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Personaggi

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Ornamento e orpello / Per una storia della mano

Il catalogo What a wonderful world. La lunga storia dell’ornamento a cura di Claudio Franzoni e Pierluca Nardoni (Skira) che accompagna la mostra di Reggio Emilia, recensita qui da Laura Gasparini, si presenta come un lungo percorso attraverso alcuni importanti termini dell’estetica contemporanea. Sono parole che non presentano un campo semantico stabile, che hanno assunto nel corso della storia significati e valori diversi, come appunto la parola latina ornamentum, passata e diffusasi nelle varie lingue europee, designando talora una semplice decorazione, qualche altra volta un oggetto sacro, oppure ancora una suppellettile e, insieme, un oggetto di culto, come scrive Gerhard Wolf in una delle postfazioni (Ornamento, immagine, oggetto, p. 287). La discussione si dipana a più voci: se la mostra fa dialogare le istituzioni culturali di Reggio Emilia con altre strutture museali e artistiche nazionali e internazionali, il catalogo è una vera e propria conversazione, introdotta dalla presentazione teorica e storico-artistica della mostra da parte dei due curatori, seguita da un Vocabolario con le voci stilate da autori diversi, e chiusa da due brevi saggi a mo’ di postfazione. Il tema...

Irrazionalità della politica / L’economia è la chiave della politica?

1. Qualche anno fa, un importante personaggio politico disse in un dibattito pubblico che alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’erano interessi economici. Qualcuno gli fece osservare che l’idea che un giovane commetta una carneficina tra gente presa a caso e poi si ammazzi perché conti su tornaconti economici è evidentemente poco credibile; diciamo piuttosto che il terrorista spera così di andare in paradiso. Ma il personaggio aveva la risposta pronta: una massa di gente ingenua viene manipolata con argomenti religiosi da capi che mirano al potere economico.  È una variante di teoria cospiratoria della storia: il radicalismo religioso sarebbe un marchingegno trovato da certe classi dominanti per abbindolare i poveri. Questo non è escluso in certi casi. Ma dubito fortemente che i grandi trascinatori religiosi di folle fanatizzate lo facciano sulla base di strategie economiche. Osama Bin Laden era ricco, avrebbe potuto arricchirsi ancora di più e godersi i propri beni, invece ha attaccato la potenza americana, si è nascosto per anni e alla fine è stato ucciso. Avrebbe fatto tutto questo per estendere il proprio patrimonio? E si pensi agli attentati terroristici...

Grafica Editoriale / Il libro bello

Corso Matteotti è una lunga strada che scende da Anghiari verso la Valtiberina. È qui che Marta Sironi ospita, in una grande stanza soppalcata, la collezione di Sandro Bortone, che fu studioso, bibliofilo, e direttore della biblioteca Civica di Como. Un paradiso per chi ama i libri, ma la Sironi, oltre che amarli, li studia, come ha dimostrato nelle monografie dedicate a John Alcorn e a Giovanni Pintori. Ad Anghiari i libri, seguendo la classificazione di Bortone, sono raggruppati secondo l’autore della copertina. È da qui che prende le mosse il nuovo studio di Marta Sironi, Il libro bello. Grafica editoriale in Italia tra le due guerre (Unicopli), un volume che si occupa non solo di ciò che è enunciato nel sottotitolo, ma che riflette la storia delle trasformazioni del gusto negli anni Venti e Trenta, ricostruendo le vicende di figure di artisti e di case editrici spesso poco praticate.   Va detto subito che è un libro pionieristico, da cui c’è molto da imparare perché, a parte alcuni studi di Paola Pallottino, si occupa di cose nuove, con un’attenzione primaria all’oggetto libro. Lo fa scegliendo alcune storie esemplari di illustratori o di case editrici, ma il volume...

