Rispetto

21 Febbraio 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

Quando il 9 luglio 1965, a Memphis, Tennessee, la incise per la prima volta – era per il suo terzo album, Otis Blue –, Otis Redding non pensava che Respect sarebbe diventata una delle più belle canzoni di sempre. Anzi, “la canzone più bella di sempre”, a dar retta alla classifica che nel settembre del 2021 ha stilato il mensile americano “Rolling Stones”. A dire il vero quelli di “Rolling Stones” non pensavano proprio all’originale di Otis, ma alla versione che due anni, dopo, nel febbraio del 1967 divenne un successo internazionale grazie alla voce e all’interpretazione di Aretha Franklin. Il sound irresistibile di Aretha, negli Stati Uniti, e poi nel mondo, trasformò Respect nella canzone-manifesto delle battaglie civili della popolazione afroamericana e del movimento femminista.

Che lo sport, anche quello olimpico, ammantato di valori ispirati alla lealtà, all’amicizia e al disinteresse “amatoriale”, fosse ancora molto distante, se non addirittura imperturbabile e ostile rispetto agli accadimenti e ai cambiamenti storici che avvenivano in quel tempo, lo si sarebbe capito l’anno seguente, ai Giochi di Città del Messico. Il 2 ottobre 1968 in Piazza delle Tre Culture migliaia di studenti riunitisi a protestare contro gli sprechi economici sostenuti dal governo messicano per allestire la manifestazione olimpica, furono presi a fucilate dalle forze dell’ordine. Decine e decine le vittime, ma il regolare corso del programma dei Giochi che si sarebbero inaugurati pochi giorni dopo non cambiò di una virgola. Fu così per volontà di Avery Brundage, il presidente del CIO, Comitato olimpico internazionale, il cui passato di dirigente internazionale nascondeva inquietanti ombre fin dai tempi dell’assegnazione dei Giochi del 1936 alla Germania nazista. Sempre a Città del Messico, Brundage si distinse per l’irremovibile ostilità che portò all’espulsione dal villaggio olimpico di Tommie Smith e John Carlos, i due velocisti afroamericani, autori di una clamorosa protesta contro le discriminazioni razziali nel loro Paese. Smith, medaglia d’oro, e Carlos, medaglia di bronzo nei 200 metri, nel corso della premiazione salirono sul podio scalzi e, al momento dell’alzabandiera e dell’inno statunitense, abbassarono platealmente la testa e alzarono un pugno guantato di nero. L’ostracismo di Brundage segnò la fine della carriera sportiva dei due campioni statunitensi, sospesi da ogni attività e messi per sempre ai margini come dei paria. Il presidente del CIO non diede prova di miglior sensibilità o apertura politica ai Giochi olimpici di quattro anni dopo, a Monaco di Baviera. Anche in quell’occasione vinsero le ragioni – assai poco “olimpiche” – dello Show Must Go On di fronte alla tragedia dell’attentato dei terroristi palestinesi che, tra il 5 e il 6 settembre 1972, sequestrarono alcuni atleti israeliani in una palazzina del Villaggio olimpico. Le vittime alla fine furono diciassette: undici israeliani, cinque terroristi e un agente tedesco, caduto nel corso del tentativo liberazione degli ostaggi all’aeroporto di Monaco. Brundage, nella cerimonia di chiusura dei Giochi, riuscì ottusamente a non fare menzione dell’accaduto.

Tutto questo per dire che la Carta Olimpica, quella specie di “Costituzione” che contiene le regole e i principi del movimento olimpico, redatta per la prima volta nel 1908 e ispirata ad alcune linee guida enunciate da Pierre de Coubertin (e che, propriamente, si chiama Carta Olimpica solo dal 1978), come per ogni cosa di cui si deve aver cura negli anni si è adattata ai tempi, aggiornandosi in relazione a come lo sport, in quanto fatto culturale e sociale, si è evoluto nella storia. Ma che i principi espressi nella carta, e in particolar modo nella sezione dedicata ai valori olimpici, vanno di volta in volta non solo ribaditi in teoria, ma soprattutto perseguiti nella pratica.

Il rispetto, insieme all’eccellenza e all’amicizia, forma dunque la triade dei valori fondamentali dell’olimpismo, da cui si possono far discendere gli altri quattro valori di riferimento: il fair-play, la parità, la sostenibilità e la solidarietà.

Fermiamoci ora a considerare, proprio nel suo specifico linguistico, il senso della parola RISPETTO (o, se volete, come scandisce Aretha, lettera per lettera, R-E-S-P-E-C-T, o, per capirci meglio, ar-i-es-pi-i-si-ti).

