Cinema

A 40 anni dall'uscita di "Taxi Driver" / Travis senza parole

Per il quarantesimo compleanno di Taxi driver, chi ha le carte in regola dirà senz’altro quel che c’è da dire. Si celebrerà adeguatamente, almeno spero, il grande Bernard Herrmann, morto prima di poter verificare al cinema l’efficacia del suo melanconico sax e dei suoi crescendo ansiogeni, stridenti, che saturano la mente del protagonista ma restano indistinguibili dall’allarme oggettivo che pervade tutta New York. Si ricorderà Paul Schrader, e ci si tornerà a chiedere in che misura abbia proiettato sulla sceneggiatura il suo periodo di autodistruzione. Si citeranno i luoghi letterari con cui la critica caricò subito il film e il diario di Travis, gli esistenzialismi e i sottosuoli dostoevskiani tradotti nell’America calvinista di un ex marine insonne e solo, probabilmente reduce dal...

Berlinale 66. Kino meine Liebe

La 66. Berlinale è cominciata con una dichiarazione d'amore per il cinema. Ave, Cesare! il nuovo film dei fratelli Coen presentato fuori concorso, è un'ottima griglia per inquadrare la tradizione del festival tedesco e l'infinito programma di questa edizione. Come ogni anno riuscire a selezionare il proprio percorso all'interno delle varie sezioni è un'impresa difficile, che spesso (ma non sempre) viene premiato. Il lavoro dei Coen in questo senso ricompensa sia il cinefilo che il pubblico, quest'ultimo vero (e a volte troppo rumoroso) protagonista della Berlinale. Il festival è infatti dedicato fin dalla sua nascita ad essere il festival “del pubblico” di una metropoli, che apre le porte delle sue sale a tutti e per...

Zoolander II: autofagia della moda

La mia tesi prima di aver visto il sequel di Zoolander era che l’intera operazione non avesse alcun senso, non di certo per l’assoluta unicità e irripetibilità del successo del primo, ma solo perché il vero sequel del film c’è già stato, anch’esso diretto e interpretato da Ben Stiller. Mi riferisco ovviamente a I sogni segreti di Walter Mitty (2013) che, seppur narrando una storia affatto lontana dal tema e dalle ambientazioni della celebre parodia sulla moda, riprende alcuni elementi essenziali di Zoolander e li sviluppa in un’epoca in cui la moda, intesa come eccessi di paillettes e lustrini, pareva cedere il posto a un concetto più sfumato di classe creativa. La ricerca autentica dei valori essenziali come la...

Joy. La cultura pop delle televendite

Nell’ultimo film di David O. Russell al centro del racconto c’è ancora una famiglia della working class. Come in The Fighter e in parte in Il lato positivo. Una famiglia allargata, disfunzionale, ricca di contrasti a metà tra il dramma e il grottesco; un nucleo che ruota attorno a un fulcro, la protagonista Joy (ispirata alla vera Joy Mangano, inventrice e imprenditrice di successo dopo una lunga serie di fallimenti), giovane donna che ha messo da parte i sogni da bambina per accudire i genitori litigiosi o nullafacenti e perché impantanata in un matrimonio sbagliato e poi finito con Toni, cantante senz’arte né parte che abita nel seminterrato dell’ex moglie. Nessuno, nel film, è in grado di abbandonare Joy, nemmeno il rampante...

Il figlio di Saul. Nemesis?

Il film inizia con una immagine sfocata, rivolta verso un “di fuori” che pare quasi incomprensibile, come se fosse la proiezione di un “di dentro” che ha smarrito per sempre la capacità di vedere (e di vedersi). Il campo di sterminio è il luogo dell’insondabilità, di una percezione stravolta poiché si fonda sulla cancellazione di qualsiasi residuo di umano e, quindi, di soggettivo. Il Lager non ha futuro, ossia non ha tempo: è un eterno presente, che si ripete ossessivamente, incessantemente, senza un perché ma con un solo come, quello del meccanismo dell’annullamento totale su scala industriale. Il campo è in sé una totalità e, quindi, non necessita di spiegazioni.   “Warum?...

