Non sono brava a stare bene: Pluribus
È ancora il cielo di Albuquerque, New Mexico, USA: quasi immobile, di un celeste sbiadito, sopra lande calde, secche. Con qualche nuvola ogni tanto. Immenso, psichedelico, indifferente a tutti i tormenti che gli esseri umani si inventano di sotto. È il cielo di Breaking Bad (2008-2013). È il cielo di Better Call Saul (2015-2022). E ora è il cielo di Pluribus (Apple TV 2025). È il cielo che l’inventore di storie americane Vince Gilligan preferisce come sfondo su cui agitare i suoi personaggi.
Guai, sotto quel cielo
Le due storie precedenti sono andate avanti sei, otto anni: le disgrazie si affastellavano in modo sempre più casuale, conseguente, imprevedibile, inevitabile. Un onesto e mite professore di Scienze di liceo, cui viene diagnosticato un tumore incurabile ai polmoni, infine diventa un feroce violentissimo cuoco e boss di droghe chimiche: il primo intento era lasciare un po’ di soldi alla sua famiglia, l’ultimo gorgo era un uccidere per non essere ucciso, senza scampo. Oppure, nel prequel/spin off: un avvocato disonesto e squallido viene risucchiato nel gigantesco traffico della droga, prende la rotta di un’aquila ma ha le ali di una quaglia; la sua collega e amante cerca di fare una dignitosa carriera di avvocata, ma questo Paul è un vaso di Pandora, che cucina guai quanto Walter White cucinava metanfetamina. L’attrice che interpretava l’avvocata Kim Wexler era Rhea Seehorn: nevrotica, ostinata, innamorata, stravolta, cinica allora; nevrotica, ostinata, innamorata, stravolta, cinica stavolta in Pluribus, in cui Gilligan le fa tenere la scena ininterrottamente, implacabilmente, come in un reality in cui non le stacchiamo mai gli occhi di dosso. Un’interpretazione attoriale così monumentale che a volte l’impressione è che sia il personaggio a recitare l’attrice, rapita dentro una storia che improvvisamente la rende sola, e diversa da tutti (“una ex pluribus”), e per molto tempo sola contro tutti.
Un regalo dallo spazio profondo
Quel cielo di Albuquerque, questa volta, è meno estraneo alle vicende disgraziate che capitano sotto, sulla Terra. Gli astrofisici scrutano l’Universo in cerca di segnali di altre forme di intelligenza. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Finché, un giorno, c’è qualcosa di strano. Una anomalia. Un qualcosa. Un segnale. Un messaggio viene decodificato: è il DNA di un virus. Buono? Cattivo? Gli scienziati non se lo chiedono, corrono, e il lavoro dagli astrofisici passa ai biologi, a un laboratorio segreto, ovviamente circondato dal segreto militare in “massima sicurezza”, ovviamente con “ogni garanzia di contenimento di ogni possibile esfiltrazione” del virus omaggiato dallo spazio profondo, ora sinteticamente ricreato.

Questa volta non ci invadono baccelloni ultracorpi che si modellano al posto di ogni individuo, ma un Covid alieno che in pochi giorni si insedia in tutti gli umani: metà muoiono, metà diventano una mente-alveare connessa in un modo che la prima stagione ha appena cominciato a comprendere. Sono tutti connessi, come su una rete governata da un immenso database di saperi e sensazioni e vissuti (una Intelligenza Artificiale?); tutti sanno istantaneamente fare tutto; tutti sorridono; tutti operano per il bene comune (il comunismo in chiave aliena?), nessuno uccide più né un uomo né una formica, né osa staccare una mela dal suo albero (un buddhismo planetario realizzato?), tutti sono illuminati dalla serenità, ogni bisogno è soddisfatto, non esiste più proprietà privata, conta solo l’efficienza universale istantanea. Ma, non si sa come, in tutto il pianeta 13 umani non sono stati contagiati al primo colpo. Restano umani: arrabbiati, spaventati, avidi, aggressivi. Carol Sturka è una di loro. È una scrittrice di romanzi fantasy che hanno molto successo presso donne poco colte. Lei disprezza le sue lettrici, ma deve fare i firmacopie e sorridere nelle librerie. La sua manager è anche sua moglie: quando arriva il contagio alieno è tra gli umani che non si tramutano: muore. Carol è completamente sola.
Comodità della solitudine
Carol è una donna davvero antipatica. Non le interessa proprio essere felice; a un certo punto dirà la frase-chiave: «Non credo di essere brava a stare bene». Dopo nove ore di prima stagione ci si affeziona, ma lei non fa proprio niente per piacere. Non le piacciono gli altri. È misantropa, ha la nevrosi della scrittrice, maltratta anche Helen, che la accudisce come una bambina-prodigio capricciosa. Carol ama solo Helen. Sta bene solo nella loro casa di Albuquerque. Si può permettere molti comfort consumistici, se li gode tutti. Ma un conto è fare la solitaria in un mondo pieno di persone maltrattabili, che ti evitano volentieri. Il contrappasso di Carol è che ora è circondata da una intera umanità che le sorride, che la osserva, che le ronza attorno e che ha un solo scopo: “Renderti felice come noi”. Da burbera che si chiude in casa, Carol si ritrova vedova dell’unico essere umano con cui ancora si rapportava, assediata dall’intera umanità, che si mette a cercare di risolvere quella eccezione biologica al contagio.
Seduzioni, sedizioni
Gli “altri”, gli “strani” hanno non poche paradossali contraddizioni: come ogni intelligenza-artificiale-alveare che possiamo immaginare, cerca incessantemente autocorrezioni degli errori; sono così compassionevoli che non processano nulla in natura, che forniscono ogni cosa sia richiesta da Carol e dagli altri dodici, ma per non morire di fame… scoprirà Carol… mangiano i cadaveri trasformati in succhino!!! Non sanno mentire, ma sanno costruire “offensive seduttive” nei confronti dei tredici resistenti sparsi nel pianeta; l’unico che – come Carol – non molla è un uomo in Paraguay; lei si lascia andare ad avere una nuova compagna “aliena”, Zosia, che sostituisce Helen; lui no, è un duro, è il vero Rambo che non fa compromessi con gli “infami”; quando nell’ultimo episodio della prima stagione gli unici due sediziosi Carol e Manousos si incontrano, come prevedibile fanno scintille.
Ma alla fine dell’ultimo episodio Carol riceve la delivery del suo più recente desiderata: una bomba atomica. Gli ultimi due umani indipendenti e antipatici vedranno se usarla come kamikaze dell’umanità. Oppure no, se riusciranno a fottere l’umanità alienata, rendendola di nuovo capace della meravigliosa opzione dell’infelicità.