Gli archetipi di Antonio Biasucci

2 Settembre 2026

Resta una questione aperta per me che amo le avanguardie fino a sopravvalutarle, diranno alcuni, il rapporto con il passato, la storia, la memoria, anche quella personale, la tradizione, la classicità. Il titolo della grande mostra di Antonio Biasiucci, Archetipi alla Reggia di Caserta – realizzata in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori, aperta fino al 30 novembre –, mi pare che vi rimandi, come del resto la sua opera nel complesso, il suo stile, i suoi contenuti. Esistono degli archetipi, delle componenti originarie, delle forme formanti, della fotografia? E dell’arte?

Visitando la mostra di Biasiucci, percorrendo le grandi stanze della Gran Galleria della Reggia di Caserta, immergendosi nell’oscurità delle installazioni video e di fronte ai grandi insiemi di fotografie, lasciandosi prendere da tutto questo bianco e nero, da queste forme spesso indefinibili, viene da porsi domande del genere, reinterpretando il titolo. La lotta tra la luce e l’ombra, in special modo trattandosi di foto-grafia, quella tra le forme, tra la somiglianza e la differenza, fanno pensare a qualcosa di così profondo nel tempo e nell’analisi, che il termine “archetipo” evoca con forza.

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Biasiucci sa come ottenere questo effetto perché se lo porta dentro, perché si è interrogato fino alla radice delle questioni e con coinvolgimento personale, autoanalitico. L’ho sentito di persona quando l’ho intervistato per questo sito e lo si riprova leggendo la lunga intervista contenuta nel catalogo dell’esposizione. È lì che attinge, per questo vuole restituirlo. Anche per legare indissolubilmente la storia personale con quella di tutti e dei tutti.

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Seguiamolo. Intanto i soggetti delle sue opere sono fortemente legati alla memoria, agli elementi primari, ai potenti simboli della sua cultura contadina e campana. Un forte legame con la terra e con la famiglia, con i materiali e i riti: il padre, già lui fotografo, colpito prestissimo dalla malattia e dalla morte, la madre tenace e intraprendente, che scompare anche lei molto giovane, il passaggio a Napoli dove studia, il ritorno al paese e la sua riscoperta; il rito dell’uccisione del maiale, quell’altra specie di rito che è la produzione della mozzarella; la terra e il vulcano, il pane e il legno che assumono forme inattese, il seme e l’osso, la devozione dell’ex voto, i volti rotti delle statue antiche, le profondità e gli infiniti siderali... È la sua storia, personale e collettiva, autobiografica e ancestrale allo stesso tempo.

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Sembra una faccenda antica, classica dicevamo: la metamorfosi delle forme, la maestria della gestione della luce e dell’ombra, i simbolismi, le allusioni, le analogie. Ma Biasiucci fa bene a insistere che per lui è un’altra questione. Ed è qui che si parla di archetipi, non rappresentati bensì della fotografia, doppio genitivo. Si tratta piuttosto del metodo, quello che Biasiucci prende da Antonio Neiwiller, uomo di teatro e non di fotografia (e si ricordi il legame tra fotografia e teatro, invece che pittura – che è proprio come dire, a me sembra, spostamento dalla rappresentazione alla forma – di cui ha scritto Roland Barthes). Questo metodo consiste in una pratica della ripetizione, “ossessiva” la definisce Biasiucci, che fa dimenticare proprio la rappresentazione, il soggetto di partenza, depurandolo dei simbolismi convenzionali, così come degli artifici della tecnica e dei cliché formalisti, mirando allo scarno e all’essenziale, specifica Biasiucci, e alla libertà. È questo scavo all’indietro, meglio al rovescio, che ha a che fare con l’archetipo, con il trovarsi, più che trovare, ad attingere a delle forme formanti, che infatti, lo ribadisce Biasiucci, non sai bene, non sono a livello della coscienza, ma sì della consapevolezza: non so ma al tempo stesso sento di capire cosa sta accadendo; oppure: c’è dell’enigma in questo, dell’ignoto, ma so di cosa si tratta ed è quello che voglio. Le immagini non sono dimostrazioni o trascrizioni di un pensiero, acquistano un loro senso visivo, non dico autonomo perché si tratta di una dialettica, se così posso dire, tra autonomia e legame, è un rapporto, non una sostanza, una emozione altra dice Biasiucci.

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Alla domanda diretta sugli archetipi dell’intervistatrice Tiziana Maffei, curatrice della mostra, l’artista risponde che i suoi “archetipi”, usa le virgolette, sono una “misura”, la misura della distanza tra noto e ignoto, tra la domanda e la risposta, tra la forma e l’indistinto, è il “distacco apparente” che si crea con il metodo: “Non subisco il loro incanto, ma nello stesso tempo essi smuovono in me qualcosa di non risolto”.

L’allestimento della mostra è spettacolare nelle magnifiche stanze della Reggia: è “regale”, nel senso che ha dato Joseph Beuys a questo aggettivo. I cicli sono esposti come una sorta di unica opera, composti dalle foto attaccate senza spazio tra loro a formare dei grandi riquadri o delle file senza interruzione. Ci sono due installazioni in ambienti oscurati, una delle quali disegna una suggestiva costellazione di piccoli volti illuminati, sono tutte le piccole fotografie formato tessera rimaste dell’esercizio del padre, l’altra, che pure ha un sapore cosmico che la lega alla prima, è composta da cinque monitor in cui passa un video che ha come soggetto quelle mozzarelle che stanno così a cuore all’artista, che le carica di un senso trasfigurato. Questa seconda installazione ha anche un accompagnamento sonoro, sempre opera di Biasiucci, composto da suoni di accordatura di un organo, rimando all’accordo nei vari sensi del termine, e insieme alla cosiddetta musica degli astri, siderale. Infine vi è un altro video che riprende dei volti di immigrati di diverse etnie, la cui particolarità è che hanno gli occhi chiusi e che la dissolvenza tra un volto e il seguente avviene incentrata sulla bocca, particolari così evocativi che lascio ad ognuno di interpretare, ma ricordo solo quanto la migrazione sia storia e insieme metafora di tutto questo discorso e lavoro.

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La mostra espone per cicli, come detto, il catalogo invece – Allemandi editore –, e anche questo lo spiega Biasciucci nella sua intervista, è un’ulteriore ricerca svolta invece per montaggio, facendo lavorare in altro modo i rimandi, le risonanze, le associazioni.

Archetipi. Antonio Biasiucci alla Reggia di Caserta

In collaborazione con Gallerie d’Italia - Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Sponsor Fondazione Orizzonti, Fondazione Tridama e Totem Digitali srl.

La mostra è visitabile in Gran Galleria fino al 30 novembre 2026. È aperta al pubblico dalle ore 8.30 – 19.00 (ultimo ingresso ore 18.00). Martedì e giornate di gratuità chiusa. La mostra è parte integrante del percorso museale degli Appartamenti Reali, visitabile con abbonamento/biglietto.

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