Il romanzo di Genova 2001
Di quel sabato 21 luglio 2001 mi è rimasto soprattutto un suono, quello degli elicotteri. Stavano bassi, il rumore ti entrava nello sterno e ci restava, e sotto quel rumore arrivava il fumo a ondate, e alle spalle le urla dei finanzieri. Ero arrivato da Siena in macchina con uno sparuto gruppo di amici, un po' nell'orbita di Indymedia, senza alcun ruolo nell'organizzazione, uno degli infiniti gruppetti confluiti a Genova da tutta Italia per l'ultimo giorno del controvertice. Non avevo mai visto una guerriglia urbana.
Per vent'anni non ho voluto sentire né vedere nulla di quelle giornate. Non era una scelta riflessiva, cambiavo canale, saltavo l'articolo, collezionavo videocassette di documentari su Genova senza aprirle. Il trauma era doppio e non si lasciava separare — da un lato la fine di un movimento e dei sogni che si portava dietro, dall'altro l'aver avuto paura di morire in una città italiana in tempo di pace. Solo nel 2021, per il ventennale, sono riuscito a guardare i documentari e ad ascoltare i podcast che rievocavano Genova 2001. Ci sono voluti vent'anni.
Lo racconto perché nel romanzo di Stefano Valenti c'è una riga che mi ha fermato. Il narratore dice dell'amico Francesco, professore di filosofia torturato a Bolzaneto, che «non ne parlava mai e, se sollecitato, cambiava argomento». Il libro aveva già scritto la mia rimozione prima che io lo aprissi. In qualche modo, questo libro mi aspettava, e forse aspetta diverse migliaia di persone che c’erano a Genova ed erano anche molto più impegnate e coinvolte di me. Per me è stata una lettura non facile, perché il trauma non si rimuove mai, e ogni tanto devo ammettere che saltavo le pagine. Ma è stata una lettura importante: sono contento che Genova 2001 sia finita dentro un romanzo. Sulla Resistenza, sul Sessantotto e sul Settantasette la letteratura italiana è satura, un canone intero con i suoi classici e i suoi cascami. Eppure su Genova, che considero l’ultimo grande movimento sociale del “secolo breve”, abbiamo montagne di cronaca, di inchiesta giudiziaria, di testimonianza, e pochissima narrativa. È un vuoto strano per un evento che ha segnato una generazione politica, e ogni libro che lo colma va accolto prima ancora di essere discusso.
Come farfalla a luglio è costruito su tre uomini e su due materiali che non si mescolano mai. Francesco, docente di filosofia arrestato in piazza Novi venerdì 20 luglio e trattenuto settantadue ore fra la Fiera, Bolzaneto e il carcere di Alessandria, che si impiccherà dieci anni dopo nel fienile di casa; Carlo, suo allievo a Genova, ucciso in piazza Alimonda; e il narratore, amico di Francesco dal 1981, che eredita le carte del suicida e si chiude per settimane nella sua mansarda sul mare a riordinarle.
I due materiali sono la mansarda e il documento. Da una parte il lutto, l'amicizia trentennale, l'opera incompiuta del morto, un trattato intitolato Fascismo Capitale. Un'implosione. Dall'altra, sempre introdotti dalla formula «è scritto», i blocchi ricavati da Genova. Il libro bianco del 2002 e dalle deposizioni al processo per Bolzaneto, affidati a un Magistrato che mostra le fotografie segnaletiche e legge i verbali. Ogni capitolo privato si chiude tornando al Libro bianco, ogni capitolo documentario riparte da lì. L'alternanza è regolare come un metronomo.
Il modello dichiarato è Thomas Bernhard. La seconda parte del romanzo si intitola Il soccombente; nel mese che precede il suicidio Francesco compra venti copie del Soccombente, brucia i propri manoscritti nella stufa in maiolica e declama per giorni il romanzo di Bernhard davanti a ospiti che non se ne vanno. Se quell'innesto funzioni non tocca a me dirlo, non sono un critico letterario. Posso leggere il libro solo da dove l'ho letto, come un lettore curioso e allo stesso tempo impaurito di riaprire quella ferita storica, come uno dei tanti che erano a Genova quei giorni.
Le pagine più interessanti sono quelle di Bolzaneto, e sono interessanti perché Valenti fa una cosa semplice e difficile: nomina. Bolzaneto di solito è un toponimo, una parola che nelle cronache sta per un orrore indistinto. Qui diventa Giuseppe, un metro e mezzo scarso, una malattia degenerativa alle gambe, che se la fa addosso per la paura e recita mantra tibetani per non crollare. Diventa Aarav, che ha una protesi a una gamba e viene massacrato di manganellate perché non riesce a restare in piedi. Diventa Ernesto, la mano squarciata fra le nocche, suturato senza anestetico da medici che gli mettono uno straccio fra i denti e gli dicono di morderlo. Sono persone con una faccia, che raccontano bene quello che è successo là dentro, anche se sappiamo ormai bene cosa sia successo. Eppure, anche se lo sappiamo, la letteratura quando lo fa bene, inserisce sempre uno scarto emotivo nuovo.
Funziona soprattutto su chi non c'era. Le pagine di Bolzaneto e la ricostruzione di piazza Alimonda, fotogramma per fotogramma fino al sasso che compare accanto al corpo in uno scatto successivo, non chiedono di aver saputo niente prima. Un lettore di venticinque anni, che nel 2001 non era nato, ci può trovare una verità che la cronaca e i documentari non gli daranno mai. Per questo motivo penso non sia un libro per nostalgici e reduci di Genova e credo sia importante che esista e circoli tra i lettori.
