L'arte della leggerezza di Giuliano Della Casa

10 Agosto 2026
  1. La biblioteca disegnata di Giuliano Della Casa - di Franco Nasi

Ciascuno ha un modo personale di organizzare la propria biblioteca, grande o piccola che sia. C’è chi ordina i libri per aree del sapere, chi in ordine alfabetico per autore mescolando le discipline e i generi, chi per grandi partizioni cronologiche, o chi per editore e collana. Ovviamente sono tutte soluzioni legittime, ma che ci possono dire anche qualcosa del modo di intendere e organizzare il mondo dei proprietari della biblioteca. 

Ci sono tuttavia dei libri che sembrano rivendicare un loro spazio autonomo, indipendentemente da chi li ha scritti o pubblicati. Libri belli in sé, per come sono fatti, per i materiali e le rilegature, per le immagini che contengono, o per le copertine che diventano parte integrante della scrittura, un suo complemento essenziale che rende quei testi singolari e unici.

Giuliano Della Casa, che se n’è andato per sempre il 7 agosto 2026, è stato artigiano e artefice di molti libri di questo tipo: libri belli, che l’artista modenese non ha semplicemente illustrato, ma interpretato con il suo elegante e leggerissimo gesto pittorico. L’elenco è lungo, così come sono numerosi e diversi gli autori, gli argomenti, i generi letterari e saggistici. Ecco allora dove trovare i libri di Giuliano Della Casa: il suo Gargantua e Pantagruele, posizionato accanto a Le lettere di Giuseppe Verdi e a La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi tutti per la collana I Millenni, seguiti da La linea di minor resistenza di Carlo Fruttero, La Chimera di Sebastiano Vassalli, L’universo, gli dèi, gli uomini di Jean-Pierre Vernant, Sconfiggere la gravità di Roger McGough… 

 

Verdi

La fila di libri si allunga con Cacciatore di mosche con Adriano Spatola; Un grammo d’oro, Ora blu, The simple life, Anima mania, Oh Well! tutti e cinque realizzati con il poeta americano e sodale di una vita Paul Vangelisti; Le meraviglie dello spirito del senatore no con Paolo Badini, Signore anatre con Sandro Vesce, L’elegia dell’alchimista con Edoardo Sanguineti, Diverrai un angelo con Gian Ruggero Manzoni e Piccoli dei con Alberto Cappi… Sullo stesso lungo scaffale trovano posto i libri d’arte di grande formato usciti nella collana I Telai del Bernini, creata e diretta da Della Casa, libri delicati e volanti come Frisbees con Giulia Niccolai, contenuto in una elegantissima scatola di legno, o le sorprendenti e sempre originali locandine delle opere liriche dei grandi maestri del bel canto italiano, da Verdi a Rossini, che sembravano ispirare con i loro ritmi e melodie il suo gesto danzante pittorico. Un primo resoconto provvisorio della sua intensa attività relativa al lavoro editoriale è stata la mostra e relativo catalogo che si è tenuta nell’ottobre del 1997 presso la Biblioteca dell’Università di Los Angeles (UCLA) In forma di libro. I libri di Giuliano Della Casa 1967-1997 a cura di Andrea Borsari. E poi i cataloghi delle numerosissime mostre in giro per il mondo — da Melbourne a Pasadena, da Chicago a Tokio, da Oslo a Lisbona —, della sua opera di pittore e decoratore di ceramiche, fino all’ultimo prezioso volume Domicilio dell’alfabeto relativo alla incantevole mostra di vasi esposti alla Galleria Mazzoli di Modena, nell’ottobre 2025. È uno scaffale, quello dei libri di Giuliano Della Casa, sul quale si potrebbero passare ore e ore, saltando con gioia e sorpresa, anzi danzando, dalle immagini alle parole, dalle lettere ai segni, dalle note musicali alle architetture ritmiche del duomo di Modena, in un gioco di rifrazioni che si amplificano, risignificano e trasformano a vicenda, aiutati anche dagli scritti di critici che hanno reso omaggio negli anni al suo lavoro, da Luciano Anceschi, che parlò del gesto pittorico di Della Casa come un atto di un “sorcier”, un po’ mago e un po’ saltimbanco, a Ernst Gombrich, anche lui ammaliato dal suo gesto pittorico deciso e leggerissimo, fino all’affettuoso capitolo che Marco Belpoliti gli ha dedicato in Pianura

 

Modena

Lo scaffale si arricchisce ancor più di libri se si ha avuto la fortuna e il privilegio, come mi è capitato, di incontrare nella “piccola città” di Modena — o meglio nella Modena (è) piccolissima, come recita il titolo di un altro libro splendido di Della Casa e Ugo Cornia — Giuliano e di diventarne amico. La sua generosità è, per chi l’ha conosciuto, proverbiale e disinteressata, e ogni visita al suo studio pieno di libri, e di bottiglie di lambrusco, rigorosamente di Sorbara, e la bicicletta da città, finiva con un atto di disinteressata prodigalità: il regalo di una sua ultima pubblicazione o un suo disegno, oppure concedendo di buon grado l’autorizzazione a usare un suo lavoro come copertina di un libro, senza pretendere diritti d’autore, ma anzi, ringraziando con umiltà e bonomia.

