Per loro siete tutti uguali: Dark Winds
Tony Hillerman (1925-2008) era uno scrittore di romanzi polizieschi, cresciuto a Sacred Heart, Oklahoma, morto nella Albuquerque di Breaking Bad e Pluribus (New Mexico, USA); uno yankee di stirpe anglo-tedesca: giornalista, docente universitario, conosceva e ammirava la cultura dei nativi americani sopravvissuta nelle riserve delle nazioni indiane; le detective stories del suo ciclo Dark Winds sono negli Oscar Mondadori.
Yankee e Navajo
Il suo protagonista è Joe Leaporn, tenente della Navajo Tribe Police di Kayenta, vicino alla Monument Valley, tra Arizona e Utah. Le storie sono ambientate negli anni Settanta: le portiere dei pick-up e delle berline si chiudono con un “clang” di lamiera, in un tempo in cui non era stato ancora inventato dai car designers il “tump” dei SUV di oggi. Tutto è analogico: non ci sono i telefonini, ma telefoni a filo sulle scrivanie o fissati al muro delle cucine; le distanze sono enormi, le strade sono perlopiù sterrati polverosi, il paesaggio è arido e giallo, i tramonti sono rosso fuoco sulle rocce; d’inverno fa freddo e si accendono falò e camini; i Navajo che non sono emigrati a fare i poveri o i delinquenti a Los Angeles sopravvivono in piccolissime fattorie con un cavallo o due, qualche capra, qualche gallina, orticelli stentati che producono dolcissimi pomodorini. I corvi più pericolosi che volteggiano sulla riserva sono i soliti yankee avidi, che cercano uranio in miniere abbandonate, o ciucciano petrolio con pompe arrugginite. Certo, c’è anche qualche Navajo balordo, nella riserva: reduci sbandati dal Vietnam, giovinastri neet, e ragazze obbligate a crescere in collegi condotti da acide suore yankee, private della loro cultura e delle tradizioni e istruite a fare le cameriere, le cuoche e le badanti, in fuga alla prima occasione e sempre riacciuffate. Ma ci sono anche i bravi poliziotti e le brave poliziotte Navajo che si tengono nel taschino i sacchetti apotropaici pieni di polline, e qualche infermiera che lavora nell’ospedale indiano della riserva e che conosce le preghiere e i rituali. Hillerman ha molta compassione e rispetto per quella cultura ancestrale che continua a sopravvivere nella demolizione incessante operata dai feroci padroni coloniali. C’è ancora la nonna “sciamana” (Shimah), ci sono ancora le cerimonie di purificazione negli hogan, che devi costruirti con le tue mani e la tua fatica.
Respect
Quelle storie, quella polvere piacquero molto a Robert Redford, che ne acquistò tutti i diritti di riproduzione cinematografica; c’è stato qualche primo tentativo di film e anche di serie tv (Skinwalkers), ma dal 2022 ci sono le quattro stagioni di Dark Winds, create per AMC da Graham Roland, visibili su Netflix. I due principali produttori esecutivi sono Robert Redford e George R.R. Martin, che sono apparsi in un cameo strepitoso nell’episodio 1 della stagione 3: i due vecchietti sono temporaneamente detenuti nella gabbia della Kayenta Police Station, giocano a scacchi; Leaporn (interpretato dall’attore nativo Zahn McClarnon) sorseggiando il caffè dalla sua tazza si affaccia alle sbarre e suggerisce a Martin lo scacco matto; Redford lo ringrazia ironico.