Otto Tarantino e mezzo

In primissimo piano c’è un crocifisso coperto di neve, l’inquadratura a poco a poco si allarga e mette a fuoco una diligenza tutta nera che avanza, il cocchiere è irriconoscibile, il galoppo dei cavalli è leggermente rallentato, la musica ossessiva e manierata. La tempesta che spazza il paesaggio per i due terzi del film è definita spooky nella sceneggiatura, cioè spettrale, paurosa come lo è un fantasma, e «l’estetica del crocefisso mostra un’origine slava, la scultura sembra essere stata messa lì già secoli prima dell’arrivo dei padri pellegrini». Sono elementi che fanno pensare a The Fearless Vampire Killers di Polanski o al Dracula di Coppola. Invece è l’inizio del secondo...

Quo Vado. Il terrone globalizzato

Nel 2015 il governo ha emanato il Jobs Act – il fatto che tutte le parole-chiave della politica italiana siano ormai in inglese è il marchio del nostro provincialismo[1] (ricordo un presidente della Banca Commerciale Italiana che pronunciava “bi-si-ai” per dire BCI; ovviamente era un imbecille). Questo “Atto Lavori” rende più conveniente per ogni azienda italiana assumere qualcuno a tempo indeterminato piuttosto che rinnovargli contratti a termine. La disoccupazione globale in Italia non è molto diminuita, in compenso è aumentata l’occupazione stabile. Insomma, il Giobsact tende a realizzare il sogno etnicamente più specifico degli italiani: il Posto Fisso.   Può essere considerato una critica obliqua al...

A 50 anni dalla scomparsa / Buster Keaton. Una storia naturale

Ho visto i film di Buster Keaton così tante volte da non riuscire più a contarle. Li ho visti su schermi piccoli e grandi, da solo o in compagnia – l'estate scorsa, a Bologna, in occasione del Cinema Ritrovato, eravamo in centinaia. Ogni volta ho provato la stessa emozione, qualcosa a metà fra il divertimento, il piacere e lo stupore. Un'emozione che negli anni, visione dopo visione, non è mai venuta meno, tanto che io stesso non riesco a capirne il perché.   Probabilmente l'eccezionalità è parte integrante di Keaton, a cominciare da quel nome, “Buster”, che significa tante cose: “fenomeno”, “distruttore”, “sensazionale” e altre dello stesso tenore. Leggenda vuole che il piccolo Joseph Frank Keaton abbia ricevuto questo soprannome all'età di sei mesi, nientemeno che da Harry Houdini...

Il figlio di Saul. La stanchezza della memoria

“Ecco un film che farà molto parlare”, pronosticava il delegato generale del Festival di Cannes quando nell’aprile del 2015 annunciò alla stampa l’elenco delle opere in concorso. Presentato fin da subito come un caso controverso, probabile detonatore dell’ennesima raffica di polemiche sui limiti della rappresentazione cinematografica, Il figlio di Saul si ispira alle testimonianze che alcuni Sonderkommandos di Auschwitz sotterrarono clandestinamente prima della loro rivolta del 1944. Sullo sfondo storicamente documentato delle attività quotidiane svolte dall’unità speciale deputata alla svestizione e all’accompagnamento dei prigionieri nelle camere a gas, e poi all’estrazione dei cadaveri, alla pulizia dei locali...

The Big Short, sipario sul sogno americano

Lo sguardo di Jared Vennett, investitore per Deutsche Bank, è sveglio e ammiccante. Il ruolo di narratore interno, deputato a rompere la quarta parete, gli sta a pennello; eppure è proprio Vennett a mettere subito le cose in chiaro, durante i primi minuti de La grande scommessa: non è un eroe, nemmeno un antieroe, è solo uno che racconta i fatti nudi e crudi. Il personaggio, interpretato da un Ryan Gosling pesantemente truccato, è già a una notevole distanza dal Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street. Non ammalia, non incanta, non fa desiderare di essere come lui. Addirittura, ci spiffera il finale della storia, una storia che già conosciamo.   Dovrebbe essere tutto ben noto, stiamo parlando della crisi dei mutui subprime del 2008...

Il figlio di Saul

Cosa si vede, si sente o si prova quando si vive nell’occhio del ciclone, quando si sta al centro della scena, sempre in movimento eppure immobili? Niente, non si prova niente. Il volto impassibile, il corpo rigido come l’ago puntato di un compasso, mentre tutto attorno il mondo ruota e travolge ogni cosa. La rappresentazione del campo di sterminio ne Il figlio di Saul, opera prima del trentottenne László Nemes, già collaboratore di Béla Tarr e autore di alcuni corti notevoli, è efficace e sconvolgente perché segue un doppio movimento che non offre punti di tregua allo sguardo: il movimento del centro, cioè del suo protagonista Saul Ausländer (un membro dei Sonderkommando al servizio dei soldati nazisti nella gestione...

