Fotografia etica: nessuno vuole vedere

7 Ottobre 2026

Con la sua diciassettesima edizione il Festival di Fotografia Etica di Lodi (fino al 25 ottobre) rivela ancora una volta la propria vitalità e importanza. Una significatività costruita anno dopo anno, con tenacia e passione, sostenuta da un pubblico progressivamente in aumento che ha sempre più convinto la città a puntare sul Festival e dedicargli nuove sedi di pregio. Quest’anno, ad esempio, Fotografia Etica propone presso l’Ex Linificio (in via di riqualificazione e futuro Museo Civico di Lodi) una serie di proiezioni fotografiche dedicate ad approfonditi reportage. Altra importante novità: se negli anni passati il Festival era visitabile solo nei weekend, quest’anno – su prenotazione – si potrà vedere anche dal lunedì al venerdì con una visita accompagnata (cosa che, fra l’altro, aiuta a non perdersi tra le numerose, splendide, sedi espositive).

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When Buddha Stopped Smiling @ Chinky Shukla.

Al di là dell’indubbia qualità e serietà dei lavori fotografici proposti ogni anno, che cosa ha reso questo Festival sempre più significativo in un Paese dove sono stati contati circa un’ottantina di eventi simili, molti dei quali emergono e poi spariscono, o sopravvivono con una cronica carenza di fondi? Credo che il titolo – Fotografia Etica – a cui corrisponde davvero uno sguardo etico sul mondo – abbia contribuito, tra molti altri aspetti, alla sua notorietà. Un successo che testimonia anche come molte persone (in controtendenza rispetto a quello che si pensa) abbiano ancora il desiderio di avvicinarsi alle storie degli altri, a mondi poco conosciuti, per conoscere e comprendere meglio situazioni troppe volte trascurate dai media. Certo, tra le sue innumerevoli mostre il Festival propone giustamente anche servizi legati ai grandi temi d’attualità, ma soprattutto offre mostre con tematiche spesso lontane dalle news più “gettonate”, il tutto attraverso lo sguardo dei migliori fotografi internazionali. Di anno in anno ci presenta quindi storie che toccano conflitti ignorati o testimoniano drammi del passato, oppure affrontano disuguaglianze sociali, emergenze ambientali, conseguenze di eventi trascorsi che agiscono ancora nel presente. È questo, ad esempio, il caso del toccante reportage di Chinky Shukla, When Buddha Stopped Smiling. Nell’estate del 1974, proprio durante il Vesak, anniversario della nascita del Buddha, l’India realizzò un test nucleare con ben cinque bombe, nel Rajasthan nord-occidentale, col risultato (colpevolmente prevedibile) di generare radiazioni e danni che ancora oggi – come ben dimostrano le immagini dell’autrice – continuano a produrre casi di cancro, aborti spontanei o ritardi mentali in persone spesso lasciate in condizioni di emarginazione e miseria.

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© Carol Guzy edited ICE-Broken Families.

Tra i temi di drammatica attualità spicca il servizio Ice-Broken Families, della statunitense Carol Guzy, dedicato agli arresti arbitrari e violenti compiuti dalla famigerata ICE, l’agenzia federale responsabile delle dogane e dell’immigrazione, nonché delle dure politiche anti-migranti volute dall’amministrazione Trump. Le immagini di Carol Guzy ci mostrano quanto accadde nel 2025 all’interno del Jacob Javits Federal Building, là dove si recano i migranti per richiedere asilo. Una fotografia del suo fotoreportage mostra lo strazio di una donna ecuadoriana che assiste con le figlie piccole all’arresto del marito, ed è stata anche vincitrice del World Press Photo of the Year del 2026: il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria più conosciuto al mondo, ospitato dal Festival negli ampi spazi di Bipielle Arte della Fondazione Banca Popolare di Lodi. Ma, diversamente rispetto alle immagini esposte dal World Press Photo, le opere proposte dal Festival non solo sono più ampie e articolate, ma soprattutto ogni immagine è accompagnata da uno scritto che le racconta, creando un effetto ancora più empatico e intenso, capace di restituire un nome e una voce a chi ha subìto violenze e sequestri. Tali soprusi sono ancor più sottolineati dal fatto che l’autrice si concentra soprattutto sugli effetti devastanti delle cosiddette “separazioni interne”: quelle lacerazioni famigliari dove i bambini sono crudelmente strappati ai propri genitori per opera di agenti con il volto nascosto da cupi passamontagna. In una sua immagine vediamo ad esempio una bambina urlante, disperata e piangente, mentre sullo sfondo gli agenti dell’ICE arrestano suo padre. Il testo che accompagna tale fotografia ci dice che lei è Rosa, ha dodici anni, viene dall’Ecuador. Mentre arrestavano il padre, Rosa gridava: «mamma perdonami non sono riuscita ad abbracciare bene papà. Se l’avessi abbracciato bene, non lo avrebbero portato via». L’immagine già di per sé è un colpo al cuore. E lo scritto che l’accompagna aggiunge ulteriore dolore alla tragedia, perché ci fa capire come tale trauma spaventoso sia reso ancor più terribile e difficile da guarire, perché ha indotto la bambina a darsi la responsabilità di un arresto e di una separazione della quale è in realtà solo vittima.