La carriera pubblica di Della Casa (nato nel 1942) comincia, con una prima personale al Palazzo dei Musei di Modena (1966). Dopo le prime esperienze, segnate da un surrealismo di impronta esistenziale, incontra il movimento della neo-avanguardia che lo avvicina a forme espressive concettuali, in cui fotografia e poesia si accompagnano a una ricerca grafica fatta di segni geometrici essenziali e metafisici, ma anche a eventi e happening, come il festival «Parole sui muri» del 1967 a Fiumalbo, nell’Appennino modenese. Intensa è la sua collaborazione con fotografi, artisti, narratori, poeti, fra cui Ghirri, Vaccari, Parmiggiani, Cremaschi, Nori, Moresco, Ballerini, Giuliani, Celli, Costa e soprattutto Adriano Spatola, che lo coinvolge nei progetti delle edizioni Geiger, nelle riviste di poesia sperimentale Tam Tam e Baobab, e con il quale stabilisce un fecondo sodalizio di amicizia e collaborazione, che durerà intenso, soprattutto nel periodo vivace di incontri e sperimentazioni legate alla permanenza di Spatola e Giulia Niccolai al Mulino di Bazzano, fino alla morte del poeta nel 1988. La spatoliana «arte totale», nelle sue forme particolari di poesia visiva e poesia performativa o fonetico-sonora, diventa così anche per Della Casa una modalità espressiva che gli permette di sperimentare quella commistione fra le arti (pittura, scrittura, vocalità, gestualità…) praticata da molti artisti in quegli anni, e di trasferire l’esercizio dell’arte o della poesia al di fuori dei vincoli canonici e spesso chiusi della tradizione.

Questa apertura delle forme e dei codici dell’arte della parola permette non solo il superamento fra poesia e prosa, ma conduce anche a un uso atomistico delle parole, che si isolano, si scompongono, si nascondono nella pagina, si riducono a singole lettere o a grafemi che rifiutano le restrizioni della corrispondenza semantica convenzionale, ed esaltano piuttosto la fisicità del linguaggio. Della Casa rinuncia a utilizzare la macchina da scrivere o i caratteri tipografici, per ricorrere alla chirografia, alla scrittura a mano, come gesto che esalta il corpo precipuo e non standardizzato del segno, ma anche l’azione estetica, il gesto del poeta/pittore. In questa poetica sperimentale, anche il libro, che con la tecnica gutemberghiana può diventare un prodotto freddo, strumentale, viene visto come un oggetto d’arte, parte integrale del processo poetico: non più contenitore di parole stampate che costituiscono l’opera, ma opera esso stesso. 
 

Vassalli

 

Non è un caso che l’arte di Della Casa trovi una sua dimensione privilegiata proprio nel libro come oggetto estetico in sé, raffinato ed elegante, in cui lettere, parole, versi, immagini, segni grafici, fotografie mettono in scena una rappresentazione totale. 

Dal libro Alfabeto (edizioni Geiger del 1973) queste lettere, che formano parole e frasi o si deformano sino a diventare puri segni grafici, estetizzanti, ornamentali, e con le immagini che con esse interagiscono, Della Casa ha cercato di restituire al «lettore/osservatore» la sua rappresentazione del mondo o la sua interpretazione di libri, musiche, opere, poeti e artisti, in un dialogo aperto e continuo con la tradizione e la ricerca.

L’ornamentalità delle lettere, ma anche la fascinazione per la forma libro come contenitore del microcosmo creativo dell’autore, sono testimoniati anche dalla leggerezza, gioiosità e ritmicità con cui Della Casa ripropone su un supporto diverso come la ceramica la sua poesia di vocali e cifre.

Negli acquerelli, anche di grandi dimensioni, le lettere fanno a volte da contrappunto ad architetture medievali o rinascimentali, a profili delle città, ad animali, fiori, cibi, strumenti musicali che popolano queste poesie visive di Della Casa. Questi oggetti sono spesso citazioni di particolari di capolavori dell’arte occidentale, o di libri antichi di animali e piante, o riprese delle scenografie delle opere musicali. Non si tratta di copie, ma di riprese, di trasporti, di interpretazioni nuove e sorprendenti, grazie alla sicurezza dell’atto pittorico, all’arabesco dei segni che le accompagna armonicamente, ma anche grazie all’isolamento a cui sono spesso soggette, nello spazio bianco del foglio. Un isolamento e una ricontestualizzazione che non consente alle immagini di assumere alcun tono pomposamente retorico, ma ne esalta piuttosto la semplice e delicata bellezza.