Il rispetto è un sentimento che si prova per qualcuno di cui si ha stima, per qualcuno a cui si vuole esprimere apprezzamento. Ma lo si indirizza anche verso chi sta in una posizione superiore nei confronti della nostra, sia in una relazione di familiarità affettuosa – i genitori, i nonni –, sia in una condizione di dipendenza gerarchica, istituzionale o sociale – un presidente, un capo, un professore, un sacerdote, un ufficiale nell’atto delle sue funzioni… In questi ultimi casi l’accezione però si porta talvolta dietro una sfumatura di soggezione, più o meno timorosa, come se il rispetto fosse un’imposizione che subiamo dal contesto entro cui agiamo la nostra parte sociale. Si prova infatti rispetto anche per chi riveste un ruolo funzionale o sociale che lo innalza nella gerarchia delle relazioni, non per questo necessariamente essersi meritato quel ruolo di rilievo. In questo caso, il rispetto può addirittura essere un sentimento scivoloso e indurre a una ossequiosa deferenza, a una convenevole cerimoniosità se non addirittura a una sottomissione che sa di ipocrisia o di servile piaggeria.

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Molto meno scontato, e meno convenzionale, è avere o portare rispetto per qualcuno che non possiede o, almeno, non esprime in evidenza caratteristiche qualitative che lo distinguono in mezzo agli altri. È un sentimento di attenzione che prescinde dal contesto e dalle convenzioni.

Ma se andiamo a indagare nella natura etimologica della parola, scopriamo questo. Il termine rispetto deriva dal sostantivo latino respectus, deverbale da respicĕre, che significa “guardare indietro” e, quindi, in senso più esteso, “tornare a guardare, prestare attenzione, considerare”. La radice, specĕre, di origine indoeuropea, appartiene al campo semantico del guardare, della visione. Il prefisso re- indica, più ancora che un movimento contrario dell’azione, il suo insistere, il reiterare un’attenzione su un oggetto. “Tornare a guardare”, “ri-volgere lo sguardo” diventa quindi osservazione, indagine, studio. Abbiamo quindi rispetto di qualcuno o qualcosa quando gli dedichiamo una particolare attenzione, quando vi applichiamo i nostri sforzi intellettivi e, forse, anche emozionali.

Nello sport il rispetto è indirizzato verso le regole che definiscono il perimetro entro il quale prende forma e significato la competizione; verso chi di quelle regole è garante, ovvero l’arbitro e i giudici di gara; e verso, ovviamente, i competitori. Si dice spesso che nello sport, e in particolare nello sport ad alto livello, è fondamentale conoscere l’avversario. Averne rispetto, se vogliamo restare fedeli al valore etimologico della parola, vuol dire osservarlo, analizzarlo, cercare di comprenderlo per poterlo in seguito affrontare al meglio. Negli sport individuali è spesso essenziale avere studiato le caratteristiche dell’avversario per saperlo affrontare conoscendone pregi e difetti e, di conseguenza, adottando una strategia di partita che possa controbattere ai primi e approfittare dei secondi. Negli sport contemporanei, giustamente, si dà ampio spazio e risalto ai dati analitici delle competizioni. Esistono professioni dedicate, quelle dei match analysts, che traducono in contenuti statistici azioni di gioco, tecniche e attitudini individuali e collettive. È questa una forma di studio che, indubbiamente, rivela una spiccata attitudine al “rispetto” dell’avversario, o degli avversari. Ma che talvolta, nel profluvio di informazioni acquisite e quindi elaborate in una specie di centro di calcolo, trascurano o addirittura dimenticano lo specifico umano, non categorizzabile esclusivamente in score, misure e percentuali. Il rispetto, e quindi la conoscenza, richiedono dunque che venga istituita la giusta distanza tra osservatore e osservato, una distanza che consenta di cogliere il dettaglio e il contorno, l’atletismo e la psicologia, la tecnica e le emozioni del contendente.

C’è una parola che forse inquadra, ancora meglio che avversario, questa prospettiva di osservazione: è la parola rivale. Alle sue origini indicava chi, in un contesto rurale, condivideva l’uso delle acque di un fiume, di un ruscello, di un rivo, per l’irrigazione delle proprie terre, con un dirimpettaio che, appunto, abitava sulla riva opposta. La distanza tra le due sponde, stabilita dal solco di un fiume, consente di osservare il “rivale”, di conoscerlo quasi come un proprio simile, di studiarlo nelle sue mosse e, in alcuni casi, di prevenirle. Tennisti, schermidori, pugili, ovvero i protagonisti degli sport di confronto individuale per eccellenza, si studiano; si studiano e si prendono le misure prima di affrontarsi. Più complesse sono le dinamiche di studio all’interno degli sport di squadra, dal momento che la qualità identificativa di un team è la risultante delle caratteristiche individuali che lo compongono. Ma in ogni caso il “rispetto”, inteso come attenzione rivolta a chi sta di fronte in una contesa, innesca l’emulazione.

Quindi il rispetto può essere considerato se non una forma di conoscenza, almeno un invito a conoscere, a esercitare un’attenzione e uno studio nei confronti di qualcosa o qualcuno con il quale dobbiamo confrontarci in una relazione o, in alcuni casi, come nello sport, in una sfida. Sta in questo, dunque, la profonda natura formativa del rispetto, strumento per sperimentare il proprio valore e, come dice Dante, per bocca di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno, «per seguir virtute e canoscenza»; o meglio, invertendo l’ordine, per mettere al servizio della virtù le nostre conoscenze. E come non seguire un campione assoluto della sfida come Odisseo?

In copertina, fotografia di Salah Regouane.

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