1930-2020 / Vittorio Spinazzola: maestro

Spinazzola si chiamava Vittorio, sia all’anagrafe, sia sulle copertine dei tanti libri che ha scritto; ma tutti coloro che avevano confidenza con lui lo chiamavano Mario. Noi, suoi allievi, lo chiamavamo «maestro». Sulle ragioni per cui è stato davvero un maestro ci si potrebbe soffermare a lungo; mi limiterò a dire qualcosa più avanti. Prima conviene fare alcune considerazioni di carattere generale. Spinazzola avrebbe compiuto 90 anni fra poche settimane. Una vita lunga, operosa, che lascia alla cultura italiana un’eredità importante. Innanzi tutto, un orizzonte di riflessione: il ruolo del pubblico nella letteratura.    Spinazzola apparteneva a una generazione che per ovvie ragioni storiche si è impegnata a interrogarsi sul rapporto fra letteratura e società. Molto si è scritto, non solo in Italia, sulla capacità delle opere letterarie di rappresentare il reale e sui procedimenti attivati per restituire immagini significative del mondo. Lo stesso Spinazzola ha contribuito a questa riflessione. Ma il suo tratto distintivo è consistito nello spostamento dell’attenzione sulla dimensione pragmatica, anziché su quella simbolica o semiotica, in un’ottica funzionalistica che...

Il memoir di Flea dei Red Hot Chili Peppers / Acido per i bambini

Molti anni fa un giornalista chiese a Thelonious Monk quale musica gli piacesse ascoltare. Monk rispose: amo tutta la musica. Il giornalista, insoddisfatto della risposta o soltanto a caccia di uscite sensazionali, insistette: anche la musica country? E Monk, come sempre serafico e imperscrutabile: quale parte di ciò che ho appena detto non hai capito?   Michael Balzary, in arte Flea, la pulce, co-fondatore e bassista del gruppo rock californiano dei Red Hot Chili Peppers, attore, produttore discografico e cinematografico, proprio come Monk è convinto che la musica abiti un regno superiore non riducibile alle crasse categorie dentro cui noi umani siamo soliti costringerla. Tutta la musica è veicolo di magia: even shitty pop music, dice Flea, anche la merdosa musica pop. Fa un solo distinguo: musica che ha un’anima, e musica che non ce l’ha. Crede che la funzione dell’arte sia quella di trasformare la rabbia e il dolore in amore.     Tutta la mia vita, racconta l’oggi cinquantasettenne Flea, è stata una ricerca verso il Sé superiore e un viaggio nella profondità dello spirito. Da ragazzino era convinto che la sola musica degna di essere ascoltata fosse il jazz....

Scene napoletane / Taiuti/Musella, per un teatro dell’abbandono

Gennaio 2020. Nella Sala Assoli di Napoli ha da poco debuttato Play Duett 2, nuova creatura firmata Taiuti/Musella con i musicisti Vidino e Canciello, una sorta di veglia allucinata in forma di concerto in cui i talentuosi autori-attori napoletani – diversi per età e formazione ma accomunati da un simbiotico comune sentire – fanno incontrare tradizione e avanguardia, lirica e suono, canone e sperimentazione totale. Questo secondo lavoro si presenta in una forma più articolata e “rock” del precedente Play Duett 1 e richiama molto le atmosfere sfocate e underground delle cantine, con una quantità notevole di altissima poesia e libertà da ogni tipo di convenzione. Li incontro prima di una delle ultime repliche, terminate le quali il piccolo gruppo partirà alla volta di Pontedera. Mentre i due musici settano suoni e rumori, con Taiuti e Musella ci sediamo nei camerini per una chiacchierata a tre voci con sottofondo noise che ci accompagna fino alla fine.    Tonino Taiuti e Lino Musella. Prima domanda, andiamo un po’ indietro. Come vi siete conosciuti e da dove nasce questa collaborazione? Magari parla prima Tonino e poi Lino.    Musella – Cerchiamo sempre di...

Il fiume senza sponde / Juan José Saer, per una letteratura fluviale

All’inizio del secondo quarto del XVI secolo, grossomodo mentre in Europa Lutero redige le sue tesi, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico una spedizione diretta alle Indie guidata da Juan Pedro Díaz de Solís per conto della corona spagnola, allora sul capo del “Cattolico” Fernando II d’Aragona, porta per la prima volta uomini del vecchio continente a solcare un nuovo mare, dulce, come ebbe subito a battezzarlo proprio Solís dopo averne assaggiato le acque. Lo stesso mare che poi, derubricato a fiume e temporaneamente celebrato come Río de Solís, prese infine la denominazione di Río de la Plata, fiume dell’argento, da cui il nome quanto mai ingannevole della nazione che ne segue la sponda sud, l’Argentina. Più che un nome, «un flagrante abuso verbale, perché in tutto il territorio nazionale non c’è mai stato un solo grammo di quel metallo». Se, infatti, «la denominazione Mar Dulce corrispondeva a una certa verità empirica, e quella successiva di “río de Solís” aveva una ragione commemorativa, […] il nome definitivo di Río de la Plata non indica altro che una chimera» (Juan José Saer, Il fiume senza sponde, trad. it. di Gina Maneri con gli allievi della scuola di specializzazione...

