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Occhio rotondo 64. La tazzina di Bossi
Proviamo a immaginare di non sapere chi è la persona che compare in questa fotografia, quanti anni ha, che mestiere fa e dove è stata scattata. Del resto nel 1991, anno a cui risale questo scatto, non tutti in Italia conoscevano quest’uomo, per quanto ben presto si fosse fatto notare. Anche in Gran Bretagna, paese a cui era destinata la fotografia – una commissione a un reporter –, era davvero un perfetto sconosciuto. Lo è anche per me in questa specie di gioco. Per prima cosa posso dire: è un tipo provinciale. Non ha proprio niente di particolare, o almeno così mi sembra. Forse qualcosa in più di lui posso dedurlo dagli abiti: un professionista, un avvocato, un commercialista o forse un notaio? Piuttosto un impiegato, direi. Più facile collocarlo in quel ruolo. Giacca e cravatta e impermeabile chiaro, aperto sul davanti, sembrano quelli di un travet. Forse gli occhiali a goccia dicono qualcosa di più: Ray-Ban, un modello cool all’epoca, un tocco comunque popolare. È un tipo normale, e non all’ultima moda. La cosa che mi colpisce è lo sguardo a lato; meglio: in diagonale. Un guardare senza guardare. Una posa naturale o un suggerimento del fotografo? Forse entrambe le cose. Ha qualcosa di furbo, ma senza che l’accentui, che lo sottolinei: è così senza troppo sforzo. Sembra suggerire qualcosa come: so ben io come stanno le cose.
C’è pure un tratto guardingo nel guardare. E poi determinazione, ma insieme – e qui è il punto per me – una forma d’indifferenza in quella postura: testa, occhi, braccio. L’ambiente dietro di lui, non aiuta molto a collocarlo; a fatica s’intravede il bancone del bar, e poi quelle tre figure in fondo, due donne e un uomo. Tutto quasi normale. Il fotografo successivamente ha raccontato che mentre lo guardava dentro l’obiettivo della macchina, proprio in quell’istante, l’uomo “ha abbassato la mano, ha allontanato la tazzina da sé, ed è rimasto solo con sé stesso”. Così ha premuto l’otturatore. Si sente guardato, e la sua posa è una risposta allo sguardo di chi lo sta ritraendo. È quel “solo con sé stesso”, colto dal fotografo, a interessarmi. Forse ci si poteva arrivare anche senza l’imbeccata dell’autore, oppure no. Tuttavia ad attirare la mia attenzione è la tazzina. L’ha allontanata da sé, forse per riporla sul banco del bar. Sta per girarsi, per mettersi di schiena. Quanto rivela di lui il gesto che lo scatto ha così immortalato? Quanto dice del carattere? Si può prevedere da questa immagine cosa farà a distanza di qualche anno l’uomo con l’impermeabile? Ha cinquant’anni e da quattro siede nel parlamento italiano.
A Varese, dove è stato ritratto, è noto come “il Senatùr”, per via della nomina al Senato della Repubblica. Tredici anni fa quanto ho visto per la prima volta questa fotografia nello studio di Ferdinando Scianna ho avuto come una illuminazione: è un vitellone, l’ultimo rappresentante di quella genia descritta da Federico Fellini in una sua notissima pellicola del 1953. A dare forma per me a questa figura era stata la somiglianza con Alberto Sordi. Avevo letto nei gesti che ho descritto una postura simile a quella del personaggio della pellicola: “giovane di provincia, ozioso e indolente, che passa il tempo in divertimenti, privo di aspirazioni” (Treccani). Nel gesto della tazzina avevo intravisto quell’indolenza, una sorta di non curanza, che mi pareva di aver colto non solo qui, ma in molte delle posture assunte da Umberto Bossi. L’indolenza nel linguaggio medico indica una forma di mancanza di dolore, ovvero un’indifferenza d’animo, una inerzia e persino una apatia, una sorta di pigrizia. Quasi un controsenso con quello che Bossi è stato. Se lo si ascoltava dal vivo ai comizi, o in televisione, traspariva sempre una forza e persino una virulenza. Ma tutta quella energia che era una delle ragioni del suo successo, non occultava l’indifferenza di fondo, la stessa che continuo a vedere in questo scatto.
Ora che è morto la considero la più bella fotografia di Bossi, ma anche la più veritiera, più di tante seppure icastiche che l’hanno reso celebre e celebrato. Non si può certo dire che il Senatùr mancasse di dinamismo o che fosse, come si dice, un bradipo. Era scattante, nervoso, pronto alla battuta e alla provocazione. Eppure, ci ho sempre sentito quella stessa indifferenza agli altri che c’è nel personaggio di Alberto, a suo modo un debole, forse anche un perdente. Bossi è stato invece un forte, e per un lungo tratto della sua vita un vincente, almeno fino alla malattia finale. La foto di Scianna suggerisce che questa forza nasca da una forma di noncuranza, quella che è poi iscritta nella sua biografia iniziale – studente fallito di medicina, inconcludente e pinocchiesco –, poi l’intuizione politica dell’autonomia e del separatismo l’ha trasformato in qualcosa d’altro. Questo ci vedo ancora oggi nello scatto di Scianna, che ho provato a guardare, ammesso che sia possibile, come se non sapessi chi è la persona raffigurata. Il nostro sguardo non è mai innocente, è sempre carico di significati, li prevede in entrata e li conserva in uscita. Il pregiudizio, ha sostenuto il filosofo Edmund Husserl, è un atteggiamento naturale, una forma di credenza acritica e in qualche modo persino ingenua, di cui dovremmo fare a meno – sospendere, la formula dell’epoché. Tuttavia, mi risulta difficile metterlo tra parentesi, perché nel pregiudizio c’è qualcosa di ibrido, di confuso, ma anche di veritiero. Oscar Wilde lo ha sintetizzato in una frase geniale: “Mai fidarsi della prima impressione – pausa – è quella giusta”. La fotografia spesso è proprio una prima impressione.
In copertina, fotografia di © Ferdinando Scianna.
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