Voglio andare a casa. La casa dov'è?
“Chi resta, / nostalgia lo move. / Chi parte, / nostalgia lo tien.”
Così Giacomo Noventa, il poeta che aveva scelto di cantare nella lingua delle radici – confinando così purtroppo la propria grandezza all'ascolto di pochi. I versi mi riaffiorano alla mente quando il treno sosta alla stazione di Vicenza, dove sono nata e cresciuta e permangono nell'aria i lari e i penati, proprio mentre chiudo il saggio di Claire Marin Il nostro posto nel mondo. Sono versi che condensano in un precipitato perfetto la pena e le contraddizioni del Desiderio di fuga e bisogno di stabilità che fanno da sottotitolo al volume, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Lisa Ginzburg. Già nel 2023, della stessa autrice era uscito La fine degli amori e altri addii che trasformano la nostra vita (titolo originale francese, il più mimetico e secco Rupture(s), per ovvie ragioni intrasportabile in italiano), di cui ha scritto qui Mauro Portello.
Claire Marin, parigina, classe 1974, è storica della filosofia, saggista e docente. Filosofa dell'intimo, indaga nodi che sono centrali nella vita di molti, se non di tutti; in Francia ha già visto la luce nel 2023 il suo libro successivo, Les débuts: par où recommencer? (Gli inizi: da dove ricominciare?).
Il titolo originale dell’ultimo volume einaudiano, Être à sa place, abbraccia ancor più di quello italiano le tante accezioni del termine “posto” e delle espressioni idiomatiche che lo contengono. Che cos'è “il proprio posto”? È un luogo fisico, una tana, una cuccia? Una seduta a tavola che ci accoglie (solo a casa nostra) ogni giorno prevedibile e sicura, in mezzo a vecchi o nuovi commensali? Sembrerebbe, in questo senso, essere una collocazione che ci risparmia di ragionare, regalandoci un intuitus loci naturale, come nelle abitudini quando non sono solo gabbie. E a quell’intuitus loci corrisponde un’espressione spontanea di noi stessi, in armonia con quello che ci circonda.
Ma qualcuno che “sa stare al suo posto” è anche qualcuno che accetta dei limiti imposti dall’esterno, che si assoggetta e non osa infrangerli.
Cosa succede allora quando, per volontà, imposizione, ventura o sventura, da quel luogo che la vita ci ha assegnato (un luogo che è prima di tutto il nostro corpo) ci spostiamo? È questa l'indagine dell’autrice, che ci conduce in capitoli ben scanditi all'esplorazione delle diverse condizioni del ventaglio delle dislocazioni, migrazioni, sconfinamenti, esili, derive, diserzioni, fughe, ribellioni e liberazioni. Nelle varie declinazioni della sensazione di dispatrio – da luoghi, strati sociali, famiglie, generi – e di scissione, Claire Marin ci guida attraverso una ricognizione letterario-filosofica, molto francese ma non solo.

È una condizione che in fondo in qualche momento della vita hanno incontrato un po’ tutti, anche se non si può negare che esista una predisposizione alla “restanza” (neologismo Treccani 2017, coniato da Vito Teti che l’ha indagata). Una predisposizione che, dileggiata un tempo come conservativa staticità, adesso sta riacquisendo valore. Rinasce la tendenza a restare a casa, ispirata da un ideale di mondo a chilometro zero che ci salvi dalla mobilità da palline da flipper in cui in molti disperdiamo noi stessi senza più neanche accorgercene: una sorta di zapping esistenziale che è diventata quasi un’estetica della performance e della desiderabilità, che spesso finiscono per coincidere. E che replica lo scrolling saltabeccante in cui evaporano tante ore.
Così, partendo da un esergo di Perec, Marin ci mostra come la nostra ansia di pensare e classificare sia l'ansia di collocare noi stessi in un luogo sicuro, dato per sempre certo. Un riparo, una nicchia che ci contenga come quelle che si ricavano i bambini nei loro giochi. Come dei “bozzoli” di cuscini, mobili, incastri: tane e nascondigli che preludono, nell'età adulta, al cercare “un centro di gravità permanente”. Cerchiamo il nostro posto al sole, che ci faccia rilassare con l’irriflessa fissità della lucertola, condizione interiormente inattingibile anche ai più stanziali tra noi umani sanguecaldo.