Pietas / Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione. E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica. 796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una...

Un fotografo di design / Mauro Masera e la fotografia industriale

Che Mauro Masera (1934-1992) avesse negli occhi la tela di Tintoretto, quando, nel 1960, ha scattato la sua foto più famosa – e tra le sue più belle – è assai probabile. Basta guardare le due immagini accostate per coglierne l'evidenza. D'altra parte il cosiddetto Ritrovamento del corpo di San Marco, dipinto dal Robusti a Venezia, tra il 1562 e il 1566, per la Scuola Grande di San Marco, si conserva a Brera e chissà quante volte il milanesissimo Masera lo avrà visto e rivisto. Perché essere un buon fotografo di design, anzi, uno dei migliori, significa conoscere le immagini a fondo, possederne sì la sintassi, ma anche studiarne costantemente la storia. E poi c'è la luce, che in una foto è tutto (come dice la parola stessa) ma che molto fa in ugual misura nel lumeggiante quadro di Tintoretto: i giochi di luce che filtrano dal basso verso l'alto a rischiare gli archi e a delineare i profili delle cose e dei corpi sono infatti coprotagonisti dell'uno e dell'altra, tanto quanto lo sono le scene rappresentate. Anche nella carica empatica vi è analogia, salvaguardate le differenze, ovviamente, d'ambito storico-culturale, di tecnica e di destino, religioso l'uno, laicissimo l'altro: un...

Ballardismo applicato / Ci saranno delle improvvise esplosioni, epidemie

“J. G. Ballard è uno dei pochi scrittori di fiction del ventesimo secolo dall’immaginazione così singolare da aver ricevuto un suffisso in inglese: in -esque o -ian, come nel caso di “Kafkesque” e “Dickensian””, scrive Simon Reynolds nel saggio che accompagna la traduzione inedita della video intervista All that mattered was a sensation che il grande scrittore inglese ha concesso a Sandro Moiso nel 1992, ora pubblicata in un’edizione bilingue corredata da un apparato iconografico e da una bella introduzione dello stesso Moiso, a cura di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, per le edizioni Krisis. “Per alcuni lettori Ballard ha saputo imporre il suo modo di vedere tra i nostri occhi e il mondo”, tanto che è impossibile non pensare alla sua opera di fronte a eventi catastrofici, esplosioni di violenza, sesso traumatico, celebrità assassinate, comunità isolate che implodono, periferie degradate, grandi strutture stradali che sembrano ecosistemi autonomi ecc., che ritroviamo un po’ ovunque nella realtà degli ultimi decenni, dove le più cupe distopie del grande scrittore inglese, che apparivano solo estremizzazioni di aspetti appena accennati della società a lui (tra il 1960 e il...

il cinema dentro la vita / Hanna Polak, il cinema di comunità

C’è un ritmo silente e rapido che raccoglie – nel cinema – l’istante che ci abbandona, trasformandosi in calco indelebile e devastante che sovrasta le nostre relazioni umane.  “La facoltà di giudicare bene e di distinguere il vero dal falso è per natura eguale in tutti gli uomini, e che perciò la diversità delle nostre opinioni non dipende dal fatto che gli uni siano più ragionevoli degli altri, ma semplicemente dal fatto che conduciamo i nostri pensieri per vie diverse e non consideriamo le stesse cose”. Questa riflessione di Cartesio, del 1637, può ben introdurre la particolare azione di Hanna Polak sul cinema documentario: non considerare le stesse cose, restituendo con l’obiettivo anche il fuoricampo delle vite ai margini. Per la Polak il cinema non è solo un metodo che può disvelare conoscenze, condurre indagini o sintetizzare una particolare visione di mondo, ma è essenzialmente un linguaggio che deve crescere insieme all’oggetto che filma. E questa crescita non è solamente autoriale ma è innanzitutto biologica e affettiva: ovvero fa parte di un film che azzera l’occhio sull’estetica per – letteralmente – convivere con la storia.    È quello che possiamo...