Vengo ora però alle cose che da lettore con uno sguardo situato e influenzato dai ricordi, non da critico letterario, non mi sono piaciute molto.
La prima è che Carlo, “quel” Carlo, non parla mai. In tutto il romanzo non ha una scena sua, un pensiero suo, una battuta che non sia riferita da altri. Esiste come oggetto dell'ammirazione di due intellettuali — «Carlo è il trionfatore, noi siamo i falliti», dice Francesco — e come corpo ricostruito dalle fotografie. Capisco che la struttura lo richieda. Resta che l'unica figura non intellettuale del libro è anche l'unica muta, mentre due professori parlano di lei per trecento pagine.
La seconda è che in questo libro non ride nessuno. Le occorrenze del riso si contano sulle dita. L'unica riga davvero ironica è di un torturato, Vittorio, professore di filosofia, che all'agente incaricato di spogliarlo chiede «fammi appoggiare a te», e poi commenta: «mi sono messo quasi a ridere tra me e me, ero un deportato che chiedeva aiuto al proprio aguzzino». Il resto è funebre dalla prima riga all'ultima. Ma non si può ricordare Genova solo come un funerale o una mattanza cilena. Genova era il concerto di Manu Chao del giovedì, i carri carnevaleschi e donchisciotteschi, le scritte creative sulle magliette, l’ironia quasi pubblicitaria di “Voi G8 Noi 6 miliardi” (rievocato poi dal successivo “we are the 99%” di Occupy 2011), le maschere da maiale in testa al corteo delle tute bianche, il mappamondo gonfiabile che rimbalzava giù per via Assarotti. Il libro quei dettagli li riporta tutti, ma sembra non crederci davvero.
E qui arrivo al limite che mi interessa di più, che non è di stile ma di forma: il romanzo somministra troppo (almeno per i miei gusti), vuole fare un po’ troppe “lezionicine” al lettore. Ci sono due pagine in cui Francesco espone L'uomo a una dimensione di Marcuse, i falsi bisogni, la libertà attraverso il lavoro, l'operaio e il padrone davanti allo stesso programma televisivo, ed è una parafrasi fedele mentre gli altri ascoltano. Nessuno obietta, nessuno fraintende, nessuno si annoia. Lo stesso vale per il passaggio che riprende quasi alla lettera l'appello dei movimenti sociali di Porto Alegre — «Siamo diversi, donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini...» — seguito dall'elenco delle sigle: Pax Christi, Caritas, Rete Lilliput, Legambiente, Arci, Agesci.
La ridondanza si vede meglio mettendo due pagine una accanto all'altra. A pagina 31, il campo del Carlini alla vigilia: «davanti a noi ha preso vita in poche ore un villaggio. Chi mangia, chi suona, chi discute, piccole nuvole di fumo si alzano». Undici parole, e la composizione del movimento c'è tutta: la varietà, la convivenza, il fatto che quella diversità fosse una forza. Due pagine dopo la stessa identica informazione torna sotto forma di elenco dichiarativo. Il romanzo sembra somministrare al lettore una bella lezione perché non si fida di lasciargliela inferire. La ridondanza nasce (forse?) dal non fidarsi della riuscita della propria scena. Qualunque siano le ragioni, ci sono troppe didascalie, troppe descrizioni prevedibili.
C'è dell'altro. Il romanzo dichiara il proprio metodo nella lettera d'addio di Francesco: «Non avevo niente da dire, soltanto da mostrare. È l'idea che un racconto possa fondarsi su citazioni e nient'altro, idea che era un sublime modello di Benjamin». Ma il montaggio di Benjamin doveva produrre uno shock dalla collisione delle citazioni. Qui le citazioni non collidono, concordano: tutti i personaggi sono d'accordo fra loro, con l'autore e con la bibliografia stampata in fondo al volume.
Un romanzo, rispetto a un libro di Storia, diventa interessante quando qualcuno può avere torto, quando il confine tra buoni e cattivi è complicato, quando l’indicibile prende forma, quando la Storia si nasconde dietro le micro-storie. Qui invece Genova 2001 è sempre al centro, mai sullo sfondo. Sulla Resistenza sono stati scritti tanti romanzi, eppure, secondo la famosa frase di Calvino, Una questione privata di Beppe Fenoglio era "il romanzo che tutti avevamo sognato" e "il romanzo che la nostra generazione voleva fare". Uno dei più bei romanzi sulla Resistenza, di fatto, mette al centro una questione privata e una storia d’amore, mentre la resistenza rimane sullo sfondo, eppure da quel libro, senza che l’autore abbia fini pedagogici, il lettore impara anche molto sulla Resistenza. Da questo libro invece, si impara “per forza”: Francesco scrive un saggio. Si intitola Fascismo Capitale. Un'implosione (tesi e analisi storica ineccepibili) e prima di impiccarsi lo brucia nella stufa. Il romanzo distrugge il trattato e poi ne consegna comunque il contenuto.
Se questo è il limite, per me più evidente del romanzo, rimane comunque un libro importante, per il compito che si porta dietro: riportare le idee di quel movimento al centro del dibattito.
La sera, dopo il corteo, qualcuno disse che alla scuola Diaz c'era posto per dormire; io tornai a casa. Non c'è niente di speciale in questo, e nemmeno nel suo contrario: a Bolzaneto poteva finirci chiunque di noi. Nel 2001 quel movimento pensava che un altro mondo fosse possibile. Quelle idee erano tutte giuste, almeno per me. E lo sono ancora oggi, forse anche di più. E’ importante continuare a pensare che sia ancora possibile, anche se, nel 2026, un po’ meno probabile del 2001.