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© Abdulmonam Eassa Sudan War, a Nation Trapped.

Un altro notevole reportage è quello di Abdulmonam Eassa, Sudan War, a Nation Trapped, (a sua volta premiato anche dal World Press Photo): un lavoro tanto più importante perché ci permette di comprendere meglio una guerra, quella del Sudan, lasciata in ombra dai media, malgrado la sua atroce disumanità. Il bilancio di tre anni di guerra in questo martoriato Paese è infatti di circa 12 milioni di profughi, 150 mila vittime civili, cui si aggiunge una spaventosa crisi umanitaria e alimentare, affiancata da violenze e malattie, stupri sistematici e riduzione in schiavitù. Quella che era nata nel 2019 come una rivolta popolare per la libertà e la giustizia si è infatti trasformata in una guerra interna tra l’esercito regolare dello Stato sudanese e le milizie delle Forze di Supporto Rapido (RSF): reparti paramilitari che le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale (ICC), sulla base delle informazioni raccolte, dichiarano essersi macchiate di crimini contro l’umanità e di genocidio. Il Sudan è al collasso, intrappolato (come indica il titolo della mostra) in una catastrofe umanitaria di proporzioni sconvolgenti, eppure al mondo tale tragedia sembra non importare. Questa infatti è percepita come una guerra “lontana”, senza scopi precisi, senza regole e chiari obiettivi ideologici, senza un nemico identificabile su cui riversare la propria indignazione. Per di più rimane priva di quelle innumerevoli immagini di distruzioni e vittime spesso innocenti che invece, nel caso di Gaza, hanno inondato i nostri media e squarciato il velo dell’indifferenza collettiva. «Nessuno vuole vedere; nessuno vuole udire. Bisogna forzarli, allora. Ci vuole un terrorismo dello sguardo», scriveva Bernard-Henry Lévy a proposito delle molteplici regioni del mondo devastate da fame e guerre, ma immerse nel silenzio e in un colpevole disinteresse. In realtà Abdulmonam Eassa, con il suo reportage, non mette in atto nessun “terrorismo dello sguardo”, non indulge negli orrori, ma offre spazio alla pietà e alla conoscenza. Riesce infatti a offrirci uno spaccato preciso della drammatica situazione del Sudan esprimendo al contempo un senso di vicinanza con chi soffre, come nel ritratto di una donna dallo sguardo triste e dignitoso, gravemente ustionata a causa di un incidente avvenuto nella tenda improvvisata dove si trovava per sfuggire alle persecuzioni.

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© Carlos Folgoso Sueiro, edited Beyond The Lake.

Esce invece radicalmente dalla logica dei temi legati alle guerre la ricerca malinconica e intensa che Carlos Folgoso Sueiro dedica alla sua terra: la Galizia. Lontana dagli stereotipi del luminoso e ormai turistico “Cammino di Santiago”, la sua ricerca, Beyond the Lake, intreccia in profondità il vissuto personale e famigliare con le sorti della Galizia, una regione un tempo magnifica e verdeggiante, ma ora – a causa del riscaldamento climatico – afflitta da incendi devastanti, dalla siccità, da un degrado ambientale che ha portato all’abbandono delle campagne e all’alcolismo. Umbratile, notturno, questo lavoro ci mostra i drammi del suo Paese, ma al contempo sa cogliere situazioni poetiche, come l’immagine in cui magicamente una farfalla si posa su un ramo bruciato in una foresta incendiata e cupa. L’autore infatti, con questa sua ricerca, riesce a creare un insieme dove aleggiano contemporaneamente desolazione e speranza: la casa di un villaggio, un tempo sommersa dalle acque di una diga, emerge come un fantasma del passato a causa della siccità, ma accanto a questa ecco la fotografia di una bambina che abbraccia un albero come a volerlo proteggere, così come un pastore stringe affettuosamente a sé una delle capre del gregge. Sì, la Galizia è una regione in un triste stato di degrado, ma Carlos Folgoso Sueiro ci mostra al contempo che lui la ama, che questa terra fa parte della sua vita e cerca di coglierne ogni segno di rinascita, ogni soffio di speranza.

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© Amy Gaskin, Marylin Forever! A symbol of Hope.