Il pessimismo comico di Ermanno Cavazzoni / Storie vere e verissime

Perché i marziani, quando sbarcano sulla terra, hanno sempre tanta fretta di ripartire? Siamo soli nell’universo? Cosa succede alle nostre cose quando iniziamo il viaggio per l’aldilà? Esistono i miracoli? A questi e a molti altri interrogativi cruciali per le nostre vite risponde Ermanno Cavazzoni nelle sue Storie vere e verissime, raccolta di trentacinque novelle comiche uscite di recente per “La nave di Teseo”, con una deroga ai consueti sistemi di ordinamento a cui Cavazzoni ci ha abituato nei suoi precedenti libri, dove segue la traccia di un tema-guida, di un genere o di una specie (Il poema dei lunatici, Vite brevi di idioti, Storia naturale dei giganti, Gli scrittori inutili, Guida agli animali fantastici, Gli eremiti del deserto, La galassia dei dementi) di cui redigere un bestiario o tracciare una genealogia. Le Storie vere e verissime non rispondono a un vincolo stretto nel criterio di catalogazione delle figure e delle vicende, accomunate piuttosto dall’aria di famiglia che si respira nelle pagine di questo scrittore innamorato di tutte le infinite forme di manifestazione della bêtise, che scova e insegue con il fiuto di un segugio e poi cataloga con la passione e lo...

Meridiani / Fruttero&Lucentini, Opere di bottega

Da molti anni i «Meridiani» hanno smesso di essere solo una collezione di opere più o meno complete e sono diventati libri in varia misura sperimentali, principalmente per due ragioni. In primo luogo, per la scelta degli autori contemporanei da inserire nella collana, che ricevono così una forma di canonizzazione non sempre scontata; in secondo luogo, per l’alto tasso di impegno critico-filologico dei curatori, chiamati ad allestire edizioni e apparati che corrispondano alle condizioni peculiari dei testi, esprimendo spesso però anche personali orientamenti, vocazioni, idiosincrasie. Per questo, ogni nuovo «Meridiano» è quasi sempre anche un avvenimento critico, risultato di un incontro fra autori e interpreti, che mettono in gioco un’indole oltre che un metodo, un’idea di studio e trasmissione della letteratura più che un protocollo. Non fanno eccezione, anzi confermano pienamente queste condizioni, i due tomi delle Opere di bottega di Fruttero&Lucentini (d’ora in poi F&L), curati da uno dei maggiori esperti del Novecento italiano, Domenico Scarpa. A lui si devono il progetto editoriale (la cui prima concezione risale al 2001), l’introduzione (In principio era il verbo),...

Immaginario / John Baldessari. Mai più arte noiosa

L’illusione del cinema   Santa Monica, vicino Los Angeles, una mattina dei primi anni settanta. John Anthony Baldessari (nato nel 1931 e scomparso di recente, il 2 gennaio) si reca nel suo studio e trova l’ingresso ostruito da camioncini pieni di apparecchiature da film. Formano una sorta di barricata che gl’impedisce l’accesso. Nel parcheggio circostante, nel mezzo della troupe cinematografica, spuntano una sedia per il regista e una per l’attore – il regista è Roman Polanski, l’attore Jack Nicholson, come recita l’aneddoto. Baldessari è insomma finito nel bel mezzo del tournage di Chinatown.  “Pardon me, can I get into my studio?” o, secondo le versioni, “I’d like to get in. That’s my studio”, chiede a Polanski e Nicholson un Baldessari allora quarantenne, con quel volto da sette nani innestato su un corpo da gigante. Dentro di sé rimugina: “Okay so, the line between reality is my door”. La vicenda (riportata in un’intervista con Jeremy Blake, “Artforum”, marzo 2004) non sorprende Baldessari: capita spesso che nei dintorni della sua abitazione e del suo studio si allestiscano set cinematografici. L’industria di Hollywood dista poco lontano e rende la zona circostante...