Quo Vado. Il bisogno di comico

Il 2016 è iniziato nei cinema italiani con la travolgente affermazione ai botteghini del film Quo Vado?, diretto dal regista Gennaro Nunziante e interpretato dal comico Checco Zalone. Tale affermazione ha sorpreso perché sembrava impossibile che la coppia Nunziante-Zalone potesse ripetere il clamoroso exploit che aveva fatto registrare con il suo terzo film Sole a catinelle, uscito nel 2013 e diventato il film italiano di maggior successo in assoluto, con un incasso di quasi 52 milioni di euro e un pubblico di 8 milioni di spettatori. Il 14 gennaio invece i giornali hanno comunicato che Nunziante e Zalone hanno superato se stessi e molti ora si chiedono come ciò sia potuto accadere.   È noto come la comicità costituisca da sempre una risposta...

Quo Vado. L'importanza di partire a razzo

Tutti parlano di Checco Zalone in questi giorni (almeno quelli che non parlano di Colonia e della bomba coreana). Fino all’altro ieri tutti parlavano di Fabio Volo, e per la stessa ragione: fa vendere/vende in modo spropositato, falsa il mercato, fa bene/fa male al cinema/alla letteratura. La difesa, se fosse un vero processo, sarebbe incentrata sui medesimi punti: la gente vuole divertirsi, non possiamo sempre pensare ai problemi, possibile che solo i comici intercettino i gusti della maggioranza, che sappiano come intrattenere. L’arringa griderebbe in entrambi i casi alla truffa, perché è chiaro che se il prodotto lo distribuisci in quantità senza competizione poi competitor non ve ne siano (e se in tutti i cinema d’Italia almeno una sala d...

Star Wars. Il ritorno della disciplina

«Prima di Star Wars usavo la forza per servire birre» avrebbe dichiarato Daisy Ridley, protagonista dell’episodio settimo di Star Wars. Affermazione non sorprendente, anche ammettendo non sia del titolista che il 21 dicembre la riportava per un’intervista su Repubblica.it. Piuttosto in sintonia col cliché della gavetta, dei bassifondi che aiutano a guardare in alto, delle stalle che diventano stelle (siamo pur sempre in un clima natalizio), dell’ostinazione che alla fine la vince, alla quale gli attori di Hollywood, al pari di molti altri attori del farsi da sé, ci hanno da tempo abituati. Retorica universale che da decenni predica la mobilità verticale del lavoro, la rottura delle rigidità sociali, i repentini e sempre possibili...

Star Wars. Il fandom colpisce ancora

Nel caso siate latitanti in un bunker sotterraneo da qualche anno, potreste non essere al corrente del fatto che il 16 dicembre la Disney ha fatto uscire in pompa magna l’ultimo (per ora) capitolo di Star Wars, questa volta col sottotitolo Il risveglio della Forza, diretto da J.J. Abrams e probabilmente destinato a battere tutti i record battibili nel rutilante mondo dei blockbuster hollywoodiani. Nel caso poi la vostra latitanza duri da diversi decenni, potreste non sapere nemmeno che Star Wars ha fatto la sua comparsa nell’immaginario collettivo nell’anno domini 1977, primo film di una serie creata da George Lucas che sarebbe poi proseguita con altri cinque capitoli realizzati tra il 1980 e il 2005 (sulla qualità degli ultimi tre episodi non...

Star Wars. I padri, i figli, l’America, la storia

Dichiaro subito di non essere un esperto di cinema e neppure un fan sfegatato di Star Wars. Guerre stellari. Ho visto la prima trilogia varie volte. La prima fu al cinema, sullo scorcio di un anno, il 1977, in cui eravamo troppo dentro gli scontri politici italiani per distogliere lo sguardo e esercitare una prospettiva storica (almeno io). Entusiasmò molti di noi, perché vi sentivano comunque un’eco dei tempi; altri li lasciò diffidenti, nel vedere trasformata in grande spettacolo la lotta che contrapponeva bene e male (allora ben definiti, identificabili). Ho rivisto i tre vecchi film con mio figlio piccolo, sull’antico supporto del VHS, tante, tante volte. Del prequel ricordo poco. Sono andato in questi giorni (con mio figlio ventiquattrenne) a vedere...

