Cloe Bianco: la tragedia dei diritti negati

27 Giugno 2022

Nel 2015 Cloe Bianco lavorava come insegnante all’istituto tecnico Scarpa-Mattei di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, era appena diventata insegnante di ruolo. Il padre di un suo studente, venuto a sapere che la docente era entrata in classe con una parrucca e dei vestiti femminili, aveva scritto una lettera all’allora assessora all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, denunciando duramente la cosa: "ma davvero la scuola si è ridotta così?". Donazzan aveva pubblicato l’intera lettera su Facebook commentando con "traete da soli le vostre conclusioni" e alla stampa aveva detto: "chiederò di prendere dei provvedimenti. La sua sfera dell’affettività è un fatto personale. Ma quello che è accaduto è grave. Ci preoccupiamo molto del presepio a scuola per non urtare la sensibilità degli studenti musulmani. E questo allora?". La professoressa era stata sospesa dal lavoro per tre giorni, aveva provato a difendersi presentando un ricorso al Tribunale del Lavoro ma l’aveva perso, il giudice aveva motivato la decisione sostenendo che fare coming out in quel modo non era stato «responsabile e corretto», e che avrebbe dovuto preparare prima la classe. Dopodiché Bianco era stata messa a lavorare nella segreteria scolastica, fino al tragico epilogo di qualche giorno fa. Giornali, social e siti internet hanno dato notizia del suicidio con toni sensazionalistici e lacrimevoli, Cloe Bianco è stata dipinta come un’altra vittima della solitudine, della depressione e del malessere, ma pochi hanno analizzato oggettivamente la vicenda giudiziaria che ha coinvolto la professoressa. Quali erano i suoi diritti? Quali i suoi doveri? L’ho chiesto a Nicole De Leo, presidente del Mit, Movimento Identità Trans, l'associazione per i diritti delle persone trans più longeva in Italia. 

Forse l'unica riflessione pubblicata in questi giorni su questa vicenda che ha centrato davvero la questione si trova sul sito di Magistratura Democratica. Il Consiglio nazionale dell’associazione dei magistrati ha acceso i riflettori su un punto fondamentale: quella del tribunale è stata una decisione sbagliata, non moralmente o eticamente non condivisibile, ma giuridicamente sbagliata. L’amministrazione scolastica, i genitori, gli allievi non avevano il diritto di pretendere un coming out “corretto” o “responsabile”, avevano invece l’obbligo giuridico di rispettare l’identità di Bianco. Non esiste un dovere di transizione corretta, responsabile, "decorosa", decorosa rispetto a che cosa? Una persona fa una transizione e decide come farla, se qualcuno non la considera decorosa, questo non ha nessun interesse pubblico. Bisogna partire dalla legge, basta rifarsi alla Costituzione per capire che in questa situazione non sono stati riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana, la regolamentazione del nostro vivere civile è data in primis dalla Costituzione. Aggiungo che nel 1996, con la sentenza Cornwall County Council, la Corte di Giustizia ha affermato che “il diritto di non essere discriminato in ragione del proprio sesso costituisce uno dei diritti fondamentali della persona umana” e ha aggiunto che l’applicazione di un tale divieto non può “essere ridotta soltanto alle discriminazioni dovute all’appartenenza all’uno o all’altro sesso”, ma il contenuto della sentenza viene spesso disatteso, come nel caso di Bianco. 

Questa vicenda si è svolta all’interno delle mura scolastiche, il primo luogo in cui bisognerebbe imparare il rispetto, la dignità, l’empatia, l’uguaglianza. L’Italia non prevede l’educazione sessuale come materia obbligatoria, unica in Europa insieme solo a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania, e non si è mai dotata di un sistema che regolamenti l’educazione alla parità di genere e alle differenze nelle scuole.

All'interno del ddl Zan, tra le altre cose, si regolava anche l'educazione nella scuola per quanto riguarda le questioni di genere, sicuramente se questo percorso si fosse avviato sarebbe stato più facile, per i ragazzi che erano in difficoltà, accogliere la professoressa Cloe Bianco, ma il disegno di legge è stato affossato e noi persone trans ancora oggi siamo qui a ribadire che i nostri diritti sono uguali a quelli di tutti gli altri. 

In questi giorni Repubblica ha diffuso un lavoro radiofonico dal nome Casa+, realizzato da Sara Sartori. Il podcast raccoglie le testimonianze di giovani ragazze e ragazzi costretti a scappare di casa perché non accettati dai loro familiari e che ora hanno trovato accoglienza in una casa gestita dalla Croce Rossa. Tra le testimonianze c'è quella di Francesca, ragazza trans di 19 anni. Francesca racconta la sua storia e il percorso di autonomia e crescita che sta affrontando, una strada a ostacoli nonostante la sua determinazione e nonostante le lotte vinte in tutti questi anni.