Bayt, in viaggio verso casa / 113 persone dal Libano a Fiumicino

Dal 3 al 7 febbraio alle 19,50 su Radio Rai Tre andrà in onda “Bayt – in viaggio verso casa”, un documentario radiofonico a puntate che racconta la storia del trasloco di 113 persone. Dal Libano a Fiumicino, “Bayt – in viaggio verso casa” è un diario sonoro di parole, testimonianze e musica che documenta l’unico sistema sicuro per arrivare in Italia per chi oggi scappa dalla guerra.   Immaginate di essere nati in un comune ospedale di provincia, di avere trascorso un’infanzia piuttosto serena in un quartiere di periferia, un’adolescenza vivace tra scuola, amici e gite in campagna. Immaginate poi di esservi iscritti all’università e avere sostenuto i primi esami con discreti risultati. Al netto dei dettagli, la descrizione non si allontanerà di molto dai trascorsi di ognuno di voi. Allora proseguiamo. Immaginate che per una banale coincidenza la vostra città di origine sia Aleppo. Ecco, siete al secondo anno di università, la famiglia ha investito molto nei vostri studi con un dispendio notevole di energie e risorse e voi non la state deludendo, studiate a sufficienza e vivete con la giusta spensieratezza i vostri venti anni, ma un brutto giorno un boato vi butta giù dal letto...

Guerra e cinema / “1917” e il falso tempo del racconto

Alcune scene furono girate mentre la guerra ancora non era finita, e a distanza di un secolo J’accuse (Per la patria, 1919), di Abel Gance, resta una delle opere più importanti del cinema della Grande Guerra. Ho ripensato a questo film, dopo aver visto 1917, perché mi è tornata in mente la famosa sequenza del “ritorno dei morti”, vale a dire il momento in cui uno dei protagonisti, che la guerra ha fatto impazzire, torna a casa, convoca gli abitanti del villaggio e, sotto forma del racconto delirante di un sogno, fa riapparire i soldati uccisi, che risorgono dalle loro tombe per chiedere ai vivi ragione della loro assurda morte:          Come la maggior parte dei capolavori dedicati alla Grande Guerra, J’accuse rende visibile e fa agire scenicamente un tragico irredimibile, aggredendo e smentendo temi e retorica della propaganda trionfalistica; possiamo ricordare, per limitarci a qualche esempio, Charlot soldato (Shoulder Arms, 1918), di Charlie Chaplin, o L'uomo che ho ucciso (Broken Lullaby, 1932) di Ernst Lubitsch, o Orizzonti di gloria (Paths of Glory, 1957) di Stanley Kubrick, o La grande guerra (1959) di Mario Monicelli.   Timothy Carey, “...

Ambiguità e ambivalenze / Curzio Malaparte e la caduta della civiltà europea

Curzio Malaparte è uno dei non numerosi scrittori italiani del Novecento a essere riconosciuti all’estero. Fin dagli anni Trenta, da quando Technique du coup d’État (1931) e Le bonhomme Lénine (1932) furono pubblicati direttamente in francese, la lingua transnazionale dell’epoca, le opere di Malaparte hanno goduto di una circolazione e di una ricezione critica globali – un paio d’anni fa gli è stato consacrato, per esempio, un Cahier de L’Herne. In Italia, invece, Malaparte è stato un autore difficile da affrontare, sia in vita sia dopo la morte. Soltanto nell’ultimo decennio la sua figura intellettuale e le sue opere hanno cominciato a uscire dall’ombra, grazie soprattutto alla riedizione di alcuni scritti e alla pubblicazione di inediti da parte della casa editrice Adelphi (su cui si può leggere un’intervista rilasciata da Giorgio Pinotti all’«Indice dei libri del mese» nel novembre 2017).  Sono almeno due i fattori che hanno reso accidentato il discorso critico su Malaparte: da una parte, una figura pubblica ingombrante e un altrettanto ingombrante narcisismo, che hanno generato uno strascico di inimicizie e antipatie, e la tendenza a prestar più attenzione alla biografia...

Qui e ora / La politica nel tempo senza attesa e senza fine

“Il collasso della politica si manifesta oggi su scala planetaria. Le rivolte non ne sono la causa, ma il sintomo”, ha affermato di recente l’antropologo francese Alain Bertho. Un’osservazione che trascina con sé inevitabilmente una domanda: a che cosa serve la politica, agli inizi del terzo millennio? È ancora importante? Irrinunciabile? Da punti di vista diversi, quelli del filosofo e del politologo, la questione è affrontata da due libri, a distanza di poco tempo: David Runciman, Politica, 2015, e Salvatore Natoli, Il fine della politica. Dalla “teologia del regno” al “governo della contingenza”, 2019, entrambi editi da Bollati Boringhieri di Torino. Nello scenario contemporaneo, in effetti, la politica ci appare schiacciata da potenze globali soverchianti, come l’economia e il commercio mondiale, col loro reticolo avvolgente di supply chains, e come la tecnoscienza, sempre più autopropulsiva al punto da dare l’impressione, con l’ascesa irresistibile delle grandi aziende Hi-tech, che i governi siano solo “un fastidio analogico in un mondo digitale”, come scrive Runciman. Oppure, ci si presenta sovente messa all’angolo dalla complessità sociale crescente e dalla dimensione...

