Artpod / Huma Bhabha, "Degraded", 2006

10 Marzo 2022
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Da lontano si direbbe un manichino, di quelli in uso nelle giostre in costume o in qualche tiro al bersaglio. Un corpo umano senza dubbio, benché senza testa e senza braccia, un simulacro a grandezza naturale eretto su due rozze gambe che accennano a un passo con la rigidità di una statua egizia. Un corpo colto in uno stato incerto, indefinibile: è l’abbozzo di una figura? O il suo stato finale, un esperimento interrotto o fallito? C’è qualcosa di vago e minaccioso in questa scultura decapitata, e di stranamente espressivo, di patetico anche. È al tempo stesso un feticcio e un giocattolo rotto, un fantoccio e il residuo ustionato di un maleficio. È un idolo grottesco issato su un altare di legno povero, una fisionomia indecifrabile dalla “pelle” a stento tenuta insieme da una rete da pollaio. 

 

Col suo precario assemblaggio di legno, creta, metallo, polistirolo, pigmenti, Degraded è un esempio suggestivo del lavoro di Huma Bhabha, un’artista che ha fatto del tema quintessenziale della scultura – il corpo umano appunto – l’epicentro di una ricerca che sin dagli esordi si iscrive nella condizione generale dell’arte alla fine della modernità: un impuro mescolarsi di forme storiche e immaginario contemporaneo, di linguaggi colti, “alti”, e di riferimenti utilitari, “bassi”, di raffinatezza e banalità, di arduo e di sensazionale. 

 

Nata in Pakistan e formatasi a New York nel clima di frenetica ibridazione postmodernista degli anni Ottanta del secolo passato, Bhabha attinge liberamente nel suo lavoro a una gamma molto ampia di stili ed echi formali. Nelle sue sculture si intrecciano e stratificano in effetti riferimenti eclettici all’arte greca arcaica e a quella orientale, alle culture africane e precolombiane, così come una personale rilettura della tradizione novecentesca, da Rodin a Picasso a Giacometti, da De Kooning a Thek e Lüpertz, in un arco esteso dal primitivismo espressionista al modernismo di metà Novecento alle esperienze postmoderniste. Questa anarchica rivisitazione della memoria artistica è quindi ulteriormente complicata da motivi e immagini derivate dai generi cinematografici e televisivi – la fantascienza, l’horror, ad esempio – e da prestiti dall’immaginario mediatico, dall’attualità politica, dalle mitologie e dai traumi collettivi. 

 

Sintesi originale tra cinica appropriazione pop, figuratività espressionista e pungente attitudine politica, la scultura di Huma Bhabha dà così forma visibile alla tensione contraddittoria che abita la nostra contemporaneità. Tanto più minacciose quanto più insieme arcaiche e post-apocalittiche, le sue figure sono spesso presentate in installazioni che favoriscono una lettura narrativa e nelle quali emergono espliciti riferimenti alla violenza, all’esercizio di un Male sottratto a ogni progetto di civilizzazione, così come alla guerra e alla dominazione coloniale. Ieratiche e al tempo stesso grottesche, le sue sculture appaiono spesso impegnate in “conversazioni”, quasi dei tableaux vivants, in cui lo spettatore è invitato a cogliere le tracce di una meditazione allegorica sullo scenario culturale e politico circostante. 

 

Il corpo umano diventa a questo modo per Bhabha il crocevia di tensioni irrisolte, di una costitutiva ambivalenza che si sottrae di fatto a ogni tradizionale distillazione puramente estetica. Un esempio di questa concezione è l’imponente We come in peace, una scultura del 2018 alta più di tre metri e mezzo, in cui il volto del sinistro alieno antropomorfo di Predator, un film sci-fi del 1987, moltiplicato tre volte come quello di una divinità hindu, si innesta su un corpo ermafrodito che evoca al tempo stesso la scultura espressionista e motivi dell’arte tribale africana. È un totem inquietante che si carica di significati specificamente politici: il suo titolo deriva da un film girato nel 1951 in piena Guerra fredda, The Day the Earth Stood Still, in cui un visitatore extraterrestre recapita, inascoltato, un messaggio di pace alla terra. Trasportato nella nostra epoca l’alieno diviene una figura infinitamente più oscura e ambigua, portatore com’è nel mondo post-2001 di un messaggio di sopraffazione e dominio che le retoriche della “guerra giusta” e dell’esportazione della democrazia occidentale non riescono più a dissimulare.

 

Anche quando non così direttamente riconducibile a tematiche ideologiche e politiche, la scultura di Bhabha punta costantemente a una condizione umana insidiata da forze storiche che perpetuando l’oppressione, la divisione, lo sfruttamento, finiscono per abrogare ogni illusione emancipatoria o la fede in una comune “umanità”. Col suo corpo smembrato, bruciato, residuale, Degraded evoca questi effetti con perentoria immediatezza, mostrando uno stadio di consunzione dell’umano spinto sul limite della dissoluzione finale. Del corpo orgoglioso della scultura, della sua implicita sfida alla fragilità della materia e alla caducità della vita, resta qui solo un frammento consumato, un simulacro generico e senza identità, senza storia e senza futuro. 

 

Legge Laura Redaelli del Teatro delle Albe.

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