Chandra Candiani: accordati con il bosco

28 Ottobre 2026

Chandra Candiani, poeta, è praticante buddhista nella tradizione Theravada: la sua voce bambina è umile, impalpabile, una meraviglia del creato di animali e piante e minerali che lei sente e di cui ci parla dalla fusione con loro; compassione universale; se dovessimo dire da dove discende, scorrendo l’albero genealogico della letteratura italiana, potremmo dire che viene da Francesco di Assisi e dalla sua Laudes creaturarum. Il suo corpo è minuto, il suo andare è gentile, i suoi capelli sono corti e bianchi. I suoi libri sono nella collezione di poesia Einaudi, la “bianca”. È stata una voce maestra nel tempo della pandemia Covid-19: “doppiozero” la intervistò sul suo instant book Questo immenso non sapere (Einaudi 2021), un viatico su come resistere a quel tempo di isolamento, di paura, di malattia e di dolore. Quel libriccino fu un vaccino con effetti collaterali benefici. Il 17 ottobre 2026 l’abbiamo ascoltata dal palco del Teatro Carignano, per Torino Spiritualità, nell’edizione intitolata “Memento Amoris”, ricordati dell’Amore; l’appuntamento era intitolato “Resta l’anonimo amore”, e con lei conversava Armando Buonaiuto, curatore del festival. Il suo nuovo libro, Essere nuvola, è stato pubblicato nel settembre di quest’anno.

Tu, come stai?

La conversazione tra Chandra Candiani e Alessandro Basile, pubblicata dall’Unione Buddhista Italiana il 6 marzo 2026, è di per sé un insegnamento: è un dialogo; la poeta vuole sedersi allo stesso piano del sedicenne italiano che studia a Manchester; la poeta è felice, perché ha trovato un altro essere «che viene da un’altra galassia, come me, e sta in questo mondo che sta morendo». Lui esordisce chiedendo a lei “come stai”? Lei chiede a lui “come stai?” Si dicono “grazie”. Sono esseri umani venuti bene. Camminano fianco a fianco nel bosco alpino piemontese che Candiani abita da tempo. Sfiorano leggeri le foglie secche. Non due “esseri buoni”, ma due “buoni esseri”.

Chandra Candiani, quando conversa, resta poetica. Ad Anna Stefi che la intervistava per “doppiozero” disse: «Occorre intonarsi. Intonarsi al corpo, significa non pensarlo, ma riceverlo e assaporare il suo essere elementi e il suo fare ritorno a essi. Dalla neve alla luna, il passo non è così lungo, sulla luna ci aspetta la nostra mente guarita. Provvisoriamente guarita. Il più grande è sempre qui intorno, a disposizione, sia fuori che dentro, quando siamo disposti a disorientarci, a disfarci, siamo disponibili a incontrarlo». E quando scrive è albero, è pietra, è sogno, è lepre, è bambino che muore nella sua città rasa al suolo:

Come aggiungere
polvere di male
a questa crudeltà assidua
alla consuetudine di uccidere.
La vita spoglia
non ha dimora nella storia.

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L’ignoranza dell’altro

Essere nuvola raccoglie testi scritti tra il 2023 e il 2026. Ha tre tempi: il primo è “Il sogno delle parole”; il suo “sonno non ha sonno” e “si aggira naso a terra”, le parole sono scappate dal poeta, le parole che “sapevano lei”; e poi arrivano i sogni: l’asino bianco, le cicogne, le parole “ammalate” che “si sono rifugiate sotto terra”, e gli uccelli, i noci, il faggio, le api, le foglie, il pero, il castagno, il salice, l bambini, le bambine, che torneranno via via più affollandosi come la presenza umana accettata:

Eppure anche questa è voce
il silenzio che separa le parole
e le lancia
il silenzio che le ripone adagio
precisamente
nel fondo oscuro
che pulsa il vivo niente
e fa fiume e segno.

Il secondo tempo si intitola “Terre oltre il tempo”; è una sequenza visionaria di rinascite: “quando ero” cervo… tasso… lepre… merlo… pesce…faggio…larice… mosca…farfalla… serpente…sasso… nuvola…

Non è che ho messo a tacere le voci,
è che il silenzio musicante rapisce
chiome d’albero erbe felci
gole di uccelli e i passi solitari
di chi danza smemorato
sapendo che tutto è sogno.

Infine, “Il mestiere delle briciole”: in questo terzo e ultimo tempo ecco le ombre di questi nostri ultimi anni: le guerre, i morti, la polvere, le donne straziate, la furia, le ustioni, i massacri:

Io vivo nella parte di mondo
dove si mangia tre volte al giorno
l’acqua scende potabile dal rubinetto
il mare è ricco di cadaveri
qui si esercita instancabilmente
l’ignoranza dell’altro.

Candiani per ritrovare armonia deve tornare nel bosco, accordarsi con alberi, pietre, animali. «Il tempo degli alberi e degli animali è un tempo simile a quello dei musicisti quando accordano gli strumenti. In India, certe volte passano ore ad accordarsi prima che inizi il concerto. Accordarmi con il bosco e le sue creature mi insegna a lasciar andare, è una cosa che accade, non si può ‘farla’, ma il grande è tutto nel piccolo, è nel minuscolo che senti la purezza del gesto che apre le mani, allenta la mascella, accoglie l’abbandono. Appoggio la schiena o il petto a un albero: “Insegnami”»:

Sono io, nuvola
vengo a te in cerca
di dissolvenza
intimità cedevole.
Non sono io, sono noi.

Invecchiare è bellissimo

Candiani non è più timida, impaurita, vulnerabile, come lo era da bambina; scelta per una parte nella recita di Natale, giunto il suo momento urlò alla platea incombente: “Andatevene tuttiiii!!!”. Sa essere buffa, anche, ridere come ridono i monaci buddhisti. Ci mette tranquilli, e anche conversando fa ancora poesia: «Invecchiare è bellissimo perché impari ad accettare i limiti. La ragione è così piccola rispetto alla pluralità delle verità…» Dobbiamo tornare nel bosco, perché «nel bosco, che è fatto di vita e di morte, l’umano impara a essere irrilevante, in una danza collettiva».

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