Malattia e memoria / Angelo Ferracuti, La metà del cielo

La presenza di Angelo Ferracuti nel panorama della letteratura attuale è legata soprattutto a opere di carattere documentario, fra l’inchiesta e il reportage, con un interesse distintivo per il mondo del lavoro. Il suo libro più citato è infatti Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia (Einaudi, 2013) dedicato al disastro della motonave «Elisabetta Montanari» (13 marzo 1987), corredato da un inserto fotografico di Mario Dondero: testo esemplare di un settore importante della nonfiction italiana degli anni Duemila. La metà del cielo (Mondadori 2019, pp. 208, € 18) è invece un libro molto diverso, molto personale: e intensamente, dolorosamente personale. Oggetto della narrazione è la precoce perdita della prima moglie, Patrizia, avvenuta una dozzina di anni addietro. Il tema funebre si accampa fin dall’inizio, con accorata perentorietà; tiene il campo per molte pagine; si ripropone con forza nell’ultima parte, e suggella l’intero libro. In una zona mediana, si profilano possibili sviluppi narrativi diversi: che però, a conti fatti, rimangono allo stadio embrionale.   Procediamo con ordine. La metà del cielo è essenzialmente un sofferto, sconsolato epicedio...

Il teatro / Ágota Kristóf: identità in bilico

Sono uscite due raccolte di testi teatrali di Ágota Kristóf negli scorsi mesi, John e Joe Un ratto che passa, per Einaudi, Il Mostro e altre storie, per Edizioni Casagrande. Sono testi che giungono ai lettori italiani a nove anni dalla morte dell’autrice diventata nota in tutto il mondo con il grande romanzo Trilogia della città di K. La produzione teatrale di Kristóf è nota da decenni ai lettori svizzeri e francesi in quanto sono stati tra i primi testi da lei scritti in lingua francese, per poi affrontare il romanzo, racconti e in contemporanea poesie.  Queste due raccolte appena pubblicate, insieme a La chiave dell’ascensore e L’ora grigia uscite venti anni fa, vanno a comporre un quadro interessante sia nella storia della scrittura della loro autrice sia nella genealogia di luoghi e personaggi.   Kristóf giunge in Svizzera come rifugiata politica nel 1954 dall’Ungheria, dirà sempre che pensava che la Svizzera e la cittadina di Neuchâtel sarebbero state una fase di passaggio, invece vi trascorre tutta la vita fino alla morte. Lei, che nella sua vita precedente alla fuga scriveva poesia e teatro e amava la sua lingua, si è trovata a non avere più una lingua, a non...

L’estate di un insegnante nell’era della gig-economy / Cento giorni da glover

Shkodra   Quasi mezzanotte, McDonald’s Stradivari, a due passi dalla Stazione di Trastevere.  Appena il Conte vede entrare Gëz, gli va subito incontro, gli dà una pacca sulla spalla e gli chiede: “Frate’, ma hai visto che j’hanno fatto al bangla giù a Bari?” A dire il vero, il bangla di cui parla il Conte è un pakistano, ha 32 anni e si chiama Ahmed. Anche Ahmed è un fattorino Glovo e la sera prima, mentre consegnava il suo ordine a via Candura, nel quartiere San Paolo di Bari, è stato accerchiato, pestato a sangue e derubato da un gruppo di 7 persone.  Gëz e il Conte si conoscono da quasi due anni, da quando cioè hanno cominciato a incrociarsi nelle aree di attesa Glovo dei McDonald’s di Roma. Sono due veterani. Il Conte ha da poco superato il traguardo delle 7000 consegne; Gëz, invece, è a un passo dalle 10.000. Anche io lo conosco da un po’, Gëz. Ci siamo presentati un paio di mesi fa mentre, entrambi con sulle spalle il cubo giallo di Glovo, attraversavamo il ponte che da via Alberto Lionello conduce all’ingresso superiore del Centro Commerciale Porta di Roma, alla Bufalotta. I dialoghi tra glover sembrano quelli tra pescatori. È stato così anche la prima volta...

