Paolo Cherchi al di qua e al di là dell'Atlantico

14 Aprile 2026

Erranze libridinose: ricerche erudite su testi rari e dimenticati (Unica Press, 2023) è il titolo di uno dei 14 libri che Paolo Cherchi (Oschiri 10 maggio 1937-Chicago 4 aprile 2026) ha scritto da ottuagenario, fra il 2018 e il 2026, e dice molto, in pochissimo, sul lavoro di uno dei nostri massimi filologi romanzi, italianisti, comparatisti e storici delle idee. Ci dice della natura dei testi al centro del suo studio, della curiosità e del piacere nel ricercare scritti e autori fuori moda, quasi vagabondando fra gli scaffali di incunaboli, cinquecentine, libri del Barocco…; ma ci dice anche della leggerezza e la felicità con cui si possono restituire quelle pagine.

Di fronte a un titolo così arguto e ironico vengono in mente i versi forse più noti di Patrizia Cavalli:

Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.

Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.

Come Patrizia Cavalli, anche Paolo Cherchi è riuscito, senza proclami altisonanti e senza atteggiarsi a vate della filologia, e tanto meno a barone dell’accademia, ma come vero maestro di erudizione e di stile, a raccontarci con una voce sua, accogliente, essenziale, mai supponente, spesso giocosamente ironica, le cose che il suo sguardo attento e curioso trovava nelle biblioteche, a volte per caso o per fortuna, come amava dire. A parte il piacere del ritrovamento e della scoperta, che potrebbe già di per sé essere appagante, il lavoro sui testi dimenticati, sulle idee trascurate e arcane, o la riflessione rigorosa sulla dinamicità del significato dei concetti (penso, ad esempio, ai suoi studi fondamentali sul concetto di Onestade fra Cicerone, Boccaccio e il giusnaturalismo, o sulla nozione di Ignoranza negli anni intercorsi fra Erasmo, Montaigne e Daniello Bartoli) hanno portato Cherchi non solo a rivalutare territori apparentemente marginali della storia della cultura e della letteratura, ma a fornire chiari esempi di come la storia letteraria, anche per comprendere i grandi capolavori, debba abbracciare la complessità del sapere umano, nelle sue varie forme, con respiro interdisciplinare e profondità storica. È quanto emerge, come assunto di metodo della ricerca, anche in I rari. Leggerli e valorizzarli per la storia della letteratura (Viella, 2026), l’ultimo libro uscito pochi giorni prima della morte.

Laureato nel 1962 in filologia romanza a Cagliari con Alberto Del Monte, dove ebbe anche come professori Giuseppe Petronio e Ernesto De Martino, continua gli studi negli Stati Uniti, a Berkeley nel 1963, quando “si viaggiava in piroscafo e si volava con aerei a elica”, come scrive in Maestri. Memorie e racconti di un apprendistato (Longo, 2019), dove incontra altri clerici vagantes e mediatori fondamentali di saperi fra le sponde dell’Atlantico come Remo Ceserani, Albert Mancini o, poco dopo, Franco Fido e Paolo Valesio. Ottenuto il Dottorato in Romance Languages, nel 1965 comincia la sua carriera di docente di italianistica e filologia romanza presso la University of Chicago dove insegna fino al 2003, quando viene richiamato in Italia all’Università di Ferrara, con il cosiddetto “rientro dei cervelli”. Qui rimane come professore ordinario di Letteratura italiana fino al 2009, per fare poi ritorno a Chicago e alle sue miniere di rari, fra la Regenstein e  la Newberry Library. L’ultimo viaggio in Italia è nel 2024, quando il 30 ottobre alla “Sapienza” di Roma gli viene conferito il Dottorato di ricerca honoris causa in Scienze del testo dal Medioevo alla Modernità. In quell’occasione Cherchi tiene una Lectio magistralis nella quale ripercorre, con la sua solita e insuperabile abilità di affabulatore, alcune tappe della sua formazione e racconta curiose esperienze di ricerca, partendo da una dichiarazione, apparentemente sibillina ma che spesso ripeteva, e cioè che le etimologie, come i problemi, non si devono cercare ma trovare. “Chi cerca –  si legge nel pamphlet della cerimonia che riporta la sua lectio – di solito ha le piste tracciate dal lavoro pregresso, quindi lavora sul previsto e sul terreno conosciuto, e le soluzioni, per quanto nuove possano essere, rispondono a domande ben precise. Chi non cerca i problemi ma li trova è invece lo studioso che ha la fortuna di avere una bella immaginazione critica e di intuire l’esistenza di un problema, quindi quando arriva a risolverlo avrà fatto una vera scoperta che apre nuove strade. Entrambe le forme sono necessarie nel nostro lavoro, ma è ovvio che chi si muove in territori conosciuti, di solito produce lavori solidi ma non innovativi, mentre chi “trova”, finisce per produrre scoperte feconde di altre vedute e di altri lavori”.