Ci dividiamo forse tra nomadi e restanti, con alcune punte estreme, e Marin dedica un capitolo a “quelli che non riescono a stare fermi”: non veri dromomani, ma votati al cambiamento, condannati all'avventura e alla sperimentazione di sé, alla sopportazione della solitudine, al prezzo della rescissione o dell’intermittenza dei legami, in una ricerca dell'identità che quando si estremizza si rivolta nella sua zelighesca perdita. (Suggerimento in leggerezza per chi ci si riconosce: “Oggi qui domani là”, Patty Pravo 1967!)
Ridefinire continuamente i propri contorni implica una sfumatura – la “smarginatura” di Elena Ferrante – che a volte può sopraffare, e implica anche un abbandono dello status quo che può essere tacciato di tradimento; un'accusa tacita e sottile da parte di chi sente per contrasto la propria affezione all’habitus messa in discussione, e genera così negli erranti sensi di colpa.
Una colpa che, leggiamo in “I luoghi che curano” di Paolo Inghilleri (Cortina, 2021), scaturisce oggi anche dalla molteplicità amplissima di scelte, che ci inchioda alla responsabilità di essere felici, soddisfatti, di compiere tra quelle scelte quella indubitabilmente migliore.
Chi diserta lo fa in opposizione oppure, in diverse gradazioni, per assomigliare sempre di più a se stesso; e chi resta si sente stereotipicamente svalutato da chi va.
Spesso, si rimane in una terra di mezzo: si acquisisce – ma solo un po’ – l'accento del luogo in cui ci si trasferisce, e si finisce stranieri lì ma anche al luogo natio. Si viene definiti, anzi ci si definisce così soprattutto per contrasto: nel luogo scelto, tende a prevalere la forza dell'identità d'origine, e in quello nativo, quella della scelta dello sradicamento, del luogo adottivo; un po’ come accade a volte ai figli delle coppie di nazionalità diverse, che sentono prevalere di volta in volta l’identità del paese in cui non si trovano in quel momento. In questa oscillazione il senso di tradimento, di abbandono, viene dall'esterno ma anche dall'interno. A maggior ragione se la trasmigrazione equivale anche un salto sociale culturale e si resta abitati dalla vergogna di essere stati ambiziosi, come nei transfughi di classe Annie Ernaux, molto citata da Marin, e in Didier Eribon.
Del resto, partire è un po’ morire, e se quello del nostos è il più classico dei temi, quella tensione antica sembrerebbe ora convogliarsi in un movimento più numeroso, se tra i neologismi del 2025 (prima dell’Ulisse superstar di Nolan!) il vocabolario Treccani accoglie “tornanza”: in sintesi un “ritornare nel luogo d’origine, di solito un paese o un piccolo centro urbano, per mettere a frutto le conoscenze e le esperienze acquisite altrove” – che non coincide insomma con lo stereotipo del “tirare i remi in barca”.
A chi legge di questi temi, di queste nostalgie, e in particolare di queste ultime tendenze colte dalle nuove parole Treccani, e prende in mano Claire Marin magari anche alla ricerca di un bandolo della propria personale matassa, viene però da chiedersi perché proprio ora; ora che possiamo essere un po' ubiqui, fluidi, ora che non abbiamo più così bisogno di spostarci per essere nei mondi, nelle comunità che scegliamo. E cosa caratterizzi in maniera speciale lo spaesamento e la nostalgia galoppante di questo momento storico. Parlando con tanti erranti e tornanti, ma anche restanti che si sentono comunque un po’ immalinconiti, sempre più definiti anche loro dai bei versi di Noventa, viene semplicemente da pensare che nella rivoluzione del mondo dell'ultimo ventennio scarso, nei cambiamenti troppo veloci per essere metabolizzati, noi abbiamo perso la nostra “casa”. Una “casa” che per molti è il Novecento, e che per quasi tutti, ancora, nel Novecento ha le sue fondamenta. Resta la domanda su come abitare davvero un posto, una condizione, un tempo, perfino un corpo, quando i codici e i modi di starci si susseguono a un ritmo tale da non depositarsi in abitudini, che all’abitare sono consustanziali.