Charles Aznavour e i Daft Punk, Juliette Gréco e gli Air. Non ha insistito troppo nello spiegarsi e spiegarci perché la musica francese della Francia liberata e conquistata è riuscita, unica tra i Paesi europei (Italia inclusa), a diventare cult nel gusto e nei consumi angloamericani: certo, c’è di mezzo Parigi, e non è poco, ma ci vanno di mezzo anche Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo con la loro onda lunga politica sino al Sessantotto. Eppure, c’è qualcosa proprio nello stile musicale della canzone francese a fondarne la tipicità: soprattutto una malinconia raffinata e struggente; la capacità (che è soprattutto anche del cinema francese) di saper raccontare l’amore in ogni sua declinazione, dalla passione erotica ai drammi di...