Nella sezione Le Vite degli Altri un tocco di allegria lo dà il servizio di Amy Gaskin, dedicato al mito intramontabile di Marilyn Monroe, testimoniato da immagini di gadget che la ricordano, da folle di donne armate di bionde parrucche con la sua pettinatura, e pure da una donna nera sovrabbondante, che ne imita il look e sfoggia un sorriso soddisfatto per l’esito ottenuto. Decisamente diversa è invece la ricerca in bianco e nero di Aleksandra Kossowska (The World of Touch) dedicata alla quotidianità di bambini ciechi in Etiopia, spesso ritratti chini davanti a libri scritti in alfabeto Braille. Un lavoro che l’autrice riesce a rendere poetico e quasi magico grazie a una serie di piccoli fori fatti nella carta fotografica. Simili a costellazioni luminose, tali buchini lucenti, che paiono ondeggiare davanti ai loro occhi chiusi, sembrano volerci suggerire come questi libri siano per loro una fonte di luce, un modo per “toccare il mondo”. Ancora diversa è l’opera di Deanne Fitzmaurice che ci fa avvicinare alla vita di Saleh Khalaf: durante la guerra in Iraq questo bambino aveva raccolto da terra quella che gli pareva una palla da gioco, mentre si trattava di una bomba, subito esplosa tra le sue piccole mani. Grazie a una missione umanitaria che lo portò in California, Saleh riuscì miracolosamente a sopravvivere. Certo le cure gli salvarono la vita, ma lo lasciarono privo di mani, cieco da un occhio e con il viso segnato da profonde cicatrici. Ciò che rende questo servizio estremamente significativo è che l’autrice ha seguito la vita di Saleh per ben vent’anni, da quando a nove anni venne trasferito negli Stati Uniti in condizioni disperate, fino a diventare un uomo sposato che affronta le difficoltà quotidiane di un mutilato e una vita segnata dal trauma e dalla speranza. «In un tempo in cui le immagini possono essere fatte o create dall’IA in pochi secondi, scegliamo storie che qualcuno è andato a vedere davvero, che ha scelto di andare e di restare, spesso a proprio rischio, laddove le cose accadono. La loro è una testimonianza diretta, e oggi la testimonianza diretta è un bene raro», racconta il direttore del Festival di Lodi, Alberto Prina. E nel caso della ricerca di Deanne Fitzmaurice, lei non solo “è andata a vedere davvero”, ma è stata anche per anni accanto a Saleh condividendo la sua vita. Il suo lavoro va quindi in netta controtendenza rispetto al flusso rapido di immagini che mischiano, sovrappongono e confondono ciò che accade davvero con ciò che è stato creato dall’intelligenza artificiale. Certo, a un occhio attento, attualmente molte immagini create con l’IA appaiono troppo perfette, troppo studiate per apparire vere. Qualcosa spesso le tradisce, ma in futuro facilmente sarà sempre più difficile riconoscerle. Un festival per il quale la fotografia ha giustamente valore perché basato sulla testimonianza diretta, come potrà scegliere i servizi senza incorrere in falsificazioni? Lo chiedo ad Alberto Prina, che con lucidità mi risponde subito: «Quello che conta e conterà sempre di più sarà la storia professionale degli autori. Solo il loro percorso, i servizi che hanno fatto nel tempo, potranno indicarci l’onestà delle opere che ci inviano. Noi stiamo molto attenti, ma dovrebbero esserlo sempre di più anche i media». Vado allora a guardare il sito web di Abdulmonam Eassa, dove si trovano altri suoi straordinari servizi sulla catastrofe umanitaria in Sudan, come, ad esempio uno dedicato alle donne stuprate impunemente dai militari ed emarginate della loro stessa comunità perché accusate di gettare disonore sulle famiglie e sui clan. Ugualmente ricco di servizi di alto livello è il percorso fotografico di Nikita Teyoshin, che a Lodi propone la ricerca Life Sentence . In passato l’autore aveva realizzato il servizio Eredità senza corna. La vacca da latte tedesca nell’era della riproducibilità tecnica, dedicato alla selezione genetica delle cosiddette “mucche turbo”, capaci di produrre quantitativi di latte superiori di quattro volte a quelli normali. E ora, – con Life Sentence – eccolo ritornare sul tema della sofferenza animale, e in particolare sugli ambienti concentrazionari degli zoo. Giardini zoologici che egli interpreta come apparati disciplinari dove lo sguardo degli spettatori si trasforma in un meccanismo ulteriore di controllo e violenza – cosa che l’autore sottolinea con l’uso del flash. Infatti il lampo del flash – scrive l’autore stesso – interrompe «la finzione dell’osservazione neutrale. Invece di estetizzare la prigionia mette in primo piano la natura violenta dello sguardo stesso. L’immagine non offre consolazione o empatia; espone la partecipazione dello spettatore a un sistema che equipara la visibilità al dominio». Le sue fotografie sono simili a immobili still life che, grazie al flash e a inquadrature “antiestetiche” ma perfette, evidenziano come tali animali siano spesso ospitati in ambienti inadeguati, che spesso imitano malamente, con riproduzioni in cartapesta, i luoghi naturali dove liberamente avrebbero diritto di vivere.

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© Aleksandra Kossowska, The World by Touch.

Ma è impossibile raccontare qui le ben trenta mostre, molto diversificate tra loro, presenti in questo Festival. Se mai vorrei suggerire di dedicare almeno una giornata a osservarle e a leggere i testi che le accompagnano, il tutto con lentezza e attenzione. Le crisi a cui ci troviamo di fronte sono sempre più grandi e non si risolvono con risposte rapide. Servono tempo, pensiero, capacità di mettere in dubbio le proprie convinzioni, desiderio di guardare al passato e trarne lezioni per il presente.

In copertina, @ Nikita Teryoshin, Life Sentence

Festival della Fotografia Etica – Lodi
Varie sedi, fino al 25 ottobre 2026

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