Il ponte delle spie di Steven Spielberg

Gilles Deleuze diceva che il cinema moderno è stato in grado di farci credere ancora una volta in questo mondo. Credere “all’amore o alla vita, credervi come all’impossibile, all’impensabile”. Quando il legame tra l’uomo e il mondo sembrava essersi rotto, il cinema è stato invece capace di farci vedere come “l’uomo stesso non [sia] un mondo diverso da quello in cui sente l’intollerabile e si sente incastrato”: riconoscere di farne parte è allora una condizione necessaria per ogni possibile trasformazione di sé e di ciò che ci sta attorno.   È evidente come questa sensibilità cozzi con il cinismo corrente, che invece sembra incapace di uscire da quell’eterno scarto...

Suspense!

Nel corso della “Conversazione con il cervello di Einstein” la tartaruga propone ad Achille un metodo alternativo per apprezzare un brano musicale: gustarne in un solo colpo struttura, modulazioni e sfumature osservando la superficie di un disco che lo contiene. «Poiché tutta la musica è sulla faccia del disco, perché non assorbirla con un’occhiata, o al massimo con una rapida scorsa?» si chiede la tartaruga nel surreale dialogo concepito da Douglas R. Hofstadter. Comprimendo l’esperienza in un breve e intenso attimo, essa potrebbe addirittura diventare più potente: l’animale ritiene che «ciò procurerebbe di sicuro un piacere molto più intenso.» La perplessità di Achille è anche...

Star Wars. Mitologia Jedi e cultura convergente

Per spiegare l’incredibile successo ottenuto da Star Wars nei suoi quasi quarant’anni di vita alcuni non hanno esitato a chiamare in causa la nozione di “mito”, senza tuttavia preoccuparsi di specificare le ragioni di tale definizione o valutarne seriamente l’attendibilità. Come si sa nel linguaggio moderno in effetti il termine “mito” viene applicato, forse in modo troppo superficiale, a tutti quegli oggetti culturali che hanno in qualche modo colonizzato l’immaginario collettivo finendo per imporsi all’attenzione anche di chi non si considera un fan. Nel caso di Star Wars tuttavia l’appellativo di “mito” rischia di recuperare il suo significato originale, ossia quello di racconto (nel senso più largo...

Star Wars. Un timido risveglio

Su “una galassia lontana lontana” niente da dire. “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”, invece, non l’ho mai capito. Perché aggiungere il fattore tempo, per di più a ritroso, a quello spaziale? Un dubbio che mi sono portato avanti per anni, già in tenera età, prima di concludere che Star Wars non è mai stato un film di fantascienza, bensì un racconto fantasy con astronavi, un concentrato di archetipi della narrazione epica che apparteneva tanto ai cavalieri di Ariosto che ai miti di Tolkien, prima che Peter Jackson rendesse questi ultimi sinonimo di una inutile muscolarità celtica. Il tempo, tuttavia, è sempre stato un concetto sottovalutato nell’universo di Star Wars. Dove Il...

Star Wars. I love you Carrie

C’è una parte di noi che al solo pensiero di Star Wars inorridisce. Viscidi gasteropodi che trafficano loscamente atteggiandosi da navigati padrini, scimmioni pelosi ma scaltrissimi, assurdi comandanti che non si tolgono la loro assurda armatura nemmeno per andare a dormire, creaturine ridicolmente attrezzate da madre natura che decidono le sorti dell’universo, viaggi interstellari compiuti senza mai pensare alla benzina: insopportabili. Questo baraccone di freaks risulta, infatti, tutt’altro che simpatico perché, come da cliché del genere fantasy, agisce in un sistema perfetto, in cui ogni elemento è dentro un ordine che lo comprende, senza sfaccettature. O buoni o cattivi, tanto che, quand’anche uno dei personaggi volesse provare a evolvere, il suo destino sarebbe comunque segnato: o di...

Star Wars. Il debole della Forza

“Usa la forza Luke…” Luke? Chi era costui? Alla luce dell’evoluzione della saga di Guerre Stellari, una domanda del genere sembra avere una sua pertinenza. Almeno per alcuni, i più giovani, quelli per il quale Luke è solo il protagonista della “vecchia” trilogia, quella con meno effetti speciali ma con Harrison Ford. Già, perché per loro il protagonista della prima, fortunata serie di film sembra non essere che uno dei tanti personaggi e non l’unico vero eroe in cui “credere” e in cui immedesimarsi. Da un po’ di film a questa parte infatti il vero protagonista è il cattivo, Darth Vader (che si dice Dartfener e se ti scappa di dire “vader” qualcuno che ti guarda con il sorrisetto lo...