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Intuire l’esistenza di un problema, lavorare con immaginazione e verificare con rigore… Un esempio di questo modo di procedere lo troviamo in un’altra recente pubblicazione, Le Meraviglie di Eco (Milella, 2024) e riguarda una lettura interpretativa dell’Adone di Marino, poemetto infinito, al quale Cherchi aveva già lavorato in diverse occasioni. Nel capitolo L’epitaffio mediterraneo di Adone, ricostruisce il frenetico viaggio che Venere fa sul Mediterraneo, trasportata dal velocissimo Tritone, nel tentativo di recuperare da Glauco l’erba officinale che potrà salvare l’amato Adone, ferito gravemente da un cinghiale durante la caccia. Glauco si sposta continuamente e Venere è costretta a inseguirlo. Alla lettura sembra che questo viaggio, che alla fine si rivelerà inutile, serva soprattutto per raccontare miti e luoghi della storia: si passa dall’isola di Citera nel Peloponneso, alla Sicilia, al Mediterraneo occidentale, al Mar Nero, per finire a Rodi e Cipro. Sembra un viaggio senza rotta, assurdo, un ghirigoro senza senso. E qui una domanda obliqua, laterale, che si può porre un ricercatore curioso, che intuisce o sospetta l’esistenza di un problema: come mai Marino dedica tanto spazio a questo viaggio scombinato e lo fa con un serie lunghissima ma ben strutturata di ottave? L’immaginazione e il mestiere portano Cherchi a prendere una cartina del Mediterraneo, a individuare i luoghi del viaggio e a collegarli, ed ecco che sul foglio si disegna la forma di una lettera. Venere cerca l’erba magica e Marino ci racconta il viaggio con un carme figurato. Così Cherchi: “Dal punto di vista nautico il viaggio ha qualcosa di assurdo. Chi lo segue su una mappa coglierà inversioni, brevi retrocessioni e deviazioni di ogni tipo, creando un percorso arabescato quasi in modo pretestuoso per poter ricordare miti e luoghi marini nel numero più altro possibile. Ma trascurando queste minori eccezioni […] è possibile vederne il tracciato principale […], una A maiuscola corsiva. […] La lunga perigenesi di Tritone che trasporta Venere disegna la prima lettera dell’alfabeto che è anche l’iniziale di Adone.”  E conclude Cherchi: “Solo un genio come Marino poteva immaginare il suo Adone nel mondo dei miti che ha rievocato con tanta leggerezza. Anzi, ha fatto di più, da tutti quei miti ha ricavato quello più potente che egli intendeva celebrare facendolo venire dal mare, e usando il mare come un foglio su cui tutti i miti ricordati formano un piccolo tratto di quella A maiuscola del suo Adone […]. Se il mare è carta, Venere è la penna che vi scrive sopra imprimendovi le iniziali del suo amore” (pp. 147-149).

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Certo, scoprire l’esistenza di un carme figurato così sapientemente nascosto non cambierà il mondo, così come non lo cambierà il modo in cui questa scoperta viene raccontata, ma entrambe possono insegnare almeno due cose.