Certo, al contrario delle persone gay e lesbiche noi siamo visibili, destrutturiamo le logiche del patriarcato, destrutturiamo una certa cultura, per questo siamo più difficilmente inserite nella società, anche oggi che si sono fatti molti passi avanti. Le istanze che portiamo avanti noi persone trans si scontrano con una tenace discriminazione, perché non possiamo nasconderci, siamo evidenti. Per capirci, tornando al caso Bianco: le esternazioni di Donazzan racchiudono il pensiero dominante riguardo la transessualità. Io credo che le persone trans debbano fare un percorso di lotta autonomo, la nostra strada è molto più difficile, andiamo avanti molto più lentamente. Certo, nella forma alcune cose sono cambiate, ma nei contenuti ancora no, ancora non godiamo degli stessi diritti di tutti gli altri.

Tra le cose che raccontava Francesca, la ragazza trans intervistata nel podcast Casa +, ce n’è una che mi ha colpito molto. Cresciuta in un paese della Puglia, fino a quando non si è trasferita in città Francesca aveva visto le persone trans solo per strada, nell’atto di prostituirsi, e si chiedeva, spaventata, se anche lei avrebbe dovuto intraprendere quel percorso o se le sarebbe stato possibile condurre una vita normale, aver un lavoro, un marito, una famiglia. Ancora oggi, quando si pensa a una persona trans, la si associa a un’idea di emarginazione, sporcizia, prostituzione. Il 17 maggio scorso si è celebrata la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Quanto è diffusa ancora in Italia la paura verso le persone trans?

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Quello che è ancora sbagliato è il concetto di partenza rispetto a cui ci si approccia alle fobie. Se io sono malata, non mando dal medico il mio vicino. Purtroppo ancora si mantiene in piedi questo tipo di logica e invece di curare i fobici si provano a “curare” le persone trans, che vengono continuamente valutate dalla medicina.

Immagino che uno degli ostacoli maggiori, rispetto ad altri percorsi identitari, sia quello di dovervi affidare alla medicina.

Ecco, rispetto a questo, consideriamo che oggi la nostra condizione non è più classificata come “disforia di genere” ma come “incongruenza di genere”. Come dicevo, di passi avanti sicuramente se ne sono fatti, ma sono più nella forma che nella sostanza e a conti fatti molte cose sono ancora relegate nell'ambito della medicina, una medicina riparatrice e valutatrice del nostro stato psichico. Certo, abbiamo vinto molte lotte, a partire dai moti di Stonewall del 1969, in cui ci siamo ribellate ai soprusi della polizia, da allora una rivoluzione è iniziata: abbiamo cominciato noi stesse a scrivere la nostra storia, e questa è una cosa fondamentale, ma non dimentichiamoci che l'Italia ha l'orrendo primato delle persone trans uccise, ammazzate solo perché si sono prese la libertà di essere quello che sono. 

Ancora oggi chi vuole iniziare il percorso di transizione non sempre riesce a intraprendere una strada legale e assistita e si rivolge a un mercato nero degli ormoni, pericoloso e poco sicuro.

Noi trans più grandi lo abbiamo fatto tutte, ci affidavamo al passaparola e assumevamo ormoni senza neanche consultare un endocrinologo. Ora le cose stanno cambiando, il Mit ha un consultorio Asl all'interno dell'associazione dove vengono prese in carico le persone che vogliono intraprendere il percorso ormonale. Adesso qui a Bologna abbiamo 1800 utenti, accolti da tre psicologhe e due endocrinologhe. Una legge del 1993 stabilisce che ogni regione dovrebbe avere almeno un centro dove le persone trans possono svolgere il loro percorso, ma la norma è stata disattesa e attualmente solo alcune regioni hanno attivato questo servizio. 

Tra gli altri servizi il Mit ha attivato da anni uno sportello legale, uno per l'accoglienza delle persone migranti trans e uno per i rifugiati che vengono in Italia perché sono in pericolo di vita nei loro paesi d'origine, possiede un furgone che contatta le persone che si prostituiscono e le mette al corrente dei loro diritti e dei servizi gratuiti che sono a loro disposizione.

Sì, dobbiamo anche sottolineare che la prostituzione ormai si è spostata molto all'interno delle case, perciò il Mit si muove per raggiungere anche le persone all’interno delle abitazioni. Infine facciamo molta formazione e ci rivolgiamo spesso ai giovani, sono dei momenti bellissimi e fondamentali perché i ragazzi sono il nostro futuro e sono coloro che capiscono meglio le nostre istanze. Dal 2008 organizziamo il Festival Divergenti, totalmente a tematica trans, molto frequentato anche dalle nuove generazioni. I giovani hanno più energia e più apertura, ma molto spesso dimenticano o non conoscono il nostro passato, la nostra storia, le conquiste che sono state fatte, le persone che hanno lottato per avere i riconoscimenti ottenuti fino ad oggi. La casa che stiamo costruendo è fatta di mattoni, ma se tu questi mattoni li togli, la casa crolla.

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