Chiudo con una storiella personale. Da sempre ho una particolare idiosincrasia per il telefono. Qualche anno fa mi è stato chiesto di partecipare a un’intervista telefonica in diretta a Radio3 su un libro di poesie che avevo curato. Sapevo solo che mi avrebbero chiamato alle 21.30 e che si sarebbe parlato di quel lavoro. Mi chiusi in camera, con il telefono fisso vicino, molta apprensione e il cuore che batteva a mille. La chiamata arrivò puntuale, l’intervista iniziò, ma pochi minuti dopo squillò anche il cellulare che avevo dimenticato di spegnere. Imbarazzato chiesi scusi al conduttore, riuscii nella concitazione a spegnere il cellulare e l’intervista continuò. Finita l’intervista guardai il display. La chiamata era di Giuliano. Lo richiamai. “Ah, ciao. Niente. Volevo dirti che eri alla radio”. Non aveva pensato che l’intervista fosse in diretta, e l’entusiasmo e la generosità di condividere un momento forse bello anche per lui lo avevano spinto a chiamarmi subito. “Ecco la geniale e generosa ingenuità dell’artista”, pensai. 

Sarebbe bellissimo se, nonostante le mie idiosincrasie con il telefono, fossi invitato di nuovo a rilasciare un’altra intervista alla radio in diretta e Giuliano chiamasse per dirmi che mi sta ascoltando.

rabelais

 

 

2. Lo scherzo di Giuliano - di Marco Belpoliti

La prima virtù di Giuliano Della Casa è senza dubbio la leggerezza. Non quella calviniana, così celebrata e pure fraintesa, dal momento che quella di Giuliano non contiene necessariamente il suo opposto, la pesantezza, così presente nel saturnino scrittore ligure, e neppure la ponderatezza, il pondus del pensiero, quello leopardiano, che è un’altra qualità proposta nella lezione americana di Calvino. La leggerezza di Della Casa, dell’uomo e dell’artista, è quella mozartiana, quella che canta Figaro nella sua cavatina: Se vuol ballare, / Signor Contino, Il chitarrino/Le suonerò. / Se vuol venire/ Nella mia scuola, / La capriola /Le insegnerò. / Saprò… Ma piano, /Meglio ogni arcano /Dissimulando /Scoprir potrò. /L’arte schermendo, / L’arte adoprando, /Di qua pugnendo, /Di là scherzando, /Tutte le macchine /Rovescerò. //Se vuol ballare, / Signor Contino, / Il chitarrino/ Le suonerò. La leggerezza mozartiana è canto e musica, è il ghiribizzo di parole di Da Ponte, 