La prima è che nella ricerca non è tanto importante sapere come si risolvono i problemi, cioè sapere come procedere in quello che in ambito cognitivo ed educativo si definisce problem solving, ma è fondamentale e davvero innovativo il problem setting, cioè la capacità di formulare correttamente un problema, di costituire attivamente il problema stesso, definendone i confini, il significato e gli obiettivi, come avrebbe detto Donald Schön nel suo The Reflective Practitioner: How Professionals Think in Action (1983). E questa capacità di trovare il problema, di interpretare la situazione, selezionando le cose rilevanti, pensando in modo creativo, attivo, critico è quello che Cherchi ha fatto e ha cercato di insegnare a fare; ed è quello che gli studi umanistici possono ancora insegnare, in un mondo preoccupato, sembra, solo di risolvere problemi, magari delegandoli alle cosiddette I.A.. Ma si sa, una cattiva definizione del problema o una sua banalizzazione può portare a interventi tecnicamente corretti, ma irrilevanti o a volte tragici. Prima di stabilire come vincere una guerra, come risolvere il problema, è meglio capire bene se il problema è stato posto in modo corretto, senza paura della complessità e senza percorrere sempre le solite prevedibili e comode strade.

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La seconda cosa che si può imparare riguarda il modo in cui Cherchi racconta questa scoperta. Leggendo le sue pagine, così come ascoltando le sue conferenze o le sue lezioni, sembra che lo studioso sia lì soprattutto per dar voce a quegli autori che lui ha amato e scoperto, come una specie di cantastorie, dottissimo e affascinante, ma umile e sempre giocoso, che racconta le mirabolanti imprese di altri, le cui fonti è riuscito a trovare in qualche scrigno nascosto e dimenticato. Il genio, nel passo citato, non è lo scopritore del carme figurato, ma Marino che l’ha inventato e nascosto. Il genio è Tomaso Garzoni che nella sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo ha regalato ai lettori una miniera dottissima di storie, per raccontare con una lingua vertiginosa tutti i mestieri immaginabili, dal retore all’architetto, dagli alchimisti ai maghi, dai banditi alle meretrici, e Paolo Cherchi si è “limitato” a individuare tutte le fonti di questa incredibile opera enciclopedica curando, insieme a Beatrice Collina, uno splendido Millennio Einaudi. I geni sono sempre gli altri: Andrea Cappellano (Andrea Cappellano, i trovatori e altri temi romanzi, Bulzoni 1978), Cervantes (Capitoli di critica Cervantina, Bulzoni 1977), Petrarca (Verso la chiusura. Saggi sul “Canzoniere”, Mulino, 2008; Petrarca maestro. Linguaggi dei simboli e delle storie, Viella, 2018) , Dante (Sfarfallate dantesche, Longo 2023) ma anche tanti altri autori ignoti ai più come Alfonso Varano (da Dante a Varano. Lezioni in formato zoom, a cura di Gonaria Floris, Longo 2025) , Enrique de Villena, Guido da Pisa (Erudizione e leggerezza. Saggi di filologia comparativa, a cura di Giuliana Adamo, Viella 2012)  o Joanot Martorell, autore di Tirante il Bianco, il primo grande e influente romanzo cavalleresco scritto in catalano nel XIV secolo che Cherchi ha tradotto ed editato sempre per i Millenni Einaudi… E anche questa è una lezione che gli studi umanistici, non pedanti e tetramente accademici, possono insegnare, o che comunque Cherchi ha appreso come pochi, e cioè il rispetto, l’ammirazione vera per la tradizione.

Paolo Cherchi, che era sardo e che non era certo altissimo di statura, amava dire con autoironia che i sardi sono i nani più alti del Mediterraneo. Ma, come diceva Bernardo di Chartres, noi siamo come nani sulle spalle dei giganti. E Paolo Cherchi, ben consapevole della sua statura, come Isaac Newton, ha visto spesso molto oltre, proprio mettendosi sulle spalle dei giganti, aiutandoci, con la sua leggerezza e profondità, a conoscere e ammirare questi giganti, e indicando anche un modo per continuare a sopravvivere nel cambiamento, sicuri che nessun maestro telematico potrà mai sostituire un brillante maestro umanista.

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