Whitechapel Gallery / La collezione come racconto

Alla Whitechapel Gallery di Londra le parole di Enrique Vila-Matas, Maria Fusco, Tom McCarthy e Veronica Gerber Bicecci incrociano le opere della collezione “la Caixa” per “promuovere un nuovo modo di guardare”. Ognuno dei quattro scrittori ha scelto un gruppo di opere trasformandole in protagoniste di una narrazione che si svolge sia nello spazio espositivo che nel libro che accompagna la mostra. La narrazione di McCarthy (la mostra da lui “scritta” e curata è la terza dopo quella di Vila-Matas e di Fusco) inizia con la descrizione di un residuato bellico fotografato dall’artista Sophie Ristelhueber.    Sophie Ristelhueber, Fait #60, 1992. “la Caixa” Foundation / Isa Genzken, Bookshelves, 2008. la Caixa” Foundation. Sfruttando l’ambivalenza del termine “face”, che sta sia per “superficie” che per “volto”, McCarthy attribuisce all’oggetto una sembianza umana: “a fallen Easter Island statue; Ozymandias’s broken bust – una statua caduta dell’isola di Pasqua; il busto spezzato di Ozymandias” (Tom McCarthy, Empty House of the Stare, Fondazione “la Caixa” e Whitechapel Gallery, Londra 2019, p. 17). Il viso sfranto e mezzo sepolto che giace sul suolo desertico descritto da...

Matto e mostro / Lo strano Federico Tavan

Federico Tavan nasce “strano” perché, quando è ancora in pancia, riceve la maledizione della strega del paese. Così la pensano ad Andreis, un borgo incantato, in cui vivono meno di 250 anime in Val Cellina, nel Friuli più segreto, al confine con l’“Italia”. L’Italia, a iniziare dal Veneto, è un posto dove non si parla la marilenghe, la lingua madre, il friulano. Mentre ad Andreis l’italiano è cosa che si usa solo sui banchi di scuola. Andreis è fatto di case in pietra con i ballatoi in legno, dove si può lasciare il fieno ad asciugare. C’è il torrente Alba che a volte è azzurro e altre verde fosforescente: lo guardi e sai che esistono le fate. Poi alzi la testa, vedi le montagne vicine, e sai, che se il tempo si fa grigio, di un grigio-dolore, esistono anche le streghe. Come quando il mondo si è capovolto lì vicino, a Erto e Casso, dove un pezzo del monte Toc ha fatto strabordare la diga del Vajont.   Anche lì, colpa delle streghe come Giacomina, la vecchia laida, corrosa dalla solitudine e dalla disperazione, che vede Cosette Tavan, la futura madre di Federico, entrare in chiesa con il grembo leggermente dilatato, la camminata consapevole di chi porta un carico prezioso....

La nuova biografia di Paola Tonussi / Emily Brontë: o ragione o frusta

È a una certa idea di disobbedienza che la storia della letteratura deve tra le sue pagine più rivoluzionarie. Raccolti in bauli appunti e bigliettini trovati nella sua ultima stanza belga, fogli nei quali il poeta invocava la catastrofe del colera che spazzasse via lui, la sua opera e l’intero genere umano, i curatori di Baudelaire ne licenziarono le opere postume, dopo che la madre ne ebbe spurgate lettere e scritti ritenuti, per la di lei sensibilità, sconvenienti; Verlaine pubblicò in patria opere di Rimbaud, all’insaputa dell’autore ormai immerso nel mal d’Africa; Max Brod mancò alle volontà testamentarie di Franz Kafka e rese pubblici gli inediti che l’amico gli aveva lasciato in eredità perché li distruggesse (sic).  Il 9 ottobre 1845, poche ore dopo il colpo di pistola che il padre sparava ogni mattina dalla canonica per dare inizio alla giornata, Charlotte Brontë, futura autrice di Jane Eyre, era immersa nella lettura del quaderno segreto di poesie che la sorella Emily aveva incautamente lasciato incustodito sullo scrittoio del salotto. “Non conosco – altra donna – che abbia mai scritto poesia simile – Concentrato di vigore, chiarezza, perfezione – uno strano pathos...