Dark Winds non prende nessuna scorciatoia per compiacere lo spettatore del 2026; il tempo scorre lento come le giornate in Arizona o New Mexico; improvvisamente l’inseguimento accelera i ritmi, la violenza squarcia inaspettata e assurda, ma i sospetti nelle indagini poi tornano a scorrere torpidi, abbagliati dal sole e inquietati dalle notti buissime e dagli ululati dei coyote. Niente sembra giusto, e niente pare avere un senso, se non la prevaricazione e l’avidità di chi arriva nella riserva come predatore assassino; negli incubi di Leaporn e dei suoi poliziotti i killer prendono le sembianze dei mostri delle leggende ancestrali (Ye'iitsoh, skinwalkers) ma poi lo squallore della realtà svela spietati killer al soldo degli uomini d’affari che vengono da fuori a rubare. Il rispetto di Hillerman per l’umanità dei popoli indiani, per la debole, stentata sopravvivenza della loro visione del creato e delle creature, così sufficiente e completa per vivere la vita in modo gentile e spirituale, è comprensibile sia stata riconosciuta dal Redford dello spirito del Sundance Festival, che cercava la migliore America possibile.
Il cast è in gran parte fatto da attrici e attori nativi, che recitano spesso in lingua nativa, e Dark Winds per essere il più possibile attendibile nella restituzione della civiltà Navajo si è affidata alla consulenza del “cultural advisor” George R. Joe, che ha così spiegato la difficoltà del suo lavoro:
«I Navajo credono che senza la loro cultura e la loro lingua, gli Dei (Diyin Dine'e) non li conosceranno e scompariranno come popolo. E la Nazione Navajo è solo una delle tante tribù che hanno intrapreso azioni per preservare la propria storia: oggi in America ci sono 574 tribù riconosciute a livello federale, ognuna con la propria lingua, cultura, storia, patrimonio e insegnamenti tradizionali. Pertanto, i nativi americani che lavorano nel mondo dello spettacolo per rappresentare la nostra cultura, lingua e tradizioni con rispetto e accuratezza compassionevole non stanno solo reagendo a generazioni di rappresentazioni dannose e distorte sullo schermo, ma stanno anche celebrando la sopravvivenza di un patrimonio vibrante contro secoli di sterminio ordinato dal governo, colonizzazione dura e oppressiva e assimilazione forzata».
Ci sono alcune scene toccanti, profonde, memorabili, come quella della stagione 3 in cui Leaporn incontra nello hogan la nonna sciamana, e apre sé stesso in una seduta di “psicoterapia nativa”, cercando di ritrovare la sua via:
«– Tutti noi abbiamo una linea che ci attraversa il cuore, e quella linea separa i mostri dagli uomini, ed io, Shimah, temo di avere attraversato quella linea…
- Hai visto dei mostri? Quando veniamo visitati dai mostri è il segno che qualcosa nella nostra vita è sbilanciato… i mostri scivolano dentro e si fanno strada mangiando, e se ne vanno soltanto quando tu ritrovi la tua via del polline».
Winnetou, l’indiano che piaceva ai bimbi nazi
Il mostro della stagione 4 è di stirpe anglo-tedesca come il suo scrittore Hillerman: è una killer professionista che deve dare la caccia e terminare dei ragazzi Navajo che potrebbero testimoniare contro un criminale yankee rinchiuso in un carcere di Los Angeles; Irene (orrenda e bellissima, interpretata da Franka Potente) ribalta in chiave horror l’ammirazione bianca per “il buon selvaggio”; figlia di un gerarca nazi imboscato negli USA, ormai divorato dall’Alzheimer, scimmiotta quello che ricorda dei “buoni indiani”, e che ha imparato da bambina da un classico della letteratura “young adult” del secondo Ottocento e del primo Novecento tedeschi, l’Apache Winnetou, personaggio dello scrittore Karl May (1842-1912), fido compare del cowboy di stirpe anglo-tedesca Old Shatterhand; disperata e psicopatica, Irene sogna di ricostituire una famiglia perversa nella cantina in cui ha sequestrato Leaporn e Billie, la ragazzina Navajo fuggita dalla scuola delle suore; lì su uno scaffale ci sono tutti i romanzi di Karl May, e lei si sente Old Shatterhand, e Leaporn è il suo Winnitou. Al tenente Navajo a un certo punto dice – torturandolo psicologicamente –, che per gli squali bianchi che l’hanno reclutata «voi siete tutti uguali»; non esiste un’altra civiltà, non esistono persone in quell’altra civiltà. Leaporn resisterà.