che sa trasformare la tragedia in leggerezza, senza mai espungerla, senza mai cancellarla, ma evidenziandone il necessario lato comico. La comicità è stata una delle arti magiche praticate da Giuliano: pittura, disegno, ceramica, cucina e altro ancora. C’è in lui qualcosa di malinconico, ma non la malinconia di Saturno, quella espressa dal mento poggiato sulla mano per reggere il peso della testa con i suoi pensieri neri. E c’è l’allegria del chitarrino che introduce Figaro, il quale cerca di rovesciare l’inganno in qualcosa d’altro grazie al potere della propria immaginazione. Quel doppio diminutivo, Contino e chitarrino, è un epiteto perfetto per indicare l’arte del disegno colorato in cui Giuliano ha eccelso: il tratto improvviso, lo scarabocchio, il movimento inatteso del pennello. La sua specialità pittorica, in senso anche culinario – come dimenticare lo chef Della Casa, che ospitava amici scrittori, come Montalban, cuoco leggerissimo nei gesti? Nella classificazione canonica delle arti è finita per essere collocata nel campo della illustrazione – e ci sono pure le sue splendide tavole culinarie dell’Artusi nei Millenni einaudiani – un genere ingiustamente reputato minore, dal momento che “illustrare” vuol dire “illuminare”, rendere chiaro e splendente: “Che con raggi d’argento e lampi d’oro/ La notte illustra e fa ombre più rare” (T. Tasso). Giuliano è figlio dei poemi illustri della tradizione emiliana, da Boiardo ad Ariosto, sino ad arrivare al tormentoso Tasso, anche lui vaporoso oltre che manierato nel tocco poetico. Il cammino da Modena, sua patria estense, a Ferrara, su cui si inoltrava il conte di Scandiano, transitava allora per strade padane, per congiungere due capitali che con Mantova, la bellissima, formano un triangolo geografico dentro cui si situa idealmente l’opera di Della Casa. I poemi cavallereschi sono l’antefatto dell’arte pittorica di Giuliano, che nasce da uno svolazzo di Mantegna o da un ghirigoro di Giulio Romano, artisti di cui è stato il necessario continuatore quando dal figurativo la modernità ha virato verso il “concettuale”, intendendo con questo aggettivo un’arte che riscopre le parole come significanti, come figure, oltre che come significati. Giuliano è appartenuto, con la sua inveterata timidezza, ma anche con la passione dell’adesione, al gruppo dei concettuali modenesi degli anni Sessanta e Settanta: con Franco Guerzoni, Claudio Parmiggiani, Carlo Cremaschi, Franco Vaccari, cui bisogna aggiungere anche Luigi Ghirri. Anche Della Casa si è concentrato sul momento dell’ideazione e della progettazione, piuttosto che sui “contenuti”. La prima opera che ho visto di Luigi Ghirri sono state le fotografie della casa di Giuliano della Casa in un volumetto d’artista. La comicità, il gioco di parole, la poesia visiva, attiene a quella dei suoi sodali del gruppo di Tam Tam, Adriano Spatola e Giulia Niccolai, che nel 1971 fondano la rivista a Bologna per poi trasferirsi nel Mulino di Bazzano, luogo frequentato da Giuliano. Spatola e Niccolai, solo in apparenza continuatori della neoavanguardia e del Gruppo 63, sono un’altra storia che Giuliano ha vissuto con la sua leggerezza. Lì a Bazzano ha conosciuto un autore cui è rimasto a lungo legato, Sebastiano Vassalli, di cui ha illustrato con invenzione La chimera. Che Giuliano sia un pittore dall’anima comica lo racconta la sua ultima mostra, lo scorso anno a Modena alla Galleria Mazzoli, dove ha esposto i vasi dipinti usciti dalla Bottega Gatti di Faenza.  In questi contenitori leggeri e fragili, issati su dei sopralzi di legno, la scrittura ilare di Giuliano Della Casa appare come una composizione d’arabeschi di fattura araba, ghirigori illeggibili, calligrammi eleganti, e insieme sgorbi, che paiono scaturiti da mani infantili, geroglifici con ignoti messaggi, serie di cifre e lettere ingrandite e artefatte, fino ad arrivare alle mescolanze apotropaiche di segni che paiono rubati da scritture ittite o azteche. Forme che circondano la sommità dei vasi, o ne ricoprono a volte l’intera superficie, nascondendone la stessa natura geometrica di preziosi recipienti. Nel risultato finale di queste opere c’è qualcosa d’estroso e fantastico, finanche bizzarro e capriccioso, come riesce a essere la mano di un adolescente che scarabocchia innervosito su un foglio di carta nell’attimo in cui non riesce risolvere una frase per un tema scolastico. 

asino

Tuttavia, questi segni possiedono pur sempre una forma di temperanza, un controllo e un equilibrio anche quando fingono la loro provocatoria casualità, arte in cui Della Casa illustratore ha raggiunto straordinari risultati. In uno dei più grandi vasi si legge la parola ASINO. “Asino chi legge”, che sta anche per: “Asino chi scrive”.  Viene in mente un celebre quadro di Giacomo Balla, Fallimento, del 1902, dove compare la porta di un esercizio commerciale chiuso su cui dei ragazzini hanno realizzato degli scarabocchi col gessetto bianco: ASINO. Nei vasi dipinti con il pennello da Della Casa, questa parola, con le sue innumerevoli variazioni, assume una forma scherzosa, ma anche seria, come in definitiva è la cavatina di Figaro. Siamo tutti degli Asini, ci dice Giuliano, che ora si pone alla testa d’un immaginario corteo in cui si trova a camminare: si rivolge a chi lo segue per sapere se alla fine, là dove sono diretti, ci sarà da bere del Lambrusco e da mangiare delle tigelle o dello gnocco fritto, con anche un piattino di prosciutto, o meglio con qualche fetta di culatello, quello di Zibello, naturalmente. Buon viaggio amico carissimo. Non smettere di disegnare anche lì, la tua arte è necessaria al buon vivere di tutti, vivi e trapassati, che siano. Siamo tutti dei grandi Asini.

 

I funerali di Giuliano Della Casa  avranno luogo martedì 11 agosto alle ore 17:00 nella Casa Funeraria “Terracielo Funeral Home” in Via Emilia Est 1320 a Modena, ove sarà dato l’ultimo saluto.
La Camera Ardente sarà aperta da martedì 11 agosto dalle ore 9:00

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